• Stampa

 

 Certosa di Pavia  chiostro

Certosa di Pavia

..............

DOPO LA VISITA PASTORALE,

QUALE PRETE?

                                          

SOMMARIO

1. Importanza di una riflessione sulla nostra esperienza

2. Competenza

3. Duttilità

4. Responsabilità

5. Ecclesialità

6. Esemplarità di Maria

                                                                           

Importanza di una riflessione sulla nostra esperienza

                      

1. Dopo la Visita Pastorale, lasciati decantare i fatti marginali, mi è parso importante riflettere sulla vita della nostra Chiesa particolare, guardandola con due occhi: quello del progetto salvifico di Dio, della sua Parola, e quello della nostra situazione variamente sperimentata.

È questo il significato del fascicolo che recentemente ho fatto stampare per i sacerdoti, i religiosi e le religiose, per i fedeli cristiani: "Per camminare cristianamente insieme". Un titolo che vuole esprimere sinteticamente l'anima e il fine di tutto lo scritto e con esso della Visita Pastorale, fino a coinvolgere le parrocchie in un ritorno di progetto, di collaborazione, per cui ho scritto nella presentazione del fascicolo: "Chiedo... a tutti i Consigli pastorali del vicariato urbano e degli altri Vicariati d'incontrarsi per prendere visione dei dati e delle indicazioni qui esposti e confrontarli con l'andamento della propria comunità cristiana per ricavarne delle rinnovate scelte concrete adattate alla situazione locale. Vorrei poi che (i parroci con i loro Consigli parrocchiali) mi comunicassero i loro progetti di lavoro pastorale maturati in questo confronto, in modo da camminare cristianamente insieme".

                                  

2. Ecco la spiegazione del titolo, che vuole dire in sintesi lo stile della pastorale che siamo chiamati a gestire e a servire.

“Per": intende esprimere non tanto una realtà posseduta pacificamente, quanto piuttosto una direzione da seguire, un fine da raggiungere, convinti che la Chiesa ogni giorno deve riprendere la tensione verso il proprio ideale che non è mai raggiunto una volta per sempre. (Tante volte il fervore tende a spegnersi e i gesti rischiano di non coordinarsi perché manca un obiettivo nella vita).

“Camminare”: vuole esprimere la nostra condizione di viandanti entro una storia che a sua volta cammina, muta. Un condizione di vita che può rinnovarci perché con le sue domande e le sue novità ci spinge a ripensate, a rivedere, a cercare nuove vie nella nostra pastorale, ma che può anche scoraggiarci fino a indurre noi a comportarci come semplici spettatori di un mondo che muta e di fronte al quale ci accontentiamo di lamentarci in una vana nostalgia del passato.

“Cristianamente”: vuole sottolineare il fatto che non è sufficiente camminare, stare per così dire dentro il mondo di oggi. È necessario camminare da cristiani, poiché l'orientamento, la forza, il discernimento, la speranza devono venire a noi dalla nostra fede in Gesù Cristo e non semplicemente dall'accoglienza del nuovo.

Per questo il credente è insieme accogliente e critico verso la cultura e lo stile di vita del proprio tempo; si pone in servizio dell'uomo, ma non resta prigioniero nell'orizzonte del tempo, né si limita al benessere materiate. La misura del suo operare non è costituita da una qualche ideologia, ma da Gesù Cristo accolto nella sua interezza di Figlio di Dio e figlio dell'uomo.

“Insieme”: perché Dio ci chiama alla salvezza riunendoci come in un unico corpo, ben compaginato, il cui capo è Cristo (cf. Rom. 12,4-5; 1 Cor. 12,12-27), dando a ciascuno dei beni (anche ai bambini, anche agli ammaiati, anche agli anziani) che esprimono l'amore di Cristo per noi e che dobbiamo vivere con gli altri e per gli altri.

Scrive san Paolo: "A ciascuno è data una particolare manifestazione dello Spirito per l'utilità comune" (1 Cor 12,7).

In questa nostra riflessione vorrei fermarmi sulla figura del prete come mi è parsa emergere nel suo "dover essere" dalla Visita Pastorale.

                                

Competenza

 

3. Essendo il presbitero in servizio di Dio per la gente, egli si trova ad essere molto condizionato dall'evoluzione sociale e in particolare dalle richieste delle persone. Il Signore l'ha mandato ad evangelizzare gli uomini, e quindi deve fare i conti con la loro mentalità, i loro costumi, le loro richieste, tanto che il sacerdote è tentato di sentire il proprio ministero senza senso se non trova udienza e seguito nella sua comunità.

Di qui la tentazione di conformare la propria attività semplicemente a ciò che risulta gradito alle persone che accosta, fino a porre primariamente in questa richiesta e non in quella di Cristo il criterio di scelta dell’impegno del proprio tempo. Questa "attrattiva" può sbilanciare la vita del prete, portandolo a porre il baricentro della sua esistenza fuori della sua missione, così da coltivare prevalentemente, per esempio, le sue capacità organizzative, sportive, letterarie, musicali, affaristiche, trascurando quelle specifiche sacerdotali.

                             

4. Ma proprio perché sono cresciute le competenze delle persone nei vari campi e la civiltà degli uomini è in forte evoluzione, con particolare urgenza si richiede che il sacerdote sia se stesso, e cioè l'uomo mandato da Dio a servire l'incontro degli uomini con il Signore, ad annunciare e a celebrare il mistero cristiano, a curare la comunione tra la gente, a guidare gli uomini nel loro cammino spirituale, ad educarli nella fede. Tutte le altre sue competenze devono essere messe a servizio di questa, che rappresenta contemporaneamente il principio di unità dinamica e di identità di tutto il suo lavoro. Qui sta anche il primo criterio selettivo delle diverse occupazioni che si presentano.    

                      

5. La conseguenza pratica e la verifica del riconoscimento di questa "competenza" nella propria vita si ha dalla proporzione del tempo che viene impegnato nelle varie nostre occupazioni e dall’interesse primario che anima il nostro lavoro. Per esempio: quanto tempo dedichiamo alla preghiera, alla lettura della Bibbia e dei libri di spiritualità, al nostro aggiornamento pastorale e teologico, quali sono gli interessi che ci spingono ad operare, in quali attività principalmente spendiamo il nostro tempo?

                            

Duttilità

 

6. La varietà delle situazioni nelle quali ci troviamo a vivere, la rapidità dei cambiamento che avvengono nelle nostre parrocchie, esigono per un altro verso una maggiore duttilità di vita rispetto al passato. Ma il cambiamento logora e rende difficile il rifarsi ad esperienze precedenti. Più di un prete mi ha manifestato la propria angustia motivata sia dai cambiamenti che impone la pastorale oggi, sia dalla molteplicità degli impegni in cui si trova coinvolto e come interiormente lacerato. Di qui il problema: come affrontare tutte le novità che interferiscono con l'attività pastorale, come rispondere alla varietà degli impegni che ci prendono e rimanere "vivi", "motivati", "sereni"? Qualcuno si difende ritagliandosi un proprio piccolo spazio, perché afferma: io voglio far bene le cose, e per questo mi devo limitare solo a questo lavoro, per esempio solo all’insegnamento, solo ai ragazzi, solo agli ammalati, solo alle opere di carità, ecc. ecc. Ma è possibile questa scelta, avendo presenti le esigenze molteplici di una parrocchia, di una diocesi?

Altri si lasciano prendere da tutte le novità, cambiando continuamente le iniziative, oppure s'annoiano così della vita ordinaria che colgono tutte le occasioni per uscire dal proprio ambiente. Ma dove sta il limite tra un impegno che può vivacizzare la propria vita sacerdotale e una scelta che diventa evasione, turismo spirituale?

                              

7. In tutte queste scelte entrano vari fattori della personalità di ciascuno e quindi una diversità di esigenze, vedi il temperamento, la cultura, le abitudini, l'età, le esperienze fatte nella propria vita.

Resta però per tutti il problema della "duttilità" che è conciliazione tra identità e adattabilità. Essa si radica in un’autentica interiorità e in un preciso interesse soggettivo per cui non diventiamo semplici "ospiti" di iniziative, idee, interessi degli altri, o semplici curiosi delle attività altrui, né ci chiudiamo in noi stessi per non essere disturbati nelle nostre certezze e abitudini.

                 

8. L' “interiorità” ci permette di sviluppare un senso critico verso tutto ciò che accade, per cui "valutiamo" le esperienze che andiamo constatando, "elaboriamo" i vari messaggi che ci raggiungono, non li accogliamo passivamente, né li respingiamo ciecamente. L'interiorità costituisce nell'uomo l'equivalente delle radici in una pianta, della loro capacità selettiva e nutritiva. Essa però va custodita, coltivata, nutrita, perché cresca, perché eserciti la sua funzione critica e selettiva, per non arrischiare di diventare dei ripetitori di slogan o il semplice specchio del mondo che ci attornia. (Vedi l'esigenza di momenti di silenzio, di qualche sosta, di riflessione su gli aspetti essenziali della vita, vedi l'importanza di porre ordine nella nostra esistenza e nelle nostre stesse occupazioni. Molte volte non è tanto il lavoro che ci pesa, quanto il suo continuo spezzettamento che ci obbliga a cambiare gli obiettivi della nostra attenzione, lasciando come in sospeso varie cose).

                     

9. L’“interesse", a sua volta, esprime la dinamicità della nostra persona verso gli altri, verso l'Altro, Dio, e determina la prospettiva di visione e di cammino di ciascuno. Noi vediamo, ricordiamo, ascoltiamo ciò che ci interessa. L'interesse costituisce il principio unificante della nostra vita e la forza per sopportare prove e sacrifici.

Nel sacerdote l'interesse dominante dovrebbe essere la carità pastorale, che costituisce anche, come ha scritto il Concilio Vaticano II, il principio unificante nella vita del prete.

La duttilità si alimenta costantemente di queste due dimensioni della vita umana: l’interiorità, come principio critico, e l'interesse, come principio dinamico.

                       

Responsabilità

                        

10. Il prete ha un ruolo di guida nella comunità cristiana, quale pastore, secondo il linguaggio di Gesù, ha la responsabilità delle indicazione del cammino cristiano che deve svolgersi nel costante discernimento della Parola di Dio e della situazione nella quale questa dev'essere realizzata. In una società però tanto varia e cangiante qual è la nostra, diventa più urgente che nel passato l'assunzione della propria responsabilità per interpretare, per decidere per pagare di persona.

Vi sono le indicazioni del Vangelo, le interpretazioni storiche del Papa e dei Vescovi, ma poi resta la lettura, l’interpretazione e l'azione da compiere personalmente sul posto, valutando bene le proprie capacità e le condizioni della gente, mettendoci il proprio personale sacrificio. Un lavoro che comporta dei rischi: quello, per esempio, del giudizio negativo degli altri, o del fallimento delle proprie iniziative. Ma la colpa (o lo scacco), dice un antico proverbio, nessuno l'ha mai voluta sposare, per cui è rimasta zitella. Il poter dire: - la colpa è della gente, è del prete, è del Vescovo, è della scuola, è della televisione, - ci può dare un certo sollievo come quando a scuola temevamo di venire interrogati, ma poi la sorte cadeva sugli altri.

Questa fuga dalle responsabilità accade in famiglia, nella scuola, nel mondo dei lavoro, e anche nella Chiesa. Per assumerla occorre umiltà e spirito di sacrificio. Alcuni, per esempio, possono aspirare a compiti superiori alle loro forze perché non si conoscono e sono un po' vanitosi; altri non vogliono assumersi determinati compiti perché costano troppo o li espongono al giudizio degli altri. Per noi cristiani è fondamentale rifarci sempre alla volontà di Dio, quella vera, non quella inventata da noi.

Se rimaniamo nella sua volontà ci troviamo nel massimo dell’impegno, perché a Dio dobbiamo rispondere, e nello stesso tempo operiamo con grande libertà interiore, poiché nulla può condizionare la nostra obbedienza alla sua volontà.

                           

11. Il fenomeno della secolarizzazione, che per certi aspetti ha ridimensionato la figura del prete nell'opinione pubblica, impedisce al sacerdote di rifarsi ad una autorevolezza ovvia. Ciò l'impegna a non vivere di rendita, ma a farsi valere sul canapo con la propria testimonianza. Il fatto che tante sensibilità e abitudini sono cambiate richiede al sacerdote di saper trovare nuove iniziative per saper accostare le persone, per annunciare loro il Vangelo, e perciò una intelligenza e un amore attivi per vincere la propria passività.

Per assumere le proprie responsabilità bisogna saper governare la propria vita emotiva, saper lavorare, saper soffrire, riuscire anche a rimanere soli in certi momenti, disposti a pagare di persona le proprie scelte, aver coscienza che ci impegniamo di fronte a Dio. Una società molto protettiva, qual è la nostra, può influenzare la deresponsabilizzazione anche nella Chiesa.

È interessante notare come la non assunzione delle proprie responsabilità si associ spesso a un diffuso atteggiamento critico verso gli altri. Chiediamo spesso una fede adulta ai nostri fedeli laici, ma essa viene richiesta anzitutto a noi preti.

                          

 

Ecclesialità

                       

12. Il presbitero vive per annunciare non se stesso, ma un Altro; egli è chiamato a creare e a guidare una comunità interno a Gesù Cristo, e non a se stesso; egli non "diventa" sacerdote per suo merito, come per esempio un medico o avvocato diventano professionisti, ma per “grazia" di Dio, e non "va", ma è "mandato", e nel suo essere e nella sua missione "fa parte" di un presbiterio. Egli non è padrone, ma appartiene; appartiene a Cristo, alla sua Chiesa, al presbiterio, anche se gli pare di poter fare a meno degli altri, soprattutto quando trova mezzi e consenso.

Viviamo però in una società e all'interno di una cultura dove l'immagine ha un notevole fascino e la soggettività, per vari motivi, è esplosa a tutti i livelli, per cui anche nella Chiesa, che vive in questo mondo, è frequente la tentazione del protagonismo, del camminare solitario, che soddisfa la propria sensibilità e ci sottrae al confronto e al giudizio degli altri, ma che ci pone fuori della Chiesa e perciò ci condanna alla sterilità spirituale (che può convivere anche con molte opere).

                          

13. Ma se c'è una nota che caratterizza la vita del sacerdote è proprio quella dell'ecclesialità. Fuori della Chiesa il suo ministero rimane svuotato come un impianto elettrico che fosse staccato dalla propria centrale elettrica, anche se l'impianto fosse molto vistoso.

Dalla Chiesa, corpo di Cristo, il sacerdote è mandato; nella Chiesa, secondo la sua intenzionalità egli opera efficacemente (ricordate una delle condizioni per la validità dei sacramenti?) per la crescita della Chiesa, famiglia di Dio, egli impegna la sua vita; dalla Chiesa, animata dallo Spirito Santo, egli è costantemente sostenuto. L’ecclesialità non è dunque un puro fatto giuridico, né si può imporre semplicemente con dei rimbrotti o delle pene, anche se va costantemente richiamata. Essa investe tutta la vita del prete e il suo ministero, ed esige un'autentica coscienza di sé e di Gesù Cristo e di conseguenza della Chiesa.

Rileggete al riguardo quello che scrive san Paolo nella sua prima lettera ai Corinti (cf. 1 Cor. l-2.12-I4), e nella lettera ai Romani (cf. Rom. 12). Grida Paolo ai Corinti, avendo sentito che vi erano delle divisioni tra di loro: "Cristo è stato forse diviso?" (1Cor, 1,13); e ai Romani così descrive le condizioni e lo stile della comunione ecclesiale: "La carità non abbia finzioni... amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda.

Non siate pigri ... siate ferventi ... lieti ... forti ... perseveranti .."solleciti ... premurosi … non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un'idea troppo alta di voi stessi. Non rendete a nessuno male per male" (Rom. 12,9-17).

Da noi sacerdoti dovrebbe venire alla nostra gente non solo l'annuncio del Vangelo e la celebrazione dei Sacramenti, ma anche la testimonianza dell'unità della Chiesa. In varie parrocchie durante la Visita Pastorale con gioia ho potuto sottolineare davanti ai fedeli questa testimonianza sacerdotale.

                       

Esemplarità di Maria

                        

14. Mi chiedo ora, in questo santuario della Madonna: per queste quattro qualità salienti della spiritualità del prete vi è una esemplarità nella Vergine?

Essa fino ai piedi della croce visse il suo ruolo di madre, la sua missione. Accettò la vicinanza come la lontananza del Figlio; condusse nell'umiltà di "serva del Signore" il suo rapporto con un Figlio che sempre la sorprendeva, perché Egli stava oltre l’orizzonte della sua piena comprensione, come scrive san Luca. Non fu un episodio la sua maternità divina, ma la struttura portante di tutta la sua vita.

La Vergine si adattò alle varie vicende legate alla vita del suo divin Figlio. Accettò il suo disegno, come disse all'angelo il giorno dell'annunciazione, e non tentò mai d'imporgli i suoi progetti. A Cana di Galilea intervenne, ma solo con una invocazione, in costante disponibilità verso il Figlio ("Fate quello che vi dirà").

Con costanza visse il proprio ruolo di madre e nello stesso tempo fu duttile, ma non rinunciataria nelle diverse situazione della sua vita, quando si parlava della sua beatitudine (Elisabetta: "benedetto il senso che ti ha portato...") e quando si annunciava la sua sofferenza (Simeone: "una spada ti trafiggerà 1'anima"), nei giorni della gioia come in quelli della sofferenza.

Dal giorno dell'annunciazione fino al termine della sua vita Maria visse sempre con responsabilità il suo compito tacendo, prendendo l'iniziativa, facendosi presente, senza mai ripiegarsi su se stessa, cosciente del molto che Dio le aveva dato (vedi l'inno del Magnificat).

È significativo notare come l'assunzione della responsabilità della sua missione avviene con l'umile espressione: "Ecco la serva del Signore, sia fatto di me secondo la tua parola'', dopo essersi accertata che quella era la volontà di Dio.

Dall'annunciazione, alla visita di santa Elisabetta, a Betlemme, all’incontro con il vecchio Simeone al tempio, a Cana di Galilea, ai piedi della croce, al Cenacolo nel giorno di Pentecoste, Maria vive costantemente abbandonata al progetto salvifico di Dio, e in questa fedeltà realizzala sua più profonda comunione con gli uomini, anche se in certi momenti, come ai piedi della croce, poteva sembrare tanto distante da loro. Un nodo fondamentale nella vita di ogni credente e in particolare in quella del prete chiamato a testimoniare Dio agli uomini e a farsi loro interprete presso Dio. 

            

Certosa di Pavia, 8 maggio 1997                                      + Giovanni Volta, Vescovo

Vita Diocesana 1987, pp. 160-169