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1994 Pv. Luso del tempo

Ripresa delle riflessioni svolte nel ritiro spirituale per il clero

tenuto a Certosa il 12 maggio 1994 

L’USO DEL TEMPO

Sommario

1. La scelta di un tema.

2. Le varie dimensioni del tempo

3. Come il Vangelo ci parla del tempo

4. Che uso ha fatto Gesù del suo tempo?

5. Diversi usi del tempo

6. Come usare bene del tempo

7. Alcune indicazioni pratiche

          7.1. Le mete

          7.2. L'orario

          7.3. Il discernimento

          7.4. Il dominio di sé

          7.5. L'intensità nel quotidiano

          7. 6. La costanza

          7.7. La capacità di sostare

8. Una invocazione

                                                                

È sempre un motivo di gioia il ritrovarci insieme a pregare non solo perché così camminiamo davanti alla nostra gente, che abbiamo invitato questo mese a mettersi alla scuola di Maria, fedele orante del Signore, ma anche perché il riunirci per pregare significa per noi sostare alle sorgenti del nostro ministero, il quale non è un servizio qualunque che lascia estranea la nostra persona, ma anzitutto la condivisione di una Parola accolta, di un mistero contemplato, di una misericordia sperimentata, di una gioia che ci è stata offerta; e perciò la preghiera ita costantemente alle radici del nostro ministero nelle quali esso costantemente si rinnova.

                            

1. La scelta di un tema

In questi anni più volte ci siamo incontrati per pregare e per riflettere insieme sul nostro cammino spirituale, e un pensiero mi ha accompagnato costantemente e vi ho proposto in vari modi perché l'ho ritenuto fondamentale per ritrovare l'unità dinamica della nostra vita sacerdotale, un pensiero che ho accolto dal Concilio Vaticano II (cf. Presbyterorum Ordinis nn. 12-13): il nostro ministero è forma ed alimento della nostra spiritualità presbiterale.

Recentemente, a sviluppo di quel pensiero, ci siamo soffermati nelle nostre riflessioni su tre facce della vita del prete nel suo ministero sacerdotale: la parola, il silenzio e l’amicizia.

Ora mi vorrei soffermare con voi su di un problema "comune" tra gli uomini, ma anche "specifico" per il sacerdote, e che investe l’intera nostra vita: l'uso del tempo, il buon uso del tempo. L'avere o non avere tempo condiziona molte nostre scelte e la qualità stessa del nostro ministero; ci rende rilassati o nervosi, contenti o frustrati.

Noto però che tante volte l'espressione: "Non ho tempo" è sulla bocca di gente che fa poco, altre volte è in bocca a persone molto impegnate. Mi è capitato un giorno di sentire da una donna che diceva a una sua amica: non ho tempo di fermarmi da te perché a casa mi aspettano i fiori (i fiori da annaffiare). E sant'Agostino, d'altra parte, si scusava in diverse sue lettere di non aver tempo perché occupato in mille cose, e tutti sappiamo quanto ha fatto e scritto.

Che cosa significa dunque "aver tempo" e "non aver tempo" ?

                                    

2. Le varie dimensioni del tempo

Tutti, piccoli e grandi, colti e incolti, abbiamo 24 ore disponibili ogni giorno. Non ci sono quelli che hanno molto tempo a disposizione e quelli che ne hanno poco. Il problema sta nell'uso e nel contenuto del tempo. Chi ha molte cose da fare solitamente dice di aver poco tempo; chi invece non ha impegni oppure è inattivo a motivo di qualche malanno sente la noia del tempo che non passa.

Non solo però c'è per così dire un tempo pieno e un tempo vuoto, ma anche un tempo "guadagnato" e un tempo "perduto", e sempre, in rapporto a qualcosa che non si riduce a semplice temporalità. Vedi il caso dell'uomo d'affari che dichiara di aver guadagnato tempo perché ha portato a termine rapidamente un contratto, un acquisto, una vendita, che solitamente l'impegnava in più giorni, oppure vedi il caso del ricercatore contento perché non s'aspettava di giungere ad una scoperta in così breve tempo, o dello scrittore che in un mattino è riuscito a scrivere molte e buone pagine.

Capita però anche il caso contrario di chi accusa di aver perso tempo perché non ha guadagnato, non ha trovato, non è riuscito a scrivere.

Non è dunque il calendario, l'orologio, la prima misura del tempo, ma la realizzazione o la non realizzazione di un bene che ci premeva. Una persona dichiara di aver perso o guadagnato tempo a seconda, dunque, del bene che ha perduto o acquistato.

Non possiamo perciò porci il problema del tempo se non ci rifacciamo a quello del suo uso. E questo, a sua volta, risulta positivo o negativo a seconda dei valori che sono in gioco e che ci premono.

Se non prestiamo attenzione a queste precisazioni, finiamo con il considerare l'aver tempo e il non averlo come una misura puramente oggettiva, arrischiando così di non comprendere il problema e di offendere delle persone nel momento stesso in cui ci sembrava di dar loro una nostra scusa inappellabile. È il caso per es. di quando ci scusiamo con degli amici per non essere andati a trovarli perché, diciamo loro, non avevamo tempo.

Evidentemente non si era accorciato il nostro tempo, avevamo però degli impegni che abbiamo ritenuti più importanti dell'andare a trovare quei nostri amici. Così quando non si scrive, non si telefona, e si accampa la scusa: non avevo tempo, di fatto si dovrebbe dire: avevo cose più importanti da fare, oppure semplicemente: sono stato pigro.

Il tempo non è dunque solo una misura della giornata e dell'anno, ma possiede una sua densità determinata dall'uso che ne facciamo e dai valori ai quali si rapporta, per cui possiamo parlare di "qualità" del tempo (fruttuoso, infruttuoso, guadagnato, perduto, importante o poco importante). Non il sole, le stagioni, le ore sono perciò i protagonisti del nostro tempo, ma noi stessi.

Noi "diventiamo" nelle nostre scelte e in esse decidiamo del nostro volto, della nostra personalità. Ha scritto san Gregorio Nisseno: "Tutti gli esseri soggetti al divenire non restano mai identici a se stessi, ma passano continuamente da uno stato ad un altro mediante un cambiamento che opera sempre in bene o in male... Ora, essere soggetto a cambiamento è nascere continuamente... Ma qui la nascita non avviene per un intervento estraneo, com'è il caso degli esseri corporei... Essa è il risultato di una scelta libera e noi siamo così, in certo modo, i nostri stessi genitori, creandoci come vogliamo, e con la nostra scelta dandoci la forma che vogliamo" (“De vita Moysis" II, 2-3; citato anche da "Veritatis Splendor" n.71).

Può accadere per questo che paradossalmente la vita di un giovane risulti più lunga di quella di un vecchio, perché qualitativamente più intensa, come ricordo un mio antico alunno, Ferrante Bandera, morto a diciotto anni.

                            

3. Come il Vangelo ci parla del tempo

Ma come il Vangelo ci parla del tempo? Della sua lettura, del suo uso? La Parola di Dio non solo è luce, ma anche misura dei nostri passi.

Il tempo, secondo il Vangelo, è visto in rapporto alla salvezza. Dice Gesù all'inizio della sua predicazione: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo" (Mr.1,15). E, san Paolo, ricordando la nascita di Gesù, così la mette in rapporto al tempo: "Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio...per riscattare coloro che erano sotto la lege, perché ricevessimo l'adozione a figli" (Gal.4,45)

Il tempo è dunque lo spazio creato da Dio per l'incontro con Lui, per la sua opera; Egli, perciò, ne determina il senso, i modi e la pienezza, tanto che la venuta del Salvatore nella nostra carne ne determina il compimento, come i vari interventi di Dio ne hanno segnato le varie tappe.

A Cana di Galilea Gesù risponde a sua madre: "Non è ancora giunta la mia ora" (l'ora della glorificazione di Gesù: Gv.2,4), mentre all'ultima cena Gesù così prega: "Alzati gli occhi al cielo, disse: Padre, è giunta l’ora glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te” (Gv.17,1 ).

Se Dio si rivela all'uomo nel tempo, anzi il tempo è lo spazio dell'incontro con Lui, così da costituirne la qualifica, allora l'uomo deve saper leggere con capacità di discernimento il tempo.

Risponde Gesù ai farisei e ai sadducei che gli chiedevano dei segni dal cielo: "Quando si fa sera, voi dite: Bel tempo, perché il cielo rosseggia; e al mattino: Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l'aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?" (Mt.16,2-3). Del resto, tutta la storia della salvezza è rivelazione di questo senso del tempo e Gesù ne costituisce la pienezza e la chiave interpretativa

Scrive l'ebreo Heschel a proposito della concezione del tempo nel Vecchio Testamento: "A differenza dell'uomo, la cui mente è dominata dallo spazio, per cui il tempo è invariato, iterativo, omogeneo, per cui tutte le ore sono uguali, senza qualità, gusci vuoti, la Bibbia sente il carattere diversificato del tempo: non vi sono due ore uguali; ciascuna ora è unica, la sola concessa in quel momento, esclusiva e infinitamente preziosa ...Il rituale ebraico può essere caratterizzato come l'arte delle forme significative nel tempo, come architettura del tempo" (Abraham Joshua Heschel “Il sabato. Il suo significato per l'uomo moderno" ed. Rusconi, Milano 1972 pp. 14-15).

Dentro questo quadro globale possiamo ora rileggere alcune parabole di Gesù sotto il profilo dell'uso del tempo.

Nella parabola del cattivo amministratore (cf. Lc.16,1-8) Gesù ricorda la responsabilità nell'amministrazione dei beni che ci sono stati affidati e il saper guardare al futuro; nelle parabole delle mine e dei talenti (cf. Mt.25,14-30; Lc.19,12-27) mostra con grande severità come l'uomo è chiamato ad essere un custode attivo e non inerte dei beni che gli sono stati affidati; nella parabola delle dieci vergini (cf. Mt.25,1-13) il tempo viene presentato come una vigilia che va vissuta in una vigilante attesa, con una costante scorta di olio perché le lampade siano trovate accese alla venuta dello sposo; nella parabola del maggiordomo (cf. Mt.24,48-51) il rischio messo in risalto è quello di dimenticarsi di dover rendere conto del proprio tempo, abbandonandosi a violenze e a gozzoviglie.

Anche la parabola del giudizio finale (cf. Mr.25,31-46) è una richiesta di rendiconto su che cosa abbiamo fatto per Lui, Gesù Cristo, nell'incontro con gli altri uomini. Tutto è dono, tutto è grazia, direbbe il curato di campagna di Bernanos, e perciò il tempo nostro sta nel riconoscere e nell'accogliere il momento di grazia che ci viene offerto e nel ridonarlo con lo stesso cuore.

E il rischio? Quello di non attendere più il padrone che torna, lo sposo della mezzanotte che deve introdurci alla festa di nozze, di vedere le persone e gli eventi senza la loro trasparenza sul mistero di Dio, d'impossessarci delle cose come fossero cosa nostra, di lasciare inerte la nostra vita come un orto abbandonato.

Il tempo non è anzitutto quantità, ma qualità. Si può vivere accanto ad una persona per molti anni senza mai conoscerla, senza comunicare con essa, vivendo a nostra volta tanti giorni spenti. Ma può anche accadere che come d'improvviso ci si incontri, ci si sveli e anche la nostra vita si ravvivi in modo nuovo, cresca come d'improvviso, fino a far di noi una persona nuova. Pensate un momento alla scoperta che fecero i due discepoli di Emmaus camminando vicino a quel misterioso viandante.

Non fu per loro semplicemente "una" delle molte sere quella sera, ma probabilmente il momento più intenso della loro vita. Noi stessi tante volte riconosciamo certi momenti alimento costante dei nostri giorni. Alcuni eventi o anche un solo fatto, come un incontro, un'esperienza, una parola, possono nutrire la speranza di una persona per tutta l’esistenza, come i ghiacciai continuano a fornire acqua per la vita delle valli.

                                  

4. Che uso ha fatto Gesù del suo tempo?

Ma vogliamo fare ora un passo ulteriore nella nostra ricerca sull'uso del tempo chiedendoci: e Gesù come occupò il suo tempo? I Vangeli sono molto sobri e tuttavia ci danno alcune indicazioni significative in proposito.

Un fatto immediatamente colpisce: gran parte della sua vita Egli la trascorse a Nazaret, ignorato dagli uomini, mentre dedicò relativamente poco tempo alla sua attività pubblica. Parrebbe un controsenso questa scelta, quasi uno spreco se pensiamo al fine della sua vita. Ma il Figlio di Dio non fu vittima di pigrizia, di ottusità. Fu "scelta" quella sua vita, e perciò motivata, e quindi significativa per noi come le sue parole.

Durante poi il breve periodo della sua vita pubblica Gesù dedicò gran parte del suo tempo alla predicazione, all'annuncio della buona novella (cf. Lc.4, 14-21). Un annuncio che costituì come il principio unificante di tutti i suoi comportamenti e degli stessi miracoli (vedi per es. la moltiplicazione dei pani: Gv.6, la guarigione del cieco nato: Gv.9, la risurrezione di Lazzaro, Gv.11).

Occupatissimo, tanto che in certi momenti non aveva tempo neppure per mangiare (cf. Mr.3,21), Gesù si riservava diverse ore del giorno per la preghiera (cf. Mt. 14,23; Mr. 1,35; Gv. 6,15; Lc. 4,42-44) e anche per i suoi discepoli chiedeva tempi di ritiro (cf. Mr. 6,31).

Nelle sue peregrinazioni Egli dedicò tempo all’incontro con le folle, ma non per questo trascurò i rapporti personali. Vedi per es. con il giovane ricco, con il cieco nato, con Nicodemo, con la Samaritana, ecc. Nella sua vita, pur così impegnata, diede spazio anche ai rapporti di amicizia. E non si accontentò di accogliere chi lo cercava, ma Lui stesso andò in cerca degli uomini, come spiegherà nella parabola della pecora perduta (cf. Lc.75,4-7).

Ebbe poi una cura particolare nella scelta e nell'educazione dei suoi discepoli, dedicando ad essi tempo e pazienza.

A una visione superficiale la vita pubblica di Gesù potrebbe apparire affannosa e frammentata, l'uso del suo tempo caotico, una somma di tentativi senza un chiaro disegno, fino al fallimento della croce. Se però la guardiamo in profondità, scopriamo che essa ha un centro unificante, che dà significato ai vari comportamenti di Gesù: fare la volontà del Padre (cf. Gv.8,29;10,18). Una volontà, un progetto, che non si lasciano né sviare dalle richieste della gente che cerca di imporre a Gesù i propri disegni, né bloccare dalle difficoltà e dalle minacce incontrate.

La fedeltà al Padre segna il tempo di Gesù, gli dà unità, libertà e senso. Questo spiega come Egli abbia partecipato alla nostra vicenda fino a provare paura e angoscia (cf. Mr.14,33), e tuttavia sia rimasto "sovrano" davanti al sommo sacerdote e a Pilato che lo giudicavano e sulla croce. In modo significativo san Giovanni nel suo Vangelo legge la crocifissione di Gesù quale espressione della sua sovranità. La sovranità di chi è così signore da dare la propria vita per la salvezza del mondo.

Non si tratta della sovranità frutto della "volontà di potenza", quella che tante volte ispira i re delle nazioni (cf. Lc.22,25-26), ma della sovranità che nasce dall’obbedienza al Padre. Il tempo di Gesù fu di salvezza, perché di piena obbedienza a Colui che l’aveva mandato per la salvezza del mondo (cf. Gv.3,17). La sua misura non viene perciò dai giorni, ma dall'intensità di quella adesione al Padre. Un'adesione che si è andata compiendo in mille atti successivi, dentro situazioni diverse.

                                

5. Diversi usi del tempo

Di fatto come gli uomini sogliono usare del loro tempo?

C'è chi si regola anzitutto sul consenso della gente, sulla sua stima, e quindi sul successo. Il consenso, la stima ci fanno sentire "qualcuno", ci incoraggiano, ci mostrano la preziosità del nostro uso del tempo, per cui siamo portati a ritenere valide o invalide le nostre azioni a seconda dell'opinione pubblica. Un criterio determinante in un sistema politico democratico e nel campo commerciale, ma che può trarre in inganno quando si tratta di valutare il valore in sé dell'impiego delle nostre giornate. Pensate un momento all'atteggiamento di Gesù nell’impego del proprio tempo di fronte alla mentalità, alle reazioni e ai desideri della gente della sua terra. L'opinione degli altri, il loro consenso o dissenso, possono orientarci, ma anche deviarci.

Una pastorale impostata semplicemente sul consenso può farci perdere molto tempo, perché sottratta al principio di verità, come la misconoscenza della sensibilità e della cultura della propria gente può rendere incomunicabile l’uso del nostro tempo.

C'è chi si regola nell’uso del tempo sul proprio gusto, facendo solo ciò che gli piace. Il gusto personale è molto importante, dà sapore al tempo. Esso però, se dimentica il punto di riferimento oggettivo, perde consistenza, come una casa che venisse costruita senza badare alle leggi della statica.

C'è ancora chi regola l'uso del proprio tempo sulla propria salute, sulla carriera che intende percorrere, sui propri progetti, sul guadagno. Fattori che entrano nell'uso del tempo come condizione, come mezzo, come prospettiva, ma che non possono esserne la misura.

Il tempo è nelle nostre mani per un certo aspetto, perché legato alle nostre doti, ai nostri mezzi, al nostro impegno, al nostro divenire, alle nostre possibilità, alle nostre decisioni, fatiche e stanchezze.

Il tempo però, per una ragione più profonda, dobbiamo riconoscerlo, non è nelle nostre mani perché soggetto a mille condizioni che non dipendono da noi, perché chiamate impreviste possono sorprendere il nostro cammino sconvolgendo i nostri progetti o dando significati nuovi a fatti e gesti divenuti ripetitivi, perché la vita non ci appartiene essendo dono di Dio.

                                

6. Come usare bene del tempo

Se il tempo sta nel nostro divenire, e il progetto di Dio circa il nostro divenire è la somiglianza al suo divin Figlio (cf. Ef. 1,4-14; Rom. 5,4-5), usare bene del tempo significa divenire più sapienti, più longanimi, più gioiosi, più amanti di Dio e del prossimo, più simili a Gesù Cristo, e non primariamente fare molte cose.

Ma noi diveniamo con le qualità, i mezzi, i rapporti, le situazioni, che ci sono stati donati. Dobbiamo perciò, come ci ha detto Gesù nelle sue parabole, trafficare i talenti che sono stati offerti alla nostra vita. Dio stesso ce ne chiederà conto. Usare bene il tempo comporta non essere pigri.

Al cuore del nostro divenire non stanno i nostri mezzi, e neppure le nostre qualità, ma il nostro rapporto con Dio e con gli uomini. Per questo fanno parte del buon uso del tempo il lavoro e la contemplazione, l’attività e la preghiera, l'appartarsi e l'incontrare. Può accadere che la coltivazione parziale dell'uso del tempo ci faccia crescere disarmonici. Vedi per es. il caso di un prete che coltiva molto la predicazione, mentre mortifica il suo ascolto della Parola di Dio, studia teologia, ma poi prega poco, s'affanna in mille cose e poi ne perde la ragione.

Non si tratta di distribuire l'impiego del tempo come si può fare con le fette di una torta (secondo una visione puramente oggettiva del tempo), ma di riconoscerne l'unitarietà di senso e di organizzare la propria vita coerentemente a questa unitarietà.

Ho sentito preti che mi dicevano: sa, io non ho tempo per pregare, perché devo attendere all'oratorio; io non ho tempo per leggere, per studiare, perché ho tanta scuola e molte altre cose da fare; io non ho tempo per partecipare ai ritiri spirituali, agli incontri di aggiornamento, perché devo visitare gli ammalati. In tutti questi casi sarebbe come se uno curasse la carrozzeria della sua macchina trascurandone il motore, oppure non si nutrisse per aver più tempo per lavorare, o ancora raccogliesse molta legna per scaldarsi e non si preoccupasse del fuoco per accenderla.

Mentre è dovere usare bene del nostro tempo, perché tutto ciò che siamo ed abbiamo è di Dio, non dobbiamo però mai identificare il suo buon uso con un solo modo di farlo e tanto meno valutarlo semplicemente con criteri "produttivi", come spesso accade nella vita civile. Anche un ammalato può usare bene o male del proprio tempo in ordine alla salvezza, che costituisce l'ottica più comprensiva del valore del tempo.

Si può usare bene del tempo sia correndo che sostando; sia ascoltando che parlando; sia operando che vegliando e attendendo, poiché la sua misura non sta nel produrre, ma nell’amare. Accade spesse volte che non sappiamo valutare il tempo che Dio ci dona perché lo giudichiamo solo con un metro, quello dell’efficienza fisica, mettendo così implicitamente tra parentesi il tempo dei vecchi, degli ammalati, degli handicappati, dei bambini, dimentichi dei tempi silenziosi, ma non per questo irrilevanti, della vita di Gesù Cristo a Nazaret e di quelli dolorosi, materialmente improduttivi, della sua passione.

Il tempo va usato secondo i talenti che ci sono stati donati, secondo i progetti che ci siamo costruiti, ma anche secondo gli imprevisti che esso ci presenta. Pure questi fanno parte del nostro tempo, e non soltanto le tappe progettate. Più di una volta ci troviamo a subire passivamente tutto ciò che non avevamo progettato, invece di saperlo utilizzare secondo le sue possibilità come per esempio una malattia, la perdita di un collaboratore, una lunga attesa o un ordine inaspettato del parroco o del vescovo.

Il "guadagno" del tempo non sta nel compimento del nostro progetto, ma di quello di Dio. È Lui il primo artefice della nostra salvezza e perciò della realizzazione della nostra vita; per questo nella sua volontà è la nostra pace.

Si chiede sant'Agostino: che cosa significa sfruttare bene il tempo? E risponde: "Riscattare il tempo che cosa significa se non servirsi del fluire del tempo per ricercare e conquistare le cose eterne, eventualmente anche con detrimento delle comodità temporali?". E ne dà un esempio: “Per questo anche il Signore comanda: Se uno vuol citarti in giudizio per prenderti la tunica, tu lasciagli anche il mantello (Mt. 5,40), cioè comanda che - anche a costo di rimetterci nei valori temporali - tu utilizzi per la pace il tempo che avresti utilizzato per la lite” (Sermone 16,2; Agostino torna sullo stesso tema nel Sermone 167,2.3,3.4).

Per Agostino guadagnare il tempo vuol dire vincere la dispersione per ritrovare l'unità (cf. "Confessioni" l. XI e l. XII; vedi l'acuto commento di H.U. von Balthasar "Visione di Agostino" in idem "Il tutto nel frammento" ed. Jaca Book, Milano 1970, pp. 7-21).

Ma qual è questo principio unificante che ci permette di stabilire l'unità nella dispersione del tempo? È lo stesso principio di valorizzazione del tempo: vivere ed operare per amore di Dio. Ha scritto san Paolo: "Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno" (Rom. 8,28).

Più il fuoco brucia e più ogni cosa, perfino l'acqua, ne diventa alimento e fiamma. Il segreto, perciò, del buon uso del tempo sta nel tener desto questo fuoco. Per questo non fu tempo perduto per es. il periodo trascorso da padre Carlo di Foucauld tra i Tuareg senza ottenere neppure una conversione.

                                    

7. Alcune indicazioni pratiche

A conclusione della mia meditazione voglio ora suggerire alcune indicazioni pratiche che possano favorire la realizzazione dei valori proposti per il buon uso del nostro tempo.

                                            

7.1. Le mete

È importante anzitutto darsi delle mete precise da perseguire. Senza degli obiettivi concreti da raggiungere e delle scadenze da osservare la volontà non è stimolata e le nostre facoltà impigriscono. Avviene questo per l'utilizzo di una giornata come per quello di una settimana, di un anno. Ciascuno deve farsi un progetto di lavoro per la propria vita. Basta che guardiamo alla nostra esperienza per renderci conto di come "mete" e "scadenze" sono state determinanti nell'utilizzo del nostro tempo. Dovevamo fare una relazione, sostenere un esame, programmare un campo scuola, un grest, scrivere un testo, concludere una pratica? E noi abbiamo sfruttato con grande intensità il nostro tempo.

Non avevamo cose precise da fare oppure non avevamo scadenze? E noi siamo riusciti a fare ben poco. La meta condivisa fa da stimolo, da motore nell'utilizzo del nostro tempo.

                                        

7.2. L'orario

La volontà di perseguire un determinato obiettivo non è però ancora sufficiente per ottenere dei risultati se noi non ci proponiamo anche dei tempi e un orario. L'orario canalizza il tempo, segna le scadenze, ricorda gli impegni, distoglie dalla genericità, favorisce la collaborazione. Senza mete precise manca lo stimolo ad utilizzare il tempo; senza orari determinati è facile diventare inconcludenti e scoraggiare i collaboratori.

Vi sono delle persone brave, ma che non sanno tener fede ai loro orari e quindi anche ai loro impegni, oppure non sanno calcolare bene i loro tempi, per cui progressivamente non vengono più coinvolte in lavori seri perché ritenute inaffidabili, e loro stesse alla fine si adagiano in una progressiva neghittosità, ingigantendo nelle parole i pochi impegni che svolgono.

Il vuoto d'impegno pastorale favorisce poi l'insorgenza di altri interessi fino a provocare la sfiducia nel proprio sacerdozio.

                                 

7.3. Il discernimento

E poiché la programmazione del proprio tempo ha un valore pedagogico nella nostra esistenza, oltre che funzionale, dobbiamo ben evidenziare in essa ciò che è primario rispetto a ciò che è secondario, tenendo presente la sua fattibilità concreta, con capacità di discernimento. Il movimento della nostra vita, potremmo dire, ripropone quello del cuore: diastole e sistole. Dona e riceve, si disperde e si raccoglie. C'è così il tempo della preghiera e quello del lavoro, il tempo in cui prevale, potremmo dire, la Parola di Dio, il suo ascolto, e il tempo in cui prevale quella dell'uomo, anche se il servizio a Dio resta sempre il principio ispirante e unificante della nostra esistenza cristiana.

Il richiamo a ciò che è tangibile, immediatamente verificabile, ci prende molto più facilmente di quello che rimanda a ciò che è invisibile. D’altra parte, solo nella prospettiva dell'invisibile si comprende adeguatamente il visibile. Da ciò scaturisce l'importanza dei lunghi tempi di preghiera da collocarsi all'aprirsi e al chiudersi della giornata. Non si tratta solo di un ordinamento materiale, ma di una istanza teologica e psicologica. Teologica, perché si riconosce il primato di Dio nel tempo che incomincia e che termina; psicologica, perché i primi pensieri, le prime emozioni sono per Dio, e la giornata torna a raccogliersi davanti a Lui, nostro Padre e Signore, per poi depositarsi nel nostro animo come un fermento nel sonno della notte.

                              

7.4. Il dominio di sé

Per usar bene il tempo è importante non solo avere delle mete precise e disporre di un orario, sapendo scegliere, ma occorre anche saper disciplinare se stessi, coltivare le proprie doti e tener vive le capacità acquisite. Vi possono essere dei sacerdoti che non arrivano a leggere anche un solo libro in un anno perché si accontentano della televisione, di qualche giornale e di qualche opuscolo. Altri non si arrischiano più a scrivere perché giù di allenamento. Se poi entriamo nel campo teologico, diversi ritengono di poter vivere di eredità. La mancanza di stimoli, di richieste, o di guide a portata di mano, o anche paradossalmente l'abbondanza delle pubblicazioni in commercio qualche volta scoraggiano anche persone volonterose.

È necessario che ci aiutiamo a tener desto l'interesse per l'approfondimento della nostra fede e continuiamo a coltivare le nostre varie attitudini e la cultura teologica perché il nostro tempo non diventi vuoto e non abbiamo a rendere sterile il nostro lavoro di tanti anni. Per ottenere questo vanno accettati la "fatica" del lavoro e lo stimolo del "confronto".

                            

7.5. L'intensità nel quotidiano

Qualcuno potrebbe pensare: ho già molte cose da fare, come posso sobbarcarmene tante altre? Ritengo che il problema non stia primariamente nel fare altre cose, ma piuttosto nell'eseguire le cose che già facciamo con più cura, con maggiore impegno. Ne ricordo solo alcune: la preparazione della nostra predicazione, la recita del breviario, l'eventuale preparazione della scuola di religione, la partecipazione ai ritiri spirituali e agli incontri di aggiornamento per il clero, la partecipazione al Convegno pastorale diocesano e a qualche Convegno di carattere nazionale.

Una omelia preparata attraverso letture, riflessione, preghiera, messa per iscritto, aiuta non solo gli altri, ma anzitutto noi a vivere con intensità il nostro tempo, rispetto ad una omelia improvvisata, non pensata. La recita del breviario che ci porta a riflettere, a gioire delle parole lette e ad approfondirle con qualche altra lettura può nutrire profondamente la nostra vita, mentre una lettura affrettata e distratta risulta solo un peso frustrante.

Così gli incontri di aggiornamento (quando naturalmente chi parla dice veramente qualcosa) possono stimolarci a leggere, a confrontarci con amici sacerdoti e laici, e quindi a comprendere sempre meglio il mistero di Dio e dell'uomo, della nostra vita, determinando una vera gioia interiore.

Se invece essi sono subiti, partecipati distrattamente, annoiano soltanto. E più stressante far male le cose che farle bene, perché le rende aride e ci lascia insoddisfatti. E così il preoccuparci del "dopo" e il pensarvi, mentre stiamo svolgendo un'attività o un momento di riposo, ci logora interiormente, rendendo poco fruttuoso il lavoro che stiamo facendo o la sosta che avevamo scelto. Un antico adagio latino insegnava: fa bene quello che stai facendo ("age quod agis"). Perfino durante la celebrazione dell'Eucarestia possiamo tenere la testa e la preoccupazione altrove.

                                      

7.6. La costanza

Ci può poi prendere facilmente la tentazione d'incominciare la lettura di un libro, la frequenza di un corso o di una scuola, perché avvertiamo la nostra impreparazione, per fermarci però ben presto alle prime difficoltà, perché non disposti a pagare il prezzo di ciò che volevamo acquisire oppure perché non avevamo ben calcolato il tempo necessario (cf. Lc.14,28-29).

Ci può anche accadere d'iniziare un'attività pastorale e di non portarla a termine perché abbiamo perso l'entusiasmo iniziale, oppure non c'è stata la risposta che ci aspettavamo. Ecco un ennesimo modo per sciupare il nostro tempo. La continuità e l'intensità fanno fruttare il tempo e ciò si compie nella misura in cui il soggetto partecipa, ha interesse, è vivo, è costante, sa affrontare la fatica. Aiutiamoci a mantenerci "vivi". Il tempo ha per ciascuno il volto del suo spirito.

                                    

7.7. La capacità di sostare

Per il buon utilizzo del tempo ha infine un ruolo paradossalmente determinante la capacità di sostare. Alcuni rovinano tante volte l'impiego del loro tempo a motivo dell'ansia e del nervosismo con cui lo trascorrono. Gesù stesso, l'abbiamo ricordato, ha invitato i suoi apostoli a riposarsi. Uno psicologo contemporaneo, scrivendo dell'importanza del riconciliarsi con se stessi, così parla del rapporto tra sosta e lavoro: "Intermezzi di calma sono necessari fra periodi di attività creativa se le cose devono riacquistare vigore intorno a noi, se la germinazione deve aver luogo.

Così la tranquillità, o il riposo, il tempo che procede con facilità fanno parte del processo creativo, del pro-cesso di crescita e di formazione di se stessi non meno della fase applicativa o produttiva. Il primo è l'albero e il secondo sono le foglie. Senza l'albero - conclude l'autore – non ci possono essere le foglie". (Theodore Isaac Rubin "Riconciliarsi con se stessi", ed. Rinoli, Milano 1988 p.75).

Secondo gli occhi della fede non dobbiamo mai dimenticare che Dio non è un padrone, ma un Padre, e il fine della vita non è produrre, ma stare con Lui, e questo è vero anche nel tempo.

Sempre nella luce della fede non dobbiamo poi scordare che siamo dei "servitori" nel campo di Dio, della sua Chiesa, non dei padroni, e perciò non è da cristiani presumere che la nostra presenza ed opera siano indispensabili. Vi sono soste suggerite dalla pigrizia, ma vi sono anche soste suggerite dalla fede, quelle che nascono dal riconoscimento della signoria di Dio su tutti gli uomini, per cui ci affidiamo con speranza a Lui.

Se il nostro lavoro pastorale ci rende nervosi, amari e critici verso gli altri, è segno che qualcosa non funziona nella nostra vita, forse abbiamo bisogno di più ordine e di un po' di riposo. Ha scritto l'apostolo san Giacomo che vi è una sapienza terrena, carnale, diabolica, che suscita nel cuore dell'uomo "gelosia amara e spirito di contesa”, mentre ve n'è un'altra, che viene dall'alto, la quale è pura, pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia, senza ipocrisia o parzialità (cf. Gc. 3,16-17). Coltiviamo questa sapienza, sostiamo in essa, diamole spazio di tempo.

                          

8. Una invocazione

La Vergine Maria, donna ricca della sapienza proveniente dall'alto, che come noi fece progetti per la sua vita, sempre però disponibile a quelli di Dio, che visse paziente tempi di gioia e di sofferenza, di attesa e di ritrovamento, di contemplazione e di azione, in comunione con il suo divin Figlio, misura di ogni tempo, lei, la Vergine dell'equilibrio, ci aiuti a scoprire ogni giorno le possibilità di grazia che il tempo ci offre sia nel lavoro come nel riposo, nello stare con gli altri come nella solitudine, nella salute come nella malattia. Per mille strade Dio ci viene incontro, e noi sappiamo che il tempo perso è solo quello in cui non l'abbiamo atteso, cercato, riconosciuto, non l'abbiamo amato, e con Lui non abbiamo amato autenticamente neppure la nostra vita. 

Pavia, 8 settembre 1994, festa di Maria nascente

                                                                                                                                                                                             + Giovanni Volta