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IL NOSTRO SACERDOZIO

                                      

CONVEGNO PER IL CLERO DELLA DIOCESI DI VERONA

                                    

Seminario di San Massimo

16-18- settembre 1968

                

                 

       

PROGRAMMA DEL CONVEGNO 

LUNEDI' 16 SETTEMBRE

                           

Ore 9,30 -   Introduzione di Sua Ecc. Mons. Vescovo (ndr. + Giuseppe Carraro,  dichiarato beato nel 2015).

                 

1^Relazione: FONDAMENTI BIBLICO-DOGMATICI DEL SACERDOZIO MINISTERIALE. Il nostro sacerdozio alla luce della Parola di Dio, del Magistero e della Teologia. Particolare insistenza sui punti oggi maggiormente discussi.

Relatore: Mons. GIOVANNI VOLTA del Seminario di Mantova.

Ore 11,15 - Gruppi di studio.

Ore 12,30 - Pranzo.

Ore 15,15 - Comunicazioni:  Don C. Bontempi sull'Unione Apostolica;                           Don G. Agnolini sull'orientamento alla vita.

                                    

Ore 15,30 -   2^ Relazione: «IL SACERDOTE NEL RAPPORTO CON CRISTO». Il vero volto della santità sacerdotale.

Relatore: Sua Ecc. Mons. ALBINO LUCIANI, Vescovo di Vittorio Veneto.

Ore 16,30 - Messa cantata in lingua italiana compreso il Canone Romano.

Ore 17,30 - Fine della giornata.

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MARTEDI' 17 SETTEMBRE

Ore 9,30 -   Introduzione di Sua Ecc. Mons. Vescovo.

1^ Relazione: «POVERTA' E CASTITA' DEL SACERDOTE». Valore della duplice testimonianza nel momento attuale della Chiesa.

Relatore: Sua Ecc. Mons. ALBINO LUCIANI, Vescovo di Vittorio   Veneto.

Ore 11,15 - Gruppi di studio.

Ore 12,30 - Pranzo.

Ore 15,15 - Comunicazioni:   Don G. Giusti sui sussidi catechistici;

Don G. Oliosi sui sussidi liturgici.

                                

 

Ore 15,30 – 2^ Relazione: IL SACERDOTE NEI RAPPORTI COL VESCOVO E CON GLI ALTRI SACERDOTI. Fondamenti dottrinali e ascetici.

Relatore: Mons. GIULIO OGGIONI, Rettore del convitto Ecclesiastico di Saronno (ndr.: poi vescovo prima di Lodi e in seguito di Bergamo).

Ore 16,30 - Messa con canti. Si userà la terza antifona eucaristica.

Ore 17,30 - Fine della giornata.

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MERCOLEDI' 18 SETTEMBRE

Ore 9,30 -   Introduzione di Sua Ecc. Mons. Vescovo.

1^ Relazione: «IL SACERDOTE NEL RAPPORTO COL POPOLO CRISTIANO». I Ministeri sacri con particolare riguardo al mistero eucaristico.

Relatore: Padre SECONDO MAZZARELLO S. P., Membro del Consilium ad exsequendam const. De Sacra Liturgia.

Ore 11,15 - Gruppi di studio.

Ore 12,30 - Pranzo.

Ore 15,15 - Comunicazioni: Mons. Sennen Corrà sulle conclusioni dei gruppi di studio.

                         

Ore 15,30 –  2^Relazione: «SACERDOTI, LAICI E ASSOCIAZIONI, SOPRATTUTTO A.C., OGGI».

Relatore: Mons. ALDO DEL MONTE, vice-Assistente Generale dell'A.C. Italiana (ndr. poi vescovo di Novara).

Ore 16,30 - Ufficiatura di suffragio per tutti i sacerdoti defunti. Il rito sarà celebrato secondo le nuove norme diocesane.

Ore 17,30 - Fine della giornata

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MONS. GIOVANNI VOLTA:

Fondamenti biblico - dogmatici del sacerdozio ministeriale

 

SOMMARIO

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INTRODUZIONE

Motivi ed ambito dell'attuale problematica sul Sacerdozio ministeriale

Metodo nella nostra ricerca

IL SACERDOZIO NELLA SACRA SCRITTURA

Antico Testamento

Nuovo Testamento

Il fatto dell'Incarnazione come momento radicale del sacerdozio di Cristo

Il Sacerdozio di Cristo nella sua fenomenologia storica

Dichiarazioni e riflessioni sul sacerdozio di Cristo

Il sacerdozio di Cristo e il nostro sacerdozio

VITA E TESTIMONIANZA DELLA CHIESA

IL RECENTE INSEGNAMENTO DEL MAGISTERO

Il Concilio di Trento

Il Concilio Vaticano II

L'Ecclesiologia in cui s'inscrive la dottrina sul sacerdozio ministeriale nel Vaticano II

Sacerdozio «comune» e sacerdozio «ministeriale» nella Chiesa

Episcopato e presbiterato

La figura del sacerdote secondo il Vaticano II

Recenti insegnamenti di Paolo VI

CONCLUSIONE

INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE

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INTRODUZIONE

Siamo in tempo di contestazione, e non sono immuni da essa neppure i fatti religiosi. Così anche il sacerdozio ministeriale è stato messo in questione. E l’interesse ad esso non si limita alla cerchia del clero, ma si è allargato ai laici, a un vasto pubblico. La prospettiva entro la quale è visto non è più solo di carattere letterario o psicologico, ma teologico.

Recentemente una casa editrice, che solitamente pubblica libri di letteratura, romanzi, ha stampato un libro: «C'è un domani per il prete?», che in brevissimo tempo ha esaurito la sua prima edizione. Strano tempo, così apparentemente lontano da Dio, ma insieme così interessato ai problemi religiosi. Dobbiamo riconoscerlo, salutarmente ci scuote, ci spinge a riflettere, a renderci conto della nostra fede, a studiare.

Nel nostro caso, poi, si tratta di prendere in esame non semplicemente un fatto interessante, o un qualunque problema teologico, ma la nostra stessa ragion d'essere nella Chiesa e nel mondo, e di conseguenza lo stile di vita che dobbiamo assumere.

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Motivi ed ambito dell'attuale problematica sul Sacerdozio ministeriale

Le ragioni che hanno portato gli uomini d'oggi ad interrogarsi sul significato del sacerdozio ministeriale sono varie, e scaturiscono spesso dà matrici diverse. Non è sempre facile scoprirle. Alcune sono dentro di noi, altre nella cultura teologica, altre nella cultura del tempo di oggi, altre ancora derivano dal dialogo salvifico che quotidianamente si svolge nel mondo, e nel quale il sacerdote ha un ruolo tanto im-portante.

Numerose pubblicazioni in questi ultimi tempi hanno cercato di metterne in luce i vari aspetti e le diverse provenienze. Noi qui non pretendiamo ingenuamente di far una diagnosi del nostro tempo sul tema che ci siamo proposto, ma solo di indicare alcuni motivi che l'hanno fatto urgente, in modo che la nostra riflessione teologica non appaia un'esercitazione accademica, ma piuttosto una risposta ad un interrogativo attuale.

Una prima ragione che ha spinto sacerdoti e laici ad interrogarsi sul significato del sacerdozio ministeriale ritengo che sia stata la costatazione della frattura, della distanza tra la vita, il mondo dei preti, e la vita, il mondo degli uomini d'oggi.

A conclusione dell'anno della fede ha detto Paolo VI: «(Una parte di clero) pensa di essere stato buttato in disparte dalla moderna evoluzione sociale»

Il ministero del sacerdote, si avverte, è per la salvezza degli uomini. Ma questa non può essere comunicata se non vi è un incontro.

Così si è parlato dell’esigenza di una «declericalizzazione», di una «secolarizzazione», della dissoluzione della «casta sacerdotale».

Alla costatazione dunque di una separazione, si è proposto, come rimedio, una unione senza distinzioni, variamente però intesa e motivata.

Approfondendo poi ulteriormente questa problematica da un punto di vista teologico ci si è chiesti qual è la differenza tra il sacerdozio comune dei fedeli e quello ministeriale, tra il sacerdozio del presbitero e quello del vescovo e il loro ruolo specifico nella Chiesa e nel mondo.

Così dalle considerazioni sociologiche si è passati a quelle di carattere più strettamente teologico; e in continuità con queste alle vie specifiche atte per rispondère agli interrogativi sollevati: lo studio della Sacra Scrittura e della storia della Chiesa.

Ci si è chiesto: che cosa è stato propriamente voluto da Cristo e cosa è staro voluto dagli uomini? Che cosa è mutevole nella Chiesa in proposito, che cosa permanente? E perciò qual è lo spazio lasciato libero da Dio alla responsabilità della Chiesa animata dal Suo Spirito, e qual è invece la realtà indelebile sulla quale il cristiano di oggi deve necessariamente modellare la propria vita, le proprie scelte?

Ed anche nel rinnovamento lasciato all’iniziava della Chiesa nelle varie epoche, qual è il ruolo di ciascun suo membro? come si compongono i vari ruoli?

Una ulteriore sollecitazione all'approfondimento e alla chiarificazione di questi problemi è stata data anche dal dialogo ecumenico, per cui, fuori di ogni atteggiamento polemico, si è cercato di veder meglio ciò che separa e ciò che unisce i cristiani, ciò che è essenziale in questo e ciò che è secondario.

Si tratta naturalmente. soltanto di una questione, ma che a sua volta rientra nell'altra più ampia della Chiesa, della sua struttura e del suo rapporto con il mondo.

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Metodo nella nostra ricerca

Il sacerdozio ministeriale fa parte del mistero cristiano, e perciò non può essere capito se non dentro di esso, per le vie proprie della conoscenza di questa realtà.

La sociologia per es., la psicologia, possono essere delle scienze ausiliarie molto interessanti, ma non possono darci un giudizio valutativo su che cos'è il sacerdozio, qual è il suo compito, l'ambito della sua evoluzione.

Certamente in quanto il sacerdozio s'incarna in persone, in situazioni storiche, può essere oggetto di studio anche di queste scienze, ma in un certo ambito, in un ben preciso limite.

Così pure poiché il sacerdozio è in servizio di Dio e degli uomini che appartengono ad una determinata epoca storica, con strutture e sensibilità proprie, la psicologia e la sociologia possono essere molto importanti per comprendere come i sacerdoti dovranno mettersi in rapporto con la gente del tempo nella loro vita, nel loro ministero, ma devono presupporre, come dato già stabilito per altre vie conoscitive, che cos'è il sacerdozio, cioè la realtà che va incarnata, vissuta.

Per questo anzitutto noi lo dovremo vedere nel suo esemplare primo, unico, Cristo, attraverso le vie mediante le quali Dio ha voluto manifestare a noi il suo mistero, la Sacra Scrittura e la Sacra Tradizione. aperti contemporaneamente all'azione dello Spirito che ci «conduce alla comprensione di tutta la verità», alla guida del Magistero, in fedeltà alla promessa e al mandato di Cristo.

E poiché, come scrive il Concilio (cfr. «Dei Verbum» nn. 4,7,8), la Rivelazione di Dio si è compiuta mediante gesti e parole, e mediante gesti e parole continua ad essere testimoniata nella Chiesa, è dentro la storia salvifica che dovrà essere studiato il sacerdozio ministeriale. In essa vanno cercati i suoi modi, le sue manifestazioni, la sua natura. le sue eventuali caducità, nella totalità dei suoi aspetti, utilizzando contemporaneamente la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e i1 Magistero della Chiesa che «per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non potere indipendentemente sussistere, e tutti insieme, secondo il proprio modo, sotto l'azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime» («Dei Verbum» n. 10).

Di conseguenza una ricerca teologica che trascurasse una di queste vie si porrebbe come incompleta e perciò inadeguata a dare una conclusiva risposta all'interrogativo sollevato.

Infine bisogna tener presente la condizione di sviluppo in cui si trova la Chiesa nel prendere coscienza di tutti i valori che essa porta, e dei modi di questo sviluppo. Scrive il Concilio: «cresce infatti la comprensione, tanto delle cose come delle parole trasmesse, sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro (cfr. Lc. 2, 19 e 51), sia con l'intima intelligenza delle cose spirituali sperimentate, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità » («Dei Verbum» n. 8).

È in questa prospettiva dinamica che va interpretato nella storia la dottrina sul sacerdozio ministeriale, così da leggere nella chiarezza della coscienza di oggi i fatti più antichi, e insieme avvertire l'apertura dei problemi trattati a successivi approfondimenti, convinti che «la Chiesa... nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio» («Dei Verbum» n. 8).

Questa nostra proposta di metodo di studio perché sfoci in una «revisione di vita» per tutti noi, dovrà però poi integrarsi nell'esame delle esigenze, delle strutture, delle sensibilità, della cultura del nostro tempo.

Ma non si può dire tutto, in un momento. Qui noi avviamo solamente la prima parte€ del discorso sul sacerdozio ministeriale: i suoi fondamenti biblico-dogmatici.

Anzi, poiché il tema, anche se coglie solo una parte della problematica del sacerdozio, è molto vasto, nella mia esposizione farò più delle indicazioni di studio che un vero e proprio svolgimento.

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IL SACERDOZIO NELLA SACRA SCRITTURA

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Nella Sacra Scrittura, come poi nella storia della Chiesa, noi dobbiamo distinguere l'esercizio di un compito dal parlare di questo compito.

Non sempre queste due manifestazioni si equivalgono nelle proporzioni, anche se nel loro valore noetico sono intimamente congiunte e si completano a vicenda.

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Antico Testamento

Nell'Antico Testamento possiamo grosso modo distinguere due tempi circa la dottrina sul sacerdozio: il primo, quello dei Patriarchi, che si spinge poi fino a Mosè, in cui i vari poteri di governo e sacerdotale sono riuniti in una sola persona, e l’altro, quello in cui coloro che esercitano questi poteri si distinguono anche se, in più di un caso, in occasione di particolari circostanze, avviene che una stessa persona li eserciti insieme (vedi per es. il caso di Re che esercitarono anche poteri sacerdotali, come David, Salomone, Geroboamo I, ecc.).

In questo secondo tempo vediamo che vanno distinguendosi tre figure: quella del Re, quella del Sacerdote (il Sacerdozio Levitico) e quella del Profeta.

Tre figure distinte, ma non estranee l'una all'altra. La loro scelta è da Dio o come persona, o come dinastia, per il servizio di Dio e del suo popolo. Così più di una volta l'una (per es. il profeta) interverrà perché le altre abbiano ad esercitare con maggiore fedeltà il loro compito. Esse non sono fine a se stesse, ma per l’animazione del Popolo di Dio, popolo sacerdotale.

Esse sono una realtà storica presente del popolo d'Israele, ma insieme si aprono nell'annuncio e nell'aspettativa di un personaggio futuro che le esprimerà più compiutamente.

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Nuovo Testamento

Le immagini, le attese dell'Antico Testamento trovano il loro pieno compimento in Cristo, e da Lui un nuovo corso, una nuova dimensione assume il sacerdozio. E come l'Antico Testamento trova la sua piena intelligibilità nel Salvatore, così la vita e i vari ministeri della Chiesa sono comprensibili solo in rapporto con Cristo, in dipendenza da Lui. Per questo dovremo distinguere il sacerdozio di Cristo, e il sacerdozio da Lui partecipato, in un ordine non solo di successione, ma di intima dipendenza nella loro interiore intelligibilità.

In questo itinerario conoscitivo poi sarà necessario tener presente il principio di lettura già sopra ricordato, e cioè che il fatto precede la riflessione su di esso, e che viene presentato il sacerdozio di Cristo o dei suoi discepoli non solo quando espressamente si usa il termine «sacerdozio», ma in tante altre occasioni. Cosí, per es., nei Vangeli non si parla mai di Sacerdozio di Cristo, e tuttavia essi ampiamente illustrano questo fatto.

Parlando poi in modo particolare del sacerdozio di Cristo, dobbiamo ricordarci che esso non è misurato da nessun altro sacerdozio, ma piuttosto esso è la misura di ogni altra forma, e perciò va visto e studiato senza schemi prefabbricati, in piena disponibilità recettiva, anche se trova ampie risonanze nella storia degli uomini.

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Il fatto dell'Incarnazione come momento radicale del sacerdozio di Cristo

Cristo è il Verbo fattosi carne, e perciò è la manifestazione e il dono più grande di Dio all'uomo e contemporaneamente costituisce nella nostra carne la risposta più perfetta dell'uomo all'amore di Dio.

Una manifestazione, un dono, una risposta, compiuti dentro la nostra storia concreta di uomini che vivono nel tempo, in una successione di atti e di parole, peccatori e insieme fatti per la santità.

Specialmente il Vangelo di S. Giovanni sviluppa questo tema: basti pensare al prologo, all'incontro con Nicodemo, con la Samaritana, al discorso del pane, ecc.

Riflettendo quindi su questo fatto ci si rende conto dell'unicità, della profondità, e insieme della storicità del sacerdozîo di Cristo, che in Lui anzitutto si definisce come dono di Dio all'uomo, e dell'uomo a Dio dentro la nostra umanità.

Un Sacerdozio che non nasce da una delega umana, ma da una scelta libera di Dio, e perciò è più profondamente rappresentativo di ogni uomo. Per la salvezza di tutte le genti il Verbo si è incarnato, perciò rappresentante di ogni gente si è costituito presso il Padre, e Dio che ha creato l'uomo può, a pieno diritto, incarnandosi, rappresentare ogni uomo, farsi cioè interprete della sua vocazione più profonda.

Certo questo fatto non toglie che poi ogni uomo crescendo in conoscenza e in libertà non sia impegnato a decidersi di fronte a Lui, facendo coscientemente proprio quel vincolo che Cristo già con esso aveva allacciato.

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Il Sacerdozio di Cristo nella sua fenomenologia storica

Questa scelta di Dio, l'Incarnazione, si presenta poi a noi in una sua fenomenologia storica, che ci indica come Cristo in concreto volle manifestarsi, donarsi a noi, e insieme adorare nella nostra vita il Padre. È importante studiare questa fenomenologia, e non soltanto il fatto radicale nella sua costituzione metafisica, poiché non solo i gesti sempre sono via conoscitiva di chi li compie, ma in modo particolare quando si tratta del Figlio di Dio fattosi uomo, perché in nessun altro come in Lui le condizioni di vita, le situazioni, gli atti, furono volutamente scelti, e perciò in nessun altro uomo come in Lui, la vita manifestò il suo essere, la sua libera volontà.

In questa prospettiva acquistano un particolare significato le varie tappe e i modi della vita di Cristo, come il tempo passato nel nascondimento e nel lavoro a Nazareth, il suo incontro con i poveri, con gli ammalati, con le folle, con i potenti nella vita pubblica; le sue angustie e le sue gioie; le scelte dei suoi amici, i suoi rapporti con loro; lo stile della sua vita; la sua passione e morte, la sua risurrezione ed ascensione al cielo.

Il Signore ha lavorato manualmente, ha insegnato, ha pregato, ha compiuto prodigi e insieme rifiutò la potenza per difendersi; rimase nel nascondimento in certi tempi, in altri si dichiarò davanti alle folle. Fu cercato, fu rifiutato. Si dichiarò re e maestro ed ha servito.

Nessuno Egli sente estraneo, ma insieme nessuno riesce a catturarlo per sé, per le proprie mire, per una grandezza di questo mondo.

In intima relazione con questa fenomenologia storica dobbiamo ora leggere le parole che la manifestano più compiutamente, che la commentano.

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Dichiarazioni e riflessioni sul sacerdozio di Cristo

Cristo, specialmente nel Vangelo di S. Giovanni, si dichiara l'inviato dai Padre nel mondo (cfr. per es. 3, 17; 10, 36; 17, 18), colui che è venuto nel mondo (cfr. per es. 3, 19; 12,46; 16,28), per essere la luce degli uomini (cfr. 3, 19; 12, 46); non per condannare il mondo, ma per salvarlo (cfr. per es. 3,17; 12,47). Egli è venuto a rendere testimonianza di ciò che ha visto (cfr. 3, 11), della verità (cfr. 18,37), la verità che è luce, vita, che fa vivi (cfr. 1,4-5, 12-13). La gente che ha assistito al miracolo della moltiplicazione dei pani esclama: «È veramente Lui il profeta che deve venire nel mondo» (6, l-4).

Con la venuta del Verbo nel mondo si inaugura una nuovo spirito nel culto a Dio: «Ma viene l'ora, ed è adesso, in cui i genuini adoratori adoreranno il Padre in spirito di verità; il Padre infatti, tali vuole i suoi adoratori» (4, 23). All'antica economia di salvezza subentra la nuova, e Cristo ne è la fonte, il cento: «Io sono il pane della vita. I vostri padri nel deserto mangiarono la manna e sono morti; il pane che discende dal cielo è tale che colui che ne mangia non muore. Io sono il pane vivente disceso dal cielo: se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (6, 48-51).

Lui sarà l’agnello pasquale, compiendo in sé il vaticinio del profeta Isaia, e insieme trasformando la Pasqua ebraica, poiché si tratterà del sacrificio e dell'offerta non di qualcosa che appartiene all'uomo, ma dell'uomo stesso: Gesù è l'offerta, come Cristo sarà pure il tempio nuovo (cfr. Giov. 2, 18-22).

Nei Sinottici Gesù Cristo si dichiara venuto per predicare il Regno (cfr. per es. Mt. 4, 17; Mc. 1, 14-15), per evangelizzare il Regno di Dio (cfr. per es. Mt. 4, 23), per dare la propria vita (Mt. 16, 21-23; idem 17, 22-23; idem 21, 33-46; Lc. 9, 44-45). E la sua morte viene ricollegata al sacrificio espiatorio del servo di Jahvé (cfr. Mc. 10, 45; 14, 24; cfr. Is. 53), al sacrificio di alleanza di Mosè (cfr. Mc. 14, 24; cfr. Es. 24, 8), allo spargimento di sangue dell'agnello pasquale (cfr. Mc. 14, 24; cfr. Es. 14, 7; 13, 22; vedi inoltre l'istituzione dell'Eucaristia in Matteo, 26, 26-28, e in Luca, 22, 19-20).

Ma non solo come sacrificatore e vittima e profeta si presenta Cristo, ma anche come custode e signore della legge, che Egli è venuto a compiere (Mt. 5,17) e a superare (Mt. 5, 20-48; cfr. Lc. 6, 27-42; 10, 25-37; Giov. 13, 34), mentre i sacerdoti dell'A.T. erano solo custodi della legge.

Sempre nei Vangeli Sinottici, e poi nel Vangelo di S. Giovanni (Mt. 3, 16-17; Mc. 1, 11; Lc. 3,21-22; Giov. 1,32-34), viene presentata come una specie d'investitura di Cristo da parte dello Spirito collegata al battesimo di penitenza del Battista, all'inizio della vita pubblica. Un sacerdozio, quello di Cristo, commenta J. Lecuyer in proposito, che si origina in tal modo da due unzioni, quella dell'incarnazione e quella proveniente dallo Spirito Santo (op. cit. pp. 89-121).

Sul tema del sacerdozio di Cristo torna poi anche S. Paolo quando presenta Gesù quale agnello pasquale (1 Cor. 5,7), servo di Dio (Fil. 2, 6-11), redentore (Rom. 3, 24), salvatore mediante il suo sangue (Rom. 5, 9; Col. 1, 20; Ef. 1, 7; 2, 13); e S. Pietro quando parla di Cristo quale servo di Jahvé (1 Pt. 2, 21-25), del suo sangue purifi-catore (idem 1, 2-19), della sua condizione di agnello innocente sacrificato (idem 1, 19).

Gli Atti degli Apostoli a loro volta tornano sul tema del sacrificio del servo di Jahvé (cfr. 3, 13; 4, 27-30; 8, 32).

Ma è soprattutto la lettera agli Ebrei che tratta l’argomento del Sacerdozio di Cristo, svolgendolo in forma sistematica.

In essa viene messa ampiamente in luce la continuità e insieme la discontinuità tra il sacerdozio dell'A.T. e quello di Cristo, tra i sacrifici dell'Antica Legge, e l'unico, perfetto sacrificio del Verbo incarnato. Della persona in particolare di Cristo viene detto che è Figlio di Dio, e che a Lui sono soggette tutte le cose, ma insieme che si è «as-similato in tutto ai fratelli, per divenire pontefice misericordioso e fedele nelle cose riguardanti Dio, al fine di espiare i peccati del popolo. Appunto perché egli stesso ha patito nel venir messo alla prova, è in grado di soccorrere coloro che vengono provati» (2, 17-18).

E perciò «Non abbiamo un sommo sacerdote che non possa compatire le nostre infermità, bensì uno che, come noi, è stato provato in tutto, tranne il peccato» (4, 15). Viene pure affermato che a differenza degli antichi sacerdoti, Cristo è «santo, innocente, incontaminato, segregato dai peccatori ed elevato al di sopra dei cieli; il quale non ha bisogno ogni giorno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici prima per i propri peccati, poi per quelli del popolo» (7, 26-27).

Dei sacrificio di Cristo è detto che, a differenza dei sacrifici dell'A.T., non si tratta del sangue di altri, non si tratta di un sacrificio più volte ripetuto, di un sacrificio inefficace, ma del sacrificio dello stesso Salvatore (7, 27; 9, 25-26) avvenuto una sola volta, capace di togliere tutti i peccati (9, 27-28), permanentemente efficace (10, 8-18).

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Il sacerdozio di Cristo e il nostro sacerdozio

Come Cristo nei Vangeli non si attribuisce esplicitamente il Sacerdozio, così non parla esplicitamente del sacerdozio che Egli volle partecipare agli uomini che credevano in Lui, agli Apostoli. Si parla però di esso in termini equivalenti.

A tutti il Signore chiede di seguirlo portando la loro croce (cfr. Mt. 16, 24; Mc. 8, 34; Lc. 9, 23), bevendo il suo calice (cfr. Mt.20, 22), rendendogli testimonianza fino alla morte (Mt. 20, 17-42).

Mostra però una cura speciale per alcuni, gli Apostoli. I Vangeli mettono in particolare risalto la loro chiamata.

Prima di essa Cristo prega, sale sul monte (si tratta di un atto di autorità), e li sceglie secondo la sua volontà.

Scrive san Luca: «E avvenne che, in quei giorni, egli se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte a pregare Dio. Quando si fece giorno chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di Apostoli» (6, 12-13). E S. Marco: «Poi salì sulla montagna e chiamò a sé quelli che egli volle, ed essi andarono a lui. E ne costituì dodici perché stessero con lui e per mandarli a predicare col potere di cacciare i demoni» (3, 13-15).

Cristo inoltre li porta a condividere la sua vita ed ha per essi una cura particolare. Spiega loro le parabole, risponde alle loro difficoltà. A chi lo segue il Signore chiede il distacco (Mt. 8, 19-22; 10, 37; 19, 16-22) in una forma irrevocabile (Lc. 9, 61), di rimanere sempre accanto a Lui (Mt. 8, l9-20), di condividere la sua vita fino al sacrificio (Mc. 8, 34-36; Giov. 10, 23-26). E queste richieste sono fatte da Cristo anzitutto ai suoi Apostoli, ai quali per primi confida il mistero della sua futura passione e morte.

Poi il Signore li manda a predicare il Vangelo (Mc. 3, 14), la penitenza, a scacciare i demoni (Mc. 6, 7-13), con la sua stessa autorità: «Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Mt. 10, 40). Dà ad essi una autorità particolare sulla comunità (Mt. 16, 18; 18, 18), dichiara che saranno il fondamento del futuro Israele, e perciò siederanno nell'ultimo giorno come giudici (Mt. 19, 27-28). Nell'ultima cena a loro il Signore dice: fate questo in memoria di me; e dopo la risurrezione, apparendo ad essi, afferma: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me anch'io mando voi… Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi li riterrete saranno ritenuti» (Giov. 20, 21-23); «A me fu dato ogni potere in cielo e sulla terra, istruite tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figliolo e dello Spirito Santo, insegnando loro tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla consumazione del mondo» (Mt. 28, 18-20).

Sull'idea dei dodici quale fondamento del nuovo Israele, sull'esigenza che gli Apostoli siano testimoni oculari della vita di Cristo, dal battesimo di Giovanni fino alla sua ascensione, tornano poi anche gli Atti degli Apostoli quando parlano dell'elezione di Mattia 1 21-26, e l'Apocalisse: 21, 14; Ef. 2, 20.

Non solo però il Signore «chiama» e «manda» gli Apostoli, ma invia loro dal Padre lo Spirito Santo: «Quando verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che dal Padre procede, egli mi darà testimonianza. Voi stessi mi siete testimoni, perché siete fin dal principio con me» (Giov. 15, 26-27; cfr. idem 14, 26; 16, 7-15; Att. 1, 8).

In forza del dono dello Spirito gli Apostoli saranno in grado di capire pienamente Cristo, la loro missione da Lui, e di adempierla.

La partecipazione del sacerdozio di Cristo agli uomini viene però ulteriormente illuminata dalla vita della prima comunità christiana, così come ci viene presentata dagli scritti neo-testamentari. In questa comunità si sono andati elaborando da parte di alcuni i testi sopra ricordati, perciò la vita di questa stessa comunità è il commento più autorevole ad essi. Naturalmente si tratta non di una contrapposizione ma di una complementarietà di discorso.

Vediamo così come gli Apostoli sono presentati negli Atti quali primi responsabili della comunità cristiana, gli annunciatori per eccellenza del Vangelo, i «mandati» da Cristo, in grande comunione tra di loro e con i fedeli.

Così Paolo, nelle sue lettere, insiste sul suo titolo: «Apostolo di Cristo», sulla sua missione: «mandato per annunciare il Vangelo».

L’attività propriamente sacramentale come compito specifico degli Apostoli, passa invece quasi sotto silenzio. Questo fatto però non deve far pensare che nei primi tempi della Chiesa fosse dato a tutti di poter amministrare qualunque sacramento. Ad es. quando Paolo nella prima lettera ai Corinti parla della celebrazione Eucaristica senza fare alcun accenno ad un ministro qualificato, non deve per ciò stesso essere interpretato come una dichiarazione che a Corinto il potere di consacrare appartenesse indiscriminatamente a tutta la comunità cristiana. Se noi dovessimo argomentare in modo determinante dai silenzi della Sacra Scrittura, oppure pretendessimo di trovarvi ogni verità rivelata esplicitamente affermata, dovremmo rifiutare diversi dogmi (vedi per es. l'assunzione della Madonna, e i principi metodologici della nostra ricerca stabiliti all'inizio).

Tuttavia un'azione viene particolarmente ricordata, che senz'altro in diversi casi ha un valore sacramentale: l'imposizione delle mani.

Questa viene ricordata come rito che comunica la grazia della confermazione mediante il dono dello Spirito Santo (cfr. Att. Ap. 8, 14-20; 19, 6; Ebr. 6, 2), come atto di trasmissione di un compito ecclesiastico ai «sette» che dovevano occuparsi dell'assistenza a Gerusalemme (cfr. Att. Ap. 6, 6), in occasione dell'invio di Barnaba e Saulo (cfr. Att. Ap. 13, 3), e in intimo rapporto con l'ufficio pastorale, secondo la testimonianza di S. Paolo che scrive a Timoteo: «Non trascurare il carisma che è in te, che ti fu dato per virtù di profezia e l'imposizione delle mani dal collegio presbiterale» (1 Tim. 4, 14), «Non aver fretta di imporre le mani a nessuno» (1 Tim. 5, 22; da notare che qui S. Paolo sta dicendo a Timoteo come deve comportarsi con i presbiteri), «Ti ricordo perciò di riaccendere il carisma divino che ti fu dato per mezzo dell’imposizione delle mie mani» (2 Tim. 1, 6).

Commenta in proposito J. Freundorfer: «(I1 rito del’imposizione delle mani nelle due lettere a Timoteo) è sicuramente un segno sacramentale della comunicazione della grazia di stato» e che «La possibilità di compiere il rito dell'imposizione delle mani, che ha valore di ordinazione e di trasmissione di un ufficio, è il privilegio di deter-minate personalità costituite in autorità» (K. Staab e J. Freundorfer, «Le Lettere ai Tessalonicesi e della cattività e pastorali», ed. Morcelliana, Brescia 196I, p. 324).

Vediamo in tal modo che come il sacerdozio di Cristo viene dall'essere Egli santificato e inviato dal Padre nel mondo (cfr. Giov. 10, 36), «unto da Dio Messia con Spirito Santo» (Att. 10, 38; cfr. Mt. 3, 16; Lc. 4, 18), così il sacerdozio di Cristo è partecipato agli uomini mediante il «mandato» del Salvatore e la «santificazione», l'«unzione» del suo Spirito; e attraverso questi, per la stessa via, viene partecipato ai loro successori.

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VITA E TESTIMONIANZA DELLA CHIESA

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Ma è poi nella vita e nella riflessione della Chiesa che sempre meglio si dispiega davanti ai nostri occhi il valore e il significato del sacerdozio ministeriale.

E qui il campo di ricerca si fa sempre più ampio, complesso, e perciò difficile da vagliare criticamente.

Ci accontentiamo perciò solo di alcune indicazioni, rimandando, per uno studio più adeguato, alle ricerche specifiche in questo campo (vedi per es. gli scritti di Colson, Lecuyer, Dom Botte, M. Gy, Danielou, Dom Rousseau, J. Gaudemet, G. Fransen...).

Le principali testimonianze ci vengono dagli scritti (riflessioni o lettere) degli scrittori cristiani antichi e da testi liturgici.

Dopo il primo tempo della vita della Chiesa, quello apostolico, in cui dominano la figura di Cristo, e in subordinazione a Lui, quelle dei suoi diretti mandati, gli Apostoli, si inizia una riflessione e una esperienza che va via via sviluppandosi circa i vari ministeri.

Così le Chiese appaiono sempre più chiaramente rette da un solo vescovo, e il sacerdozio ministeriale trova in questi la sua piena espressione.

S. Ignazio di Antiochia, per es., è uno dei più antichi e chiari testimoni della teologia dell'Episcopato e del «Presbyterium». Secondo il suo insegnamento il vescovo «tiene il posto di Dio», mentre i sacerdoti «tengono il posto del consiglio degli Apostoli» (Magn. 6, 1) di conseguenza niente bisogna fare, in ciò che riguardala Chiesa, senza il vescovo (Smyrn. 8, 1) e «Chi fa qualcosa all'insaputa del Vescovo, serve il diavolo» (Smyrn. 9, 1).

I1 «Presbyterium» divide con il vescovo la missione di reggere il Popolo cristiano, e sta al vescovo come le corde stanno alla lira (Ef . 4, 1).

Più tardi S. Cipriano, dopo aver definito la Chiesa un popolo unito al suo vescovo e un gregge legato al suo pastore, scriverà «Sappi dunque che il vescovo è nella Chiesa e la Chiesa è nel vescovo; e coloro che non sono con il vescovo non sono nella Chiesa» (Epist. 59, 5).

Molto importante per l’illustrazione della dottrina antica sull'episcopato e sul presbiterato è poi il primo rituale romano di ordinazione che troviamo nella «Tradizione Apostolica» attribuita a S. Ippolito.

Si tratta della fede della Chiesa espressa nel rito consacratorio, e perciò in un momento decisivo nella vita del popolo cristiano.

Così ne riassume brevemente il contenuto Dom B. Botte: «Dopo l'elezione del vescovo per acclamazione popolare, i vescovi presenti impongono le mani all'eletto, mentre tutti pregano perché discenda lo Spirito. Quindi uno dei vescovi, su richiesta di tutti, gli impone le mani pronunziando una preghiera... Si chiede a Dio che diffonda sull'eletto lo Spirito sovrano, - Spiritum principale -, quello che egli ha dato, per mezzo di Gesù Cristo, ai suoi Apostoli, i quali hanno fondato la sua Chiesa in luogo del santuario, per l'onore del suo nome. Il seguito della preghiera indica quello che il vescovo deve fare: pascere il gregge santo (immagine biblica che richiama Giov. 21, 15-17 e 1 P1. 3, 2), esercitare il sacerdozio sovrano servendo Dio notte e giorno, renderlo propizio e offrire i doni della santa Chiesa, rimettere i peccati, distribuire le porzioni, sciogliere da tutti i vincoli in virtù della potenza ricevuta dagli Apostoli.

Nessuna delle formule successive sarà più chiara o più ricca. Nettissimamente il vescovo appare come il successore degli Apostoli: ne riceve lo spirito e ne esercita le funzioni; è incaricato di pascere il gregge santo, con l’esercizio del sacerdozio sovrano.

Per l’ordinazione del sacerdote, vescovo e sacerdoti insieme impongono le mani mentre solo il vescovo pronunzia la formula, chiedendo per l’eletto lo spirito di consiglio e di forza, perché possa partecipare al governo della Chiesa. Si fa un richiamo agli ‘anziani’ scelti da Mosè e riempiti del suo spirito, suggerendo l'analogia che dunque i sacerdoti partecipano dello stesso spirito del vescovo.

La formula termina con una preghiera per tutto il «presbyterium»: che tutti conservino lo spirito di grazia e che siano degni di servire Dio con fede, nella semplicità del loro cuore.

L'eletto è così associato a un corpo sacerdotale incaricato dal vescovo di governare il popolo. Il sacerdote partecipa del sacerdozio del vescovo, mentre il diacono è ordinato ‘in ministerio episcopi’ e non ‘in sacerdotio’. («L'ordine nelle preghiere dell'ordinazione» in «Studi sul Sacramento dell'ordine» pp. 10-11).

Nella stessa linea di pensiero si pongono anche i testi antichi che riportano i riti orientali (cfr. idem pp. 18-25).

Queste verità espresse nei testi liturgici si traducevano poi nella pratica, come quando il vescovo, se presente, celebrava sempre lui l'Eucaristia, e i sacerdoti con lui concelebravano; e così il vescovo presiedeva ai riti di iniziazione, e spettava a lui predicare, quand'era presente.

Ora dalle testimonianze cristiane dei primi secoli della Chiesa, tratte dagli scritti dei Padri (noi ne abbiamo accennare solo due, per ragioni di brevità, ma ve ne sono diverse altre; vedi per es. gli studi Danielou, Lécuyer, Colson), dalle liturgie antiche, dalla prassi della Chiesa, si deduce che il sacerdozio viene fatto risalire, mediante la tradizione degli Apostoli, a Cristo, e viene conferito attraverso l'imposizione delle mani e il dono dello Spirito Santo; esso è definito in rapporto all'episcopato, e non viceversa, come avverrà più tardi.

Tutta la comunità vi è profondamente interessata (vedi per es. la partecipazione del popolo all'elezione del vescovo), tuttavia solo la gerarchia consacra trasmette i poteri apostolici. E questo atto non viene compiuto come semplice gesto individuale, ma come opera del «corpo episcopale», ed incorpora l'eletto nell'«Ordo episcoporum», come la consacrazione presbiterale, analogamente, inserisce l'ordinato nel «Presbyterium» (cfr., oltre allo studio già citato, sempre di Dom B. Botte: «Collegialità del presbiterato e dell'episcopato» in «Studi sul Sacramento dell'ordine» pp. 65-90). Inoltre la visione del sacerdozio non è ristretta all'azione cultuale, ma comprende tutta la missione di governare e pascere il gregge di Cristo, imitando Lui, vero pastore.

È scritto in un antico rito consacratorio siriaco: «Signore, fai che costui, che è stabilito dispensatore della grazia del sacerdozio sovrano, sia tuo imitatore, di te, vero pastore, che dà la sua vita per il suo gregge, guida dei ciechi, educatore degli insensati, maestro dei piccoli, lampada (che brilla) nel mondo» (Op. cit. pp. 19-20).

In seguito la diffusione del cristianesimo portò con sé un sempre maggiore distacco della vita pastorale dei presbiteri da quella dei vescovi; si incominciò a interrogarsi sulla differenza che può esserci tra presbitero e vescovo (verso la fine del IV secolo), notando come minima appariva la differenza: l'ordinazione e alcuni riti di consacra-zione (in proposito ebbe grande peso in Occidente l'opinione di S. Girolamo, minimalista a proposito dell'episcopato). I1 culto e il governo pastorale sempre più si considerarono separati, e si definì il sacerdozio in ordine alla «cura pastorale» in genere. Così s'incominciò a descrivere il concetto di sacerdozio partendo non dall'episcopato ma dal presbiterato. In tal modo si è giunti a mettere in dubbio la sacramentalità della consacrazione episcopale.

Altro fattore molto importante che ebbe incidenza sul modo d'intendere l'episcopato e il presbiterato fu l'interferenza tra i compiti e i poteri legati al ministero sacerdotale, per cui in vari casi si determinò una incresciosa separazione tra popolo e pastori, separazione soprattutto sociale; in certe regioni i vescovi vennero considerati più principi che pastori; e solo i parroci apparivano in cura d'anime.

(Vedi in proposito varie interessanti osservazioni di A. Rosmini in «Delle cinque piaghe della Chiesa». Una situazione che, anche se di carattere pratico, ebbe tuttavia una sua influenza nelle elaborazioni dottrinali sul sacerdozio. Contro molti di questi abusi, di queste distorsioni, reagì per es. il Concilio di Trento.

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IL RECENTE INSEGNAMENTO DEL MAGISTERO

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Riflettendo sulla Parola di Dio e vivendola nelle varie condizioni storiche, la Chiesa è andata via via chiarendo a se stessa tutte le ricchezze che le ha partecipato il suo Capo e Sposo, Cristo.

Quale espressione di questa progressiva presa di coscienza avvenuta sotto l'azione dello Spirito Santo, e insieme aiutata, ostacolata e condizionata dalle diverse situazioni sociali, culturali e spirituali del proprio tempo e dei propri membri, vediamo ora l'insegnamento del Magistero sul Sacerdozio nel Concilio di Trento, nel Vaticano II e in Paolo VI.

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Il Concilio di Trento

Il Concilio di Trento si trovò di fronte a un duplice compito: a quello della riforma interna della Chiesa cattolica, e a quello della precisazione dei vari punti dottrinali contestati dai Protestanti.

Ne venne che duplice fu anche la serie dei documenti stilati: quelli di riforma, e quelli dottrinali. A proposito di questi ultimi, bisogna tener presente che essi non riflettevano tutta la problematica avvertita dai Padri conciliari (per es. sul tema del sacerdozio fin d'allora era vivo il problema della dottrina sull'episcopato, sui rapporti episcopato- presbiterato), ma soltanto le verità messe in discussione dai Luterani.

Per questo non dobbiamo pensare che il Concilio abbia inteso chiarire in modo esaustivo il problema del sacerdozio ministeriale, né che l’insegnamento conciliare debba essere ricavato solamente dai decreti dottrinali.

Nei primi, quelli di riforma, il Concilio vivamente raccomanda ai vescovi e ai sacerdoti il grave obbligo di predicare, che dichiara «praecipuum episcoporum munus» (come ripeterà poi anche il Vaticano II), e di tutti quelli che sono in cura d'anime, dando anche interessanti norme pratiche in proposito. Intimamente collegata con questa funzione il Tridentino ricorda pure l'esigenza di santità del clero, poiché «niente istruisce tanto, o porta con altrettanta continuità gli uomini alla pietà e ai santi esercizi, quanto la vita e l'esempio di coloro che si sono consacrati al sacro ministero»; e quella di un'adeguata cultura religiosa. Così si fa obbligo ai pastori di risiedere nelle loro diocesi e nelle loro parrocchie, poiché è del pastore conoscere bene il proprio gregge, pascerlo con la predicazione della parola di Dio, offrire per lui il Sacrificio, amministrare i Sacramenti e dare l'esempio delle buone opere, prendersi cura dei poveri.

Nei decreti dottrinali invece il Concilio approfondisce in un ambito più ristretto il sacerdozio ministeriale, guidato principalmente dal fine di contrapporsi agli errori del tempo.

Definito il valore sacrificale e propiziatorio della S. Messa (Dz. Schòn. 1743, 1753), il Tridentino, unendo intimamente il sacerdozio al sacrificio (Dz. Schòn. 1749), e definendolo perciò in funzione di esso, insegna che all'ultima cena Cristo istituì il sacerdozio (Dz. Schòn. 1740,1752), che esso è un vero Sacramento (Dz. Schòn, 1766, 1773, 1777), che imprime il carattere e perciò è permanente, e non semplicemente una funzione temporanea (Dz. Schòn. 1767,1774), che comporta il potere di consacrare, di offrire il corpo e il sangue di Cristo, di perdonare í peccati, e non soltanto di predicare il Vangelo (Dz. Schòn. 1764, l771). E infine che la gerarchia nella Chiesa è di istituzione divina, e che essa consta di vescovi, presbiteri e ministri, e che i vescovi sono superiori ai presbiteri, senza però meglio precisate a chi risale la distinzione tra vescovi, presbiteri e ministri, e di che natura è la superiorità dei vescovi nei riguardi dei presbiteri (Dz. Schòn. 1768, 1776, 1777).

In coerenza con questa presentazione dottrinale in seguito prevalse la visione del sacerdote amministratore dei sacramenti, distinto dal popolo in forza delle sue funzioni specifiche; e secondo questa prospettiva si impostò l'educazione e la scelta dei candidati al sacerdozio.

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Il Concilio Vaticano II

Il Vaticano II riprende il discorso svolto dal Tridentino, ma in una prospettiva più apertamente ecclesiologica. Così viene ripreso l'insegnamento sulla centralità del Sacrificio Eucaristico, radice e cardine della comunità cristiana (P.O. 6), nel cui culto, «soprattutto» i sacerdoti esercitano il loro ministero (L.G. 28); sulla sacramentalità

dell'Ordine sacro (L.G. 28; P.O. 2), sul carattere che esso imprime nel cristiano configurandolo a Cristo Sacerdote (P.O. 2), e perciò sulla specificità del sacerdozio ministeriale nei confronti del sacerdozio comune (L.G. 10). Ma insieme il discorso si allarga, acquista nuove dimensioni.

Il recente Concilio non essendo stato convocato anzitutto per «contrapporsi» ma per «aggiornarsi», sviluppa il suo discorso in una visione globale del cristianesimo, entro cui ogni singolo problema trova la sua giusta collocazione e illuminazione. E questa visione globale è costituita dalla Chiesa in tutte le sue dimensioni.

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L'Ecclesiologia entro cui s'inscrive la dottrina sul sacerdozio ministeriale nel Vaticano II

Il Vaticano II sviluppa il suo insegnamento sulla Chiesa descrivendone anzitutto i suoi legami con Cristo, con la SS. Trinità, tra gli uomini che ne fanno parte, e con il mondo in cui vive.

Così dichiara che la Chiesa è in Cristo (come un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano (L.G. 1), per cui essa da Lui è salvata e insieme a Lui rende testimonianza, con Lui e per mezzo di Lui rende il dovuto culto all'eterno Padre (S.C. 7; L.G. 10-11, 17; ecc.).

Ma insieme la Chiesa è formata da una pluralità di membri con una vocazione comune alla santità e all'apostolato (L.G. 30, 40; A.A. 6; P.O. 2; ecc.), e contemporaneamente con propri compiti specifici, che lungi dallo spezzane l'intima unità, sono piuttosto al suo servizio, per una sua più ricca manifestazione (L.G. 13; U.R. 2, 4; A.G. 22).

Infine, come Cristo venne nel mondo non per giudicarlo, ma per salvarlo (Giov. 3, 17), così la Chiesa è chiamata non a vivere per se stessa, ma nel mondo, per la sua salvezza, dentro la sua storia.

Una visione che troviamo chiaramente illustrata dalle quattro Costituzioni del Concilio sulla Rivelazione, sulla Chiesa, sulla Liturgia, sulla Chiesa nel mondo di oggi.

Entro questa Chiesa legata intimamente a Cristo, comunità di fratelli, in servizio al mondo per la sua salvezza, si colloca il sacerdozio ministeriale.

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Sacerdozio «comune» e sacerdozio «ministeriale» nella Chiesa

In continuità con questo modo di procedere dal generale al particolare, il Concilio introduce il discorso sul sacerdozio nella Chiesa, distinguendone contemporaneamente due forme, e il loro intimo rapporto.

Esso parla anzitutto del sacerdozio «comune», cioè del sacerdozio partecipato da Cristo ad ogni battezzato: «Cristo Signore, Pontefice assunto di mezzo agli uomini (cfr. Eb. 5, 1-5), fece del nuovo popolo "un regno e sacerdoti per il Dio e Padre suo” (Ap. 1, 6; cfr. 5, 9-10). Infatti, per la rigenerazione e per l'unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo» (L.G. 10; cfr. L.G. 11, 32, 34, 62; A.A.2, 3; P.O.2; A.G. 15).

Questo Sacerdozio, partecipazione di quello di Cristo, abilita l'uomo a concorrere all'oblazione dell'Eucaristia, a pregare e lodare Dio, a offrirgli la propria vita come vittima viva e santa, a rendere testimonianza a Cristo con la propria esistenza cristiana, coll'abnegazione e l'operosa carità, a consacrare a Dio il mondo stesso: «(I battezzati vengono consacrati) per offrire, mediante tutte le

opere del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di Colui che dalle tenebre li chiamò all'ammirabile sua luce (cfr. 1 Pt. 2, 4-10). Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (cfr. Att. 2, 42-47), offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cfr. Rom.12, 1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della loro speranza della vita eterna (cfr. Pt. 3, 15)... i fedeli, in virtù del regale loro sacerdozio, concorrono all’oblazione dell'Eucaristia, e lo esercitano con il ricevere i Sacramenti, con la preghiera e con il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, coll'abnegazione e l'operosa carità» (L.G. 10).

«Ad essi - cioè ai fedeli, continua il Concilio - che intimamente congiunge alla sua vita e alla sua missione, (Cristo) concede anche parte. del suo ufficio sacerdotale per esercitare un culto spirituale, affinché sia glorificato Dio e gli uomini siano salvati. Perciò i laici, essendo dedicati a Cristo e consacrati dallo Spirito Santo, sono in modo mirabile chiamati e istruiti per produrre sempre più copiosi i frutti dello Spirito. Tutte infatti le loro opere, le preghiere e le iniziative Apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e perfino le molestie della vita se sono sopportate con pazienza, diventano spirituali sacrifici graditi a Dio per Gesù Cristo (cfr. 1 Pt. 2, 5), i quali nella celebrazione dell'Eucaristia sono piissimamente offerti al Padre insieme all'oblazione del Corpo del Signore. Così anche i laici, in quanto adoratori dovunque santamente operanti, consacrano a Dio il mondo stesso» (L.G. 34; cfr. S.C. 6,7; A.A. 3; P.O. 2).

Come si vede, il sacerdozio «comuneviene da Cristo mediante la partecipazione alla sua vita, alla sua unzione e missione, per via sacramentale; spinge e insieme fa capaci i fedeli di preghiera e di lode al Padre, di offerta di sé, della propria vita in comunione con la preghiera e l'offerta di Cristo, che trovano il loro centro espressivo, dinamico e di presenza nel sacrificio Eucaristico; porta il cristiano a rendere testimonianza al Dio vivo nelle parole, nelle opere, nella sua vita, a farsi strumento dell'azione santificatrice dello Spirito.

Ha una molteplicità di espressioni, ma insieme svela un suo centro unitario. La stessa missione profetica e regale che Cristo ha partecipato alla sua Chiesa, è presentata in intima comunione con il sacerdozio, così che il discorso passa tante volte quasi insensibilmente da un tema all'altro, rifiutando perciò, almeno implicitamente, una distinzione troppo netta tra i tre classici «munus».

Dopo il sacerdozio «comune», il Vaticano II tratta del sacerdozio «ministeriale o «gerarchico».

Questi, egli afferma, è anch'esso conferito immediatamente da Cristo per via sacramentale (vedi quando il Concilio parla specificatamente sia dell'episcopato, L.G. 21, sia del Presbiterato, L.G. 28, non quando parla del sacerdozio ministeriale in genere), e in sua forza l'ordinato «con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico in persona di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo» (L.G. 10).

Si tratta dunque di un compito specifico, proprio, «compiere il Sacrificio eucaristico in persona di Cristo, possibile solo in forza di una potestà sacra derivante da Lui; un compito però che non è fine a se stesso, ma in servizio del sacerdozio «comune», in modo che questi possa pienamente realizzare le sue funzioni proprie sopra ricordate.

Con le espressioni «forma e regge il popolo sacerdotale», «lo offre a Dio a nome di tutto il popolo», il Concilio qui dichiara l'ampiezza e la strumentalità di servizio del Sacerdozio ministeriale, tema che sarà poi svolto più ampiamente quando il Vaticano II parlerà in particolare dell'episcopato e del presbiterato. Già fin d'ora però esso ha voluto mostrare, in consonanza con il discorso fatto a proposito del Sacerdozio «comune», l'intima unione che vi è nel ministero tra l'offerta sacrificale e la santificazione, l'evangelizzazione, la guida del Popolo di Do.

La ragione prima di questa unità nella molteplicità sia dei due sacerdozi, sia dei loro diversi compiti sta nel fatto che si tratta sempre della partecipazione all'unico mistero di Cristo.

Nello stesso paragrafo scrive ancora il Concilio: «Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l'uno all'altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo» (L.G. 10).

La complementarietà però del sacerdozio ministeriale con quello comune non dev'essere vista soltanto tra le varie persone: sacerdoti e fedeli, ma all'interno stesso della vita del sacerdote, nel quale la seconda funzione non annulla la prima, ma anzi anche in lui, come negli altri fedeli, la rende possibile.

Un fatto, credo, che dovrebbe essere meglio meditato da noi, per le conseguenze che può portare sia nel modo di considerare la nostra vita sacerdotale, sia nel modo di considerare e di trattare i fedeli.

Un'osservazione che si ripropone poi quando si parla dell'evangelizzazione, e della guida pastorale. Il sacerdote prima di essere uno che «parla», dev'essere uno che «ascolta»; anzi mentre annuncia la parola di Dio, in quello stesso momento se ne deve fare umile ascoltatore.

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Episcopato e Presbiterato

Qualcuno ha detto che il Vaticano I è stato il Concilio del Papato, il Vaticano II dell'Episcopato; ora aspettiamo il Vaticano III per avere un Concilio sul Presbiterato.

L'espressione, evidentemente, è paradossale, anche perché direi che il Vaticano II è stato il Concilio del «Popolo di Diodella «Chiesa», più che di un singolo compito nella Chiesa, tuttavia essa mostra il modo con cui è stato affrontato il problema del presbiterato.

Dal discorso in generale sul Popolo di Dio si è passati nel Concilio (vedi la L.G.) al discorso sui compiti particolari che il Signore ha stabilito in esso; così dal discorso sul sacerdozio ministeriale visto nella sua pienezza si è passati a considerare un suo grado inferiore.

Mentre l'ultima tradizione teologica, che risale fino al medioevo, considerava l'episcopato partendo dal presbiterato, il Vaticano II, invece, ha invertito l'ordine di trattazione. Non si tratta però di un cambiamento solo di ordine, ma di una rinnovata visione teologica, che condiziona l'esatta comprensione del sacerdozio ministeriale entro la Chiesa.

Stabilita la sacramentalità dell'episcopato e quindi la pienezza in lui del sacerdozio ministeriale, il Concilio, parlandoci dei vescovi, ha chiarito meglio a noi, per analogia, pure la dottrina sui presbiteri, anche se non ha approfondito, né specificato le differenze che vi sono tra essi. Così alcune affermazioni dottrinali fatte dal Vaticano II a proposito dell'episcopato risultano indirettamente illuminanti la teologia del presbiterato, e non solo di esso, ma della Chiesa stessa; come per esempio la sacramentalità della consacrazione episcopale, che mette maggiormente in luce il diretto legame che vi è tra Cristo e ogni singolo vescovo; l'origine diretta da Cristo, per via sacramentale, di tutti e tre i «munus»:«sanctificandi, docendi et regendi(cfr. L.G. 21), e la loro intima unione; l'unità collegiale che la consacrazione stabilisce tra il nuovo ordinato e tutti gli altri vescovi (cfr. L.G., 21-23); il loro compito di servizio: «L'ufficio poi che il Signore affidò ai pastori del suo popolo, è un vero servizio, che nella sacra Scrittura

è chiamato significativamente diaconia -, cioè ministero (cfr. At. 1, 17 e 25; 21, 19; Rom. 11, 13; 1 Tim. 1, 12)(L.G. 24).

Queste idee vanno ripetute, in modo analogo, anche per il Presbiterato. Il Concilio stesso, più di una volta svolge espressamente un simile discorso parlando dei preti. Esso scrive che questi partecipano «della autorità con la quale Cristo stesso fa crescere, santifica e governa il proprio Corpo(P.O. 2), e che questa autorità viene a loro da un Sacramento «per il quale... in virtù dell'unzione dello Spirito Santo, sono marcati da uno speciale carattere che li configura a Cristo Sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, Capo della Chiesa» (P.O. 2; cfr. L.G. 28; P.O. 6, 12). Che l'Ordine sacro li stringe in un particolare vincolo di carità: «In virtù della comune sacra ordinazione e missione tutti i sacerdoti sono fra loro legati da un'intima fraternità, che deve spontaneamente e volentieri manifestarsi nel mutuo aiuto, spirituale e materiale, pastorale e personale, nei convegni e nella comunione di vita, di lavoro e di carità» (L.G. 28).

Ancora il Concilio afferma: «consacrati con l'unzione dello Spirito Santo, e inviati da Cristo... si dedicano interamente al servizio degli uomini» (P.O. 12).

Non si tratta però nel caso del sacerdozio dei presbiteri, propriamente di una partecipazione al sacerdozio dei vescovi, ma di una loro comune, anche se in gradi diversi, partecipazione dello stesso sacerdozio di Cristo. Anzi, proprio questa comune unità di origine, di significato e di fine, determina tra i vescovi e i presbiteri una misteriosa unità di vita.

Scrive espressamente il Concilio: «Tutti i presbiteri, assieme ai vescovi, partecipano in tal modo dello stesso e unico sacerdozio di Cristo, che la stessa unità di consacrazione e di missione esige la comunione gerarchica dei presbiteri con l'Ordine dei vescovi(P.O. 7); e già nella «Lumen Gentium»: «(In ragione) dell'Ordine sacro e del ministero, tutti i sacerdoti sia diocesani che religiosi, sono associati al Corpo Episcopale» (L.G. 28).

In questa collocazione precisa del presbiterato nella luce della teologia della Chiesa, e a sua volta in quella dell'episcopato, dobbiamo comprendere la figura del prete che ci presenta il Vaticano II.

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La figura del sacerdote secondo il Vaticano II

Due sono le tensioni fondamentali nelle quali è visto il sacerdote nel Vaticano II: la sua unione a Cristo e la sua unione con gli uomini.

La prima è determinata dal Sacramento dell'Ordine, per cui il presbitero è conformato Cristo Pastore, (cfr. P.O. 12). In un recente articolo sul presbiterato alla luce del Vaticano II (A. De Bovis «Le Presbytérat, sa nature et sa mission d'après le Concile Vatican II» in «Nuov. Rev. Théol.» 89 (1967 ) pp. 1009-1042), si è giunti alla conclusione che l'elemento specificante l'ufficio proprio del presbitero è l'essere segno e strumento dell'autorità di Cristo Capo, Profeta e Sacerdote (cfr. L.G. 28; A.G. 39; P.O. 2, 4, 6, 12; S.C. 33).

In questo contesto va letta l'espressione usata dal Concilio quando afferma che il sacerdote agisce o presiede «in persona Christi(cfr. A.G. 39; L.G. 10; S.C. 33; P.O. 13).

Autorità, compito, che hanno il significato di una funzione, la quale però, per essere realizzata, ha bisogno di fondarsi su di una mutazione ontologica permanente in chi l'esercita. Scrive espressamente il Concilio: «Il sacerdozio dei presbiteri, pur presupponendo i Sacramenti dell'iniziazione cristiana, viene conferito da quel particolare Sacramento per il quale i presbiteri, in virtù dell'unzione dello Spirito Santo, sono marcati da uno speciale carattere che li configura a Cristo Sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, Capo della Chiesa» (P.O. 2).

Questo è il disegno storico, concreto, voluto da Dio nel realizzate il suo progetto di salvezza; esso però esige come contropartita da parte dell'uomo l'adesione quotidiana (si tratta di una deputazione permanente), voluta, alla vita di Cristo Pastore e Sacerdote unico, allo stile e alle motivazioni del Suo ministero qui in terra, alle sue scelte.

È vero, Dio provvidenzialmente ha sottratto molte vie della sua misericordia alla nostra debolezza; per questo per es. un Sacramento rimane valido anche se viene amministrato da un ministro che si trovi in stato di peccato mortale; tuttavia anche nel caso dell'amministrazione dei Sacramenti rimane ampio lo spazio di responsabilità del ministro. Scrive ancora il Concilio: «La stessa santità dei presbiteri... contribuisce non poco al compimento efficace del loro ministero: infatti se è vero che la grazia di Dio può realizzare l'opera della salvezza anche attraverso ministri indegni, ciò nondimeno Dio, ordinariamente, preferisce manifestare le sue grandezze attraverso coloro i quali, fattisi più docili agli impulsi e alla direzione dello Spirito Santo, possono dire con l'Apostolo, grazie alla propria intima unione con Cristo e santità di vita: "Ormai non sono più io che vivo, bensì è Cristo che vive in me”(Gal. 2, 20) » (P.O. 12).

È mettendosi in ascolto della Parola di Dio, è adorando e sacrificandosi, è accettando la regalità della croce, che il sacerdote dà pienezza al proprio essere segno e strumento di Cristo Pastore. Dio ha voluto che fossimo dei suoi segni vivi, non morti. Insieme però, appunto perché segni, i sacerdoti devono avere chiara coscienza dell'unicità e della trascendenza di Cristo salvatore, di esserne gli umili servitori.

L'altra tensione in cui è visto il presbiterato dal Vaticano II è il suo rapporto con il mondo; un rapporto che nasce dalla stessa sua conformazione a Cristo, che è venuto nel mondo non per giudicarlo, ma per salvarlo (cfr. Giov. 3, 17).

Scrive il Concilio: «I presbiteri nel Nuovo Testamento, in forza della propria chiamata e della propria ordinazione, sono in un certo modo segregati in seno al Popolo di Dio: ma non per rimanere separati da questo stesso popolo o da qualsiasi uomo, bensì per consacrarsi interamente all'opera per la quale li ha assunti il Signore. Da una parte essi non potrebbero essere ministri di Cristo se non fossero testimoni e dispensatori di una vita diversa di quella terrena; ma d'altra parte non potrebbero nemmeno servire gli uomini se si estraniassero dalla loro vita e dal loro ambiente» (P.O. 3).

E la motivazione principale era stata data prima: «Così infatti si comportò Gesù Nostro Signore, Figlio di Dio, Uomo inviato dal Padre agli uomini» (P.O. 3).

Si ratta dunque della necessità di una presenza, di essere accanto, ma per poter meglio esercitare il proprio ministero di santificazione, che costituisce la vocazione particolare degli ordinati: «I membri dell'ordine sacro, sebbene talora possano attendere a cose secolari, anche esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono destinati principalmente e propriamente al sacro ministero(L.G. 31 ).

In questa prospettiva possono essere studiate nuove forme di vita, di presenza, di modi, nel comportamento dei Sacerdoti, purché si rimanga sempre fedeli alla specificità del mandato che viene loro da Cristo.

Così nella Chiesa Apostolica S. Paolo volle, in determinati tempi, mantenersi con il lavoro delle proprie mani (cfr. 1 Tess. 2, 9), per non pesare sui propri fratelli e rendere in tal modo più efficace il proprio ministero; a Gerusalemme, invece, gli Apostoli affideranno a sette diaconi l'ufficio dell'assistenza caritativa per meglio attendere al loro compito di preghiera e di predicazione (cfr. Att. 6, 2-4). Due scelte sotto un certo aspetto contraddittorie (assunzione di un lavoro manuale, rifiuto di un lavoro manuale), ma dettate dalla stessa esigenza: aiutare il proprio ministero sacerdotale.

Questa tensione di fedeltà a Cristo e agli uomini, da Lui chiamati alla salvezza, avviene però in una comunione ecclesiale che risulta determinante per capire pienamente il modo con cui il Presbitero è segno di Cristo e a servizio degli uomini.

Unico è il sacerdozio di Cristo, ma più persone lo partecipano nella Chiesa in modi e in gradi diversi; infinitamente ricco è il sacerdozio di Cristo, e pur vivendolo tutti i sacerdoti nella sua essenzialità, tuttavia esso può assumere anche manifestazioni contingenti diverse.

Così i presbiteri, uniti al vescovo in forza della loro partecipazione sacramentale e organica al mistero di Cristo unico Pastore e Capo, «costituiscono con il loro vescovo un unico presbiterio, sebbene destinato a diversi uffici. Nelle singole comunità locali rendono, per così dire, presente il vescovo, cui sono uniti con animo fiducioso e grande... Essi, sotto l'autorità del vescovo, santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata, nella loro sede rendono visibile la Chiesa universale... E a ragione di questa loro partecipazione nel sacerdozio e nel lavoro Apostolico, i sacerdoti riconoscano nel vescovo il loro padre e gli obbediscano con rispettoso amore(L.G. 28).

D'altra parte: «Per questa comune partecipazione nel medesimo sacerdozio e ministero, i vescovi abbiano dunque i presbiteri come fratelli e amici... I presbiteri, dal canto loro, avendo presente la pienezza del Sacramento dell'Ordine di cui godono i vescovi, venerino in essi l'autorità di Cristo supremo Pastore(P.O. 7).

L'unità organica nella molteplicità manifesta in tal modo più pienamente tutte le virtualità del sacerdozio di Cristo che viene da Lui partecipato a molti membri della Chiesa: «Nessun presbitero è... in condizione di realizzare a fondo la propria missione se agisce da solo e per proprio conto, senza unire le proprie forze a quelle degli altri presbiteri, sotto la guida di coloro che governano la Chiesa» (P.O. 7).

Ma queste diverse virtualità dell'unico sacerdozio di Cristo che si sono variamente manifestate in tutto l'arco della sua vita tra gli uomini, possono ancor oggi presentarsi contemporaneamente nella loro varietà di espressioni nel presbiterio, nella Chiesa universale. Come allora il punto focale era la croce e la risurrezione, così ancor oggi quel momento, ripresentato nella S. Messa, rimane fonte e culmine del ministero sacerdotale, della vita della Chiesa, anche se variamente può essere preparato e introdotto nella convivenza tra gli uomini.

L'unico sacerdozio di Cristo non può esprimersi in tutti i presbiteri con il medesimo accento. Qui si manifesterà maggiormente nello studio della verità rivelata, là nella predicazione; in un caso metterà maggiormente in risalto il sacerdozio di Cristo vissuto nel lavoro manuale, in un altro nell'assistenza caritativa. In tutti ì casi però, per essere esercizio e manifestazione del sacerdozio ministeriale, questi diversi impegni dovranno esser finalizzati all'opera propria di tale ministero, e dovranno essere decisi non solo in base alle esigenze di testimonianza degli uomini del tempo, ma anche sotto la direzione del vescovo, in comunione con tutti gli altri sacerdoti.

Da Cristo è il Sacerdozio partecipato alla Chiesa, ed è alla luce della sua vita, del suo Spirito che opera nella Chiesa, della guida di coloro che Egli ha posto a reggere il Popolo di Dio, che devono essere fatte le scelte della testimonianza cristiana nella storia.

Su questo problema così scrive il Concilio: «Tutti i presbiteri, costituiti nell'Ordine del presbiterato mediante l'Ordinazione, sono intimamente uniti tra di loro con la fraternità sacerdotale; ma in modo speciale essi formano un unico presbiterio nella diocesi al cui servizio sono ascritti sotto il proprio vescovo. Infatti, anche se si occupano

di mansioni differenti, sempre esercitano un unico ministero sacerdotale in favore degli uomini. Tutti i presbiteri, cioè, hanno la missione di contribuire a una medesima opera, sia che esercitino il ministero parrocchiale o sopraparrocchiale, sia che si dedichino alla ricerca dottrinale o all'insegnamento, sia che esercitino un mestiere manuale - condividendo le condizioni di vita degli operai, nel caso che ciò risulti conveniente e riceva l'approvazione dell'Autorità competente -, sia infine che svolgano altre opere di apostolato o ordinate all'apostolato. È chiaro che tutti lavorano per la stessa causa, cioè, per l'edificazione del Corpo di Cristo, la quale esige molteplici funzioni e nuovi adattamenti, soprattutto in questi tempi(P.O. 8).

A questo punto si dovrebbe aprire il discorso sulle esigenze, le sensibilità, la situazione del mondo di oggi, sul come la Chiesa, il sacerdote, dovrebbero vivere in esso e con lui dialogare. Un discorso molto interessante, ma che va oltre il compito teologico della mia relazione, anche se ne appare la necessaria integrazione in ordine ad un eventuale rinnovamento della nostra concreta vita e azione pastorale.

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Recenti insegnamenti di Paolo VI

Recentemente Paolo VI, rifacendosi al Concilio e alla problematica sollevata sul significato e la natura del ministero sacerdotale, ha riconosciuto come «i sacerdoti non sono al riparo delle ripercussioni della crisi di trasformazione che scuote oggi tutto il mondo(Messaggio ai sacerdoti del 30-VI-1968), ed ha voluto ribadire il carattere sacramentale e permanente del sacerdozio ministeriale.

«A tutti i sacerdoti, dunque, diciamo: non dubitate mai della natura del vostro sacerdozio ministeriale, il quale non è un ufficio o un servizio qualsiasi da esercitarsi per la comunità ecclesiale, ma un servizio che partecipa in modo tutto particolare, mediante il Sacramento dell'Ordine, con carattere indelebile, alla potestà del sacerdozio di Cristo» (idem).

Precedentemente, parlando ai parroci e ai quaresimalisti della città di Roma, (28-II- 1968) il Papa aveva preso posizione contro coloro che dichiaravano il sacerdozio ministeriale una pura funzione entro il Popolo di Dio, senza il conferimento di un potere particolare e permanente da parte di Cristo: «La certezza, innanzi tutto, di quel rapporto originale, irreversibile, ineffabile che ci lega a Cristo e che chiamiamo Sacerdozio. I1 Sacerdozio non è un semplice ufficio ecclesiastico, non è un semplice servizio che è prestato alla comunità; è un Sacramento, una santificazione interiore, consistente nel conferimento di particolari, prodigiose facoltà che abilitano il sacerdote e perciò gli danno un - carattere - specialissimo, incancellabile, che lo qualifica di fronte a Cristo come suo vivo strumento, e lo mette perciò in una relazione particolare e inesauribile di amore con Cristo. «Vos amici mei estis».

Entrando quindi in merito alla condizione particolare del sacerdote, al suo essere e alle sue funzioni, Paolo VI, nel messaggio ai sacerdoti del giugno scorso in occasione del termine dell'anno della fede, ha messo in evidenza alcune dimensioni del sacerdozio cattolico.

Quella sacra, anzitutto, per cui il presbitero è l'uomo di Dio, il ministro del Signore, strumento della sua azione salvifica, per questo abilitato ad agire «in persona Christi».

L'altra è quella apostolica alla quale è tutta ordinata la sua dimensione sacra. «Il sacerdote è uomo che vive non per sé, ma per gli altri. È l'uomo della comunità... È di per sé il segno dell'amore di Cristo verso l'umanità ed il testimonio della misura totale con cui la Chiesa cerca di realizzare quell'amore, che arriva fino alla croce».

Per questo il sacerdozio avrà sempre ragion d'essere nella Chiesa e nel mondo.

La terza dimensione che ricorda il Papa è quella ascetico-mistica.

La vocazione del sacerdote ad essere segno dell'amore di Cristo presso gli uomini, scrive il Papa, gli impone di essere un contemplativo del mistero di Cristo, un suo assimilatore, per non risultare semplicemente un suo strumento passivo, e perciò inumano, puramente formale, gli impone una quotidiana, interiore conversazione «con l'inabitante presenza che lo trasfigura, lo tormenta, lo inebria».

Infine, ricorda Paolo VI, un'altra dimensione del sacerdozio è quella ecclesiale. Cristo nella Chiesa e mediante essa chiama il presbitero, lo consacra, lo fa suo vivo membro, suo servitore, con essa corresponsabile, aperto sul divenire del mondo in cui si deve fare segno sensibile di Cristo, della sua carità pastorale.

«Il sacerdote - dice il Papa - non è un solitario, è membro di un corpo organizzato, la Chiesa universale, la diocesi, e, nel caso tipico, e diremmo superlativo, la sua parrocchia. Ed è tutta la Chiesa ché deve adattarsi ai nuovi bisogni del mondo, la Chiesa, celebrato il Concilio, è tutta impegnata a questto rinnovamento spirituale ed organizzativo».

Torna così, ancora una volta, nelle parole di Paolo VI, il tema conciliare della duplice tensione del sacerdozio per Cristo e per gli uomini, anzi, perché per Cristo è per gli uomini, nella comunione organica della Chiesa.

Anche nell'Enciclica «Sacerdotalis caelibatus» si fa accenno a questi problemi (cfr. nn. 31, 58, 59, 62, 76).

Una presentazione antica e nuova, aperta a tutti i fermenti del mondo che si va costruendo, e nel quale vive la Chiesa, con lui solidale, poiché «nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel suo cuore(G.S. 1), poiché in lui essa è inserita profondamente, a lui è mandata «a continuare, sotto la guida dello Spirito Paraclito, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito(G.S. 3).

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CONCLUSIONE

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Quando Cristo diede a Pietro il compito di pascere il suo gregge, prima gli chiese: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?» (Giov. 21, 15); e solo dopo la risposta: «Sì, Signore, tu sai che io ti amo», gli diede la consegna: «Pasci i miei agnelli».

Quello che avvenne per il Capo del Collegio Apostolico si ripete, possiamo dire, in modo analogo, per ogni Sacerdote: se ami, pasci.

Sa ami Cristo, pasci secondo il suo amore e il suo stile tutti quelli che Lui chiama ed ama.

Qui sta in sintesi la vocazione del prete.

Lui, il Signore, aveva preso l’iniziativa di chiamare Pietro (cfr. Mc. 1, 17); sulla strada di Filippi aveva poi chiesto: «E voi... chi dite che io sia?» (Mt. 16, 15); e Pietro aveva risposto: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente». Alla fine gli chiese «Mi ami tu?».

Per giungere a pascere il gregge di Cristo, era necessario essere da Lui scelti, e quindi lasciare le proprie reti, vivere con Lui, riconoscerLo, amarLo.

Si trattava, si tratta, di un Pastore non che domina, ma che serve, non che si serve della vita altrui, ma che dà la propria.

Dopo la confessione di Pietro a Cesarea di Filippi, Cristo parla agli Apostoli della sua futura passione, morte e risurrezione, quasi a completare la professione di fede del capo degli Apostoli. Dopo il dialogo e la consegna sulle rive del lago di Tiberiade, Cristo parla a Pietro, fatto pastore del suo gregge, della sua passione: «In verità, in verità ti dico; quando tu eri più giovane ti cingevi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, tenderai le mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorrai» (Giov. 21, 18).

È tornando a questo discorso antico che il Concilio, che la Chiesa, oggi, ci fanno un discorso nuovo.

La sintesi definente il presbitero non è cercata in un aspetto particolare della sua missione, ma in quello più a monte e radicale: l'essere inviato e segno di Cristo Capo, Pastore; un Capo, un Pastore, non secondo il concetto mondano, ma secondo quello evangelico sopra ricordato.

Così l'intelligibilità della natura e della funzione del presbiterato va colta in stretta subordinazione al mistero di Cristo, dentro la Chiesa che vive nel mondo, per la sua salvezza, in stretto legame con l'episcopato. Si tratta di un orientamento che non ha inteso esaurire tutti gli interrogativi dottrinali sul sacerdozio, e tanto meno quelli pratici; ha stabilito però diversi capisaldi molto importanti che profondamente si rifanno alla Scrittura, alla vita della Chiesa. Il comprenderli pienamente, significa già rinnovarci; ma sarà soprattutto adeguandovi la nostra vita che ancor meglio capiremo e ci rinnoveremo.

Il sacerdozi non è semplicemente una dottrina, ma «un modo d'essere», una «vita», «la nostra vita». È sperimentandola, di conseguenza, che sempre meglio la capiremo.

Per questo nella mia relazione al limite dell'esposizione dottrinale si aggiunge quello di carattere esistenziale, poiché essa si pone come alle soglie della vita di ciascuno. È oltre esse che va completato il discorso.

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INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE

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Do qui una breve bibliografia sulla Teologia del presbiterato in modo da completare la mia esposizione (una ricerca completa dovrebbe comprendere sia gli studi sulla Chiesa in genere, sia quelli sull'episcopato).

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Per un avvio alla problematica sul prete oggi, vedi:

AA.VV. «C'è un domani per il prete?» ed. Mondadori, Verona 1968.

«Presenza pastorale» (L'assistente ecclesiastico, nuova serie) ottobre 1968, n.10.

«Concilium» 1968 n. 4.

«Il Regno» 1- giugno 1968, l'articolo di E. Franchini (pp. 219-230) presenta brevemente il libro sopra citato edito da Mondadori.

Vedi inoltre vari articoli apparsi nell'estate scorsa sia sulla «Settimana del clero», sia su «L'Osservatore Romano».

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Sul Sacerdozio nella Sacra Scrittura

Oltre che nei vari dizionari biblici:

Vedi gli articoli di A. Gelin e di J. Schmeitt in AA.VV. «Studi sul Sacramento dell'Ordine» ed. Mame, Roma 1959.

J. Lecuyer «Il Sacerdozio di Cristo e della Chiesa. Esegesi e Tradizione» ed. Dehoniane, Bologna 1964.

H. Schlier «La Gerarchia della Chiesa secondo le lettere pastorali» in «Il tempo della Chiesa» ed. Il Mulino, Bologna 1965 pp. 206-235.

E i vari commentari alla lettera agli Ebrei.

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Sul Sacerdozio nei Padri e nella storia della Chiesa

J. Lecuyer, op.cit.

Vedi gli articoli di Dom B. Botte, P. M. Gy, J..Danielou, J. Lecuyer, Dom O. Rousseau, J. Gaudemet, G. Fransen, C.-J. Dumont in «Studi sul Sacramento dell'Ordine» già citato.

P. A. Trapè «Il Sacerdote uomo di Dio e servo della Chiesa» ed. Ancora, Milano 1968.

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Sul Sacerdozio al Concilio di Trento

Vedi l'articolo di A. Duval: «L'Ordine al Concilio di Trento» in «Studi sul Sacramento dell'Ordine» op. cit.

H. Denis «La théologie du presbyterat de Trente à Vatican II» in AA.VV. «Les prêtres, formation, ministère et vie» ed. du Cerf, Parigi 1968 pp. 193-232.

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Sulla Teologia del Sacerdozio alla luce del Vaticano II

AA.VV. «Les préffes, formation, ministère et vie» ed. du Cerf, Parigi 1968 (Uno dei migliori commenti usciti sul Decreto « Presbyterorum Ordinis»). Esce pure presso l'Elle Di Ci, in questi giorni, un ampio commento dello stesso Decreto, con la collaborazione di più autori.

J. Giblet «I presbiteri collaboratori dell'Ordine episcopale» in «La Chiesa del Vaticano II» a cura di Barauna, ed. Vallecchi, Firenze 1965, pp.872-895.

G. Rambaldi «Note sul Sacerdozio e sul Sacramento dell'Ordine nella Cost. " Lumen Gentium"» in «Gregorianum» 47 (1966) pp. 517 -541.

A.-M. Charue «Le prêtre dans l'eglise selon la Constitution "Lumen Gentium"» in «Seminarium» 6 (1966) pp. 549-565.

A cura della Commissione episcopale francese del clero e dei Seminari: «Les prétres dans la pensée de Vatican II» in «Vocation» n.233 (gennaio 1966) pp. l-126.

J. Galot «Le sacerdoce dans la doctrine du Concile» in «Nouv. Rev. Theol.» 88 (1966) pp. 1044-1061.

C. Pozo «Theologia presbyteratus in Concilio Vaticano II» in «Period. de Re Mor. Can. Lit.» 56 (1967) pp. 199-211.

A. Ancel «Le préme ministre du Christ-Prétre» in «Vocation» n. 240 (ottobre 1967) pp. 39I-500.

O. Semmelroth «Il popolo sacerdotale di Dio e i suoi capi ministeriali» in «Concilium» 1968 n. 1 pp. 101-115.

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Altri studi sul Sacerdozio

C. Dillenschneider «Il Sacerdozio nostro nel Sacerdozio di Cristo. Fondamenti dogmatici» ed. Dehoniane, Bologna 1966.

O. Semmelroth «I1 ministero sacerdotale» ed. Paoline, Roma 1964.

(Per il problema sul prete operaio, vedi le interessanti osservazioni di R. Voillaume «Il piccolo fratello prete» in «Come loro» ed. Paoline, ed. IV, t961; pp. 386-404).