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SPIRITUALITÀ CRISTIANA: ESPERIENZA, INTERPRETAZIONE, EDUCAZIONE

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a conclusione del Corso di aggiornamento del clero,

Pallanza 22 gennaio; Pavia 18 febbraio


Villa Sacro Cuore

Pallanza, Villa Sacro Cuore

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SOMMARIO

1. DENTRO LA NOSTRA STORIA

1.l . Unità della vita

1.2. Impegno di tutti per vie diverse

1.3. Possibilità e condizionamenti della cultura contemporanea

2. L’ESPERIENZA SPIRITUALE CRISTIANA

2.1. Da Dio come dono di vita

2.2. Gli attori principali di ogni esperienza cristiana

2.3. Il dominio di sé a servizio dello Spinto

3. LA SPIRITUALITÀ DEL CLERO DIOCESANO

3.1 . La sorgente e la forma

3.2. Il ministero alimenta la spiritualità

3.3. Alcune figure e condizioni richieste

3.4. È questione di tempo o di qualità degli atti?

4. IL COMPITO DI EDUCARE LA SPIRITUALITÀ CRISTIANA

4.1. Il servizio al momento sorgivo della vita cristiana.

Un saggio: gli Esercizi Spirituali

4.2. l’incontro di due storie: quella personale e quella della salvezza

4.3. Condizioni previe per educare la spiritualità propria e altrui                    

5. L’OTTIMISMO CRISTIANO

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Riprendiamo ora il discorso sull'esperienza spirituale cristiana nella prospettiva della nostra specifica vita sacerdotale e del nostro compito pastorale ed educativo. Si tratta di meglio comprendere il vissuto della spiritualità cristiana e in esso il cammino specifico della nostra esistenza sacerdotale e le vie più adeguate del nostro impegno pastorale verso i fedeli.

L'uomo spirituale è colui che nella sua vita si lascia animare e guidare dallo Spirito (cf. Rom. 8,9-14). Un cammino della nostra persona, svolto nel divenire di sé e della società, plasmato dalla grazia di Dio che è sempre dono e impegno per gli altri.

Di qui le quattro tappe del mio intervento su l'esperienza spirituale cristiana: dentro la nostra storia personale e sociale, mossi dall'azione e dal desiderio di Dio, secondo un dono particolare di grazia, quello del sacerdozio ministeriale, a servizio del momento sorgivo di ogni vita cristiana.

(Si tratta di aspetti della vita cristiana che si illuminano reciprocamente e perciò vanno considerati insieme. Vedi per esempio le spiritualità del cristiano laico e quella del sacerdote, il vivere la propria spiritualità e il ruolo di educatore della spiritualità, le condizioni storiche e le proprie scelte cristiane).

                                  

1. DENTRO LA NOSTRA STORIA

Iniziamo la nostra riflessione partendo dalla nostra condizione più immediatamente visibile: 1'essere nel mondo.

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1.1. Unità della vita

È abbastanza diffusa la convinzione, almeno a livello pratico, che la vita cristiana costituisca come un'aggiunta ai nostri impegni quotidiani, tanto che da parte di molti si pensa che siano chiamati alla santità e quindi alla pienezza della vita cristiana solo quelli che hanno molto tempo da dedicare alla preghiera oppure che s'impegnano per azioni specificatamente cristiane come far catechismo, dedicarsi ad opere di carità, partecipare con frequenza alla Liturgia, eccetera.

Di conseguenza si tende a far coincidere l'esperienza spirituale cristiana con determinate attività, fino a ritenere che chiamati alla santità siano solo i religiosi, le religiose e i preti, mentre per i laici si richieda una fedeltà minimale a Dio.

Questa riduzione dell'esperienza cristiana alla materialità di determinati atti falsifica la nostra comprensione della vita cristiana poiché scorda il suo elemento qualificante che è l'amore di Dio e del prossimo che deve guidare ed animare tutti i nostri comportamenti.

Da questo amore, vissuto sotto l'azione della grazia, dello Spirito santo, deriva la qualità cristiana della vita. Nessun atto dell'uomo si sottrae a questa possibilità di lievitazione dell'amore cristiano, anche se le realtà coinvolte non perdono per questo la loro identità, come non perdono la loro identità i colori usati da un pittore che dipingere un quadro, ma che tuttavia nel dipinto acquistano una dimensione nuova (vedi per esempio l'azzurro, il rosso e il giallo in un tubetto e in un quadro del Tiepolo).

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1.2. Impegno di tutti per vie diverse

San Francesco di Sales già nel XVI-XVII secolo, con la semplicità che era del suo stile, così denunciava il facile fraintendimento della vita cristiana, identificata spesso con un'unica forma di vita, e che egli riassume nell'espressione "devozione", amore verso Dio: "Nella creazione Dio comandò alle piante di produrre i loro frutti, ognuno - secondo la propria specie - (Gn. 1,1l). Lo stesso comando rivolge ai cristiani, che sono le piante vive della sua Chiesa, perché producano frutti di devozione, ognuno secondo il suo stato.

Questa osservazione preliminare ci ricorda che l'esperienza spirituale cristiana è aperta a tutti e perciò va da noi proposta ad ogni uomo (si dovrà giungere al Concilio Vaticano II per avere una chiara e autorevole parola sulla chiamata universale alla santità, a quella di serie A, e non semplicemente di serie B: cf. "Lumen Gentium" n. 40). La grazia divina poi si colloca come al centro della nostra persona così che investe e lievita tutto ciò che ci accade come fastidi, malattie, dolori, gioie che diventano in tal modo parte integrante del nostro cammino spirituale. Nulla va scartato nell'esistenza del cristiano, anche l'eventuale immobilità di una prigionia, perché tutto, pure la durezza della croce, può diventare fecondo. Ci ricorda san Paolo "che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno" (Rom. 8,28).

Ricordate la testimonianza del Vescovo vietnamita François-Xavier Nguyen Van Thuan resa nella nostra veglia missionaria qualche anno fa? (cf. di questo Vescovo "Preghiere di speranza" ed. Paoline 1997: "Cinque pani e due pesci" ed. Paoline 1997).

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1.3. Possibilità e condizionamenti della cultura contemporanea

Il legame dell'esperienza cristiana con la storia della società e con la nostra storia personale comporta poi che la spiritualità di ciascuno abbia a che fare con l'età, con il temperamento, con le condizioni di vita proprie e della società, con la mentalità e la cultura dei contemporanei.

La spiritualità è come un fuoco che brucia il vario materiale con cui deve però sempre fare i conti (vedi per esempio quando sul fuoco viene buttata legna secca o legna verde, minuta o grossa, benzina o acqua). Così, quando il fuoco è ancora debole anche un nonnulla lo può spegnere, mentre quando è vigoroso può alimentarsi anche con i materiali più impensati. D'altra parte, rimanendo all'esempio del fuoco, come non c'è fiamma se non c'è combustibile, così non c'è spiritualità reale senza il suo compiersi in una vita particolare. Essa "brucia" in una esistenza concreta.

In questo contesto vanno tenute presenti le condizioni di vita e la cultura della società contemporanea, le condizioni e la cultura della nostra vita personale, in modo che non abbiamo a considerare fuori della nostra storia, solamente in astratto, il nostro e l'altrui cammino spirituale. Vedi a proposito della società contemporanea la rapidità di cambiamento, che può azzerare il nostro riferimento a modelli del passato e rendere difficile la comunicazione con le nuove generazioni (per esempio riguardo ai modi di vita spirituale dei laici e dei sacerdoti, della pastorale); vedi il processo di secolarizzazione in atto con la scomparsa di certi segni religiosi e di un certo modo di guardare al prete e alla Chiesa nella società, per cui alcuni aiuti sono scomparsi ed altri riferimenti vanno messi in atto; vedi la diffusione di un pluralismo religioso e in molti casi la mancanza della condivisione di determinati valori per cui manca la possibilità di un riferimento ad una comune piattaforma valutativa dell'esistenza.

In queste condizioni la proposta di una esperienza cristiana deve rifarsi ai suoi fondamenti e nello stesso tempo deve opporsi alla pressione psicologica che esercita su ciascun soggetto l'atteggiamento di estraneità che lo circonda.

La stessa abbondanza e varietà di comunicazione con la quale ogni persona può venire in contatto (vedi per esempio radio, televisione, telefono, internet) porta ciascuno a vivere con mille finestre aperte sul mondo e sulla cultura, con la possibilità di arricchirsi di stimoli, d'informazioni utili, ma anche di facile dissipazione e inconcludenza fino a non essere più capaci di concentrarsi su di un problema, mentre la spiritualità è "qualità", "intensità" e non semplice quantità.

Infine, una caratteristica della cultura contemporanea vorrei sotto lineare: quella della crescente omologazione dei comportamenti nel campo della tecnologia e della accentuata soggettivizzazione nel riconoscimento della verità e della moralità della vita. La spiritualità cristiana nasce da Dio, dalla sua iniziativa, e si regola sulla verità di Cristo, per questo comporta il massimo di oggettività.

D'altra parte, essa coinvolge radicalmente il soggetto nel grado più intenso della sua libertà, poiché mette in gioco tutta la persona, e proprio a questa profondità, dal di dentro, opera lo Spirito santo, per cui san Paolo può esclamare che il cristiano non è più soggetto alla legge, perché lo stesso Spirito è la sua legge: "se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge" (Gal. 5, 18).

La storia e la cultura di un'epoca e di una persona non sono perciò qualcosa che sta di fronte o accanto all'esperienza spirituale del cristiano, ma che fanno parte di essa. Ignorare ciò significa misconoscere le modalità concrete del nostro cammino spirituale.

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2. L'ESPERIENZA SPIRITUALE CRISTIANA

Dentro questa realtà storica personale e sociale si compie l'esperienza dell'uomo spirituale.

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2.1. Da Dio come dono di vita

La vita spirituale cristiana non viene primariamente dall'uomo, ma è donata da Dio all'uomo, anche nel suo desiderio più personale, perché anche questo è mosso dallo Spirito santo. Mentre nella precedente riflessione abbiamo sottolineato il legame profondo tra storia ed esperienza spirituale, ora, continuando la nostra riflessione, vogliamo andare al cuore, alla sorgente di questa esperienza.

Essa si radica in una "rinascita", quella battesimale, nella quale siamo resi conformi a Cristo, alla sua morte e risurrezione, come scrive san Paolo (cf. R.om-6,4). Non si tratta perciò di accogliere semplicemente un insegnamento e di metterlo in pratica, come potrebbe avvenire con un qualche guru, o maestro dello spirito, ma di un nuovo modo di essere dal quale segue un modo nuovo di vivere, di pensare, di giudicare.

La spiritualità del cristiano è dunque determinata dalla rinascita dell'uomo in Gesù Cristo che gli partecipa la sua fisionomia, il suo sentire, la sua energia e vitalità. Questa vita nuova viene poi confermata dal particolare dono dello Spirito santo con il sacramento della Cresima. Una vita data come un seme, come un fermento, e che perciò deve crescere, nutrirsi, svilupparsi nella persona e tra gli uomini, crescendo dal di dentro in forza dello Spirito diffuso nei nostri cuori e che perciò va coltivata, custodita, nutrita.

Nel suo cammino verso la pienezza della vita cristiana ("iniziazione cristiana") il battezzato trova nell'Eucarestia il suo alimento, il suo esemplare, la sua compagnia, la forma della sua vita (lode al Padre e dono di sé ai fratelli), la primizia della sua attesa, e nella Parola di Dio la luce e l'espressione dell'amicizia di Dio che l'accompagna nel suo cammino.

Come si può notare, la spiritualità del cristiano è costantemente plasmata dallo Spirito che la conforma a Cristo incontrato nei Sacramenti e nella sua Parola, dentro la Chiesa di Cristo, Suo corpo, Sua sposa'

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2.2. Gli attori principali di ogni esperienza cristiana

Lo Spirito Santo, Gesù Cristo, la sua Chiesa costituiscono gli attori fondamentali, intimamente correlati tra di loro, di ogni autentica esperienza cristiana dentro la storia. Nel passato come anche nel presente è ricorrente la tentazione di separare questi attori sia nella visione della propria vicenda personale come in quella della comunità cristiana o per sottolineare la verifica concreta (guardando ad una Chiesa separata da Cristo e dal suo Spirito, si dice, per ragione di praticità), o per affermare una propria libertà sottratta a verifiche (affermando l'esclusività dello Spirito per sottrarsi alla misura di Cristo e della sua Chiesa), o per vivere un rapporto personale con Gesù Cristo senza far conto su l'azione dello Spirito e la comunione della Chiesa (puntando su di un'apparente concretezza).

Da questo secondo passo della nostra riflessione derivano alcuni importanti riferimenti per la spiritualità cristiana: il cammino spirituale cristiano è legato non solo ad una dottrina, ma anzitutto ad una vita nuova e ad una persona, Gesù Cristo e alla Chiesa, suo corpo mistico. Il Battesimo, incorporandoci a Cristo e unendoci alla sua Chiesa, non solo ci partecipa una vita nuova, ma ci configura alla sua morte e risurrezione, vale a dire al suo amore vittorioso, mentre i successivi sacramenti arricchiscono e sviluppano questo dono di vita e di missione sempre ad immagine di Cristo.

E, poiché attraverso i sacramenti in maniera privilegiata Gesù Cristo ci incontra e ci plasma, da essi deriva a noi primariamente la forma e l'alimento della nostra spiritualità (vedi per esempio come il principio di spiritualità della persona sposata viene dato ad esso dal sacramento del Matrimonio, l'animazione spirituale della persona ordinata è determinata dal sacramento dell'Ordine; e come la vita spirituale di ogni cristiano viene plasmata dai sacramenti del Battesimo, della Cresima e dell'Eucarestia).

Il dono di vita cristiana partecipato all'uomo dai Sacramenti, a sua volta viene introdotto, accompagnato e nutrito dalla proclamazione della sacra Scrittura affidata da Dio alla sua Chiesa. Nella proclamazione della Scrittura, come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II: "il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con loro" ("Dei Verbum" n. 2l).

Lo Spirito santo, che costantemente opera nella Chiesa attraverso i Sacramenti e la Scrittura, d'altro canto muove il cuore degli uomini verso Cristo, illumina i loro occhi, dà forza alla loro testimonianza, pone accenti d'intensità diversa nell'imitazione di Cristo nei credenti. Scrive san Paolo; "A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune... tutte queste cose è l'unico e medesimo è lo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole" ( I Cor. 12,8.11).

Afferma il Concilio: "lo stesso Spirito santo non solo per mezzo dei sacramenti e dei ministeri santifica il popolo di Dio e lo guida e adorna di virtù, ma - distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui - (I Cor. l2, 11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere o uffici, utili al rinnovamento della Chiesa e allo sviluppo della sua costruzione... il giudizio sulla loro genuinità e sul loro esercizio ordinato appartiene a quelli che presiedono nella Chiesa, ai quali spetta specialmente non di estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono" ("Lumen Gentium" n. l2).

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2.3 il dominio di sé al servizio dello Spirito

Il vigore interiore suscitato dallo Spirito santo, alimentato dai sacramenti e dall'ascolto della Parola di Dio, esige la scelta di una direzione della propria vita con il conseguente dominio di sé e la capacità della rinuncia perché l'uomo possa conformarsi effettivamente a Cristo. Scrive san Paolo "Io dunque corro, ma non come chi è senza meta, faccio il pugilato, ma non come chi batte l'aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo aver predicato agli altri, venga io stesso squalificato" (1 Cor. 9,26-27).

Si tratta dell'ascesi necessaria nel proprio cammino spirituale e della quale sempre hanno parlato i maestri di spirito, pur con modi diversi. Una esigenza che alle volte scordiamo, specialmente in un contesto sociale, qual è il nostro, in cui tutto è alla portata di mano (nel cibo, nel divertimento, nei mezzi di comunicazione, nelle comodità) e l'ideale proposto è il massimo di benessere personale così che la rinuncia e il sacrificio paiono atteggiamenti fuori del nostro tempo.

Si hanno così persone che, impreparate ad affrontare le durezze della vita e a dominare i propri impulsi, conservano ancora avanti negli anni atteggiamenti adolescenziali che ostacolano la maturità della loro fede.

Non dobbiamo mai dimenticare che ci portiamo dentro questa misteriosa gravitazione verso il male, frutto del peccato originale e dei nostri peccati personali, della quale parla anche san Paolo nella prima parte della lettera ai Romani, per cui l'uomo è costantemente esposto al rischio e perciò dev'essere sempre vigilante, senza mai abbassare la guardia, anche quando già è incamminato nella sequela di Cristo.

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3. LA SPIRITUALITÀ DEL CLERO DIOCESANO

All’interno della storia, della società del proprio tempo, nella condivisione della fede cristiana, comune a tutti i fedeli, con le sue esigenze, gioie, fatiche e difficoltà (cf. "Gaudium et Spes" n. l) il sacerdote è chiamato a vivere la propria specifica spiritualità, legata perciò ai sacramenti da lui ricevuti e ai doni dello Spirito che li accompagna e che la terza persona della santissima Trinità liberamente dona a chi vuole.

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3. l. La sorgente e la forma

Come un tempo i sacerdoti diocesani hanno cercato più di una volta modelli di spiritualità a cui ispirarsi presso monaci, religiosi, così anche oggi accade che si vadano a cercare i modelli della propria spiritualità presso comunità religiose, movimenti, associazioni varie, trascurando la fonte primaria della propria spiritualità specifica. Essi lasciano, per così dire, il pozzo della propria casa per abbeverarsi a quello delle altre case.

E questo può accadere perché non viene sempre vissuto con coerenza il sacerdozio all'interno del presbiterio, per cui si cercano altrove forme e motivazioni della propria spiritualità per sfuggire alle deficienze che si riscontrano nella comunità sacerdotale di appartenenza invece d'impegnarsi a ravvivarla. Si fa così comunione di preghiera, di lavoro apostolico, di passione sacerdotale, di aiuto economico, di amicizia con altri e non all'interno del proprio presbiterio.

Questi a sua volta non favorisce questo spirito, questa comunione, perché alle volte si caratterizza per il lamento, la critica, il disinteresse dell'uno verso l'altro; atteggiamenti che paiono insignificanti e che facilmente giustifichiamo, quando riguardano gli altri, mentre feriscono profondamente allorché toccano la nostra persona. Ma non è disertando il presbiterio che noi lo miglioriamo, che siamo fedeli alla nostra vocazione specifica.

Sottolinea il Concilio Vaticano II, parlando della spiritualità dei presbiteri: "I presbiteri... sono ordinati alla perfezione della vita in forza delle stesse sacre azioni che svolgono quotidianamente, come anche di tutto il loro ministero, che esercitano in stretta unione con il Vescovo e tra di loro" (“Presbyterorum Ordinis” n. 12).

(Per un approfondimento al riguardo vedi G. Moioli "Concilio Vaticano Secondo e spiritualità del clero diocesano. Riflessioni e problemi" in G. Moioli "Scritti sul prete" ed. Glossa, Milano 1990 pp. 91-112; mentre per la figura del prete nel contesto teologico del nostro tempo vedi AA. VV. "Il prete. Identità del Ministero e oggettività della Fede" ed. Glossa, Milano 1990).

Torna su questo punto anche l'esortazione apostolica di Giovanni Paolo II "Pastores Dabo Vobis" quando scrive: "L'affermazione del Concilio: -Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità (L. G. 40) trova una sua particolare applicazione per i presbiteri: essi sono chiamati non solo in quanto battezzati, ma anche e specificamente in quanto presbiteri, ossia a un titolo nuovo e con modalità originali, derivanti dal sacramento dell'ordine" (P.D.V. n.20, 25-3-1992).

E nel "Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri" (31-1-1994) così si parla del ruolo del presbiterio per la santificazione del prete: "Il presbiterio è il luogo privilegiato nel quale il sacerdote dovrebbe poter trovare i mezzi specifici di santificazione e di evangelizzazione ed essere aiutato a superare i limiti e le debolezze che sono propri della natura umana e che oggi sono particolarmente sentiti" (n. 27).

E nello stesso documento così viene presentata l’identità del presbitero: "La sua identità scaturisce dal ministerium verbi et sacramentorum, il quale è in relazione essenziale al mistero dell'amore salvifico del padre" (n.4).

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3.2. Il ministero alimenta la spiritualità

Le coordinate della spiritualità del presbitero scaturiscono perciò dal sacramento dell'Ordine (Consacrazione e missione), dal quale derivano un particolare legame di comunione con il vescovo e gli altri presbiteri, il suo specifico servizio al "momento sorgivo" della vita cristiana, l'apertura della sua missione verso ogni uomo, il dono dello Spirito per poter compiere la propria missione.

Non si tratta dunque di coltivare e di vivere una spiritualità che si colloca accanto al nostro lavoro pastorale quotidiano, ma di realizzarla all'interno di questo, anzi, in forza di esso.

Vediamo alcuni esempi: le confessioni, la visita agli ammalati, l'accoglienza dei poveri, i funerali, la celebrazione dell'Eucarestia... Siamo tentati molte volte di vivere questi impegni come un corpo estraneo, un peso, rispetto al cammino spirituale che stiamo conducendo. Essi ci risultano ripetitivi, poco stimolanti, con l'aggravante che interrompono i progetti che noi ci eravamo dati e non come occasione per vivere la pazienza, la pietà, la fortezza, la misericordia di Gesù Cristo.

Nella realtà questi impegni molte volte li viviamo come frutti che non abbiamo dischiuso e che perciò ci lasciano senza nutrimento. Eppure, l'amministrazione del sacramento della Penitenza ci mette a contatto con la povertà dell'uomo e con la sorprendente misericordia di Dio, l'ammalato ci può far pensare alla condizione umana, alla passione del Signore e alla sua accoglienza degli infermi, l'incontro con un povero ci dovrebbe ricordare le parole di Gesù al giudizio (cf. 14 Mt. 25,31-46), la partecipazione ad un funerale dovrebbe essere motivo di condivisione della pena altrui e della speranza cristiana, la celebrazione dell'Eucarestia ci porta al centro del mistero della vita, là dove l'amore e il peccato, la morte e la risurrezione s'incontrano.

Ma il nostro cuore tante volte è altrove, le nostre mani non sanno aprire il guscio del frutto che Dio ci offre, i nostri occhi non sanno vedere la presenza nascosta che si offre a noi velata, ma reale, e così il nostro ministero rischia di diventare un ripetersi di gesti noiosi dai quali cerchiamo di evadere con qualche attività che non appartiene ai nostri compiti specifici.

Paradossalmente vi sono dei preti che si ravvivano quando s'impegnano in compiti che non sono del prete. Gesù ci aveva avvertito: il tuo tesoro (quello effettivo, non quello detto solo a parole) è là dov'è il tuo cuore.

                                  

3.3. Alcune figure e condizioni richieste

Al riguardo vorrei indicare due figure di preti, accanto a molte altre che ciascuno di noi avrà conosciuto nella propria vita, le quali ci hanno mostrato come anche il vissuto quotidiano del proprio ministero può tenere accesa e viva l'esistenza di un sacerdote pure in mezzo a tante avversità: don Primo Mazzolari e il canonico Pizzocaro.

Il primo, pieno di interessi, di vivace e acuta intelligenza, appassionato in tutto ciò che andava facendo, fu parroco successivamente in due paesi di campagna: Cicognara e Bozzolo. Poteva sentirsi prigioniero e frustrato in quelle due parrocchie, e invece non solo le amò, ma nutrì costantemente il suo spirito del ministero sacerdotale che svolse in essi. L'altro, di cagionevole salute, apparentemente relegato nella chiesa vescovile di san Giovanni Domnarum, fu per molti anni gioioso consigliere e sapiente padre spirituale di tantissimi sacerdoti, laici, persone colte e gente semplice della nostra Diocesi.

Un terzo esempio di grande livello lo possiamo trovare in san Paolo, specialmente nei suoi rapporti con la comunità cristiana di Corinto, come ci risultano dalle sue due lettere che ci sono state tramandate. Abbiamo in esse un saggio delle mille sfaccettature del rapporto che può intercorrere tra un prete e la sua comunità, per cui Paolo istruisce, rimprovera, governa, dà disposizioni, manifesta la sua sofferenza, si difende da accuse che ritiene infondate, serve, e in nessun momento cessa di amare i cristiani di Corinto.

Ecco alcune sue significative espressioni che vanno meditate nel loro contesto: "Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio" (1 Cor. 2,2-5); "ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio" (l Cor.4,1); "Se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò più carne, per non dare scandalo al mio fratello" (1 Cor. 8, 13); " Guai a me se non predicassi il Vangelo" (1 Cor. 9,16); "Io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l'utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza" (l Cor. 10,13); "vi ho scritto in un momento di grande afflizione e col cuore angosciato, tra molte lacrime, però non per rattristarvi, ma per farvi conoscere l'affetto immenso che ho per voi" (2 Cor. 2,4); "Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi" (2 Cor. 1,24); "Noi, infatti, non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto e noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù" (2 Cor. 4,5); "Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto. Io parlo come a figli, rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore!" (2 Cor.6, 12).

Come ogni altro cristiano, anche il sacerdote per vivere secondo le istanze della fede deve imparare a comandare a se stesso, seguire con fedeltà un proprio progetto di vita, fare un uso sapiente del proprio tempo, distinguendo bene ciò che è essenziale da ciò che è secondario o addirittura dannoso, assumendo le proprie responsabilità, non ritenendo mai di essere definitivamente arrivato.

Ho notato che mentre fisicamente andiamo incontro ad un declino fisico, dal punto di vista spirituale, della nostra dedizione a Dio, il Signore diventa sempre più esigente perché ci distacca da molte cose.

La vita spirituale non è simile a un belletto che si usa per nascondere gli eventuali egoismi della nostra persona, come si può fare per le rughe del proprio volto invecchiato, ma una esperienza di autentica libertà di tutta la nostra persona, quella che Cristo ci ha partecipato (cf. Gal. 5,1); e tanto meno è un anestetico che ci rende indifferenti di fronte a ciò che ci accade. L'uomo spirituale percepisce acutamente le persone che accosta e il mondo che lo circonda, è una persona che sa soffrire e sa gioire. Sentite ancora Paolo: "Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione" (2 Cor. 7,4).

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3.4. È questione di tempo o di qualità degli atti?

Prima di concludere questa tappa della nostra riflessione raccolgo una obiezione che abbiamo spesso sulla bocca: vorrei, farei, ma non ho tempo. Questa difficoltà ha senso per la materialità e il numero delle cose da fare, non però per la qualità della nostra vita spirituale.

Il problema principale nel nostro caso non sta nelle cose da fare, ma nel modo di farle, nel far bene ciò che già andiamo compiendo, e perciò nella qualità degli atti.

Pensate quante volte, per esempio, corriamo il rischio di svuotare di senso la celebrazione dell'Eucarestia, la preghiera del Breviario, la nostra predicazione e l'amministrazione dei Sacramenti, pur eseguendo questi impegni! Per banalità sopprimiamo alle volte i margini di silenzio che ci possono introdurre alla preghiera; la preoccupazione per quello che dovremo fare dopo la preghiera ci distoglie dall'attenzione alla celebrazione che stiamo compiendo; lo sguardo all'organizzazione durante l'azione liturgica può oscurare il nostro sguardo su Dio. Gli atti li compiamo, ma il nostro cuore sta altrove o si è assopito.

Provate per esempio a recitare ad alta voce alcune espressioni della preghiera che state facendo o a fermarvi a riflettere su parole che vi hanno colpito e vedrete come la vostra attenzione si ravviva.

Affermiamo di non aver tempo e tante volte dedichiamo ore ad occupazioni insignificanti; facciamo fatica a concentrarci e ci lasciamo invadere da mille immagini che stemperano la nostra attenzione sotto una parvenza di cultura.

Credo che l'esigenza primaria non sia quella di aver tempo (se potessimo dilatarlo troveremmo che si dilata anche il numero delle cose da fare), ma dell'uso che facciamo del nostro tempo. Non sarà il numero degli anni che agli occhi di Dio darà valore alla nostra vita, una l'intensità d'amore con cui avremo vissuto i nostri giorni, i nostri gesti, incominciando da quelli che compiamo quotidianamente. Dobbiamo saper scoprire l'acqua sorgiva che sta nel ministero e allora anche il nostro spirito resterà vivo, mentre un ministero che diventasse "mestiere" inaridirebbe sé e tutta la nostra vita.

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4. Il COMPITO DI EDUCARE LA SPIRITUALITÀ CRISTIANA

Dalla spiritualità cristiana comune a tutti siamo passati alla spiritualità particolare del prete. Ma nel sacerdote la spiritualità è legata intimamente al porsi in servizio della spiritualità cristiana dell'uomo in forza del suo stesso ministero.

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4.1. Il servizio al momento sorgivo della vita cristiana. Un saggio: gli Esercizi Spirituali

Il sacerdote non riassume in se stesso tutte le vocazioni, le serve però tutte, poiché non c'è vita cristiana che non riparta dalla rinascita in Cristo, dal dono dello Spirito, dalla morte e risurrezione di Cristo rivissute nella Chiesa con la celebrazione eucaristica, dal nutrimento della Parola di Dio, dal dono della sua misericordia che ci viene offerto mediante il sacramento della Penitenza. Facendo tutto questo il presbitero realizza la propria spiritualità.

Ma come in concreto si deve compiere questo fondamentale servizio nella e per la Chiesa? Da una parte va tenuto presente il compito proprio del sacerdote e dall'altra la condizione delle persone alle quali il prete si rivolge.

Danno un saggio al riguardo i Vescovi Lombardi nel loro documento su "Gli Esercizi Spirituali e le nostre comunità cristiane" (Quaresima 1992).

Essi ricordano anzitutto le condizioni nelle quali si trovano le persone alle quali si rivolge il sacerdote: un allentamento del senso di appartenenza alla Chiesa e un calo della coscienza missionaria (cf. p. 8). Un crescente processo di secolarizzazione fino a separare la pratica religiosa dalla vita di fede (cf. p. 9). Il venir meno di una comune condivisione dei valori; il non ascolto dell’insegnamento della Chiesa; il primato dato alle sensazioni personali più che ai giudizi della ragione (cf. p. 9).

Di fronte a questa situazione, afferma il documento, gli Esercizi spirituali rappresentano un saggio significativo di educazione della spiritualità poiché richiamano l'iniziativa di Dio (l’ascolto della sua Parola), l'esigenza di un cammino progressivo (e quindi secondo un disegno), lo sbocco non in un semplice sapere, ma in una scelta di forma di vita nella Chiesa (per non ridurre la propria spiritualità ad un semplice fatto intellettuale). Una esperienza (perché non si tratta semplicemente di una istruzione), un cammino (poiché non è statica la vita spirituale), che incrociano alcune domande fondamentali che si pongono ogni ai cristiani delle nostre chiese sotto la spinta della cultura contemporanea come: il rapporto fra l'importanza data al soggetto e il rispetto dell'oggettività della Rivelazione, il rapporto fra la libertà personale e l’obbedienza a Dio, la relazione tra il cammino interiore della persona e le strutture gerarchiche della Chiesa, la vittoria della tentazione di superficialità che incombe sulla pastorale ordinaria.

Alla base di questo impegno educativo stanno due convincimenti: che l'evangelizzazione è indirizzata a portare tutto il popolo di Dio alla santità (cf. p. 26), e che "difficilmente si fa un'esperienza profonda del rapporto personale con Dio, specie in età giovanile, se non si opera una rottura della vita ordinaria, con scelte di silenzio e con gratuità di tempo dato all'ascolto e alla lettura della Parola" (cf. p. 27).

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4.2. L'incontro di due storie: quella personale e quella della salvezza

A questo punto nasce una domanda: come nella vita ordinaria, come nei riguardi di tutti, si può coltivare la vita cristiana della nostra gente? Come i criteri teologici e didattici ai quali s'ispirano gli Esercizi Spirituali possono tradursi nella pastorale di ogni giorno? E possibile?

A me pare che ogni spiritualità cristiana si concretizzi nell’incrocio di due storie: quella dell'uomo dentro il mondo e la Chiesa, e quella della salvezza riproposta a noi concretamente nello svolgimento dell'anno liturgico. Di conseguenza le varie tappe dell'anno liturgico sono il tempo privilegiato per coltivare la spiritualità dei nostri fedeli. Nel suo scorrere l'intera comunità e coinvolta, e in esso vengono contemporaneamente attivati l'annuncio della Parola, la celebrazione dei Sacramenti, l'esercizio della carità, l'esperienza della comunità cristiana in tutte le sue dimensioni. Come in ogni evento vitale questi vari fattori non si presentano separati, ma intimamente intrecciati e per questa via rivelano la loro pienezza di senso, in modo analogo all'acquisizione di pienezza di senso che ottiene per esempio un muscolo, un membro del nostro colpo, quando vengono visti nell'interezza di un corpo vivo, in movimento.

Dentro questo comune cammino si presentano però istanze diverse: quelle del bambino e quelle dell'adulto; quelle della persona che s'interroga sulla fede e quella di chi sonnecchia nella fede; quelle dei lontani e quelle dei vicini. Ogni sacerdote in parrocchia solitamente si trova a dover rispondere ad istanze religiose molto varie per cui deve operare con molta duttilità, senza cedere alla tentazione di appiattire la propria attività pastorale solo su di un modello e ad un unico livello. Il sacerdote nella comunità cristiana è al servizio dello Spirito Santo che opera nel cuore dei fedeli. Per questo deve non solo parlare, ma anche ascoltare, cercar di capire le vie di cammino che Dio ci indica anche nella storia dei fedeli e secondo i tempi del Signore, i quali non sempre corrispondono ai nostri.

In particolare, il sacerdote deve disporre l'uomo all'incontro con Dio educando il suo desiderio. Ha scritto don Luigi Serenthà, rifacendosi a un film di Tarkovskij "Stalker" (guida), "Se tu sperimenti una gioia e poi un'altra, se ti accontenti di provare giorno per giorno qualcosa e non ti preoccupi di costruire e plasmare un cammino, una costante di tensioni e di desideri, se non impari a dire: - questo mi fa crescere e questo no, e quindi questo io voglio e non altro - ... quando arrivi davanti alla porta cruciale del passaggio verso la libertà, non la riconosci. Ti parrà una porta stupida, una porta insignificante che non può veicolare quel desiderio di libertà che tu non hai costruito, che tu non hai dentro di te... Volere significa invece costruire, mediante la coltivazione delle virtù, una libertà determinata, che sa riconoscere nel momento giusto quello che è il suo bene, quello che interpella il suo profondo desiderio. Ma se non ho desideri profondi, se non ho un'immagine di libertà e di gioia costruita dentro di me, non saprò interpretare i messaggi, gli appuntamenti, gli inviti della libertà e della gioia" (L. Serenthà "Tu sei i miei giorni" ed. Ancora, Milano 1996 p.214).

Fa parte dunque essenziale della pastorale che cura la spiritualità cristiana educare il desiderio della libertà e della gioia dei ragazzi, dei giovani, degli adulti e nostra, mentre invece tante volte ci si limita a mettere il cibo davanti a gente che non ha fame senza preoccuparci di curare anzitutto il suo appetito e per noi di compiere degli atti materiali. Un impegno difficile; che molte volte ci scoraggia perché vediamo mancare le premesse umane alla semina del Vangelo.

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4.3. Condizioni previe per educare la spiritualità propria e altrui

A questo punto nasce spontanea un domanda sulle condizioni nostre per realizzare un tale impegnativo compito: come possiamo noi, limitati per il tempo e per la nostra cultura, rispondere a tante esigenze educative? Proverò ad elencarne alcune così come mi vengono suggerite dalla mia esperienza.

- La prima condizione alla portata di tutti, ma anche la più difficile, è la testimonianza della propria vita, l'esser "vivi", spiritualmente vivi. La vita spirituale si trasmette per "contagio" prima che con la parola e gli ordinamenti. In un suo libro autobiografico il filosofo Jean Paul Sartre ("Le parole") racconta che suo nonno, miscredente, quando ricordava a lui bambino che doveva andare a catechismo, nello stesso tempo con il suo atteggiamento negava ogni valore a quella pratica cristiana. Un effetto che potrebbe essere provocato anche dal richiamo fatto da un genitore, da un insegnante e anche da un prete. Se per esempio conduco dei ragazzi, dei giovani ad un incontro di preghiera ed io mi metto da parte per chiacchierare in quel tempo, con la mia condotta distruggo la mia proposta. Afferma il Concilio Vaticano II: "La stessa santità dei presbiteri, a sua volta, contribuisce moltissimo al compimento efficace del loro ministero" ("Presbyterorum Ordinis" n. l2).

- La seconda condizione è quella di collaborare maggiormente insieme. Il lavorare in comunione e in collaborazione tra i sacerdoti rende credibile la loro azione, più efficace e più ricca la loro pastorale. Più credibile perché nella comunione prendono risalto primariamente non le doti dei singoli, ma quelle della Chiesa che resta sempre più grande di noi; più efficace e più ricca diventa l'azione pastorale perché quando diverse persone collaborano insieme rendono più vario e ricco di stimoli il loro intervento.

Naturalmente per ottenere questa collaborazione bisogna saper vincere certe nostre chiusure verso gli altri sacerdoti, oppure controllare maggiormente un certo ingenuo protagonismo che ci può portare a respingere la presenza di eventuali competitori. (Vedi per esempio il caso di chi inizia un'attività pastorale, ma si guarda bene dal chiedere pareri o consigli; oppure di chi critica questo o quest'altro semplicemente perché vorrebbe sostituirlo o emergere lui; o di chi dice che non c'è nessuno che possa fare quello che fa lui; o di chi è molto critico verso gli altri, cioè li abbassa, perché così indirettamente salva se stesso).

Scrive san Paolo al riguardo: "non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi, ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta valutazione, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato. Poiché come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri" (Rom. 12,3-5).

- La terza condizione è l'aggiornamento costante, meglio la formazione permanente come la chiama la "Pastores Dabo Vobis". Noi preti dovremmo essere degli esperti della spiritualità cristiana, ma poi per mancanza di stimoli da parte della nostra gente, per l'urgenza di molti lavori quotidiani, per la fatica ad affrontare letture serie o scelte di vita esigenti, finiamo con l'accontentarci di qualche rapida notizia e di esperienze motivate più dalla curiosità che dalla fedeltà a Dio, che ci lasciano di conseguenza più spettatori che attori di ciò che proponiamo, quasi fossimo dei turisti dello spirito o degli organizzatori di questo turismo. Anche in questo caso torna l'esigenza della comunicazione e della collaborazione tra noi non solo per essere efficaci nel servire gli altri, ma anche per crescere noi stessi, poiché senza stimoli, senza condivisione con qualcuno, è facile abbandonarsi alla mediocrità. Un aiuto al riguardo potrebbe venire dall’invito reciproco a parlare alla propria gente tra sacerdoti di parrocchie diverse, dalla riflessione aiutata da qualcuno negli incontri dei preti in Vicariato, dal nostro rapporto con qualche persona di forte spiritualità.

Non soltanto nel campo economico, ma anche in quello culturale e spirituale l’isolamento porta all’inaridimento e alla sterilità. Se camminiamo insieme, quando uno è stanco può venire stimolato da un altro; quando non sa vedere la strada può aver luce dal proprio compagno di cammino. Ma se procediamo soli e la stanchezza ci sorprende, è facile che ci arrendiamo. Un impegno che chiede volontà d'incontro d'ambo le parti interessate e la disposizione a pagarne il prezzo di pazienza e di attesa che esso comporta.

- La quarta condizione è quella di mettere ordine nella propria vita (uno dei fini degli Esercizi Spirituali è proprio quello di mettere ordine nella vita). Se noi non ci imponiamo un minimo di progetto e degli obiettivi nelle nostre letture, nella nostra preghiera, nel nostro aggiornamento, nei nostri incontri, nel nostro concreto cammino spirituale, se noi non mettiamo un certo ordine dentro di noi e nella nostra giornata, chiuderemo la porta del nostro cuore all'azione dello Spirito santo. In particolare, vorrei suggerire l'importanza della dedizione del primo mattino alla preghiera sia perché è giusto dare le primizie a Dio, sia perché il mattino orienta tutta la giornata. Con leggerezza tante volte ci diciamo: lo farò più tardi. Impariamo dalla natura: essa costantemente si muove e diviene nelle sue varie espressioni secondo un suo ritmo. Da quello della notte e del giorno a quello delle stagioni o del fiore che cresce, sboccia e sfiorisce. L'ordine, il ritmo, economizzano il tempo, fanno rendere maggiormente il lavoro, costituiscono un segno dell'armonia superiore che deve guidare la nostra vita spirituale.

L'ordine, la continuità, la successione, la proporzione non devono però riguardare solo la vita personale del prete, ma anche il suo impegno educativo e lo sviluppo della spiritualità degli altri, dei quali ha cura. Potremmo per esempio rovinare il gusto dei nostri ragazzi, invece di educarlo, se per esempio ricorressimo costantemente a fatti straordinari, fortemente emotivi per attirarli, e poi non li aiutassimo a scoprire la presenza dei significati e dei valori anche nella vita quotidiana. Ai momenti straordinari, utili, deve seguire la fedeltà nei tempi ordinari; come alle proposte fatte alla comunità, ai gruppi, deve seguire la cura specifica dei singoli (direzione spirituale).

- La quinta condizione è quella di saper scegliere e poi seguire con tutte le proprie forze la scelta fatta. Una certa cultura del nostro tempo, favorita dalle mille possibilità che ogni giorno ci offre la vita, spinge l'uomo contemporaneo a preferire una raccolta di esperienze più che un impegno definitivo d'amore. Gli può sembrare che questa disponibilità meglio salvaguardi la sua libertà e lo sottragga al giudizio degli altri. In realtà la mancanza di una scelta definitiva impedisce il compiersi pieno della sua persona e della sua stessa libertà, perché lascia l'uomo nella condizione di una possibilità che non si è realizzata.

Dopo aver citato un testo di M. Buber: "Ognuno deve guardare attentamente su quale via lo spinge il suo cuore, e poi quella scegliere con tutte le sue forze" (M. Buber "I racconti dei Chassidim" Milano 1979 p. 357), don Giuseppe Dossetti, guardando alla sua vita, commenta: "quello che mi sembra precluso da un testo come quello citato è il concepire la vita come una raccolta di esperienze, esperienze personali o sociali, o anche - esperienze spirituali -: c'è il grande rischio di fare del dilettantismo, del turismo spirituale, cioè di restare sempre in un celibato timido o egoista, comunque sempre sterile. A un certo punto bisogna porre fine alle – esperienze -, scegliere e 'sposarsi', con una decisione forte e definitiva... allora da qualunque punto si sia partiti, si arriva a quello che diceva già l'Antico Testamento: - Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze -: appunto con tutte le tue forze, come ripete Gesù proclamando questo come -il più grande e il primo comandamento -, implicante il - secondo simile al primo -, cioè - amerai il prossimo tuo come te stesso -" (G. Dossetti "Discorso dell'Archiginnasio" in G. Dossetti "La parola e il silenzio" ed. Il Mulino, Bologna 1997 p. 35).

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5. L' OTTIMISMO CRISTIANO

Forse a conclusione della nostra riflessione ci può prendere un certo senso di scoraggiamento, vedendo i nostri limiti, le nostre inadeguatezze rispetto al nostro impegno cristiano e sacerdotale. Ma ancora una volta se ci lascassimo prendere dal pessimismo tradiremmo la nostra fede cristiana che fonda la propria speranza tn un Dio, Gesù Cristo, che è morto e risorto per noi, per ogni uomo che incontriamo nella nostra vita.

Per questo voglio concludere con un pensiero scritto sull'ottimismo da un uomo che nell'ultima guerra mondiale ha dato la sua vita per coerenza cristiana: "Essere pessimisti è più saggio: si dimenticano le delusioni e non si viene ridicolizzati davanti a tutti. Perciò presso le persone sagge l'ottimismo è bandito.

L'essenza dell'ottimismo non è guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tener alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, ma lo rivendica per sé. Esiste certamente anche un ottimismo stupido, vile, che deve essere bandito. Ma nessuno deve disprezzare l'ottimismo inteso come volontà di futuro... perché esso è la salute della vita, che non deve essere compromessa da chi è ammalato... Può darsi che domani spunti l'alba dell'ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore" (Dietrich Bonhoeffer "Resistenza e resa" ed. Paoline 1989 pp.72-13). La ragione dell'ottimismo cristiano sta nel credere alla fedeltà di Dio alle sue promesse.

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Pavia, 18 febbraio 1998

Vita Diocesana 1998 pagg. 18-34