Giovanni Volta

……………

IL SILENZIO

SPAZIO E CUSTODE DELLA PAROLA

………….

Ritiro spirituale al clero……

Certosa di Pavia, 20 maggio 1993

........... 

SOMMARIO

1. Parole e silenzio

2. Il silenzio introduce all'ascolto della Parola

3. I tre gradi del silenzio

4. Il silenzio custode della Parola

5. Alcune conseguenze pratiche

* * *

Siamo ormai al termine di un anno pastorale e ancora una volta ci troviamo riuniti alla Certosa per riflettere e per pregare alla scuola di Maria, scuola dell'ascolto e della parola, della pazienza e della fedeltà, del lavoro e della preghiera.

La Certosa con la sua bellezza piena di evocazioni, con il suo grande chiostro immerso nel silenzio, con la sua lunga storia di meditazione e di preghiera, ci può essere di aiuto a guardare con distacco e verità la nostra vita.

Abbiamo iniziato il nostro anno pastorale impegnandoci particolarmente nella pastorale degli adolescenti e prendendo ad esempio per la nostra vita di preti sant’Alessandro Sauli, che, tornando a Pavia quale nostro vescovo, chiese come prima cosa ai sacerdoti un ascolto assiduo della parola di Dio per essere autentici pastori, e con la sua sapienza e totale dedizione ci dimostrò come bisogna affrontare le numerose difficoltà che si possono incontrare nell'annuncio del Vangelo (ed egli ne ebbe molte nella sua vita, anche nella nostra diocesi).

Ora, dentro questo itinerario d'impegno e di memoria, rifacendomi all'omelia del Giovedì Santo scorso ("La Parola: quella di Dio e quella dell'uomo") vorrei completare la nostra riflessione su la "Parola" con quella su il "silenzio" visto come spazio che ci introduce all'ascolto della Parola di Dio e di quella degli uomini e nello stesso tempo quale suo custode, una volta accolta nel proprio spirito.

…………..

1. Parole e silenzi

Come in una musica continuata si alternano nella nostra vita le parole e i silenzi. Parole ascoltate e parole dette; silenzi nostri e silenzi di chi ci sta accanto. Si danno tanti tipi di parole come di silenzio. Vi è la parola che rivela e quella che nasconde, la parola che condanna e quella che perdona, la parola che invoca, che loda e la parola che disprezza e impreca.

Così vi è "il silenzio d'un grande odio, e il silenzio d'un grande amore, e il silenzio d'una profonda pace dell'anima, e il silenzio d'un'amicizia avvelenata".[1]

Vi è il silenzio dell'uomo e il silenzio di Dio.[2]

La parola non è semplicemente un suono, ma il dirsi di qualcuno a un altro. Essa può essere un dono personale come quando per es. due amici si confidano reciprocamente, oppure un'offesa, un'accusa, o anche una semplice chiacchiera, quando si fa disimpegnato ricettacolo di mille notizie.

Il silenzio, a sua volta, non è solo un evento fisico, un'assenza, ma pur esso l'espressione di qualcuno, e quindi di un qualche sentimento per es. di attesa, di ascolto, di stupore, di riflessione, o anche di risentimento, di rimprovero.

Ha scritto giustamente Romano Guardini che "Parlare significativamente può soltanto colui che può anche tacere, altrimenti sono chiacchiere; tacere significativamente può soltanto colui che può anche parlare".[3]

Si usano perciò le espressioni "parola" e "silenzio" solo analogicamente quando si attribuiscono alle cose e quando si attribuiscono alle persone. In senso proprio la parola e il silenzio sono solamente della persona.

Così la bellezza di un fiore o la struttura di una cellula o l'incanto di un panorama si fanno parola soltanto se li vedo come espressione di qualcuno; e il silenzio di un luogo diventa significativo quando m'induce ad un mio silenzio interiore che si apre all'ascolto di un altro.

Senza la persona non ci sarebbe dunque né la parola, né il silenzio. Questi, parola e silenzio, a loro volta hanno intensità diverse a seconda della persona che ne è il soggetto (vedi per es. la differenza che vi è tra la parola e il silenzio di un bambino e quelli di un adulto, tra il silenzio e la parola di Dio e quelli dell'uomo) e a seconda del grado di coinvolgimento del soggetto stesso (vedi per es. il diverso peso che possono avere per me una parola o un silenzio che decidono della mia vita e una parola o un silenzio che riguardano persone estranee).

Parola e silenzio si coniugano perciò costantemente nella vita umana, nutrendosi delle parole e dei silenzi che ci circondano in forza della risonanza che essi hanno nell'animo di ciascuno di noi. Vedi per es. il fascino che può esercitare su di un visitatore il silenzio di un'abbazia, oppure la suggestione che può provocare in noi una parola, un discorso.

Nella nostra storia personale la priorità va però data al silenzio, perché l'uomo prima di essere parola è "ascolto". Egli non è da sé, ma da un Altro; e per questo la sua vita è protesa anzitutto all'ascolto di Lui. La Parola di Dio l'ha creato e l'ha redento, la Parola di Dio l’ha destato all'esistenza e continua a vivificarlo. (Un teologo del nostro tempo, K. Rahner, in un suo scritto ha proposto di definire l'uomo: "uditore della parola", della Parola di Dio ed eventualmente del suo silenzio, per sottolinearne la dinamica tensione).

All'ascolto di questa Parola sono perciò orientati tutti gli altri ascolti dell'uomo e i suoi silenzi, come a quella Parola originaria è chiamata ad ispirarsi ogni sua parola.

ll nostro essere credenti, cristiani, non ci rende dunque estranei alle condizioni comuni dell'uomo, quasi che la fede costituisca una sovrastruttura nella nostra esistenza, ma piuttosto ci evidenzia la natura profonda del nostro essere umano e ci porta a viverla nella sua espressione più alta.

Alla luce di questa condizione dell'uomo si comprende il significato dell'insistente richiamo che viene fatto nella Scrittura all'ascolto: " Ascolta, Israele!" [4] del silenzio che s'accompagna alla visita di Dio all'uomo.[5]

In forma tanto significativa un antico e famoso canto natalizio tedesco, per ricordare la notte in cui la Parola di Dio è apparsa nella nostra carne a Betlemme, porta come titolo: "La notte del silenzio " ("Still Nacht ").

Nella storia della spiritualità cristiana è ricorrente il richiamo al silenzio come condizione dell'ascolto di Dio. Ha scritto Angelo Silesio: "Taci, carissimo, taci! Se sai tacere del tutto Dio ti offrirà più doni di quanti desideri".[6] E suor Elisabetta della Trinità: "L'anima ha bisogno di silenzio per adorare Dio".[7]

Vogliamo però ora soffermarci a meditare su come la parola e il silenzio si coniugano nel nostro ministero sacerdotale, che ruota anzitutto attorno all'ascolto e all'annuncio della Parola di Dio dentro i silenzi e le parole degli uomini.

…………..

2. ll silenzio introduce all'ascolto della parola

È quotidiano nella vita del prete l’ascolto e l'annuncio. L'ascolto e l’annuncio non solo dell'uomo, delle sue attese e dei suoi travagli, ma anzitutto di Dio, della sua misericordia che ci salva. Così la vita del sacerdote si trova ogni giorno impegnata a leggere e a interpretare l'esistenza della gente che lo circonda e la Parola di Dio, che egli deve accogliere e proporre. Ma il cuore dell’uomo va sempre di nuovo scoperto e il mistero di Dio, del Dio vivente, non di quello costruito da noi, va sempre di nuovo accolto e riascoltato. Un grave rischio però è costantemente in agguato nella nostra vita di "evangelizzatori”, dare come scontato che ormai sappiamo tutto sull'uomo e su Dio e perciò riteniamo di avere pronta una parola e una risposta per ogni evenienza. È un segno dell’invecchiamento dello spirito. Paradossalmente una certa dimestichezza con i problemi spirituali dell'uomo e con il sacro ci può rendere ripetitivi e ottusi. Credo che in questa prospettiva vada letta l'affermazione di Romano Guardini: "ciò che fiacca la vita di fede è l’ascoltare, pronunziare, leggere costantemente le parole sacre. Così esse divengono polverose e vecchie" [8] E aggiunge subito dopo Guardini: "Colui al quale esse stanno a cuore deve continuamente ridar loro lucentezza e novità".[9]

Ma come può avvenire tutto questo, come dare lucentezza e novità a parole che già conosciamo da tempo, come riuscire a riascoltare e ridire la Parola di Dio come realtà nuova e illuminante?

La parola svela, ma nello stesso tempo può occultare. Quante volte ci interroghiamo di fronte ad un libro, ad una persona che ci parla, e alla stessa sacra Scrittura: ma ho capito proprio bene? La parola media chi la pronuncia, e perciò richiede sempre un cammino interpretativo per essere compresa. Chi l'ascolta deve sempre fare in essa e con essa dei passi se ne vuol cogliere la verità e il frutto.

Questa mediazione della parola spiega per es. perché di fronte ai gesti e alle parole di Gesù alcuni hanno creduto, mentre altri invece l'hanno rifiutato.[10] Non è dunque sufficiente che risuoni la parola per intenderla, per aderirvi, né basta che si compia un gesto perché sia capito. Così all'ascolto fisico si deve accompagnare quello interiore, che permetta di cogliere il senso del messaggio trasmesso. E ciò avviene se noi non imponiamo i nostri pensieri, i nostri progetti, i nostri desideri a quella parola, ma la seguiamo nel suo itinerario di rimando e accogliamo ciò che ci svela. Questo però si può compiere solo se facciamo silenzio dentro di noi per dar spazio ad essa. Un silenzio non solo fisico, esterno, ma anche interiore. Gli ebrei che hanno rifiutato il discorso del pane di Gesù [11] avevano visto bene il suo gesto di moltiplicazione dei pani, avevano udito le
sue parole di spiegazione, ma dentro di sé coltivavano un'idea del Messia contraria a quella presentata da Gesù, per questo non intesero e non accolsero il suo discorso. Così Davide non comprese in un primo tempo il rimprovero che gli aveva rivolto il profeta Natan [12] perché non lo aveva inteso rivolto a sé, tanto era lontano dal riconoscersi peccatore.

ll silenzio è una condizione fondamentale per ogni ascolto, ma in particolare per l'ascolto della Parola di Dio, poiché questa ci trascende, determinando una sproporzione enorme tra il "segno” materiale (per es. la parola verbale) e la realtà significata.

…………..

3. I tre gradi del silenzio

Si dà dunque un silenzio fisico, per cui non siamo distratti da altre voci che possono raggiungerci da varie fonti, e un silenzio interiore dei nostri pensieri, dei nostri modi di vedere, della nostra fantasia, per cui diamo spazio alla realtà che si svela a noi nella parola. E infine vi è un silenzio dei nostri desideri superficiali, delle nostre decisioni, per disporci alle eventuali scelte che vengono proposte dalla Parola di Dio.

Tutti e tre questi tipi di silenzio dispongono all'ascolto della Parola, al suo discernimento, alla sua obbedienza, poiché la paro!a di Dio si presenta come “segno” e “parola” tra tanti altri possibili segni e parole degli uomini; come realtà e visione dell’esistenza tra mille altre interpretazioni dell'esistenza offerte dalla cultura del tempo; perché la Parola di Dio si presenta come chiamata per una decisione in mezzo a diverse altre proposte di vita, per cui essa non è mai per l'uomo un semplice atto d’informazione.

Vi sono dunque diversi gradi di silenzio che variamente concorrono a disporci all’ascolto.

Per es. il silenzio esterno, che ha il compito di far tacere tutte le voci che possono interferire nella nostra attenzione alla Parola di Dio, è richiesto dalla preghiera, dalla lettura, dall'audizione di chi ci parla, dalla stessa nostra riflessione interiore in solitudine. Esso costituisce come l'anticamera dell'ascolto, e può essere rotto da fattori diversi come una radio, una televisione accesa, un gruppo di persone che chiacchierano o giocano vicino a noi; perfino un canto non intonato alla liturgia che stiamo celebrando può essere ragione distraente. ll silenzio fisico introduce all'ascolto, perché crea lo spazio per la parola e ci aiuta a concentrarci solo su quella parola che deve risuonare come un segno che va disegnandosi su di una grande parete bianca.

Al silenzio esterno, abbiamo ricordato, si deve poi associare quello interno, perché l'animo, sgombero da altri pensieri e preoccupazioni, si possa concentrare nell'attesa della Parola di Dio. Un silenzio che può essere rotto per es. dall'attenzione a cose estranee alla celebrazione che stiamo per incominciare (come può succedere a motivo della preoccupazione per le cose da organizzare, da fare, o per l'irritazione provocata dalla constatazione dell'assenza di certe persone), mentre è favorito dalla nostra concentrazione su ciò che stiamo per celebrare, prendendo esplicita coscienza della presenza viva di Dio.

Nel silenzio interiore prende poi spicco la coscienza del nostro coinvolgimento personale nell'ascolto della Parola di Dio. A me Egli si rivolge, e non soltanto ai fedeli presenti; e perciò io anzitutto mi devo mettere in ascolto di Dio, io sono messo in gioco dalla sua Parola. C'è una unicità, pur nella riproposizione delle stesse parole, degli stessi gesti, nella proclamazione della Parola, nella celebrazione dei sacramenti, che è data dal fatto che in essi il Dio vivente e sempre nuovo si rivolge a noi, a me.

In caso diverso gesti e parole tendono ad appiattirsi in una genericità impersonale che non tocca più la nostra vita. Celebrare la Messa, confessare, battezzare, predicare, diventano un fatto che riguarda semplicemente gli altri, e perciò si fa mestiere e non ci nutre più interiormente. Nella logica del mestiere ci possono interessare il numero dei partecipanti come segno della riuscita del nostro lavoro, o l'abbondanza delle offerte come ricompensa della nostra fatica, o alcune opere come affermazione delle nostre capacità. Ma la "nostra" accoglienza della parola di Dio, quella per cui esclama il salmista: se Tu non mi rivolgi la tua parola, io sono come uno che scende nella fossa (Cfr. Sal. 28,1 ), in questo caso è uscita dal campo d'interesse della nostra vita e di conseguenza la nostra esistenza sacerdotale si è inaridita nelle sue stesse radici.

ll silenzio delle altre voci, degli altri interessi, dell'affermazione di noi, dispone all'ascolto, alla comprensione, alla condivisione della Parola. Esso è dunque un silenzio attivo, anzi molto impegnativo, un cammino necessario per l'incontro della Parola. “Il silenzio - scrive J. Guitton - ci introduce al punto più intimo di noi stessi, là dove l'eternità ci tocca e ci vivifica, là dove la verità sussurra senza parole".

Non si tratta di cercare un silenzio vuoto, ma quello abitato dallo Spirito Santo, che, secondo la promessa di Gesù, sarebbe stato dato ai suoi perché insegnasse loro ogni cosa e ricordasse ad essi tutto ciò che egli aveva loro insegnato.[13] Lo Spirito di Cristo rimane perciò il nostro perenne maestro interiore, il solo in grado di dischiuderci pienamente il senso della Parola.

Spesse volte accampiamo come scusa delle nostre inadempienze la mancanza di tempo. Credo invece che il nostro primo problema sia piuttosto il come utilizziamo il nostro tempo. Accade che incontri, celebrazioni, letture rimangano sterili nella nostra vita perché in esse non vi fu nessuna intensità, nessuna interiorizzazione. Abbiamo accumulato gesti e parole, ma come fossero delle cose inanimate. Non abbiamo preparato il terreno alla semente, che per questo non crebbe.

…………..

4. ll silenzio custode della Parola

ll silenzio non solo introduce all'ascolto della Parola, ma ne accompagna anche l’assimilazione e l'annuncio.

La Parola accolta desta risonanze che esigono a loro volta di svilupparsi e radicarsi in silenzio nel nostro spirito senza l'interferenza di altre attenzioni distraenti. Si tratta del tempo in cui la Parola ascoltata (anche quella dell'uomo) va mettendo radici dentro di noi secondo dei ritmi che vanno rispettati. Tante volte la successione rapida di altre occupazioni, o la fretta di un dibattito senza l’assimilazione delle cose ascoltate, o la sovraimpressione di altri discorsi o letture, spengono sul nascere quella vita nuova che stava germinando in noi. Ha scritto con acutezza Ernest Psichari: " Lasciamo agire il silenzio. È un grande maestro di verità". [14]

Accade che lunghi spazi di silenzio facciano riaffiorare il passato e ci introducano alla scoperta di verità fino ad allora nascoste ai nostri occhi. E non si tratta solo dei silenzi scelti, ma anche di quelli imposti, com'è il caso per es. di una malattia o di una improvvisa interruzione del nostro lavoro abituale per fatti accidentali.

Con un'immagine ardita un autore del nostro tempo ha scritto: "ll silenzio è la casa della parola. Esso conferisce forza ed efficacia alia parola".[15] Alle volte siamo tentati di guardare al nostro ministero quasi fosse una qualunque organizzazione lavorativa e perciò di ritenere i tempi di silenzio come una sottrazione al nostro lavoro. Certamente la nostra non è una vocazione monastica e lo stesso ministero presbiterale diocesano, come ci ha ricordato bene il Concilio Vaticano II [16], dev'essere la fonte e la guida della nostra spiritualità. ll nostro ministero però, per rimanere vivo, per interiorizzare ciò che andiamo facendo, deve avere un proprio spazio di silenzio. Scrive De Smedt: "ll silenzio permette di mantenere il controllo, di riflettere sempre in anticipo, di essere un passo più lontani dal discorso e dalle sue tesi. Esso appartiene in modo specifico all’ordine della sintesi".[17]

La stessa riforma liturgica in più casi ci prescrive dei momenti di silenzio,[18] che non sempre rispettiamo. ll grande liturgista, Odo Casel, così scrive, parlando del silenzio dell'Ecclesia: "Timore e tremore riverenziale circondano l'altare, e la partecipazione al terribile e pur così beatificante mistero divino costringe a santo silenzio... ll silenzio è una preparazione al Logos divino, che penetra nel cuore dell'uomo e lo infervora per il discorso di Dio, per la teologia. In questo senso tutta la liturgia è un Logos, che procede da mistico silenzio; infatti è nata dalla profonda silenziosa contemplazione dei misteri di Cristo e introduce a sua volta nelle profondità delle ricchezze di Dio.” [19]

Sia nel nostro accoglimento della parola, come nel suo annuncio e nella sua celebrazione, dovremmo sempre dare spazio a momenti di silenzio, come diamo un margine alla pagina di un libro, una cornice allo splendore di un quadro, delle pause a brani di musica in un concerto. "La parola deve riposare su un fondo di silenzio come l'iceberg sulle acque", poiché possiamo dire che "la parola non avrebbe profondità se le mancasse lo sfondo del silenzio".[20]

La comprensione di una realtà non è proporzionale al numero delle parole che la esprimono, ma alla loro corrispondenza, alla loro misura e autenticità. Scrive M. Heidegger: "L'ampiezza di un discorso su qualcosa non equivale affatto all'ampiezza della comprensione della cosa. Proprio al contrario, un fiume di parole su un argomento non fa che oscurare l'oggetto da comprendere, dando ad esso la chiarezza apparente dell'artificiosità e della banalizzazione," [21]così che parola e silenzio si richiamano reciprocamente: "Solo il vero discorso rende possibile il silenzio autentico".[22]

Una reciprocità per cui parola e silenzio si rinforzano vicendevolmente, fino a costituire le due facce di una stessa conoscenza. " Il parlare - scrive Guardini - è solo una faccia di qualcosa di più ampio, la cui altra faccia si chiama silenzio. L'uomo ha bisogno della verità; vive d'essa, come del mangiare e del bere. La fa sua, rendendola comunicabile nella parola, ma anche intuendola tacitamente. Soltanto l’insieme di queste due modalità costituisce quell'intero che chiamiamo –conoscenza -. E l’una sorregge l’altra: la presa di coscienza silenziosa si chiarisce nell'evidenza della parola, questa però si riaccerta continuamente del suo senso nel silenzio interiore.".[23]

Sempre perché la "parola” media la persona, la esprime, essa deve nascere da un silenzio meditativo, se vuole risultare viva e non semplice ripetizione disimpegnata di parole altrui o nostre. Vedi per es. il diverso rilievo che assumono le parole "ripetute” e quelle “dette” ad una persona colpita da una malattia o da un lutto, oppure in ricerca del senso della vita.

Ma quando si tratta di annunciare la Parola di Dio e non le nostre parole, come si può uscire dal dilemma: ripetiamo o inventiamo?

Se ci limitiamo a ripetere, il nostro annuncio risulta anonimo, se invece inventiamo i nostri discorsi, allora non annunciamo più la Parola di Dio, ma la nostra parola, i nostri sentimenti, le nostre convinzioni. Possiamo uscire da questo dilemma se annunciamo la Parola di Dio dopo averla accolta e sperimentata nella fede.

In maniera sintetica, ma tanto significativa, il Concilio Vaticano ll, facendosi eco delle parole iniziali della prima lettera di S. Giovanni, ha dichiarato, quasi a voler riassumere il programma del suo impegno e della Chiesa intera: "In religioso ascolto della Parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia".[24]

L'apostolo S. Giovanni, nella lettera citata, afferma di annunciare e di rendere testimonianza a ciò che ha veduto con i suoi occhi, che ha contemplato, che ha toccato con le proprie mani del Verbo della vita, [25] e in questo modo ci mostra la via attraverso la quale deve nascere ogni nostra parola che vuole rendere testimonianza a Gesù Cristo.

…………..

5. Alcune conseguenze pratiche

Se il silenzio va costantemente coniugato con la parola per cogliere di questa tutto il valore e per poterla dire con verità agli altri, esso va previsto nella nostra preghiera pubblica e privata, nell'incontro con la nostra gente e nello svolgimento del nostro ministero, nell'ordinamento delle nostre giornate e nella programmazione di tutto l'anno pastorale, e nelle nostre stesse conversazioni quotidiane, tenendo sempre presente la massima che " è bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio ".[26]

Nella preghiera il silenzio deve trovare spazio anzitutto al suo interno secondo le pause prescritte (che tra l'altro sono molto educative anche per la nostra gente), e secondo le nostre scelte nella preghiera privata, sostando per es. su qualche espressione che ci ha colpito, avendo attenzione di metterci in ascolto di Dio e non primariamente di finire le nostre pratiche di pietà. Può accadere per es. che si reciti il Breviario solo materialmente, per adempiere un obbligo, senza una partecipazione interiore. Questo può succedere anche nella celebrazione dell'Eucarestia. Della preghiera in questi casi è rimasta solo la forma materiale.

E proprio perché non è facile pregar bene bisogna anche disporsi nel silenzio alla preghiera (vedi per es. prima della celebrazione della Messa o della recita della liturgia delle ore), perché occorre un certo tempo per riuscire a raccogliersi interiormente. ll primo nostro atto non dovrebbe mai essere la parola, ma la presa di coscienza del nostro stare alla presenza di Dio.

La preghiera poi di adorazione, in cui ci mettiamo prostrati e in silenzio davanti a Dio, costituisce un'esperienza fondamentale di chi siamo noi e di chi è Lui per noi. Prima di essere un atto di intercessione essa è un atto di verità e di amore in cui riconosciamo il primato di Dio nella nostra vita e la sua presenza nascosta. Non dobbiamo al riguardo dimenticare che Dio tante volte ci impone lunghi tempi di anticamera prima di rendere percepibile la sua accoglienza. Ma se noi non pazientiamo davanti al suo silenzio, finiamo con il perdere l'incontro che Egli ci aveva riservato. Ha scritto al riguardo Jean Gerson: " Ti disgusta il silenzio e 'sei diventato un peso per te stesso': perciò ritieni che a te non serva stare in ritiro. Ma prima di rinunciare al silenzio aspetta; potrai vincere questo disgusto con un’attesa tenace, poiché l'abitudine a interrompere subito il silenzio alimenta il fastidio, anziché dar sollievo. Credimi, quando interrompi il silenzio può essere che il disgusto scompaia per un poco, ma poi riapparirà più forte, come un cane allontanato da un osso molto appetibile"[27].

Mi colpisce sempre, quando leggo il vangelo, il fatto che Gesù, pur essendo sempre unito al Padre, trascorreva in luoghi di silenzio molte ore in preghiera.

Nell'incontro con la gente e nel nostro ministero dobbiamo ritagliarci dei momenti di silenzio per renderci conto di ciò che andiamo facendo, per riflettere su quello che abbiamo visto e sentito, per poter parlare e trattare con le persone con comprensione e sapienza. Se ciò che andiamo facendo non riusciamo a metabolizzarlo, se non lo rendiamo nutrimento della nostra vita, esso finisce con il trasformare il nostro stesso ministero in fattore alienante, perché rimasto corpo estraneo alla nostra esistenza.

Ricordo quando don Primo Mazzolari mi parlava, negli ultimi anni di vita, della sua prima esperienza di parroco a Cicognara, un piccolo paese della bassa padana, e in particolare delle ribellioni interne provate nei primi tempi di quel ministero a motivo dell'apparente ottusità della gente. Egli superò allora quella crisi imparando a leggere il compiersi del mistero della salvezza anche nel suo umile paese, e sapendo rendere materia delle sue "meditazioni religiose" anche le durezze che incontrava. (Un'orma di questo stile di vita lo possiamo ritrovare anche nelle prediche che ci sono state conservate).

La qualità della vita non è data mai semplicemente da un posto o da una cosa che possediamo, ma nasce dalla nostra capacità di saper vedere e saper amare fino a scoprire o a dare intensità anche ai fatti più abituali.

Nell'ordinamento delle nostre giornate e nella programmazione dell'anno pastorale dobbiamo infine prevedere i tempi di silenzio, incominciando dagli esercizi e dai ritiri spirituali, alla preghiera e alla meditazione quotidiane (dedichiamo tutti i giorni un tempo per la meditazione?), allo studio, avendo presente la preziosità del primo mattino e l’importanza di ritagliarci i tempi di riflessione generalmente prima e non dopo le attività pastorali (sia al mattino che al pomeriggio), per non correre il rischio di trascurarli sotto la pressione delle richieste della gente.

Anche la scelta di momenti di silenzio e di preghiera più prolungati fuori della parrocchia, presso per es. una comunità monastica, possono aiutare a tenerci spiritualmente vivi e a dare nuovo impulso a ciò che già facciamo quotidianamente. ll card. Federico, quello di cui parla il Manzoni nei "Promessi Sposi", un uomo occupatissimo e intraprendente, ha scritto un testo, tra tanti altri,[28] nel quale racconta che il giorno lo dedicava ai suoi vari impegni ("negotiis"), mentre la sera e la notte li dedicava agli studi e alla riflessione (all’ "otium" latino). Per noi, che proprio dopo cena abbiamo ancora spesso degli impegni pastorali, non è possibile seguire quello stile; il suo spirito però ha ancor oggi senso.

Dobbiamo imparare ad usare il tempo secondo questa duplice esigenza della nostra vita: ministero e riflessione, parola e silenzio, avendo cura di eliminare certi sprechi (come ore di televisione, ore di chiacchiere inutili, ore di letture insignificanti, ore per compiti non pertinenti al nostro ministero).

È vero, tutti dichiariamo di non aver tempo, ma forse di rado ci interroghiamo sul come lo impieghiamo. Qui sta il vero problema.

È la passione che anima il nostro spirito a disporre del nostro tempo e a fissare le scelte e le precedenze delle nostre scelte, a conferir loro qualità. Per ciò che ci appassiona troviamo sempre il tempo. Dobbiamo quindi ricominciare da ciò che ci appassiona o che ci deve appassionare per trovare la misura del nostro silenzio, del nostro ascolto, delle nostre parole. Non a caso il Signore prima di affidare a Pietro le sue pecore gli ha fatto una sola domanda: "Mi ami tu?".[29]

Finito di stampare nel mese di settembre 1993 dalla Coop. Casa del Giovane di Pavia

Realizzazione grafica: Coop. Casa del Giovane, Via Lomonaco, 43 - Pavia

Antichissimo Monastero ortodosso di S. Antonio in Egitto

 


[1] E. Lee Masters, cit. in "Le dimensioni del silenzio" a cura di M. Baldini, ed. Città Nuova, Roma 1988 p.23.

[2] Cfr. AA.VV., "Parola e silenzio di Dio" ed. Dehoniane, Roma 1991.

[3] R. Guardini, "Virtù", ed. Morcelliana, Brescia 1978 p.198.

[4] Cfr. Deut. 6,4; Am.3,1; Ger. 7,2; Mr. 12,29.

[5] Cfr. Ab. 2,20; Sof. 1,7; Is.41,l; Zac. 2,17; Sal. 76,9; Apoc. 8,1.

[6] A.S., "Il pellegrino cherubico" ed. Paoline, Milano 1992, II, 8, p.162.

[7] E. della Trinità, "Scritti", ed. Carmelitani Scalzi, Roma 1967, p.316.

[8] R. Guardini, "Accettare se stessi", ed. Morcelliana, Brescia' 1992 p. 67.

[9] Ib.

[10] Vedi per es. le diverse reazioni della gente di fronte alla guarigione del cieco nato: cf. Gv. 9, oppure di fronte alla moltiplicazione dei pani e al discorso di Gesù: cf. Gv. 6.

[11] Cfr. Gv. 6.

[12] Cfr.2 Samuele 12,1-25

[13] Cfr. Gv. L4,26.

[14] Id. "Les voix qui crient dans le désert" ed. L. Conard, Parigi 1928 p.266.

[15] H. J. IM. Nourven, "Silenzio, solitudine, preghiera" ed. Città Nuova, Roma 1985 p.59.

[16] Cfr. Presbyterorum Ordinis n. 12.

[17] Marc de Smedt, "Elogio del silenzio" ed. Paoline, Milano 1992 p.41.

[18] Cfr. Sacrosancrum Concilium n.30.

[19] O. Casel ,"Il mistero dell'Ecclesia" ed. Città Nuova, Roma 1965 pp. 292-294.

[20] Pontet, "Il mondo del silenzio” ed. Comunità, Milano 1951 p.23.

[21] M. Heidegger, "Essere e tempo” " ed. UTET, Torino, 1969 p.265.

[22] Ib.

[23] R. Guardini , “Accettare se stessi” ed. Morcelliana, Brescia 1992 pp.65-66.

[24] "Dei Verbum" n. 1.

[25] Cfr. 1 Gv.1,1-2.

[26] Abate Dinouart, "L'arte del tacere" ed. Sellerio, Palermo 1992 p.46, originale a.1771.

[27] J. G., "Teologia mistica" ed. Paoline,Milano 1992 pp. 283-284.

[28] "De suis studiis commenrarius" 1627.

[29] Cfr. Gv. 21, 15-17.