Punti di riferimento

del prossimo convegno ecclesiale

Loreto 9-13 aprile 1985

di Giovanni Volta

MILANO; VITA E PENSIERO ANNO LXVIII, FEBBRAIO 1985

 

 

Santuario di Loreto

Il convegno ecclesiale, che la Chiesa italiana celebrerà nel prossimo mese di aprile, dal titolo Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini, s'inscrive nella storia di un cammino che la nostra Chiesa già sta percorrendo; fa riferimento a una specifica problematica teologica che si è andata sviluppando nel post-concilio; intende impegnarsi nel discernimento e nel superamento di uno stato di tensione, di frammen-tazione e di incomunicabilità che investe la comunità sia civile che ecclesiale degli uomini.

Il suo obiettivo non vuole essere semplicemente di studio, ma operativo; e questo non intende perseguirlo solo nell'ambito strettamente ecclesiale, ma nella società, in fedeltà alla natura missionaria della Chiesa.

Così le Indicazioni per il secondo convegno della Chiesa italiana, formulate nel maggio 1984 dalla Segreteria generale della Cei, hanno prospettato le finalità di questa Assemblea: «Il convegno si pone come bilancio di medio termine sul cammino compiuto dal piano pastorale Comunione e comunità e come esigenza di far uscire tale piano dal parlato all'operativo, dall'ecclesiastico al missionario, dall'idea a un più concreto servizio di Chiesa.

Questa ottica missionaria è in stretta connessione col programma avviato negli anni settanta su Evangelizzazione e sacramenti, e con l'impegno permanente di vivere la tensione del Concilio ecumenico vaticano II, a cui richiama costantemente l'insegnamento magisteriale e l'azione apostolica di Giovanni Paolo II» (ibid. 2).

Ora, è dentro l'orizzonte di questi punti di riferimento che vanno compresi i lavori di preparazione del convegno, le difficoltà che possono nascere, gli obiettivi che si intendono perseguire.

In questo breve articolo cercherò di illustrare la «cornice» di alcuni di questi problemi.

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ll riferimento storico

Negli anni settanta, come ricorda espressamente anche il documento citato sopra della Segreteria generale della Cei, la riflessione e l'impegno pastorale della Chiesa italiana si sono concretati sulla evangelizzazione (Evangelizzazione e Sacramenti). In vari suoi testi il Vaticano II aveva insistito sul ruolo primario dell'evangelizzazione nella vita della comunità cristiana, anzi nella sua stessa nascita, e il suo intimo rapporto con la celebrazione dei sacramenti. Le condizioni di «scristianizzazione» di molte popolazioni, pur già battezzate, avevano sottolineato anche da un punto di vista storico la rilevanza di questo compito. Lo stesso impegno intrapreso dalla Chiesa italiana nella stesura dei nuovi catechismi rientrava nel convergente sforzo pastorale di quegli anni.

Ma nella vita della Chiesa anche i laici hanno un ruolo necessario, fondamentale, e la «evangelizzazione» è per la liberazione, per la crescita dell'uomo, per la sua salvezza. Così è nata l'idea di un convegno ecclesiale che riunisse a Roma non solo i vescovi italiani, ma con loro anche i laici; e quella del tema: Evangelizzazione e promozione umana. Convegno che fu tenuto nel 1976.

Nel post-concilio si era fatto particolarmente vivo il dibattito sul ruolo dell'evangelizzazione rispetto alla società, all'uomo, alla sua cultura, in continuità di uno degli ultimi documenti del Concilio, quello su la Chiesa nel mondo contemporaneo.

Fu l'epoca della diffusione delle così dette teologie del genitivo: teologia del progresso, della liberazione, della rivoluzione, della speranza, del mondo. Si trattava di approfondire un rapporto che non tocca solo la riflessione teologica, ma anche il metodo e le scelte pastorali nelle loro varie valenze, e che resta vivo ancor oggi, come dimostrano il recente documento della Congregazione per la dottrina della fede e le polemiche suscitate. Sempre in quel tempo, quasi a prova che l'argomento scelto dalla Chiesa italiana in quegli anni investiva la vita di tutta la Chiesa, fu celebrato un Sinodo universale dei vescovi sul tema dell'«evangelizzazione» le cui indicazioni furono poi riprese e sviluppate dal Papa nell'esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi (1976), uno dei documenti più ricchi del magistero di Paolo VI. La riflessione pastorale della Chiesa italiana incrociava in tal modo quella della Chiesa universale, in comune riferimento al Vaticano II e alla situazione storica in cui si trovava ad operare.

Negli anni ottanta l'attenzione della Cei si concentrò poi sul « soggetto» e il «frutto» insieme dell'evangelizzazione, la comunità cristiana (Comunione e comunità). Anche in questo caso si trattava di mettere in luce uno dei temi dominanti del Concilio vaticano II, la realtà comunionale della Chiesa, «segno e strumento» non solo dell'intima unione degli uomini con Dio, ma anche «dell'unità di tutto il genere umano» (Lumen Gentium, 1). Ancora tornava il discorso sul fatto cristiano nella sua tensione: da Dio, dinamicamente aperto sul mondo intero. E come nel precedente convegno l'evangelizzazione, che ha origine dal dono di Dio, era stata vista in rapporto alla promozione dell'uomo, nel prossimo convegno la «riconciliazione cristiana», che viene da Dio, sarà considerata in rapporto alla comunità ecclesiale e civile degli uomini. Pur nella variazione del tema, torna l'accento sul rapporto Chiesa e mondo, Vangelo e cultura, fede e storia, come rileva anche il documento preparatorio del convegno stilato dalla Presidenza del Comitato nazionale. preparatorio (La forza della riconciliazione,4 ottobre 1984) al paragrafo. 2.2.3. Si tratta dunque della fondamentale continuità di un cammino, pur nella variazione dell'ottica.

Nel primo caso, si è trattato dell'annuncio della Parola di Dio, dell'evangelizzazione, nel secondo caso si tratta della «comunione», della «riconciliazione», che scaturiscono dall'amore di Dio, coinvolgendo i credenti e il mondo intero. In un caso e nell'altro è in gioco un dono che tende a parteciparsi, rivelando la conseguente intima anima missionaria e di servizio dèlla Chiesa, frutto del gesto di Dio.

Contemporaneamente si è voluto prestare una particolare attenzione ad alcune esigenze che paiono emergere nel nostro tempo, nella nostra società e Chiesa italiane. Espressamente afferma il documento preparatorio della Segreteria della Cei: «Se da un lato esso (il prossimo convegno) richiama il convegno del 1976 su Evangelizzazione e promozione umana, dall'altra risponde ad esigenze nuove, avvertibili nel mutato quadro culturale e sociale e nel bisogno di portare le previste articolazioni del tema Comunione e comunità nella direzione della ministerialità e della missionarietà della Chiesa» (ibid. 5).

E a proposito di questo mutato quadro culturale e sociale, che presenta particolari disagi e attese, lo stesso documento scrive: «Il nostro è un tempo di frammentazione e di incomunicabilità. Anche il nostro paese è, si può dire, malato allo stato endemico di mancanza di comunicazione La Chiesa non ne è esente, non è alla finestra, è dentro. Essa è mistero e storia di comunione, e può essere presenza vera solo per la sovrabbondanza della sua propria comunione» (ibid. 3).

Evidentemente la sottolineatura si riferisce alla Chiesa italiana; tuttavia non si deve dimenticare che questa istanza è oggi particolarmente presente nella Chiesa universale e nel mondo intero, come ha rilevato anche il recente Sinodo universale dei vescovi che nell'ottobre del 1981 affrontò il tema Riconciliazione e penitenza, e lo ripete la recente esortazione apostolica di Giovanni Paolo II (Reconciliatio et Paenitentia, 2 dicembre 1984), che riprende i discorsi di quest'ultimo Sinodo dei vescovi, rilevando la «frantumazione» presente nel mondo contemporaneo (cfr. n. 2), e la presenza in esso di una profonda nostalgia di riconciliazione (cfr. n. 3).

È interessante notare come sia il primo che il secondo convegno ecclesiale della Chiesa italiana siano coincisi con due Sinodi episcopali su analoghi temi e con la pubblicazione di due rispettivi importanti documenti pontifici sul medesimo argomento, dando così un tangibile saggio della «comunione» e dell'«articolazione» nella vita della Chiesa dei rapporti tra «Chiesa locale» e «Chiesa universale».

Va infine segnalato che vi è stato un cammino anche all'interno della stessa preparazione del convegno, come dimostrano i due documenti preparatori successivamente pubblicati (Indicazioni per il secondo convegno della Chiesa italiana, 24 maggio1984, a cura della Segreteria generale della Cei; La forza della riconciliazione, 4 ottobre 1984, a cura della Presidenza del comitato nazionale preparatorio). Mentre il primo di essi si sofferma sui punti fondamentali del convegno, delineandone come la cornice, il secondo, molto più lungo (25 pagine il primo, 80 il secondo), approfondisce soprattutto il fatto e le ragioni delle divisioni presenti nella società e nella Chiesa, e quindi i vari livelli di partecipazione della riconciliazione, le sue condizioni.

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Riferimento teologico

ll prossimo convegno ecclesiale non solo si inserisce in una storia, anzi ha già una sua piccola storia, ma si inscrive anche in un quadro teologico che sta come sullo sfondo delle sue analisi, delle sue scelte, ed è costituito fondamentalmente dal modo di intendere la «riconciliazione cristiana», la dimensione «missionaria» della Chiesa e soprattutto il «rapporto Chiesa e mondo».

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La riconciliazione cristiana

Evidentemente la riconciliazione cristiana sta al centro di questo quadro, anche se non va semplicemente accostata alle altre due citate dimensioni del mistero cristiano, poiché in quelle essa si esprime e si esplicita.

La riconciliazione della quale intende parlare il prossimo convegno è quella «cristiana», cioè quella che si è compiuta in Cristo, e che perciò viene a noi da lui, e non tanto quella che ci costruiamo noi uomini con il nostro ingegno, con le nostre abilità. Mediante Gesù Cristo siamo stati riconciliati con Dio (cfr. Rom 5, L0), per cui san Paolo esorta i Corinti: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5, 20). In termini teologici essa si chiama «grazia», «dono»; e perché da Cristo, porta la sua impronta, il suo stile, il dinamismo della sua vita. Essa perciò non è qualcosa di astratto, come non fu astratta la vita di Cristo; né si riduce ad essere un «esempio» per noi, ma una forza nuova in grado di cambiarci l'esistenza, di «convertirci».

Ciò significa che la «misura» e la «capacità» della «riconciliazione», e della «comunione» cristiana, che ne è come il frutto, vengono a noi da Cristo, e non dai nostri gusti, dai nostri progetti. I gruppi, le associazioni, le parrocchie, i singoli cristiani, non si riconciliano perciò ponendosi gli uni misura degli altri, ma insieme sottoponendosi all'unica misura, che è Cristo, conformandosi a lui.

Come a proposito dell'evangelizzazione la Chiesa deve lasciarsi evangelizzare per poter a sua volta annunciare il Vangelo (nella Costituzione Dei Verbum i padri conciliari così si sono presentati: «In religioso ascolto della parola di Dio e proclamandola con piena fiducia»), analogamente per riconciliare essa deve anzitutto lasciarsi riconciliare da Cristo, convertirsi a lui, e perciò presentarsi «riconciliata». Insegna in proposito Giovanni Paolo II: «La Chiesa, per essere riconciliatrice, deve cominciare con l'essere una Chiesa conciliata. Sotto questa semplice e lineare espressione soggiace la convinzione che la Chiesa, per annunciare e proporre sempre più efficacemente al mondo la riconciliazione, deve diventare sempre più una comunità... di discepoli di Cristo, uniti nell'impegno di convertirsi continuamente al Signore» (Reconciliatio et Paenitentia, 9).

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La missionarietà

Questa forte insistenza sull'iniziativa di Dio nel processo della riconciliazione non deve però farci concludere con il più completo disimpegno dell'uomo. Proprio perché »in nessun modo meritato), e investe le stesse radici dell'esistenza dell'uomo, la sua capacità di amore, spenta dal peccato, per questo l'intervento suo riaccende le capacità di amore della persona umana, le mobilita, le apre agli altri a somiglianza di Cristo, donde è venuto quel dono. Un’iniziativa di Dio finisce così con l'essere il gesto più impegnativo per l'uomo. Non si tratta di una missionarietà di conquista, ma di offerta, di partecipazione, di liberazione. Come il Padre ha mandato il suo divin Figlio perché fosse principio di riconciliazione per gli uomini (cfr. Gv 3, 16, 17), ed egli lo fu dando la sua vita, così ogni « graziato», «riconciliato», è mandato per essere a sua volta «segno» efficace di riconciliazione.

Nella stessa preghiera che Gesù ci ha insegnato egli volle collegare intimamente il perdono suo, la sua riconciliazione, con il nostro perdono, la nostra riconciliazione: «Perdona a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori».

Viene però da chiedersi: ma qual è l'orizzonte di questa riconciliazione nella quale siamo coinvolti? Si ferma all'interiorità della nostra persona, al nostro gruppo, alla nostra parrocchia, alla Chiesa? Se la riconciliazione della quale parliamo è quella che viene da Cristo, essa avrà l'orizzonte della sua stessa missione. Scrive san Paolo ai Colossesi: «Piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla tema e quelle dei cieli» (Col 1,19-20).Un orizzonte che pone il problema dei gradi, dei tempi, dei modi e delle vie di questa riconciliazione, senza però per questo perdere la sua fondamentale universalità.

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ll rapporto tra Chiesa e mondo

In continuità del nostro discorso si presenta ora il terzo aspetto del riferimento teologico: il rapporto tra Chiesa e mondo. Un riferimento comandato dalla «riconciliazione cristiana» e dalla «missionarietà» della Chiesa, in quanto Dio ha voluto riconciliare il mondo, e per la sua salvezza il Padre mandò il suo Unigenito, e questi la Chiesa. Si tratta di un rapporto, quello tra la Chiesa e il mondo, che esclude sia la loro identificazione che la loro separazione. Alla fine dei tempi ci sarà solo il mondo salvato. Ma nel corso della storia resterà il loro rapporto dialettico, che non attraversa tanto delle ragioni particolari, ma lo stesso cuore dell'uomo, la sua vita, luogo d'incontro, di condivisione, di purificazione, di amore di Dio per l'umanità in Gesù Cristo, e della sua Chiesa.

Il tema di questo rapporto fu più volte ripreso in questi ultimi vent'anni, dando origine qualche volta anche a dei fraintendimenti per contraddittorie spinte o verso la loro separazione, o verso la loro identificazione. Anche nella recente esortazione apostolica sulla riconciliazione e la penitenza, il Papa ha sottolineato questo rapporto nella di-stinzione: «La Chiesa, senza identificarsi col mondo, né essere del mondo, è inserita nel mondo ed è in dialogo col mondo» (Reconciliatio et Paenitentia, 2).

Il Vaticano II dedicò a questo tema un'intera sua Costituzione, quella sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, dove aveva sottolineato che: «La Chiesa... cammina insieme con l'umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena ed è come il fermento e quasi l'anima della'società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di Dio» (Gaudium et spes,40).

Paolo VI, a sua volta, più volte è tornato nel suo insegnamento su questo tema, su questo rapporto. Valutando i lavori del Vaticano II, come in un rapido consuntivo, così ha detto nell'omelia della nona sessione conciliare, il 7 dicembre 1965: «L'antica storia del samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni dell'uomo (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l'attenzione del Sinodo».

E soffermandosi sul rapporto evangelizzazione e promozione umana, ha individuato tra i due tre ordini di legame, che sono quelli che intercorrono anche tra Chiesa e mondo: quelli di ordine antropologico, per cui l'uomo da evangelizzare non è un essere astratto, ma concreto, condizionato dalle questioni sociali ed economiche; quelli di ordine teologico, per cui il piano della redenzione non è disgiunto da quello della creazione, e perciò giunge «fino alle situazioni molto concrete dell'ingiustizia da combattere, e della giustizia da restaurare»; quelli infine di ordire eminentemente evangelico, per cui nel comandamento della carità è compresa la promozione di tutti i beni dell'uomo, come lo sviluppo, la giustizia, la pace (cfr. Evangelii Nuntiandi, 31).

Più recentemente Giovanni Paolo II, nella sua prima enciclica, riprendendo quel discorso fondamentale del Concilio di Paolo VI, facendo centro sull'uomo, il cui mistero trova nel Verbo incarnato la sua vera luce (cfr. Gaudium et Spes, 22), così ha insegnato: «L'uomo, nella piena verità della sua esistenza, del suo essere personale ed insieme del suo essere comunitario e sociale... quest'uomo è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione: egli è la prima e fondamentale via della Chiesa». (Redemptor hominis, 14).

In questo quadro vanno letti l'intimo rapporto e la distinzione tra « riconciliazioni cristiana» e «comunità degli uomini», distinguendo i suoi vari livelli di coscienza personale, di legami societari, di legami ecclesiali (cfr. La forza delta riconciliazione, Appendice I).

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Riferimento situazionale

Se la Chiesa vive nel mondo, in dialogo con esso, e la riconciliazione cristiana è per la sua salvezza, essa non può essere vissuta e proposta adeguatamente se non ci si rende conto delle condizioni del mondo contemporaneo, delle sue fratture, delle sue aspirazioni, se non si opera dentro le sue condizioni storiche. Di qui la necessità della collaborazione nella celebrazione del convegno e nel periodo del post-convegno di persone con competenze ed esperienze diverse, di laici, di sacerdoti e di religiosi, per poter «discernere» il nostro tempo. Più volte, il cardinal Martini, presidente del comitato nazionale preparatorio del convegno, ha indicato nel discernimento cristiano lo scopo principale di questo incontro della Chiesa italiana.

Del resto afferma apertamente il sussidio di preparazione dell'Assemblea: «Esso (il convegno) non si propone né potrebbe ragionevolmente proporsi l’obiettivo di superare le molte forme di divisione che affliggono la Chiesa italiana; ma deve invece proporsi innanzitutto l’obiettivo di un discernimento cristiano capace di aiutare l'impegno di tutti i giorni e di tutti i momenti della vita ecclesiale » (La forza della riconciliazione, 2 3.2.).

Il fatto che la Chiesa vive entro lo spazio della società civile, e non semplicemente accanto ad essa, con i suoi linguaggi, le sue comunicazioni, le sue strutture, la sua cultura, i suoi problemi, e che lo Spirito santo, a sua volta, possa operare nel cuore di ogni uomo, e perciò anche fuori dei confini visibili della Chiesa, rende particolarmente arduo questo discernimento.

Divisione e riconciliazione richiamano l'esigenza del riconoscimento di valori comuni, altrimenti non solo non si è in grado di «riconciliarsi», ma neppure di parlare di divisioni e di riconciliazioni, mancando un metro di misura.

Pare che mentre da una parte, a motivo dello sviluppo delle tecnologie e della razionalizzazione previa della convivenza umana, si sono sempre più sviluppate le interdipendenze e le omologazioni dei rapporti sociali degli uomini, dal punto di vista delle valutazioni morali invece si sia seguita la via inversa, quella della privatizzazione. Un problema questo, dell'esigenza e della crisi di una piattaforma comune di certezze e di riferimenti morali comuni, che ha avuto i suoi risvolti anche nella vita della Chiesa (cfr, La forza della riconciliazione, 2.3.3. a). D'altra parte si avvertono anche desideri profondi di uscire dalle divisioni. Osserva Giovanni Paolo II nel suo recente documento su la riconciliazione e la penitenza, dopo aver rilevato una serie d'ingiustizie e di contraddizioni presenti nel nostro tempo: «Lo stesso sguardo indagatore, se è sufficientemente acuto, coglie nel vivo della divisione un inconfondibile desiderio da parte degli uomini di buona volontà e dei veri cristiani di ricomporre le fratture, di rimarginare le lacerazioni, di instaurare, a tutti i livelli, un'essenziale unità... In ogni caso, l'aspirazione a una riconciliazione sincera e consistente è, senza ombra di dubbio, un motivo fondamentale della nostra società, quasi riflesso di una incoercibile volontà di pace» (Reconciliatio et Paenitentia, 3). Divisione e riconciliazione, negazione della pace e aspirazione alla pace, si possono situare a livelli diversi nel mistero dell'uomo, e contraddirsi.

La lettura della situazione non dovrà perciò registrare soltanto gli eventi più immediati nella vita dell'uomo, ma anche quelli più profondi; non solo le sue coerenze, ma anche le sue incoerenze; non solo le spinte negative, ma anche quelle positive. Ci ha dato un saggio significativo di questa lettura del mistero dell'uomo non solo nella successione degli avvenimenti, ma anche nella profondità delle sue risonanze, sant'Agostino nelle sue Confessioni.

Fa parte della lettura cristiana, cattolica, della storia e perciò del riferimento alla situazione, non solo il coraggioso riconoscimento di tutte le devianze dell'uomo, ma anche di tutti i germi di bene che operano in lui, contraddicendo le sue stesse scelte, poiché lo Spirito di Cristo attualmente ed efficacemente opera nel cuore degli uomini, e perciò all'interno della storia, nonostante tutte le loro resistenze e sordità.

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«Analogia» e «paradossalità» della riconciliazione cristiana

Il riferimento storico, teologico, situazionale, segna per così dire la mappa del prossimo convegno. All'interno di questa mappa si avverte però un'estrema varietà di significati che può venir data ai termini «divisione» e «riconciliazione». Si parla così di «divisione» e di «riconciliazione» in rapporto alle persone e in rapporto alle istituzioni, a livello morale e a livello giuridico, personale e societario (vedi per es. il caso del perdono e della riconciliazione per i brigatisti pentiti), in rapporto a Dio e in rapporto agli uomini. Le stesse ragioni delle divisioni e quindi delle vie della riconciliazione si presentano a livelli diversi: per motivi di età, di temperamento, di condizioni di vita, di tradizione, di abitudine, di esperienza, di cultura, di libere scelte.

Si dà dunque un uso analogico dei termini «divisione» e «riconciliazione», che trova il suo epicentro nel rapporto interpersonale, e che di riflesso si applica a tutto ciò che esprime o aiuta a esprimere, oppure ostacola o addirittura interrompe questo rapporto. E poiché questo uso analogico si fonda su la centralità ontologica dell'uomo, dei suoi rapporti intersoggettivi, si comprende come la «divisione» e la «riconciliazione» per il cristiano rimanda al rapporto intersoggettivo fondante, quello dell'uomo con Dio suo creatore e salvatore.

Ora, come il rapporto interpersonale si pone quale misura e fine di ogni espressione o strumento di rapporto, costituendo un fondamentale punto di riferimento tra gli uomini nell'organizzazione della loro vita, nella sua valutazione, analogamente il rapporto di Dio con l'uomo, espresso da Cristo nella nostra umanità, si pone a sua volta come punto di riferimento, e misura dei rapporti interpersonali degli uomini, e loro alimento.

Su questa via si comprende la continuità e la novità della riconciliazione cristiana rispetto alla riconciliazione senza il riferimento cristiano. E ci imbattiamo qui nella paradossalità della riconciliazione cristiana.

Radicale è l'opposizione di Cristo al peccato, rottura del rapporto personale dell'uomo con Dio. Se ciò non fosse, Gesù Cristo, Figlio del Padre, negherebbe se stesso. In quanto perciò il mondo è dominato dal peccato, egli non prega per il mondo (cfr. Gv 17,9). D'altra parte Gesù dichiara a Nicodemo che il Padre l'ha mandato per la salvezza del mondo: «Dio... ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16,). E san Paolo, indicando il segreto della vita di Cristo, afferma che per mezzo di lui piacque a Dio di riconciliare a sé tutte le cose (cfr. Col 1., 19-20).

Come si spiega questo rifiuto, e questa accoglienza? Questo segnare i confini, e nello stesso tempo trasgredirli? Si tratta di un interrogativo che ogni cristiano colpito da una qualche offesa mortale, come alcuni che hanno avuto familiari uccisi dalle brigate rosse, non può non porsi anche per la propria vita di credente.

Gesù Cristo ci ha riconciliati condividendo la nostra esistenza, con le sue varie lacerazioni e sofferenze, «percependo e soffrendo» fino in fondo il dramma stesso della divisione dell'uomo da Dio (cfr. Mc 27,46; Mc 15,34; 2 Cor 5,21; Gal 3,13; Rom 8, 3; cfr. Reconciliatio et Paenitentia, 7), offrendoci un «modello sconvolgente», in questo cammino di riconciliazione, come Giovanni Paolo II definisce il crocifisso (cfr. Dives in misericordia, 14).

La riconciliazione cristiana nasce dalla misericordia, dal perdono. Misericordia e perdono non a poco, ma a caro prezzo, poiché passano per la condivisione della lacerazione, della sofferenza umana, non però della colpa. La ragione di questa condivisione fu quella contraria alla ragione del peccato, poiché essa si radicò nell'amore gratuito di Dio. In questo senso la misericordia, la riconciliazione di Dio, non vanno contro la giustizia, ma piuttosto la compiono nelle sue esigenze più profonde. La ragione dell'opposizione irriducibile di Cristo al peccato è la stessa del gesto con cui egli ci riconcilia: l'amore. Per esso l'uomo viene «restituito a se stesso. Da esso non viene semplicemente coperto il male, ma vinto. Così la riconciliazione cristiana si presenta come la via del più profondo rinnovamento della vita. Pare un atto di debolezza, e invece è tanto esigente, è tanto potente.

Osserva Giovanni Paolo II: «L'autentica misericordia è, per così dire, la fonte più profonda della giustizia. Se quest'ultima è di per sé idonea ad "arbitrare" tra gli uomini nella reciproca ripartizione dei beni oggettivi secondo l'equa misura, l'amore invece, e soltanto l'amore (anche quell'amore benigno, che chiamiamo "misericordia") è capace di restituire l'uomo a se stesso» (Dives in misericordia, 14).

Questo riferimento al crocifisso che investe la« complessa e tormentata» condizione della comunità degli uomini di oggi, vuole essere il punto unificante dei molti e articolati problemi che tocca il prossimo convegno ecclesiale.

È scritto nel sussidio della Presidenza del Comitato nazionale preparatorio: «Il convegno ecclesiale vuole esplicitare ed applicare all'oggi, complesso e tormentato, della comunità degli uomini e delle donne che vivono in Italia, la fede nella forza riconciliatrice, che scaturisce dall'unico sacrificio di Cristo. La tematica del convegno è dunque unitaria, ma fa riferimento ad una realtà molteplice» (La forza della riconciliazione, 2.1.).

Qui sta non solo il punto nodale del convegno, ma anche il centro delle sue difficoltà e delle sue speranze.