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Giovanni Volta

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LA CHIESA CORPO DI CRISTO:

VALORE E LIMITI DI UN’IMMAGINE

(Suzzara, 27 dicembre 2010)

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SOMMARIO

 

1. Valore e inadeguatezza del nostro linguaggio

1.1. Realtà e linguaggio

1.2. Varietà del linguaggio

2. Il corpo nella cultura ebraica e in quella greca

3. Le varie immagini con cui è stata espressa la Chiesa

4. La Chiesa Corpo di Cristo

4.1. L’unione di Cristo con l’uomo

4.2. La partecipazione alla libertà di Cristo

4.3. Chiamati a formare un unico corpo in Cristo

4.4. Un corpo articolato

5. Il Cristo, l’uomo e l’universo

5.1. Una premessa antropologica

5.2. Cristo al centro dell’universo

6. Conseguenze per il pensare, il vivere e l’operare del cristiano

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Il corpo dell’uomo è una realtà non solo fisica, costitutiva, ma anche simbolica, guardata nel corso della storia con occhi diversi. Noi cristiani crediamo che - come ha scritto l’apostolo Giovanni - “ il Verbo si fece carne”(Gv.1,14): un’espressione usata per dire che si fece uomo e perciò con un corpo come il nostro, con tutte le condizioni del corpo umano, compresa la morte, segno della debolezza estrema che ci portiamo di dentro. Un corpo che non si fermò nella morte, perché Cristo risuscitò “glorioso”. Nella tradizione cristiana, che risale al Nuovo Testamento, si parla non solo del corpo “mortale” e “glorioso” di Gesù, ma viene dato alla Chiesa anche questo titolo: “Corpo di Cristo”.

Ci chiediamo: che senso ha questa espressione, che rilevanza ha per la comprensione e i comportamenti della nostra vita?

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1. Valore e inadeguatezza del nostro linguaggio

Trattandosi di una “parola” dobbiamo anzitutto riflettere un momento sul senso del linguaggio.

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1.1. Realtà e linguaggio

- La realtà precede il linguaggio.

Con il linguaggio noi esprimiamo le cose, i nostri sentimenti, i nostri pensieri, i nostri progetti e i nostri sogni. In questo senso diciamo che la realtà precede il linguaggio.

La Genesi racconta che Dio “plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati … così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame” (Gen. 2,19-20). Diciamo per questo che certi discorsi hanno senso oppure non senso se fanno o non fanno non riferimento a qualcosa.

- Il linguaggio, a sua volta, trasmette e si fa creativo.

Il linguaggio non solo indica, ma anche trasmette facendo conoscere cose, persone, pensieri, sentimenti e per questa via rende partecipi, arricchisce, suscita: in questo senso il linguaggio si presenta in qualche modo creativo, anche se nel senso forte l’uomo chiama ciò che è, mentre solo Dio chiamando crea, fa essere. [1]

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1.2. Varietà del linguaggio

Il linguaggio usato per la comunicazione con gli altri ha tante forme diverse, così che si può giungere al paradosso di parlare tacendo, proprio perché si tace e non si parla. Vedi per esempio la mamma che non rivolge la parola al suo bambino in segno di rimprovero.

Si può parlare con dei gesti, anche senza parole. Si può parlare con dei simboli, con delle immagini, con racconti, con degli esempi, con parole astratte e con parole che indicano realtà concrete usate in una prospettiva simbolica. Per esempio, a proposito del corpo, si può usare questo termine per indicare la parte fondamentale di un articolo di giornale, un raggruppamento di persone (per esempio: il corpo degli alpini).

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2. Il corpo nella cultura ebraica e in quella greca

Quando nella cultura dei popoli si usa il termine corpo per indicare una componente fondamentale dell’uomo si danno prospettive diverse: del corpo come semplice involucro, come parte dell’uomo, oppure come persona dell’uomo. Nella cultura ebraica, per esempio, l’accento veniva posto sull’unità del soggetto. In quella greca, invece, l’accento era posto sulla dualità delle componenti dell’uomo; e anche qui con sottolineature ben diverse (vedi in Platone e in Aristotele). La primaria tradizione cristiana è quella ebraica che poi si confrontò con quella greca.

Questa premessa sul linguaggio e sulla diversità delle culture crea le condizioni per meglio intendere l’immagine usata per esprimere la Chiesa, corpo di Cristo.

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3. Le varie immagini con cui è stata espressa la Chiesa

Quando nel Concilio ecumenico Vaticano II si parlò della Chiesa, ci si chiese donde partire, quali immagini bibliche richiamare e approfondire.

Una distinzione classica presente nella tradizione cristiana era la qualifica della Chiesa secondo i suoi tempi: Chiesa militante (legata alla storia temporale), Chiesa purgante (quella dei cristiani defunti che sono in Purgatorio, nell’attesa di entrare nella gioia di Dio), e quella trionfante o gloriosa (dei cristiani presso Dio).

Un’altra prospettiva era quella di vedere la Chiesa quale prolungamento del mistero di Cristo nella storia secondo i suoi tre compiti: quello di maestro, di sacerdote e di re.

Un’altra ancora, tra le altre, era quella di “società”, di “società perfetta”. Una visione sollecitata in particolare da una visione apologetica che giustificasse la presenza della Chiesa tra le varie società umane.

Nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa il Concilio Vaticano II al paragrafo n.6 ha voluto espressamente ricordare le diverse immagini bibliche della Chiesa che troviamo nel Nuovo Testamento, come ovile del gregge di Cristo, campo di Dio, edificio di Dio, sua famiglia, tempio santo, sposa dell’agnello, Gesù Cristo.

Perché questa molteplicità di immagini? Per esprimere la varietà degli aspetti del mistero della Chiesa non riducibile a una sola dimensione, sempre con la chiara coscienza dell’inadeguatezza del nostro linguaggio che può dire qualcosa della Chiesa, la quale però sta sempre oltre nella sua realtà profonda, nella sua specificità. Il nostro parlare, in questo caso, è sempre analogico.

Il Concilio si è poi soffermato su due qualifiche particolari della Chiesa: quella di “Corpo di Cristo” (cf. Lumen Gentium n.7) e quella di “Popolo di Dio” (n.9), che naturalmente evidenziano aspetti diversi della Chiesa, non però contradditori tra di loro. Il primo é balzato alla ribalta del pensiero cristiano negli anni quaranta in seguito ad
una enciclica, la “Mystici Corporis” (Pio XII, 29 giugno 1943) , pur dopo notevoli studi al riguardo [2]; il secondo è stato ripreso dalla teologia negli anni cinquanta.

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4. La Chiesa Corpo di Cristo

Chi nel Nuovo testamento parla espressamente della Chiesa quale corpo di Cristo è san Paolo. Negli altri testi, anche se l’espressione “corpo di Cristo” non é usata, tuttavia viene dichiarato ciò che è implicato in questa immagine tutte le volte che si parla dell’unione di Cristo con l’uomo e dell’uomo con tutti gli altri credenti nel Salvatore.

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4.1. L’unione di Cristo con l’uomo

All’origine dell’attribuzione alla Chiesa dell’essere “corpo di Cristo” sta la rigenerazione vitale dell’uomo da parte di Gesù Cristo mediante il suo Spirito. L’uomo non diventa cristiano semplicemente perché si iscrive ad un gruppo, come si fa per esempio con una società sportiva o con un partito, e neppure perché si aderisce ad una dottrina, o si conforma ad essa la propria vita nel comportamento, ma perché rinasce, diventa creatura nuova, figlio di Dio.

Ha scritto san Giovanni: “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente … Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così com’egli è” ( 1 Gv.3,1-2).

San Paolo parla del cristiano come “nuova creatura” (Gal.6, 15) e ancora “se uno è in Cristo, è una nuova creatura”(2 Cor.5,17).

Ma come si rinasce, come si diventa nuove creature? E’ per l’abilità e lo sforzo dell’uomo, come pensavano alcuni filosofi, è per l’esercizio delle nostre virtù? E’ un nostro merito?

Il nostro rapporto vitale con Gesù Cristo, la nostra unione con Lui - che ha sofferto ed è stato glorificato, con il Cristo paziente, amante e testimoniante - viene a noi da Lui e dal suo Spirito, mediante il Battesimo, fino a formare un solo corpo con Lui e con gli altri credenti. Non siamo perciò resi partecipi solo del suo spirito, ma anche del suo corpo, della sua umanità, come pure siamo uniti agli altri uomini nella nostra umanità.

Di questa rinascita Gesù parla a Nicodemo, che forse s’aspettava una chiarificazione dottrinale, com’era costume nei dibattiti con i dottori della legge. Il dotto ebreo s’introduce con queste parole: “Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro…” (Gv.2,2), e con sua sorpresa il Salvatore gli risponde: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv.2,5).

Torna su questo discorso san Paolo nella lettera ai Romani, il cui grande tema è costituito dalla salvezza dell’uomo raggiunta attraverso la sua rinascita nella morte e nella risurrezione di Cristo: “O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme con lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione” (Rom.6,3-5). Paolo giunge a dire: “Sono stato crocifisso con Cristo (perché rinato in Cristo morto e risorto), e non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal. 2,19-20).

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4.2. La partecipazione alla libertà di Cristo

È una rinascita che ci rende partecipi non solo della vita, delle sofferenze, della risurrezione di Cristo, della capacità di rivolgerci a Dio come figli chiamandolo Padre (“E che voi siate figli lo prova il fatto che Dio mandò nei vostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida –Abbà! Padre!”: ivi, 4,6; cfr. Rom.8,26-27), ma siamo resi partecipi anche della sua libertà.

Attraverso il battesimo l’uomo diventa una creatura nuova in forza dello Spirito che gli è stato donato, che lo conforma a Cristo: perciò la legge non è più qualcosa di esterno a lui, ma è la stessa conformazione del suo cuore. Scrive Paolo ai Galati: “Cristo ci ha liberati per la libertà. State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù (la legge antica)” (Gal.5,1). Paolo temeva che i Galati tornassero alle pratiche ebraiche. Ripete perciò a loro: “Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà”(ivi, 5,13)

Ma dove sta nell’uomo la sorgente di questa libertà? E ancora: in quale rapporto essa sta con il corpo dell’uomo? Quali frutti essa porta nella sua vita?

Due principi operativi, scrive Paolo, stanno nell’uomo: la carne e lo Spirito.

Per carne egli intende la tendenza dell’uomo all’egoismo (non perciò secondo il linguaggio di oggi); le opere della carne - scrive Paolo - sono: “fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezza, orge e cose del genere” (ivi, 5,19-21). Lo Spirito, invece, ha desideri contrari alla carne, per cui dice l’apostolo: “Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne” (ivi, 5,16). E aggiunge: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé,contro queste cose non c’è legge” (ivi, 5,23).

La libertà, che proviene dallo Spirito, comporta una signoria sul proprio corpo, tanto che Paolo parla dell’offerta del proprio corpo, dell’intera propria persona a Dio: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rom.12,1).

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4.3. Chiamati a formare un unico corpo in Cristo

La chiamata e la conseguente rinascita in Cristo forma di molti un unico corpo. Tra Gesù Cristo e i cristiani, e dei cristiani tra loro, vi è un rapporto vitale che Paolo spiega con l’immagine del corpo che nello stesso tempo si presenta unitario e articolato in tante membra e funzioni.

Scrive Paolo: “Come in un solo corpo abbiamo tante membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri” (Rom.12,4-5). E’ la comunione con Cristo che fonda la comunione, a modo di corpo, dei cristiani tra loro.

Due sacramenti in particolare, ricorda san Paolo, riuniscono i cristiani in un solo corpo: il Battesimo e l’Eucaristia.

Mediante il Battesimo nel quale rinasciamo in Cristo: “Noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi, e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito” (1 Cor.12,13).

Mediante l’Eucaristia, perché tutti ci cibiamo dello stesso pane. Scrive sempre Paolo: “Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1 Cor. 10,17).

Un corpo che ha un capo che lo guida e lo alimenta in continuità: Gesù Cristo (non si tratta perciò della riproposizione dell’apologo di Menenio Agrippa).

“Egli è immagine del Dio invisibile,

primogenito di tutta la creazione,

perché in lui furono create tutte le cose…

Egli è anche il capo del corpo della Chiesa.

Egli è il principio,primogenito di quelli che risorgono dai morti,

perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose” (Col.1,15-16.18).

Da Lui, il Signore Gesù, ogni membro della Chiesa, suo corpo, riceve sostentamento e coesione e cresce secondo il progetto di Dio: “(Dal capo) tutto il corpo riceve sostentamento e coesione per mezzo di giunture e legamenti e cresce secondo il volere di Dio” (Col.2, 19).

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4.4. Un corpo articolato

San Paolo, utilizzando l’immagine del corpo per descrivere la Chiesa, parla non solo dei rapporti del cristiano con Gesù Cristo e con gli altri cristiani, ma anche della varietà dei loro ruoli, sempre come proiezione del mistero di Cristo, dei suoi vari aspetti. Nella sua lettera ai Corinti così egli scrive: “Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra” (1 Cor.12,27)

Lo stesso concetto è ripete nell’ultima parte della lettera ai Romani: “Come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri” (Rom.12,4-5).

Così, nella lettera agli Efesini, Paolo spiega l’unità e la varietà nella Chiesa: “Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo-“ (Ef.4,4-6).

L’apostolo esemplifica, subito dopo, questa varietà di doni-compiti: “Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri” (ivi, 4,11). Si tratta di doni offerti non per il compiacimento di ciascuno, ma per lo sviluppo, per la crescita del corpo di Cristo, che si concretizza nel fatto che ogni uomo diventi sempre più uomo, secondo la misura di Cristo: “allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (ivi, 4,12-13).

Questa è la dinamicità permanente della Chiesa, un corpo che ogni giorno è chiamato a rassomigliare sempre più a Gesù Cristo, che si presenta perciò come principio e termine del suo divenire.

Vivendo questa varietà, che riflette i vari momenti e aspetti della vita di Cristo, la Chiesa lo annuncia agli uomini nel mondo. [3] In analogia con Cristo, suo capo e Signore, la chiesa testimonia e annuncia non solo con la parola, ma anzitutto con la sua presenza, mostrando Gesù Cristo: paziente, orante, annunciante, perdonante.

(Vedi il prologo della prima lettera di san Giovanni: quello che abbiamo visto, contemplato, udito, toccato del Verbo della vita, questo annunciamo a voi, a nostra volta mostrando e dicendo. La corporeità fa parte essenziale della Chiesa).

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5. Il Cristo, l’uomo e l’universo

Ma la Chiesa “corpo di Cristo” si presenta come un’isola nel mondo? Nel cristiano pensoso è costante la domanda: in che rapporto si colloca la mia vita con il mondo che mi circonda, e questo, a sua volta, che cosa dice, che cosa dona a me? Il rapporto di Cristo con i cristiani e di questi tra di loro e con lui è come un cerchio che si chiude in se stesso, oppure è aperto al mondo intero?

San Paolo - con una espressione “misteriosa” - nella sua lettera ai Romani delinea non solo il rapporto tra il tempo presente dell’uomo, nelle sue sofferenze e nelle sue attese, e la gloria futura già compiuta in Cristo, ma anche quello della creazione intera: “Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati” (Rom.8,16-24).

E nella lettera agli Efesini Paolo riconduce l’universo intero a Cristo “capo”: “Egli l’ha riversata (la ricchezza della sua grazia) in abbondanza su di noi

con ogni sapienza e intelligenza,

facendoci conoscere il mistero della sua volontà,

secondo la benevolenza che in lui si era proposto

per il governo della pienezza dei tempi:

ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose,

quelle nei cieli e quelle sulla terra” (Ef.1,8-10)

E nell’inno a Cristo, nel primo capitolo della lettera ai Colossesi, Paolo torna ancora sull’argomento quando scrive:

“ Tutte le cose sono state create

per mezzo di lui e in vista di lui­.

Egli è prima di tutte le cose

e tutte in lui sussistono.

Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa” (Col. 1,16-18)

Di qui l’interrogativo: la creazione cammina dunque con l’uomo? L’unione dell’uomo con Cristo - e dunque il suo corpo, la Chiesa - in che rapporto si colloca con il mondo?

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5.1. Una premessa antropologica

Un grande teologo, Emile Mersch (1890-1940) - morto purtroppo ancor giovane in Belgio nel maggio del 1940 durante un bombardamento dell’aviazione tedesca, mentre, uscito dal rifugio in cui si era protetto, stava andando ad assistere alcuni feriti - ci ha lasciato diversi suoi scritti, pubblicati in parte dopo la sua morte, dedicati all’approfondimento della teologia del “Corpo mistico di Cristo”. Come introduzione ad essi egli stese una sintesi del suo pensiero nel testo: “Il Cristo, l’uomo e l’universo” [4]

Egli è convinto che con un’antropologia scarsa (“indigente”), non si avrà che una cristologia povera e di conseguenza anche una misera ecclesiologia (ivi, p.19). Di conseguenza egli afferma che “per comprendere un poco ciò che è il Cristo totale e il Cristo mistico, è necessario sforzarsi anzitutto di comprendere che cosa è l’uomo” (ivi, p.19). E al riguardo svolge una interessantissima riflessione sul rapporto uomo e universo, convinto che “di fatto, non si può non dire che l’universo senza l’uomo è come troncato, inspiegabile. Manca di un centro, di una unità terminale, del suo compimento” (ivi, p. 25).

Mersch non ha la presunzione di essere portatore di un pensiero nuovo e per questo cita due affermazioni quali ispiratrici della sua riflessione, quella classica del pagano Terenzio: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” (Sono un uomo e ritengo che nulla di ciò che è umano mi sia estraneo), e quella di san Tommaso: “Omnis creatura corporalis in assimlationem hominis tendit, in quantum per hoc summae bonitati assimilatur” [5] (Ogni creatura corporea tende ad essere simile all’uomo, in quanto in questo modo si rende simile al bene sommo).

Dichiara Mersch: l’uomo in rapporto al mondo materiale per quanto riguarda il suo corpo è una parte. L’errore però sarebbe quello di ritenerlo solo questo. In forza dell’anima egli è invece un centro, una totalità (cfr. ivi, p.20).

Nell’uomo si trova come riassunto il mondo intero che cessa in lui di essere “disperso”. Con esso la persona umana costantemente comunica con il mondo circostante operando e ricevendo, giungendo alla presa di coscienza e alla libertà che diventa “forma” del suo essere materiale, così da plasmare i suoi atti materiali.

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5.2. Cristo al centro dell’universo

Mersch - sulla scorta della rivelazione dei testi biblici - afferma che Gesù Cristo nella sua carne paziente e gloriosa si pone al centro dell’universo quale suo propulsore e suo compimento. Il nostro autore aderisce alla tesi, divenuta oggi comune, che nel progetto di Dio l’incarnazione del Verbo (ordine dell’intenzione) precede la creazione e il peccato [6].

Parlando dell’uomo aveva sottolineato come la conoscenza e l’autocoscienza, l’amore e la capacità del dono di sé lo rende “centro” e “comunicatore”. Gesù Cristo nell’universo costituisce il vertice, il fine e l’alimentatore di questa tensione dell’universo. L’uomo nella sua debole libertà può accettare oppure rifiutare il coinvolgimento di questa chiamata.

Far parte del “Corpo di Cristo” significa far parte di questa chiamata che in gradi diversi coinvolge l’intero creato. In questo senso profondo Gesù Cristo, Verbo incarnato, costituisce la via, la verità e la vita di ogni esistente.

In questa prospettiva la corporeità non risulta una conchiglia che sarà irrimediabilmente abbandonata, o un bozzolo dal quale uscirà la farfalla per il suo libero volo nell’aria, ma anch’essa con lo spirito è soggetto di una trasformazione misteriosa, la cui primizia è costituita dal Risorto. Cristo risorto non perdette la propria identità (Egli sottolinea questo mostrando le sue ferite quando appare ai suoi); non per questo però ritornò alla vita precedente (come accadde a Lazzaro), perché è entrato in una forma di vita nuova.

Si possono così rileggere i testi di Paolo citati sopra, che permettono di intravedere - non di vedere - il compimento e di cogliere la realtà del “Corpo mistico di Cristo” dentro il creato e la storia degli uomini. (Vorrei sottolineare che uno studioso come De Lubac ha messo in risalto che ancora nel Medioevo la Chiesa era detta “Corpo di Cristo”, mentre all’Eucaristia veniva attribuita l’espressione “Corpo mistico di Cristo”).

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6. Conseguenze per il pensare, il vivere e l’operare del cristiano

Da ciò che abbiamo detto consegue che termini quali società, comunità, gruppo usati per esprimere la struttura della Chiesa non hanno l’identico spessore di quando li usiamo per indicare le aggregazioni sociali. Un rilievo “sottile”, ma importante. Vedi per esempio i criteri diversi con cui può essere valutato un Concilio ecumenico, e con cui fu valutato lo stesso Gesù Cristo dai suoi contemporanei.

L’immagine del corpo per indicare il rapporto del cristiano con Cristo e gli altri cristiani evidenzia che non si può appartenere all’uno senza appartenere all’altro; che, inseriti nel Corpo di Cristo, si diventa partecipi del bene e del male degli altri, che la Chiesa nei suoi vari membri e nella sua storia mostra i vari aspetti della vita di Cristo: silenziosa e parlante, gioiosa e sofferente, accolta e rifiutata, testimoniante e paziente, orante nelle diverse condizioni della vita e sempre in comunione con Gesù Cristo. Evento che prende la sua più alta espressione nella celebrazione dell’Eucaristia.

Sempre alla luce di questa immagine prende spicco non solo la “comunione” con i cristiani, anzi con gli uomini in terra nel nostro tempo, ma anche con quelli che ci hanno preceduti nella gloria presso il Padre. Ancora una volta il modello insuperabile è Gesù Cristo, che attualmente prega e intercede per gli uomini, per la sua Chiesa, che egli ama come suo corpo (cf. Ef.5,29-30). Nella preghiera noi ci uniamo a Lui, per questo abbiamo il coraggio di rivolgerci a Dio chiamandolo Padre.

D’altra parte l’immagine del corpo - mentre evidenzia la “comunione vitale” e la “visibilità” della Chiesa a somiglianza di Cristo - non altrettanto evidenzia la libertà dei singoli, il rapporto dialettico che vi è tra essi, il loro contributo creativo che per esempio spicca di più nell’immagine del “popolo di Dio” (che tra l’altro fu privilegiata nella “Lumen Gentium”).

La stessa Enciclica “Mystici Corporis” mette in guardia da un certo spiritualismo che, appellandosi all’unione con Cristo, prescinde dalla struttura organica della Chiesa, oppure separa la Chiesa della carità dalla Chiesa giuridica.

In particolare l’immagine del corpo illumina il significato “cristologico” della condotta dei cristiani. Insegna l’enciclica:

“Gesù Cristo, come vuole che le singole membra siano simili a lui, così desidera per tutto il corpo della Chiesa. Ciò che certamente avviene quando essa, seguendo le vestigia del suo Fondatore, insegna, governa e immola il divin sacrificio. Essa inoltre, quando abbraccia i consigli evangelici, riproduce in sé la povertà, l’ubbidienza, la verginità del Redentore. Per le molteplici e varie istituzioni di cui si orna come di gemme, fa vedere in certo modo Cristo che contempla sul monte, che predica ai popoli, che guarisce gli ammalati e i feriti, che richiama sulla buona via i peccatori, che fa del bene a tutti. Nessuna meraviglia dunque se la Chiesa, finché rimane su questa terra, debba anche subire ad imitazione di Cristo persecuzioni, sofferenze e dolori” (ivi, n.44).

Il Concilio Vaticano II riprende questo discorso:

Cristo ha trasformato gli uomini in creature nuove (Lumen Gentium n.7. 296), costituendoli misticamente con la comunicazione del suo Spirito in suo corpo (ivi). Mediante i sacramenti i credenti vengono uniti in modo arcano, ma reale a Cristo morto e risorto (ivi, 297), per cui tutte le membra devono essere conformate a lui fino a che Cristo non sia in esse formato (ivi, 300). E perché ci rinnovassimo continuamente in lui ci ha dato del suo Spirito, il quale unico e identico nel capo e nelle membra, dà a tutto il corpo la vita, l’unità e il movimento come opera l’anima nel corpo umano (ivi, 302).

E’ dunque lo Spirito santo che ci conforma a Cristo, ponendosi nel Corpo di Cristo quale principio attivo della sua libertà, unità e moralità, in una dinamica che spinge l’uomo alla pienezza di Dio (ivi, 303). Di qui la tensione immanente della moralità cristiana che si esprime nella maturazione della persona credente.

Sempre Mersch ha scritto un testo impegnativo sulle implicanze comportamentali del nostro essere membra del Corpo di Cristo [7] . Al centro del discorso sta il fatto che non siamo corpo di Cristo, creature nuove, per un’aggiunta, ma per un potenziamento della radice del nostro essere (vedi la sua precedente riflessione sull’antropologia). La morale cristiana non spinge perciò ad una diserzione del corpo, ma ad un suo potenziamento di valore e di significato, come è avvenuto nella vita e nella morte e risurrezione di Gesù Cristo.

 


[1] (Una interessante analisi del linguaggio, e in particolare del suo ruolo nell’insegnamento, è svolta da sant’Agostino nel De Magistero, opera nella quale il santo dottore, dialogando con il figlio Adeodato, afferma che si manda a scuola un ragazzo perché impari non come la pensa l’insegnante, ma come va compresa la realtà sulla quale ci si deve confrontare. Un giorno egli, alla vigilia della sua conversione, lascerà la sua scuola di retorica che chiama: “vendita di parole” (“Renuntiavi peractis vindemialibus, ut scholasticis suis Mediolanenses venditorem verborum alium providerent”: Confessiones IX,5.13).

[2] Cfr. per esempio E. Mersch Le Corps mystique du Christ. Etudes de théologie historique, 2 vol., ed. Desclée De Drouwer, Paris 1936)

[3] Vedi suor Bianca dell’agonia di Gesù nel scritto di Bernanos I dialoghi delle carmelitane.

[4] E. Mersch, Le Christ l’homme et l’univers, ed. Desclée de Brouwer, Bruxelles 1962.

[5] In II Sent., dist. II, qu. 2, art. 3, ad 3.

[6] (cf. E. Mersch, La théologie du corps mystique, 4° ed, Desclée de Brouwer, Bruxelles 1954, tomo I, p.165 ss.

[7] E. Mersch, Morale e Corpo di Cristo, ed. Morcelliana, Brescia 1955)