Giovanni Volta

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PAROLA E SOFFERENZA

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Parola celebrata ed evangelizzazione del dolore, della fragilità e della morte

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Suzzara, mercoledì 16 settembre 2009, ore 21

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SOMMARIO

1. La domanda

2. Nel Vangelo

3. La condivisione di Cristo perché anche noi condividessimo

4. Lo stesso Signore continua a camminare con l’uomo

5. Parola, gesto e testimonianza

6. Ruolo emergente della famiglia

7. Alcune testimonianze

Preghiera

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1. La domanda

Se non scatta la domanda non viene colta la risposta. E questa, a sua volta, se non incrocia l’interrogativo che interpella appare merce prefabbricata. Domanda e risposta si illuminano reciprocamente, pur partendo da prospettive diverse. E se esse toccano la nostra vita, da dentro della vita vanno poste e accolte, con tutte le loro ramificazioni e per così dire armoniche (pensate per esempio a come si pone la domanda e l’attesa di una risposta alla madre di un figlio ammalato grave e al medico curante).

Non tutte le domande e le risposte s’affacciano alla vita di ogni uomo. Alcune però sono di tutti, implicitamente o esplicitamente. Per esempio: perché il dolore, perché la morte, perché tanta potenza e tanta debolezza nell’uomo? (Leopardi: O natura, o natura, /perché non rendi poi / quel che prometti allor?).

Un noncredente (almeno stando alle sue parole) come Prezzolini, intervistato dal Corriere della Sera, diversi anni fa rispose che la verità cristiana che più l’aveva colpito era la dottrina del peccato originale, avendo visto nella sua vita quanto è contradditorio l’uomo che elogia il bene e poi fa il male, per cui si chiede: donde questa malattia mortale dell’uomo?

In un grande romanzo di Albert Camus, La Peste, di fronte all’agonia di un giovane colpito dalla peste racconta che si sono interrogati un credente, il gesuita Paneloux e un dottore ateo, Rieux. Mormora Paneloux: “Capisco … E’ rivoltante (la morte di un giovane innocente) in quanto supera la nostra misura. Ma forse dobbiamo amare quello che non possiamo capire” (p.208).E il dott. Rieux: “No, Padre…io mi faccio un’altra idea dell’amore; e mi rifiuterò fino alla morte di amare questa creazione dove i bambini sono torturati” (ivi).

Un esempio di questo drammatico dialogo-scontro sul dolore dell’innocente lo troviamo già nella sacra Scrittura nel confronto serrato tra Giobbe e i suoi interlocutori.

Come si può vedere nello stesso solco camminano il credente e il non credente e da esso nasce la comune domanda: perché? Qui il credente incontra il non credente e reciprocamente, portando la stessa pena e angoscia.

Il cristiano ha però un’ulteriore domanda su questa strada, che gli può essere rivolta, dall’esterno, anche dal non credente: se il Signore ci ha salvato, assumendo su di sé la pena del nostro peccato, la morte, perché la condizione dell’uomo salvato rimane ancora sotto il giogo della morte e deve sopportare di continuo tante sofferenze? Egli non è ancora guarito dalla debolezza mortale che lo porta a peccar, a morire.

Non si tratta solo di ripartire dalla domanda, ma nello stesso tempo dal livello e dalle condizioni nelle quali la domanda si pone: da un credente, da un non credente, da chi ha fatto esperienza della fede e di chi non l’ha fatta. Gesù parlò all’uomo partendo dalla sua situazione: assetato di gioia, in cerca della verità della propria vita, contradditorio nei suoi comportamenti, ferito spesso da mille pene, ora lontano, ora vicino alla sua storia di ebreo.

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2. Nel Vangelo

Il Figlio di Dio nella “condivisione” della condizione umana e dei suoi interrogativi diede la risposta, sorprendente perché oltre la nostra aspettativa e la nostra immaginazione. Anche Lui camminò nel nostro solco e fece proprie le nostre parole: Padre, se è possibile passi da me questo calice…Dio mio, Dio mio perché mi ha abbandonato? E lo fece da innocente ( vedi il grande interrogativo del dott. Rieux e di tanti altri uomini: la constatazione della sofferenza da parte di persone innocenti). Scrive l’autore della lettera agli Ebrei: “non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova come noi, escluso il peccato” (Ebrei 4,15).

Nel film L’arpa birmana, con una intuizione cristiana viene commentata musicalmente la proiezione di una vallata piena di morti con la musica di Bach della Passione secondo Matteo.

Le misure dell’uomo si confrontano con la misura di Dio: una sorpresa che mai si placa nella nostra vita (non essendo semplicemente un problema teorico che, una volta composto nei suoi termini, risulta risolto, ma si tratta di un problema esistenziale e perciò è in qualche modo nuovo quando accade e va affrontato con l’intelligenza, la volontà e l’affettività, per cui non è mai una semplice ripetizione).

Dio ha scelto di rivelarsi dentro la nostra “debolezza” e di salvarci per questa via (basta pensare alla sua nascita, al suo lungo silenzio a Nazaret, alla sua passione, alla Croce).

Il grande Agostino spiegherà questo fatto, osservando che il Signore volle essere accanto ad ogni uomo, anche al più dimenticato, anche a quello che ha paura (e nessuno si vanta della paura), perché poi ogni uomo lungo il cammino della vitacondividesse la luce e la forza della sua grazia e dopo la morte la sua risurrezione.

L’uomo, perché debole,manifesta il suo potere ricorrendo a molti mezzi; Dio, perché forte, manifesta la sua grandezza rendendo strumento della sua grazia redentrice anche la nostra debolezza.

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3. La condivisione di Cristo perché anche noi condividessimo

Questa “condivisione” della condizione umana perché anche noi potessimo “condividere” la sua fu la nota dominante della vita, dei comportamenti e delle parole di Gesù.

Egli nella Sinagoga di Nazaret così ha proclamato il senso della sua missione: “Entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia, aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzionee mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annunzio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore…Nella sinagoga gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora incominciò a dire loro: -Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato-“ (Luca 4,16-21).

Esprimerà poi ancora la sua missione con la parabola del buon Samaritano (cf. Luca 10,25-37) che si ferma, si fa prossimo, carica il ferito sulla sua cavalcatura e paga in anticipo l’albergatore per le cure che dovrà prestargli. E’ lui, Gesù, il buon Samaritano, e noi siamo invitati a fare come ha fatto lui. (All’ultima cena dirà ai suoi discepoli: amatevi come io vi ho amato: cf. Gv.13,34).

In questa ottica in cui Gesù svela sé soccorritore dell’uomo e mostra l’uomo da lui amato nelle sue molteplici debolezze, vanno visti i diversi miracoli che Egli compirà, fino alla liberazione dell’uomo dalla sua debolezza mortale: il peccato, la soggezione al diavolo, la morte.

E ciò lo compie non da forestiero, ma come appartenente alla nostra storia, alla nostra razza umana. Al paralitico perdona i peccati prima di guarirlo nel corpo (cf. Marco 2,5); dopo averpianto con le sorelle per la morte del loro fratello Lazzaro, Gesù lo risuscita, per mostrare che egli è la risurrezione e la vita (cf. Giovanni 11,25) ; nell’orto degli ulivi condivide l’angoscia e la paura dell’uomo e prega : “Padre!, Abbà! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io. ma ciò che vuoi tu” (Marco14,36); sulla croce esprime nella preghiera tutta la sua desolazione:“Dio mio, Dio mio, perché mi ha abbandonato”( Marco 15,34) e nello stesso tempo si fa preghiera per gli stessi suoi crocifissori: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Luca 23, 34).

Risorto, Gesù cammina con l’uomo, condividendo la sua strada, gli parla, bussa alla sua porta e se questi gli apre, Eglientra e condivide la tavola con lui: “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Apocalisse 3,20; cf. Luca 24,13-35).

S. Giovanni nella sua prima lettera metterà in profonda relazione l’evangelizzazione con la comunione con i cristiani e con il Padre e il Figlio, Una comunione non semplicemente delle cose, ma delle persone, così da ottenere la pienezza della gioia:

“quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo, perché la nostra gioia sia piena” ( 1 Gv.1,3-4).

La comunione personale dei credenti con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo costituisce l’obiettivo della Rivelazione e perciò della Liturgia, dell’evangelizzazione.

Ne parla espressamente anche il Concilio Vaticano II nella Costituzione sulla divina Rivelazione (cf. Dei Verbum n.2).

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4. Lo stesso Signore continua a camminare con l’uomo

Ora, nel nostro tempo, Gesù continua a condividere la nostra vita facendosi presente con la Parola, i Sacramenti e la presenza operante dello Spirito Santo e la vita dei suoi discepoli che mettono in pratica le sue parole e il suo stile di vita, diventando così testimoni dell’amore di Cristo.

Segni e parole che trovanonella celebrazione eucaristica la loro espressione più intensa e significativa. Guardando a questa comprendiamo anche le altre articolazioni della presenza operante di Gesù Cristo nella nostra storia e del mistero del Padre e dello Spirito Santo che chiamano l’uomo alla comunione con sé.

Potremmo sovrapporre, in un certo modo, il mistero eucaristico alla nostra vita, nella quale è in gioco il peccato e il desiderio di innocenza, il lavoro dell’uomo e il desiderio della sopravvivenza, il bisogno di comunione con gli altri uomini e l’esperienza di tanti conflitti, la vocazione all’amore e la sconfitta della separazione e della morte, la speranza di vincere la morte.

Ne nasce un impegno: come evidenziare nelle nostre celebrazioni gli interrogativi e le attese dell’uomo e nello stesso tempo l’amore con cui Dio ha voluto venire incontro all’uomo, sanare le sue ferite, soccorrere le sue fragilità; come apprendere dall’Eucaristia il dovere e lo stile e la forza per essere prossimi alle persone che incontriamo nella vita.

Non si tratta d’imporre a Dio le nostre misure, ma di accoglierle, di evidenziarle secondo lo stile suo.

Per esempio in gesti e segni tanto poveri Gesù ci ordinò di far memoria di Lui, pur trattandosi di eventi enormi come la sua passione, morte e risurrezione. Noi siamo chiamati ad evidenziarli non coprendoli con mille ornamenti,, ma vivendone le conseguenze nella nostra vita. Nelle celebrazioni liturgiche, in particolare nella celebrazione della santa Messa, è in gioco lo sguardo della fede, ben diverso da quello del curioso o del turista. Gli ornamenti usati come luci, addobbi, musiche…vanno valutati a seconda che aiutano o distraggono dalla visione di fede del mistero cristiano, e non semplicemente in base al gradimento della gente.

Nella Liturgia e nella proclamazione della Parola di Dio al cuore sta il permanente il paradosso cristiano che unisce fragilità e grandezza, dove il dare prevale sul prendere, e la salvezza non è il frutto di una gelosa conservazione di sé per ottenere la propria gioia, ma della condivisione con gli altri di ciò che siamo e di ciò che abbiamo. E poiché la radice della grandezza e della debolezza dell’uomo sta nel suo cuore, per questo il primo dono a lui non sta nelle cose, ma nell’amore dell’Altro, degli altri, nella loro vicinanza amichevole, per cui anche i gesti piccoli e grandi acquistano valore in base all’intensità di questo amore.

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5. Parola, gesto e testimonianza

Ma come è possibile impegnarci in una impresa così difficile di donazione agli altri, quando noi ci sentiamo così poveri, bisognosi, in rischio di perdere ogni nostra sicurezza? Qui sta il segreto della profonda continuità che intercorre tra l’atto liturgico, l’ascolto della Parola di Dio e la nostra attenzione e dedizione verso gli altri.

Le parole e i gesti attraverso i quali Dio si fa presente all’uomo e lo coinvolge trovano, per così dire, il loro sbocco naturale nella testimonianza di vita del cristiano, che in questo modo non solo accoglie efficacemente il gesto di Dio, ma insieme lo rende con la sua vita accessibile anche ai “lontani” dalla fede cristiana. (Vedi per esempio la risonanza religiosa che ebbe la vita di madre Teresa di Calcutta, anche tra i non cristiani).

E poiché il gesto di carità dell’uomo è il prolungamento del gesto salvifico di Dio, esso diventa prova dell’autenticità del nostro ascolto, della nostra accoglienza del Signore nella nostra vita. Dai frutti, ha detto un giorno il Signore, si conosce l’albero e nel nostro caso la presa sul serio della chiamata di Gesù Cristo.

Nelle nostre comunità cristiane si dovrà quindi evidenziare non solo il senso dei gesti liturgici e accogliere la Parola di Dio nell’intero della sua presenza e proposta (Dio che si dona a noi in Cristo fino alla croce), ma anche collegare gli impegni di carità (materiale, educativa, affettiva, spirituale) alle nostre celebrazioni liturgiche, alla nostra meditazione della sacra Scrittura.

E questo deve avvenire sia a livello comunitario, sia a quello personale per avere la “forza” e il “modello” del nostro operare.

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6. Ruolo emergente della famiglia

In questo impegno per il dolore, per la fragilità umana, per la prova della morte vorrei sottolineare il ruolo primario della famiglia quale trasmettitrice, educatrice e custode della vita. Già il matrimonio rappresenta una condivisione dei beni, della gioia, dei rischi della vita. Nella sua celebrazione i coniugi si promettono un amore fedele nella buona come nella cattiva sorte. Ma poi questo impegno di dedizione, di amore continua e si sviluppa nella generazione dei figli, nella loro cura, nella prova delle malattie, dei distacchi, delle incomprensioni, del rinnovamento dei rapporti.

La concretezza, la quotidianità, la corporalità, la storicità hanno un rilievo particolare nella vita di ogni famiglia per cui i rapporti vicendevoli sono molto ricchi e vari nell’espressione e cangianti con il trascorrere degli anni, ponendo il costante interrogativo dell’interpretazione dell’altro, molto più vivo che nelle relazioni sociali che non ci toccano così nel profondo.

Pensiamo, per esempio allo sguardo con cui il padre e la madre guardano al proprio bambino (cosa prova, cosa vuol dire, cosa pensa, quale sarà il suo futuro); al modo con cui si guarda la fortuna e la sfortuna dei suoi membri, le loro malattie (rispetto al modo con cui, per esempio, le guarda il medico); al cambiamento delle età per cui il figlio da aiutato può divenire aiutante, fino all’inversione dei ruoli.

Durante la visita pastorale mi capitò di entrare in una casa dove la mamma della sposa era affetta dell’Alzheimer. Alla mia domanda: non ha pensato di ricoverarla in una casa per anziani ammalarti, la figlia mi ha risposto: quand’ero piccola lei mi portava in braccio, ora che è anziana e ha perso la memoria sono io che la porto in braccio.

Vi sono poi gioie e drammi nella famiglia, nei suoi rapporti spesso nascosti agli occhi della società. Pensiamo un momento alla decisione di accettare di generare un figlio con il rischio della propria vita (un esempio tra i molti possibili, quello di Gianna Molla) o alla pena di un padre, di una madre che attendono il ritorno morale o anche fisico di un figlio; il dolore e lo sconcerto che provoca la morte di un suo membro; la gioia del ritrovarsi insieme.

In particolare nei momenti della prove, come la malattia e la morte, la famiglia mostra la propria fede ed evangelizza senza parole. Osservate per esempio la risonanza che ebbero le brevi parole che disse il figlio ai funerali del professor Bachelet.

Così la presenza o l’assenza del riferimento a Dio, della religiosità, hanno un peso notevole in famiglia nel modo di guardare il dolore, la fragilità, la malattia, la morte. Un atteggiamento molto personale, che può incontrare fratture nella stessa famiglia, ma che insieme è spesso debitore alla tradizione della casa. E’ importante per questo che la religiosità in famiglia sia coltivata non solo personalmente, ma anzitutto comunitariamente già nei primi passi della vita, senza per questo diventare formalistica.

La famiglia non solo però rimane la prima scuola al proprio interno del modo di vedere e di rapportarsi con gli altri, con il mondo, ma anche il modello per la società, tanto che si dice spesso di un professore, di un medico, di un datore di lavoro: è come un padre, come un fratello, come una madre.

Nel confronto tra i rapporti in famiglia e quelli nella società si avvertono spesso le grandi differenze. In famiglia, per esempio, solitamente sta al centro il più debole, come il bambino, l’ammalato, l’anziano stanno al centro, nella società invece che ha fatto carriera, chi è potente. La famiglia solitamente guarda alla persona, la società all’efficienza. La debolezza in casa commuove, nella società dà fastidio. La famiglia guarda all’intero del benessere dell’uomo, la società tende a misurarsi solo sul reddito economico. Ne abbiamo un esempio anche dai telegiornali che ascoltiamo ogni giorno.

Ma per la famiglia rimanere autenticamente se stessa non è facile. Per questo tante volte appare un ideale e non una realtà. Si chiede molto ad essa, ma poco le si dona sia da parte della società come alle volte anche da parte della Chiesa.

Va aiutata la famiglia ad essere se stessa, a coltivare al proprio interno una vita umana e cristiana. Essa, ci ha ricordato il Concilio Vaticano II, è “chiesa domestica” per cui vive di affetto e di preghiera, di ascolto della voce degli uomini e della Parola di Dio, del lavoro e della carità verso gli altri, di ospitalità.

Va aiutata la famiglia paradossalmente anche impegnandola nell’educazione dei bambini e della gioventù della parrocchia, del quartiere. Diciamo che i genitori hanno la primaria responsabilità nell’educazione dei loro figli, e poi raramente li consultiamo, li coinvolgiamo nell’educazione dei nostri ragazzi. Anche se pochi rispondessero a questo coinvolgimento, non per questo verrebbe meno il diritto-dovere di questi pochi.

Tiriamone le conseguenze per la vita delle nostre parrocchie.

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7. Alcune testimonianze

Se guardiamo alla storia della Chiesa troviamo molti esempi di cristiani che comunitariamente e singolarmente si sono dedicati agli altri a seconda dei bisogni del tempo: per l’educazione dei ragazzi, per gli ammalati, per gli anziani, per i rifiutati dalla società, per le ragazze e i ragazzi abbandonati. Alcuni sono conosciuti come san Giovanni Bosco, san Giovanni di Dio e san Camillo de Lellis, il Cottolengo, madre Teresa di Calcutta…

In particolare vorrei che ricordassimo la testimonianza di tante famiglie, di molte madri che nella storia furono vicine con sapienza e pazienza alle fragilità fisiche e morali dei loro figli, attente e disponibili al mistero della loro vocazione, incominciando da santa Monica fino ai nostri giorni.

Nel nostro tempo dobbiamo riconoscere che sono nate anche delle case di spiritualità per ospitare non solo religiosi e sacerdoti, ma anche laici per momenti di sosta e di ricarica spirituale. Anche questo è un servizio alla debolezza e alle stanchezze dell’uomo. Si parla oggi spesso di ecologia della “natura”. Vorrei ricordare che non è meno importante l’ “ecologia dello spirito”.

Non si danno però solo presenze e “cure” manifestamente spirituali, ma anche “silenti”, dove solo la vita è annuncio del Vangelo, come quella di padre Carlo di Foucaul tra i Tuareg, ispirandosi alla vita di Gesù a Nazaret.

Ma l’incontro tra Parola e sofferenza, tra Parola e debolezza dell’uomo dove definitivamente accade? Nel cuore dell’uomo. Voglio per questo concludere la nostra riflessione ricordando l’aspetto più difficile, che sta al centro del dramma: il dolore, la morte paiono ai nostri occhi solo infecondi come la durezza di un sasso. Com’è possibile accettarli?

Eppure noi cristiani al centro delle nostre chiese e quindi della nostra vita mettiamo il Crocifisso che intendiamo quale segno di speranza. Ma che cosa può trasformare un segno di morte in un segno di vita?

Cito per questo la preghiera di una madre di famiglia, docente all’Università di Pavia, con quattro figli, affetta di tumore, perché solo chi ha vissuto questo dramma ne può parlare adeguatamente.

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Preghiera

“Signore, talvolta mi succede

di non sentire più la tua voce.

Allora maledico il tuo silenzio.

Non suona fino a Te il grido

che tuona dalla disperazione

di milioni di uomini?

Non ascolti

il pianto sommesso dei bimbi ammalati,

le suppliche delle madri ai loro capezzali

lo sconforto del giovane che si sa condannato,

o il grido di silenzio in cui si chiude la giovane

prigioniera della depressione?

Non senti la mia voce

che T’implora per ognuno di loro,

e T’implora anche per me?

Allora, sì.mi ribello.

Rifiuto un Dio così sordo.

Poi, questa sfida che Ti lancio,

ecco che cade sulla tua Croce.

Ti guardo e mi arrendo..”

(Bernadette Béarez Caravaggi, Traversata della sofferenza, 2005, p.47)