Ritiro spirituale con il Clero di Mantova

Affi, 21 aprile 2004

nel frammento

INDICE

1. Come valutare la nostra vita?

2. Tra progetto e sorpresa

3. La testimonianza del Signore

4. L'esperienza apostolica di Paolo

5. Un esempio della nostra terra: monsignor Augusto Bertazzoni

6. Dall’intensità viene l’unità e il valore

7. La via proposta da S. Teresa del bambin Gesù

8. Chi siamo?

8.1. Il nostro rapporto con la bellezza

8.2. Il nostro rapporto con gli altri e con Dio

9. Preghiera

     

Seguendo i successivi tempi della Liturgia, tempi del rapporto tra Dio e l'uomo nel fluire delle varie tappe della vita, abbiamo riflettuto sull'attesa dell'uomo in rapporto a Dio che viene (Avvento) e sulla sequela nei riguardi di Dio che in Cristo ci precede nel nostro cammino (Quaresima).

Ora vorrei riflettere con voi su una condizione che segna profondamente la vita e quindi anche l'attesa e la sequela: la nostra esistenza insieme "prevista" e "imprevedibile", ispirata da principi universali, ma che si realizza in particolari condizioni, attraversata da momenti di entusiasmo e da periodi di monotona ripetizione, per cui c'è il rischio che l'attesa si spenga e la sequela si riduca a semplice abitudine perché ciò che andiamo facendo ci appare un seguito di gesti e di occupazioni slegati ha loro.

Una riflessione, dunque, sulla frammentarietà con cui si presenta spesso la nostra esistenza.

Ma quando il "fuoco" che ha alimentato una vita s'affievolisce o addirittura si spegne, altri fuochi prendono risalto, accrescendo il loro fascino fino a spostare l'asse portante della nostra esistenza. Lo notiamo guardando a ciò che ci rallegra o ci rattrista, osservando ciò che sollecita i nostri atti oppure li frena. Il cammino di molte crisi riflette questa storia.

Altre volte accade che andiamo alla ricerca di qualcosa di straordinario che ci dia emozioni perché la vita che stiamo conducendo ci appare come un limone spremuto che non ci dice più nulla.

                

l. Come valutare la nostra vita?

Nelle varie situazioni della vita - nel guardare alla nostra esistenza trascorsa, nel fissare le nostre scelte, nel rallegrarci o nel dispiacerci per ciò che abbiamo fatto - sempre una domanda implicita ricorre: qual è la misura dei nostri giorni, che cosa definisce il valore della nostra vita?

Ci attacchiamo agli anni, ma è questa la misura?

Contiamo le opere che abbiamo compiuto, ma sono esse che la definiscono?

Accumuliamo cose, ma sono queste che alla fine ci salvano?

Cerchiamo di occupare un posto nella società, ma è la valutazione degli altri che dà dignità alla nostra vita?

Siamo preoccupati per la nostra salute, la curiamo e sentiamo il pesante fardello della sua perdita quando ci lascia, ma ci sono molte persone sane che ugualmente sono inquiete, insoddisfatte.

Avvertiamo che tutto ciò da solo non è sufficiente e tuttavia noi abbiamo bisogno di tempo, di operare, di possedere, di stima, di collaborazione, di salute per dare compimento alla nostra vita.

Parrebbe tante volte che nella vita del prete queste domande non sorgano, che certe esigenze si siano spente, ma poi avvertiamo che ripullulano in forme diverse, dando origine a tante inquietudini e a rinnovati interrogativi.

Ecco perché le vogliamo far riaffiorare in modo esplicito, per non vivere da dissociati che camminano su binari divergenti ingannando noi stessi, oppure che mascherano con il colore delle virtù difetti che facciamo fatica a riconoscere, o ancora che puntano su traguardi che non costituiscono l'obiettivo fondamentale della vita.

Tra questi interrogativi in cui ci troviamo a vivere vorrei soffermarmi in particolare su uno di essi: la sproporzione che spesso avvertiamo tra la grandezza di un ideale per il quale abbiamo impegnato la vita e la sua realizzazione che solitamente si presenta solo come un frammento dei nostri sogni.

Una impressione che colpisce tante volte i sacerdoti dopo qualche anno di ministero o dopo una lunga vita trascorsa nello sforzo di ricominciare.

Qualche anno fa su "La Cittadella" è apparso l'intervento di "un sacerdote giovane" (così si è dichiarato) che affermava tra l'altro: "C'è chi sostiene che i preti giovani sono fragili psicologicamente e non sanno sostenere le inevitabili delusioni pastorali. Ma in questi primi anni di servizio ho visto intorno a me pochissime figure decisive di sacerdoti educatori capaci di fraterna testimonianza; ho incontrato spesso sacerdoti non giovani sbiaditi, senza entusiasmo, rassegnati...le parrocchie sono spesso e solo agenzie di servizi religiosi...

Certo, uno può tirare avanti, magari a testa bassa, senza abbattersi ... ma tirare avanti verso dove? Tirare avanti che cosa? Io penso che chiedersi anche in modo sofferto e con qualche sosta prolungata che cosa significa essere preti oggi, sia benefico anche per chi la sosta non la fa mai!".

          

2. Tra progetto e sorpresa

Ognuno di noi si muove secondo un progetto che riflette i propri desideri, le proprie aspirazioni.

Progetti a breve e a lunga scadenza: ciò che penso di fare domani, questa settimana, quest'anno, ciò che penso di fare nella mia vita.

Ha un ruolo importante il progetto nella nostra esistenza perché motiva molte nostre scelte, giustifica i sacrifici che dobbiamo affrontare, dà ordine ai nostri impegni, crea gioia o tristezza a seconda dell'avvicinarci alla realizzazione di ciò che avevamo sognato o dell'allontanarci da essa.

Potremmo dire che la "progettazione" è un segno della maturità della vita. Il bambino, per esempio, non progetta, ma vive dimentico il momento che sta trascorrendo.

Ma la vita solo parzialmente sta nelle nostre mani. Nei nostri progetti dobbiamo anzitutto fare i conti con le nostre condizioni fisiche, psicologiche, intellettuali e spirituali, con i mezzi che abbiamo a disposizione, con le situazioni, le persone, le circostanze che incontriamo.

Accade così che una malattia, una difficoltà economica, un ostacolo di relazione ci costringano a cambiare progetto, fino a provocare un senso di frustrazione che ci intristisce. Oppure che un' occasione, un incontro abbiano a ravvivare le nostre speranze.

Si tratta di eventi ai quali è soggetta anche la nostra vita sacerdotale: pensiamo ad un posto e siamo mandati in un altro, avevamo fatto progetti di un certo tipo di lavoro, ma poi la mancanza di salute ci ha frenato, ci siamo trovati a lavorare con persone molto diverse da quelle che avevamo immaginato, stavamo completando un lavoro pastorale, ma un cambiamento ci ha obbligati ad interromperlo, avevamo un aiuto in casa, in parrocchia e poi come d'improvviso ci siamo trovati soli.

Fare progetti quando la vita è così imprevedibile vale la pena? E d'alta parte come possiamo vivere alla giornata senza un disegno? I giorni risulterebbero come un muro sgretolato.

Per la verità, nella cultura contemporanea, segnata profondamente dal cambiamento, è stata teorizzata ed esaltata la scelta di vivere alla giornata, contenti del frammento di vita che ci viene offerto dalla sorte, senza inquietarsi per progetti che ci superano, seguendo l'antico aforisma: carpe diem, prendi la gioia che è alla tua portata senza pretendere cose impossibili. Da qui la recente affermazione, reagente alla proposta di ideali troppo elevati: piccolo è bello.

                  

3. La testimonianza del Signore

Se leggiamo i grandi inni che introducono alla lettera agli Efesini e ai Colossesi o il prologo del vangelo di Giovanni, rimaniamo stupiti di fronte all’imponente disegno di salvezza di Dio. Ma se poi ci mettiamo a leggere i Vangeli nei quali quel disegno si dispiega articolandosi in una complessa vicenda, rimaniamo sorpresi dalla frammentarietà con cui si è svolta la vita pubblica di Gesù: ora in un luogo, ora in un altro, ora tra gente che l'accoglie, ora tra persone che lo rifiutano.

Non si vede nel trascorrere della vita pubblica di Gesù un tempo continuato in cui una comunità l'accoglie. C'è il drappello dei suoi discepoli, che però gli riservano delle sorprese, come quando li sente discutere fa loro chi fosse il più grande. Non c'è un luogo dove si sia costituito un nucleo stabile ben consistente. C'è la famiglia di Lazzaro che risulta un raro luogo di sosta per Gesù.

Anche i suoi parenti non figurano di aiuto per Lui se si eccettua la Madonna.

Gli stessi miracoli di Gesù, mentre in diversi destano stupore e riconoscenza, in altri invece provocano reazioni negative. E quando a giudizio dei suoi discepoli pare che le cose volgano al meglio (così, per esempio, pensavano i discepoli di Emmaus), ecco la tragedia finale. Era venuto Gesù per il suo popolo e i capi dei sacerdoti lo fanno catturare per eliminarlo.

Se noi non sapessimo della risurrezione di Gesù e della vita della Chiesa che ne è seguita, avremmo detto: fu quella un'impresa solo utopica. Tra l'alto, enorme risultava la distanza, la sproporzione tra quel breve tatto di vita trascorso alla periferia del grande Impero Romano e l'ambizioso progetto proclamato: essere luce di ogni uomo che viene a questo mondo, offerta di vita per ogni persona e non semplicemente per qualcuno.

Dove stava dunque il principio di unità della vita di Gesù, il suo punto d'appoggio, la fonte della sua forza'? In chi si riposava?

Il mio cibo, ha detto Gesù, è fare la volontà del Padre (cf. Gv.4.34). Questa appartenenza, questo rapporto, questa obbedienza furono costante guida dei suoi passi e il principio unificante dei frammenti della sua vita. Un legame che non veniva loro dall'esterno, ma dall’interno.

E a sua volta Gesù costituirà l'attrattiva di ogni uomo attraverso un frammento della sua vita, verso il quale però tutta convergeva, che era la risposta alla volontà del Padre: "Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me" (Gv.12,32); "Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv.13,1).

              

4. L'esperienza apostolica di Paolo

Questa nota di frammentarietà in pochi anni di vita e la sproporzione tra il progetto proclamato e la sua immediata realizzazione, hanno preso risalto non solo in Gesù Cristo, ma anche nei suoi discepoli. Per esempio in san Paolo.

È vero, Paolo mantenne i legami pastorali con le comunità cristiane da lui fondate, risulta però che passò di comunità in comunità nella sua ansia di annunciare il Vangelo a tutti gli uomini.

Per un verso egli sapeva bene ciò che doveva fare: annunciare il Vangelo, condividere con gli uomini il bene che aveva ricevuto, testimoniare agli altri ciò che aveva scoperto. Nello stesso tempo però egli dichiara: "Ora ecco che, avvinto dallo Spirito, sto andando a Gerusalemme, non sapendo ciò che colà mi potrà succedere" (Atti 20,22).

Che cosa premeva a lui, che cosa era decisivo che realizzasse? Risponde Paolo: "Soltanto so che lo Spirito Santo di città in città mi avverte che mi attendono catene e tribolazioni. Ma non do alcun valore alla mia vita, purché io termini la mia corsa e il ministero che ho ricevuto dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al vangelo della grazia di Dio" (Atti 20,23-24).

Potrebbero sembrare queste parole dell'apostolo un gesto stoico d'indifferenza di fronte alle sorti della vita e nei riguardi dei suoi amici. Invece no. Quel saluto così forte terminerà con un grande abbraccio pieno di commozione: "Dette queste cose, inginocchiatosi con tutti loro, pregò. Tutti alloro scoppiarono in pianto, e gettandosi al collo di Paolo lo coprivano di baci, afflitti soprattutto per la parola che aveva detto, che non avrebbero più riveduto il suo volto" (Atti 20, 36-38).

Il primato dell'obbedienza a Dio non aveva soffocato i sentimenti umani nel rapporto con coloro che aveva evangelizzato, anzi l'aveva approfondito.

Così accadrà anche con i cristiani di Corinto. Paolo aveva annunciato loro il vangelo. Ma poi erano nati dei dissapori, addirittura dei rimproveri nei suoi riguardi. Egli precisa e difende il suo compito di apostolo, ma non per questo rinuncia al loro amore e scrive ad essi: "La nostra bocca vi ha parlato apertamente e il nostro cuore si è dilatato per voi, Corinzi. Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori che state allo stretto. Rendeteci il contraccambio! Parlo come a figli, dilatate il cuore anche voi!" (2 Cor.6,11-13).

A Roma, presso quella comunità cristiana alla quale aveva dedicato una lunga e appassionata lettera, in occasione di un processo ivi celebrato contro di lui l'apostolo non troverà nessuno che lo soccorra e che lo difenda. Se ne rammarica fortemente Paolo, ma trova il superamento di questa amarezza non in un sentimento di vendetta, ma nel ricorso a Dio ragione della sua forza: "Nella mia prima difesa nessuno mi fu al fianco. Tutti mi abbandonarono. Che non sia loro imputato a colpa! Il Signore, però, mi venne in aiuto e mi diede forza" (2 Tim.4,16-17).

Ha ben chiaro Paolo il compito della sua vita, ma si troverà a viverlo in una esistenza piena d'imprevisti. Non per questo però la sua esistenza di apostolo è fallita, ha perso senso.

Come in una sinfonia nella quale costantemente ricorrono gli accordi musicali che l'hanno introdotta, così nella vita di san Paolo l'incontro con Cristo sulla strada di Damasco è rimasto luce in tutti i suoi passi.

                                   

5. Un esempio della nostra terra: monsignor Augusto Bertazzoni

Se vogliamo ora venire ai nostri giorni, possiamo dare un'occhiata alla vita di Monsignor Augusto Bertazzoni. Un uomo semplice, pratico, che pareva fatto proprio per fare il parroco.

Quando fece il suo ingresso a san Benedetto Po, ha raccontato un testimone del tempo, alcuni scalmanati “mangiapreti” gli andarono incontro con una carriola, una zappa e una vanga, dicendogli: -Invece di venire a mangiare il pane a tradimento, lavora anche tu!-

Il giovane sacerdote con un amaro sorriso avrebbe risposto loro: -Non temete, lavorerò, lavorerò per il bene vostro e delle vostre famiglie-.

Venne poi mandato Vescovo a Potenza. Aveva già una certa età con abitudini proprie consolidate in anni di pastorale e dovette lasciare san Benedetto, andare in una terra nuova non solo per il luogo, ma anche per la cultura, la mentalità, il costume.

Ed egli si fece umile scolaro, per diventare maestro di quella gente. E quale strategia scelse?

Divenne anzitutto uno di loro stimandoli, adattandosi, stando con loro. Nelle occasioni che ebbi d'incontralo non l'ho mai sentito parlar male della sua gente, dei suoi sacerdoti.

La sua casa divenne largamente ospitale anche per presbiteri che volevano riprendere la loro vita sacerdotale. Egli li incoraggiava non con le prediche, ma con la sua stima e la sua testimonianza di dedizione. In primo piano metteva sempre l'affetto verso le persone: quando le ricordava, quando si scusava dei suoi ritardi, quando le invitava a casa sua.

Non amava i dibattiti teologici; guardava con sospetto alcune innovazioni, come il clergyman dei preti, ma accoglieva sempre con un cuore largo le persone.

Fino agli ultimi suoi giorni fa entusiasta del suo ministero sacerdotale: la qualità, non la vistosità coltivò sempre nella sua vita di prete.

                                  

6. Dall'intensità viene t'unità e il valore

Ma come superare la strettoia del frammento che pare tante volte lacerare la nostra vita, facendole perdere senso rispetto alla forte idealità alla quale essa si ispira?

È la molteplicità delle cose che si vanno compiendo a dare pienezza alla vita?

Occorre del tempo per operare, per crescere. Non è detto però che la fedeltà a Dio corrisponda al numero degli anni che si vivono. Abbiamo dei santi che sono campati molti anni, altri, come san Luigi Gonzaga e san Riccardo Pampuri, che sono vissuti poco tempo.

È la sintesi del pensiero che dà unita alla vita? Essa aiuta la comprensione, può sollecitare l'azione, ma non è sufficiente a dare unità alla vita.

L'unità alla vita è data dalla sua intensità, dall'amore che l'anima.

Accade di illudersi di arricchire la propria vita aumentando le notizie, vedendo molte cose, girando molto. Certamente noi abbiamo bisogno di stimoli, di vedere cose nuove, di confrontarci con pareri diversi. Soprattutto però abbiamo bisogno di penetrare nelle cose.

Ecco, per esempio, come ne ha parlato una grande donna tanto attenta alla verità della vita, Simone Weil: "Non voler comprendere cose nuove, ma giungere a forza di pazienza, di sforzo e di metodo a comprendere con tutta l'anima le verità evidenti. Piani diversi di convinzioni. La più volgare verità, quando invade tutta l'anima, è come une rivelazione". (S.W. “L'ombra e la grazia" ed. Rusconi, Milano 1985 p.124).

Pensiamo un momento a come noi leggiamo quotidianamente i testi del Breviario, della santa Messa. Diciamo di non avere tempo, quasi che il primo problema sia quello quantitativo. Di fatto il primo problema è quello qualitativo: come leggiamo, come preghiamo, come pensiamo, come amiamo.

Come in un'opera d'arte, così nella vita è in gioco primariamente non la quantità ma la qualità, l'intensità.

Sentite per esempio come il dolore può creare nella vita di una persona tanto silenzio da far tacere ogni canto e ogni parola, e tuttavia costituire come un grido più forte di ogni canto e di ogni parola. È una mamma, docente universitaria, afflitta da un tumore, che scrive:

"Ah!

Non un canto,

solo sospiro

nella mia notte.

Ah!

Nemmeno parola

ma solo grido

nella mia notte,

Eppure, insieme

grido, sospiro, parola e canto:

modulazione di un corpo sofferente

che si abbandona palpitante

nelle tue braccia spalancate

sulla croce".

Bernadette Béarez Caravaggi, Dalla soglia della sofferenza, ed. Servitum, Gorle BG, 2002, p.59).

In modo significativo san Paolo parla della croce di Cristo come della Parola definitiva che il Padre ha rivolto agli uomini. Commenta S. Efrem Siro: "Con la tua morte ti han ridotto al silenzio, ma la tua stessa morte divenne eloquente" (Citato da M.I. Angelini "Un silenzio pieno di sguardo" ed. EDB, Bologna 1996 p. 56).

A sua volta parla di sé, del discepolo, S. Ignazio di Antiochia scrivendo ai Romani alla vigilia del suo martirio: "Se voi tacete con me, io sarò parola; ma se voi amate la mia carne, io diverrò soltanto un suono" (Lettera ai Romani II,1; VI,1).

L'apostolo diventa Parola, testimone del Signore, non nella misura in cui parla, ma in quella in cui è, vive secondo Cristo.

                                 

7. La via proposta da s. Teresa del bambin Gesù

Sappiamo che santa Teresa del Bambin Gesù si trovò un giorno come lacerata da mille desideri di bene che non poteva realizzare perché in alternativa tra loro, come andare missionaria e dedicarsi alla contemplazione, aiutare la gente e subire il martirio, stare in convento e incontrare la gente per annunciare il Vangelo. Ma poi trovò la soluzione nel capitolo 13 della prima lettera di san Paolo ai Corinzi leggendo l'inno della carità.

In quel testo scoprì che non la materialità degli atti - anche di quelli più elevati - costituisce il valore fondamentale della vita, ma lo spirito, l'amore con cui essi vengono compiuti.

"Durante l'orazione i miei desideri mi facevano soffrire un vero martirio; allora aprii le lettere di san Paolo per cercarvi qualche risposta. Mi caddero sotto gli occhi i capitoli 12 e 13 della prima lettera ai Corinti ... Lessi, nel primo, che tutti non possono essere apostoli, profeti, dottori ...che la Chiesa è composta di differenti membra e che l'occhio non potrebbe essere nello stesso tempo la mano ...

La risposta era stata chiara, ma non esaudiva i miei desideri, non mi dava la pace ... Come Maddalena che, continuando a chinarsi sopra il sepolcro vuoto, finì per trovare ciò che cercava, così io, abbassandomi fino alla profondità del mio nulla, m'innalzai tanto in alto da poter raggiungere la mia meta … Senza scoraggiarmi, continuai la lettura e mi consolò questa frase: - Cercate con ardore i doni più perfetti, ma ora vi mostrerò una via più eccellente -.

E l'apostolo spiega come tutti i doni più perfetti siano un niente senza l'Amore ... che la carità è la via eccellente che conduce con certezza a Dio" (Teresa di Lisieaux "Storia di un'anima" ed. Ancora, Milano 1993 pp.257-258).

Per questa via anche il frammento in cui si esprime la nostra vita, perché di tempo breve, perché in un luogo remoto, nascosto, perché in rapporto immediato con poche persone, perché costituita di tanti atti semplici, comuni, può riflettere l'intero del mistero cristiano, possederne la pienezza.

In un mattino d'estate anche una piccola e fragile goccia di rugiada può riflettere l'intero fulgore del sole. Così può essere anche della nostra vita. A queste condizioni l'intero può riflettersi nel frammento.

Ma per scoprire questo bisogna avere "occhi penetranti", che non rimangano prigionieri della semplice reazione immediata o della chiacchiera degli uomini che riesce a banalizzare anche le esperienze più intense.

Un "laico"; ricostruendo la tragica storia della sua prigionia nel campo di sterminio di Auschwitz, così giustifica la sua fatica: "Questa, di cui abbiamo detto e diremo, è la vita ambigua del Lager. In questo modo duro, premuti sul fondo, hanno vissuto molti uomini del nostro tempo relativamente breve; per cui ci si potrà forse domandare se proprio metta conto, e se sia bene che di questa eccezionale condizione umana rimanga una qualche memoria.

A questa domanda ci sentiamo di rispondere affermativamente. Noi siamo infatti persuasi che nessuna umana esperienza sia vuota di senso e indegna di analisi, e che anzi valori fondamentali, anche se non sempre positivi, si possano trarre da questo particolare mondo di cui narriamo.

Vorremmo far considerare come il Lager sia stato, anche e notevolmente, una gigantesca esperienza biologica e sociale" (Primo Levi, Se questo è un uomo, ed. Einaudi, Torino 1995 p.79). 

                              

8. Chi siamo?

Al termine della nostra riflessione vorrei tornare sulle domande fondamentali: come vivere nel frammento di un gesto, di una scelta, di un incontro, l'intero che sempre sogna la nostra vita?

Paradossalmente è uscendo da noi che ci ritroviamo, perché noi siamo fatti per andare oltre. Non c'è una legge di gravitazione solo nelle cose, ma anche nell'uomo. Questo credo che intendesse Agostino quando, introducendo la storia della sua vita, ha scritto che il cuore dell'uomo è "inquieto" finché non riposa in Dio, e che perciò l'uomo non gravita su di sé, ma su Lui.

Su Lui non come strumento di qualcosa d'altro, ma quale termine. Su Lui che non è la somma delle nostre azioni, il riassunto dei nostri tempi, ma l'oceano verso il quale scorre ogni fiume.

                       

 

8.1. il nostro rapporto con la bellezza

Un'immagine fondamentale del nostro rapporto con Dio ci è data dal nostro rapporto con la bellezza.

Ha scritto Simone Weil: "soltanto la bellezza non è un mezzo (come per esempio il denaro, il potere, la forza), essa sola è buona in se stessa. Sembra che sia in se stessa una promessa e non un bene. Ma essa offre solo se stessa, niente altro" (S. Weil "Attesa di Dio" ed. Rusconi, Milano 1984 p.127).

Ma qual è la matrice della bellezza che noi contempliamo nelle cose? Afferma l'autrice: "Dio ha creato l'universo, e suo Figlio, nostro fratello primogenito, creò per noi la sua bellezza. La bellezza del creato è il sorriso di tenerezza che Cristo rivolge a noi tramite la materia. Egli è realmente presente nella bellezza dell'universo. L’amore per questa bellezza deriva da Dio che è disceso nella nostra anima e ritorna a Dio che è presente nell'universo. Anch'esso è quindi simile a un sacramento" (S. W. Ivi p.125).

                                            

8.2. Il nostro rapporto con gli altri e con Dio

ln una riflessione che non guarda alle cose, ma all'uomo, Dietrich Bonhoeffer in un'altra prospettiva s'interroga sul rapporto tra Dio e l'uomo e su chi è l'uomo così vario nei suoi atteggiamenti e valutato in maniera tanto diversa dalla gente. Si tratta di una domanda che Bonhoeffer si fa in campo di concentramento:

                    

"Chi sono? Mi dicono spesso

che dalla mia cella esco

sciolto, allegro e sicuro

come un signore dal suo castello.

Chi sono? Mi dicono spesso

che coi miei sorveglianti parlo

libero, amichevole e chiaro

come fossi io a comandare.

Chi sono? Mi dicono anche

che i giorni della disgrazia sopporto

indifferente, sorridente e fiero

come uno abituato a vincere.

Sono veramente quello che gli altri

dicono di me?

Oppure soltanto quello che io so di essere?

inquieto, nostalgico, malato,

come un uccello in gabbia,

lottando per un soffio di vita

come se qualcuno mi serrasse la gola,

assetato di colori, di fiori,

di voci d'uccelli,

bramoso di buone parole,

di calore umano,

tremante di rabbia dinanzi all’arbitrio

e all'ingiuria più meschina,

roso dall'attesa di grandi cose,

anelando impotente amici

infinitamente lontani,

stanco e vuoto per pregare,

per pensare, per creare,

esausto e disposto a prender congedo

da tutto?

Chi sono? Questo o quello?

Oggi sono questo e domani un altro?

L'uno e l'altro contemporaneamente?

Un ipocrita dinanzi agli uomini

e dinanzi a se stesso un disprezzabile,

compassionevole rottame ?

Oppure ciò che ancora c'è in me

somiglia a un esercito sconfitto,

che si ritira in disordine

davanti a uno vittoria già conquistata?

Chi sono?

L' interrogativo solitario

si prende gioco di me.

Chiunque io sia,

tu mi conosci,

sono tuo, o Dio".

(Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa, ed. Bompiani 1969 pp. 296-297. C'è Pure una edizione della stessa opera presso le Paoline 1988 pp. 425-426).

 

9. Preghiera

Donami, Signore, occhi limpidi

che ti sappiano vedere

nei singoli frammenti della mia vita

quale presenza amante e in attesa.

Donami il tua Spirito

perché con cuore nuovo e indiviso

ti sappia amare

sia quando ti presenti nella gioia

come nella sofferenza,

nella coralità degli uomini

come nella s solitudine.

Fa', Signore, della mia vita

un costante dono a Te

e al mio prossimo,

perché Tu me l’hai mostrato

e insegnato:

solo chi si dona, si ritrova.