GIOVANNI VOLTA

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L’AMORE UMANO E I SUOI VARI CAMMINI

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(ritiro spirituale con gli universitari di Suzzara: appunti per una riflessione) 

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Monastero “Mater Ecclesiae”  

Isola di san Giulio, Lago d’Orta,  

25 settembre 2009

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SOMMARIO 

1.Descrizione fenomenologica 

1.1. Possesso e dono  

1.2. Varietà di livelli e di mediazione dell’amore 

1.3. Ruolo del simbolico 

1.4. Tra “dato” e “scelto” 

1.5. Desiderio, creatività e scacco dell’amore umano. 

1.6. Storicità dell’amore umano

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2. Il matrimonio nella Sacra Scrittura 

2.1. Dio e il matrimonio nell’Antico Testamento 

2.1.1. Il suo dover essere 

2.1.2. L’esperienza storica 

2.1.3. L’amore umano immagine dell’amore di Dio 

2.1.4. Dio assume l’immagine del matrimonio per esprimersi 

2.2. Il matrimonio nel Nuovo Testamento 

2.2.1. Ritorno all’originale 

2.2.2. Gesù è lo sposo 

2.2.3. Il primo segno alle nozze di Cana 

2.2.4. Riappare la figura della sposa 

2.3. Il matrimonio cristiano in san Paolo 

2.3.1. Nella 1^ lettera ai Corinti 

2.3.2. Nella lettera agli Efesini 

2.4. Alcune conseguenze

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3. Suggerimenti per una riflessione organica sull’amore umano secondo la ragione e il Vangelo 

3.1. Da noi, dal caso, dalla storia, da Dio? 

3.2. La dominante del nostro tendere 

3.3. Grandezza e debolezza dell’uomo nella sua vocazione ad amare 

3.4. Le due vie dell’espressione dell’amore 

3.5. Qual è la strada migliore per seguire il Signore? 

Dai «Discorsi sul Cantico dei Cantici» di san Bernardo, abate 

Domande proposte dai partecipanti 

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L’amore: una parola che sta al centro della più alta poesia e dei canti più sguaiati, delle narrazioni e delle cronache, nei romanzi frivoli e in quelli seri, nel mondo profano e in quello religioso, nella vita dei santi e in quella dei furfanti: nella nostra vita. Eppure, come diceva sant’Agostino del tempo: se tu non me lo chiedi, so che cos’è, ma se mi interroghi, mi trovo in difficoltà a risponderti. 

Mille comportamenti dell’uomo ne portano il nome e tuttavia ci risultano non solo tanto diversi, ma addirittura contradditori. Si arriva a dire: l’ha ucciso per amore e anche: ha dato la sua vita per amore. Tante volte si chiama amore semplicemente una iniziativa appassionata che viene dal soggetto, indipendentemente dal fatto che doni o che prenda, che cerchi sé o che cerchi l’altro. 

Lo studio dell’uomo, dei suoi comportamenti, della sua psicologia, delle motivazioni profonde dei suoi rapporti ci ha mostrato come tante volte sotto l’apparenza di un gesto di amore si nascondano egoismo, orgoglio, ricerca di sé, sentimenti di dominio e di strumentalizzazione. 

I famosi rivendicatori del sospetto nel giudizio sul comportamento umano ce ne hanno dato numerosi esempi. Ma, prima di essi, la tradizione della spiritualità cristiana ha richiamato spesso il sospetto nell’esaminare il significato dei sentimenti, delle parole e dei comportamenti dell’uomo. L’esame di coscienza e la richiesta della direzione spirituale secondo i grandi maestri dello spirito avevano, tra l’altro, lo scopo di aiutare a scoprire le motivazioni recondite dei comportamenti umani. 

Ma come non cadere in queste contraffazioni? E soprattutto che cosa significa amare? Avvertiamo tutti almeno confusamente che è nel nostro amare - e non tanto nel sapere o nell’avere - che giochiamo la nostra vita. 

Il conoscere, l’avere stanno dentro l’amare, ma non equivalgono ad esso. L’amore è il compimento. L’etologo Lorenz cercò di capire i comportamenti dell’uomo osservando i comportamenti degli animali. Ma vi è equivalenza tra l’animale e l’uomo? Che cosa ci può dire una tale ricerca e che cosa non ci può spiegare? 

Un non credente - non credente in una vita che vada oltre la morte - Vladimir Jankélétch, nel suo complesso studio La morte (ed. Einaudi, Torino 2009), constatando la provvisorietà della vita, la sua non continuità dopo la morte, riconosce un solo valore in essa: l’aver amato dentro la condizione dell’uomo dell’essere stato, dell’aver vissuto, dell’aver amato (ivi pp.450-463). 

La rivelazione cristiana che cosa ci dice a proposito dell’amore, essa che ha definito addirittura Dio come amore? Una parola con un significato specifico: agape (cf. 1 Gv.4,8), riassunto e compimento di tutti i precetti (cf. Mt.22,40; Rom.8,28; 1 Cor.13). 

Questo amore accompagna oppure anima le varie espressioni dell’amore umano? In particolare, come la novità cristiana incide sull’amore tra l’uomo e la donna, sull’amore nel matrimonio, che rilevanza assume nella consacrazione del cristiano a Dio nella verginità?

Per motivi di chiarezza procederemo nella nostra indagine sull’amore per passi successivi, fino alle due espressioni dominanti nella vita degli uomini - quella del matrimonio e quella della verginità e del celibato in consacrazione a Dio - tenendo presenti i diversi orizzonti in cui può venire considerato: quello animale, quello umano, quello aperto a Dio, quello cristiano; una successione che non è una somma, perché l’orizzonte determina la visione di profondità dell’amore. 

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1. Descrizione fenomenologica 

Già l’abbiamo ricordato, mille sono i volti con cui si presenta l’amore, o almeno le espressioni che noi denominiamo come amore. Da queste vorrei partire per disporci alla loro interpretazione e alla rivelazione di Dio, coscienti che è partendo dal più che si conosce il meno e tuttavia partendo dal meno incrociamo i vari terreni condivisi con i quali si possono spartire le ricchezze e misurare le differenze e meglio comprendere la novità del più. 

L’amore, nel suo denominatore comune è passione per qualcosa, per qualcuno, è tensione a, è adesione appagante. 

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1.1. Possesso e dono  

L’amore può avere come fine il possesso o il dono, rivelando nello stesso tempo povertà, bisogno e ricchezza

Nei riguardi delle cose, della carriera è dominante l’amore del possesso, dell’avere. Un amore che denuncia il bisogno e la povertà dell’uomo, ma insieme anche alcune sue capacità. Qualcuno ha definito l’uomo desiderio. Desiderio di vita, di verità, di felicità, di affermazione di sé, di sicurezza, di essere stimato e amato. E in questo si presenta come un germoglio, un progetto aperto. 

Per questo l’amore non si limita mai solo alle cose, almeno idealmente: le cose sono amate o come un mezzo, oppure come simbolo di un valore più grande. Ma è solo nei riguardi delle persone che l’amore può essere dono, anche se l’uomo vive questa tensione dell’amore con grande difficoltà, perché tende a ricadere nell’amore possesso, nell’amore di sé, come un uccello che tenta di volare, ma poi cede al bisogno di un appoggio, del tornaconto. 

Fa impressione notare il fatto che tante volte l’amore si trasforma in odio, in violenza. 

L’amore poi richiama la reciprocità, almeno una certa reciprocità, perché non è una cosa, ma una relazione, una relazione personale da condividere - lo si vede nel bambino che sorride e s’aspetta la risposta di un sorriso –; ma anche sotto il profilo della reciprocità l’amore può voler essere conquista oppure dono: un imporsi o un donarsi. 

L’amore nei suoi rapporti è creativo. Ne è l’esempio più tangibile l’amore matrimoniale. 

Esso però è creativo anche in tanti altri rapporti. L’amore incoraggia la persona amata, le dà fiducia, sicurezza, l’aiuta a comprendere, la educa ad amare con lo stesso stile. 

In una intervista trasmessa alla televisione Charle de Gaulle, un uomo apparentemente tanto indipendente nel gestire la propria vita, ha confessato: per la riuscita della mia vita io devo moltissimo a mia moglie.

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1.2. Varietà di livelli e di mediazione dell’amore

Se consideriamo l’amore nella sua genericità di gioiosa attrazione, possiamo notare come presenti livelli diversi che vanno da eventi passeggeri come pranzare con un amico a impegni forti, come la condivisione dell’esistenza per tutta la vita; dal dono di una cosa al dono di sé.

Se vogliamo usare un linguaggio classico, possiamo distinguere nell’amore un livello fisico, detto anche carnale, un livello psichico ed uno spirituale. Livelli che variamente interferiscono tra di loro con un possibile potenziamento o con un reciproco freno.

Guardando dentro di noi, vediamo come l’amore presenti tante sfaccettature con conseguenti forme, espressioni e intensità diverse. Vedi per esempio l’amore verso i genitori, i figli, i fratelli, gli amici.

Non c’è amore umano senza mediazione, e pertanto si pone al riguardo sia il problema della sua modalità espressiva, sia quello della sua interpretazione. Modalità e interpretazione legate al tipo di amore espresso (coniugale, fraterno, materno e paterno, amicale, figliale…), alla cultura personale e a quella della società di appartenenza, al temperamento, alla propria storia ed esperienza.

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1.3. Ruolo del simbolico 

Vivendo dentro la materialità del corpo, dei luoghi, dei gesti e delle parole per esprimere i nostri sentimenti che - senza abbandonare la nostra costituzione di spirito incarnato - vanno oltre queste strettoie, ricorriamo a segni e a simboli, che racchiudono un valore intrinseco e uno aggiunto: ad esempio, il darsi la mano (vicinanza fisica che intende esprimere una vicinanza più ricca, affettiva, spirituale), il bacio, il regalo, la presenza, i rapporti sessuali, ecc. ecc 

Il simbolico può diventare evasivo o non percepito come tale, apparendo così puro formalismo e - quando nella vita di una persona il simbolico si impoverisce o addirittura scompare, l’espressività dell’amore tende a spegnersi e con essa l’amore stesso. 

Il valore simbolico che possono assumere oggetti e parole può anche dare origine a forme patologiche. Si ha in questo caso il fenomeno del feticismo, con conseguenti comportamenti anomali, specialmente nel campo dell’affettività e della sessualità, con la conseguente deviazione dall’amore dal reale. 

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1.4. Tra “dato” e “scelto” 

Noi ci troviamo nella vita ad avere un determinato corpo, una certa famiglia, a vivere in una società e in una cultura che non ci siamo dati noi. Noi stessi vivendo ci siamo creati abitudini e gusti che ci influenzano in maniera determinante nelle nostre scelte: in esse noi spesso crediamo di essere liberi, mentre in realtà ci troviamo come su di un treno in corsa che ha già assunto una propria direzione di viaggio. 

Di qui il grande problema del comprendere, dello stabilire criticamente il nostro viaggio, del saper comandare a noi stessi, dello scegliere i mezzi e le tappe del nostro cammino nella vita. 

Un errore frequente è quello di pensare alla nostra libertà come a una capacità di scelta acquisita una volta per tutte, e non a una possibilità da coltivare e da sviluppare; si ritiene che eventuali errori di comportamento - una volta riconosciuti - non lascino tracce. Ma non è così: basta pensare per esempio alla fatica che deve fare un fumatore per riuscire a smettere di fumare. 

L’uomo si trova così ad essere anzitutto dato; poi, via via che cresce, diventa scegliente, per finire con un volto scelto: un cammino che ha un suo costo in termini di impegno e di sacrificio, e in cui rivestono un ruolo di grande rilievo i modelli di quotidiano riferimento, specialmente quelli affettivamente più vicini. 

Un cammino lungo e complesso, che fa appello alla nostra responsabilità e che mette in gioco il nostro concetto di libertà, la coscienza del suo prezzo, delle sue condizioni e possibilità. 

Su questo complesso cammino si snodano i percorsi dell’educazione e dell’autoeducazione. Soprattutto per l’educazione ad amare, ha un ruolo fondamentale e primario non l’istruzione, ma l’esperienza dell’essere amati e dell’amare. 

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1.5. Desiderio, creatività e scacco dell’amore umano 

L’amore umano - che non semplicemente accade, ma si qualifica come atto e comportamento segnato dalla libertà del soggetto - non tende semplicemente alle cose o a un corpo vivente, anche se può fermarsi ad essi, ma tende alla persona a cui quel corpo appartiene, e dunque, nello tempo stesso in cui prende l’iniziativa, attende una risposta qualitativamente analoga. 

Per questo può accadere lo scacco del desiderio d’amore: avviene quando la richiesta non ha risposta, oppure quando la richiesta è così possessiva da spegnere la libertà dell’altro. 

Un filosofo del secolo scorso è giunto a dire che l’amore umano tende ad impossessarsi della libertà dell’altro, e tuttavia desidera una risposta libera, perché solo essa è il corrispettivo della sua libera scelta di amore: perciò è condannato a una permanente contraddizione. 

Va aggiunto che la tensione di amore non solo trova, ma anche crea. Basta pensare, per esempio, a una mamma che vede il suo bambino come il più bello del mondo, e in senso creativo a come l’amore e la stima possano dare fiducia all’altro, aiutandolo a scoprire le proprie doti e qualità e così incoraggiandolo a diventare. 

(Vedi l’incidenza positiva o negativa della stima o non stima dei genitori verso i figli, degli insegnanti verso gli alunni, dei sacerdoti verso le loro comunità. Vedi la possibilità che l’amore possa suscitare una risposta in una persona che era prima indifferente). 

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1.6. Storicità dell’amore umano 

L’amore umano ha un percorso. Già il rapporto tra le due dimensioni dell’essere dato e dell’essere scelto ce ne presenta il nocciolo con la sua fatica, con i suoi rischi in scelte che ignorano il dato o in non-scelte che si appiattiscono sul semplice dato. 

L’amore, come abbiamo ricordato, per vivere, per comunicarsi, si media e perciò si incarna in gesti, in comportamenti, in parole, fino a creare una trama visibile che pesa nel bene e nel male sul suo futuro, creando una storia che condiziona il presente di ciascuno. (Uno scrittore polacco, Scienchevic, ha scritto in proposito un romanzo dal titolo significativo: I nostri atti ci seguono). 

Ho visto sposi anziani diventati col tempo misurati nelle loro espressioni di amore, ma tanto intensi nel volersi bene così che sono diventati sempre più l’uno per l’altro. 

Quando l’amore rimane vivo, il passato continua a nutrire il futuro, anzi, quel passato può ingigantirsi come cresce la vegetazione di un campo seminato tanto tempo prima. Non è detto perciò che solo la contemporaneità ci alimenti. Gli apostoli, per esempio, hanno compreso e amato il Signore più dopo la sua morte e risurrezione, che prima. (In questo senso si può parlare del paradosso di un passato che non passa, anzi che cresce nella vita). 

Purtroppo questo avviene anche per le esperienze negative. Più andiamo verso il centro della vita dell’uomo (e l’amore sta al centro) e più gli atti in merito sono preziosi e plasmano la nostra esistenza. Per questo non si può parlare di esperienza dell’amore come si parla dell’esperienza del lavoro. (Ne abbiamo un esempio anche nel nostro corpo: non si fanno tante esperienze del cuore fisico come se ne possono fare liberamente, per esempio, delle mani). 

L’amore umano, proprio perché è storico, va nutrito con la memoria (per esempio ricordando anniversari, momenti felici e dolorosi, eventi della famiglia), con gesti e segni che lo mantengano vivo e visibile. 

Esso però non solo si nutre della positività passata, ma porta anche le ferite dei suoi incidenti di percorso, dei suoi tradimenti, fino ad esserne schiavo senza la possibilità di redimersi da solo.

(Non si tratta di una difficoltà legata semplicemente all’amore dell’uomo visto solo sotto il profilo della sessualità, ma a tutta la sua condotta, per cui san Paolo esclamerà: chi mi libererà da questo corpo di morte? (cf. Rm.7,24).

 

Occorre perciò non solo evocare la memoria dei momenti positivi, ma anche purificare con una ricarica d’amore quella dei momenti negativi trascorsi, perché da una mancanza d’amore essa fu la ferita. (Un esempio tanto significativo è presente nella Chiesa con il sacramento della Penitenza).

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2. Il matrimonio nella Sacra Scrittura

Enigma è l’uomo ai suoi stessi occhi: si svela e si nasconde. Enigma è l’amore che muove ogni suo passo. E’ stato per me interessante leggere come nello studio sulla morte dell’uomo -condotto da un filosofo non credente, che vede la morte semplicemente come termine, silenzio – l’autore sia giunto ad affermare che, pur nella brevità del tempo tra la nascita e la morte, ciò che dà valore alla vita è l’amore (cf. Vladimir Jankélévitch, op. cit.)

Noi ci chiediamo: in questo vasto orizzonte c’è un’ottica unificante? C’è un approdo che illumini quelle diverse espressioni, che orienti le scelte dentro il dato ?

Esplorato il terreno, come quando il contadino d’autunno smuove la terra, la ara e la erpica, per risvegliarne tutti gli umori, vediamo ora qual è il progetto di Dio in questo terreno rivelatosi nella storia del matrimonio; in particolare come ne parla Paolo, tenendo presente che anch’egli è dentro una storia verso la quale è insieme debitore e attore, perché in essa ha agito.

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2.1. Dio e il matrimonio nell’Antico Testamento

Nell’Antico Testamento possiamo distinguere quattro discorsi fondamentali sul matrimonio:

- il suo dover essere,

- la sua esperienza storica,

- la sua esemplarità tra l’amore umano e quello di Dio,

- l’assunzione della sua immagine per esprimere l’amore di Dio per l’uomo.

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2.1.1. Il suo dover essere

Già nei racconti della creazione, che troviamo all’inizio della Genesi, si parla del matrimonio.

Nel racconto jahvista (Gen.2) viene sottolineato il valore dell’unione dell’uomo con la donna fino a formare una carne sola, con la conseguente esigenza del loro distacco dalla famiglia di origine, e il non provare vergogna l’uno dell’altro (mettendo così in risalto come il turbamento seguirà il peccato dell’uomo e della donna, cf. Gen.3,7).

“E il Signore Dio disse: - Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda -” (Gen.2,18)

Erano stati creati tutti gli animali, ma nessuno di essi poteva essere un aiuto che gli corrispondesse, perché l’uomo era superiore ad essi:

“Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali…l’uomo impose nomi a tutto il bestiame…ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse” (Gen.2,19-20).

Per questo Dio creò la donna:

“Allora l’uomo disse: questa volta è osso della mie ossa, carne della mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta (ish= uomo, ishshà = donna) (Gen.2,23).

La complementarietà tra uomo e donna darà loro una certa completezza che motiverà la separazione dalla loro famiglia di origine:

“Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”(Gen.2,24).

Un’ultima nota: la libertà:

“Ora, tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna” (Gen.2,25).

Nel racconto sacerdotale (Gen.1), meno carico - scrive Xavier Leon-Dufour - di elementi drammatici, l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio per dominare la terra e popolarla, ma in realtà l’immagine di Dio è costituita dalla coppia:

“Dio disse: -Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza…E Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina lo creò. Dio li benedisse e Dio disse loro:-Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela…Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”(Gen.1,27-28.31).

Nel contesto dell’azione di Dio che crea tutte le cose, la coppia uomo-donna appare immagine di Dio, chiamata ad essere feconda e a soggiogare la terra. Dopo la creazione degli animali, Dio vide che era cosa buona; ora, dopo la creazione della coppia umana, l’aggettivo buono viene rinforzato: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen.1,31).

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2.1.2. L’esperienza storica

   La preoccupazione di avere molti figli, quale espressione della potenza della famiglia, portò alla pratica della poligamia, nonostante la proclamazione dell’ideale monogamico (cf. Gen.2,18-24). La preoccupazione di non poter avere una discendenza a motivo della sterilità della donna determinò la pratica del ripudio.

Troviamo però, dopo l’esilio, che i sapienti cantano la fedeltà verso la sposa della giovinezza (Prov.5,15-19) e fanno l’elogio della stabilità coniugale (cf. Eccli.36,25 ss.; Mal.2,14 ss.)

Accanto al fenomeno della poligamia (che si estinguerà con il tempo) e a quello del ripudio, vanno notati alcuni comportamenti significativi come la storia della famiglia di Tobia, i drammi nella famiglia di Davide, la vicenda di Noemi e di Rut.

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2.1.3. L’amore umano immagine dell’amore di Dio

Nell’Antico Testamento troviamo un testo particolarmente significativo dell’amore umano che fu interpretato quale immagine dell’amore tra Dio e l’uomo: il Cantico dei Cantici.

In questo scritto si parla dell’amore tra l’uomo e la donna, del loro rapporto interpersonale, della grandezza dell’amore, della ricerca che lo anima e della passione che esso induce.

La tradizione lo ha interpretato come immagine dell’amore tra Dio e il suo popolo.

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2.1.4. Dio assume l’immagine del matrimonio per esprimersi

Nell’Antico Testamento Dio ha assunto varie immagini per esprimere il suo amore per l’uomo. Tra queste una ci interessa particolarmente, quella del matrimonio e in esso dello sposo.

Dio ama il suo popolo come lo sposo ama la sua sposa, la rimprovera dei suoi tradimenti e torna a perdonarla, così che l’idolatria viene paragonata all’adulterio. 

Sentiamo, per esempio, il tratto di una pagina famosa del profeta Osea: 

“La punirò per i giorni dedicati ai Baal, 

quando bruciava loro i profumi, 

si adornava di anelli e di collane 

e seguiva i suoi amanti, 

mentre dimenticava me! 

Oracolo del Signore. 

Perciò, ecco, io la sedurrò, 

la condurrò nel deserto 

e parlerò al suo cuore. 

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Là mi risponderà 

come nei giorni della sua giovinezza, 

come quando uscì dal paese d’Egitto. 

E avverrà, in quel giorno 

-oracolo del Signore – 

mi chiamerai “Marito mio”, 

e non mi chiamerai più: “Baal, mio padrone” 

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Ti farò mia sposa per sempre, 

ti farò mia sposa 

nella giustizia e nel diritto, 

nell’amore e nella benevolenza, 

ti farò mia sposa nella fedeltà 

e tu conoscerai il Signore” 

( Osea 2,15-18.21-22) 

Riprende questo discorso il profeta Geremia, quando Dio ricorda la liberazione del suo popolo dalla schiavitù d’Egitto: 

“ Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, 

dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, 

quando mi seguivi nel deserto, 

in terra non seminata” (Geremia 2,2). 

Ma il popolo d’Israele non fu fedele a Dio: fu simile a una moglie che si prostituisce: 

“ Su ogni colle elevato / e sotto ogni albero verde ti sei prostituita” (ivi 2,20) 

Tuttavia Dio perdona il suo popolo perché l’ha amato di un amore eterno: 

“ Da lontano mi è apparso il Signore: / -Ti ho amato di amore eterno, 

per questo continuo a essere fedele-“ (ivi 31,3). 

Sul tema del fidanzamento e del matrimonio di Dio con Israele tornerà poi il profeta Ezechiele con una pagina struggente: Iddio raccolse Gerusalemme come una neonata buttata nella campagna quando era ancora sporca di sangue e ne ebbe cura fino a farne una regina, ma ella tradì il suo Salvatore (cf. Ezechiele 16,1-43.59-63). 

Anche il profeta Isaia parlerà di Gerusalemme sposa del Signore (cf. Isaia 54,4-9; 61,10;62,4 ss). 

L’amore alla Sapienza viene accostato all’amore per la sposa nei libri sapienziali (cf. Sapienza 8,2.9; Siracide 15,2). 

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2.2. Il matrimonio nel Nuovo Testamento 

Nel Nuovo Testamento Gesù riprende l’insegnamento sul matrimonio in varie occasioni. 

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2.2.1. Ritorno all’originale 

Gesù riafferma l’originaria indissolubilità del matrimonio: 

“Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: -E’ lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?- Egli rispose: -Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida ciò che Dio ha congiunto” (Matteo 19,3-6). 

I farisei che l’avevano interrogato gli obiettarono: come mai Mosè concesse il divorzio? E Gesù rispose loro: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così” (ivi 19,8). 

(I discepoli capirono bene le parole di Gesù, tanto che esclamarono: “Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”. E Gesù: “Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso”). 

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2.2.2. Gesù è lo sposo 

Torna nel Nuovo Testamento l’immagine assunta da Dio, lo sposo, il matrimonio, per esprimere il suo amore per il suo popolo, per l’uomo. 

Vedi la parabola del convito nuziale (cf. Matteo 22,1-14), delle dieci vergini che attendono lo sposo (cf. Matteo 25,1-13); Giovanni Battista si dichiara amico dello sposo, Gesù (cf. Giovanni 3,28-29); Gesù, a chi gli chiede come mai i suoi discepoli non digiunino come facevano i seguaci del Battista, risponde: “Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro?” (Matteo 9,15). 

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2.2.3. Il primo segno alle nozze di Cana 

Gesù non opera a casaccio, ma con una profonda intenzionalità, anche se ai nostri occhi molti suoi comportamenti sembrano casuali. 

L’evangelista Giovanni, quando narra la partecipazione di Gesù con sua madre e i suoi discepoli alle nozze di Cana di Galilea, osserva che il miracolo del cambiamento dell’acqua in vino fu il primo “segno” ( o miracolo) compiuto da Gesù, un segno con valore escatologico, ma anche in ordine all’amore umano, al matrimonio. 

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2.2.4. Riappare la figura della sposa 

L’Apocalisse, ultimo libro del Nuovo Testamento, termina con una descrizione che indica la conclusione di un lungo cammino; in essa campeggia l’immagine dello sposo e della sposa: 

“ E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Apocalisse 21,1-2). 

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2.3. Il matrimonio cristiano in san Paolo 

Da questa storia, da questi insegnamenti viene Paolo; alla loro luce egli risponde alle domande che gli erano state rivolte e illustra e propone i valori del matrimonio. 

Ora egli lo fa per rispondere a domande su comportamenti pratici, ora per spiegare il valore cristiano del matrimonio. Per questo non si scorge sempre una continuità nel suo discorso. 

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2.3.1. Nella 1^lettera ai Corinti 

Interpellato per comportamenti pratici: è meglio sposarsi o non sposarsi? Paolo risponde richiamando la l’opportunità del matrimonio come “remedium concupiscentiae” (“a motivo dei casi di immoralità, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito”: 1 Cor.7,2) più che i valori positivi che sottolineerà poi nella lettera agli Efesini.  

In questo contesto egli esprime un suo desiderio, pur riconoscendo che ciascuno ha un suo dono particolare da Dio: “Vorrei che tutti fossero come me, ma ciascuno riceve da Dio il proprio dono, chi in un modo e chi in un altro (1 Cor.7,7). 

Sempre a conferma di una certa inclinazione pessimista, Paolo aggiunge: “Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io, ma se non sanno dominarsi, si sposino: è meglio sposarsi che bruciare” (ivi 7,8). 

Nel confronto poi tra credenti sposati e credenti non sposati, l’apostolo sottolinea un fattore: quello della libertà del cuore nell’amare Dio, avendo presente la provvisorietà del nostro rimanere nel tempo: 

“Il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono come se non piangessero; quelli che gioiscono come se non gioissero; quelli che comprano come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo! 

Io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso…Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni” (ivi 7,29-35). 

E conclude: “colui che dà in sposa la sua vergine fa bene, e chi non la dà in sposa fa meglio” (ivi 7,38). Nel secondo caso Paolo aveva richiesto queste condizioni: “Chi invece è fermamente deciso in cuor suo – pur non avendo nessuna necessità, ma essendo arbitro della sua volontàchi, dunque, ha deliberato in cuor suo di conservare la sua vergine, fa bene.” ivi 7,37). 

Qual è dunque la misura di scelta dei due cammini, quello di sposarsi e quello di non sposarsi? 

La meta ultima dell’amore è Dio, e la condizione per mettersi su questo cammino è la libertà radicata nelle proprie attitudini e nei doni di grazia. 

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2.3.2. Nella lettera agli Efesini 

Nei capitoli 5 e 6 della lettera agli Efesini, Paolo prende in esame il comportamento del cristiano nelle varie condizioni di vita, come “mogli e mariti”, “figli e genitori”, “schiavi e padroni”, sottolineando che in tutte le condizioni della vita il cristiano deve affrontare una dura lotta spirituale. Non si tratta perciò di cercare la via più facile, ma il comportamento più fedele a Dio e alla sua legge. 

Nella prima parte della sua lettera l’apostolo aveva esposto la chiamata universale degli uomini alla salvezza: 

“ In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi” (Efesini 1,4-5). 

Tale chiamata si è compiuta in questa forma: 

“ In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo, che era stato promesso” (ivi 1,13). 

L’esemplare di questo fedele ascolto e del suo metterlo in pratica è lo stesso Gesù Cristo. Una chiamata ed una esemplarità che riguarda ogni uomo: 

“ Fatevi dunque imitatori di Dio…e camminate nella carità nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi” (ivi 5,1-2). 

Dentro l’orizzonte di queste affermazioni previe di Paolo vanno lette le sue indicazioni sul comportamento dei cristiani nelle loro diverse condizioni di vita. 

Analizzando il rapporto tra mogli e mariti, Paolo si rifà ad una cornice culturale tradizionale (rapporto di autorità tra marito e moglie), ma con dentro la novità del rapporto con Cristo che investe ed anima tutta la dinamica del matrimonio e della famiglia, superando la ristrettezza di un precedente orizzonte limitato. 

Commenta questo fatto un biblista: “Al fine di stabilire l’ordine in un gruppo cristiano, piccolo o grande, Paolo era pronto ad affermare che nella relazione di coppia il marito è il capo della moglie (1 Cor. 11,3). Qui riflette le usanze culturali del suo tempo e la propria comprensione del piano divino. Egli però rifiuta la concezione secondo la quale lo sposo era signore o padrone della propria moglie, con il diritto di disporre di lei a proprio piacimento. Al contrario, trascende diverse norme culturali del suo tempo e sottolinea l’uguaglianza esistente tra i due coniugi, e la responsabilità reciproca che uno ha nei confronti dell’altro” (G. F. Hawthorme alla voce “Matrimonio e divorzio, adulterio e incesto” in AA. VV., Dizionario di Paolo e delle sue lettere, ed. Paoline, 2000, p.995). 

La differenza di dignità che si è portati a dedurre dai due riferimenti a Cristo e alla Chiesa è superata nello stesso testo dall’affermazione dell’unità della carne del marito e della moglie e dal comune impegno di amore che si devono reciprocamente. 

Nella sua prima lettera ai Corinzi Paolo già aveva parlato dell’uguaglianza di rapporto del marito e della moglie riguardo al corpo del coniuge: 

“La moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie” (1 Cor.7,4). Una conseguenza pratica comportamentale: “Non rifiutatevi l’un l’altro, se non di comune accordo” (ivi 7,5). 

Nella lettera agli Efesini, sviluppando quelle premesse, l’apostolo dirà: “I mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso” (Efesini 5,28); e aggiunge a conferma: “Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne” (ivi 7,29), perché essi, come afferma la Genesi, sono diventati una sola carne. 

Questo rapporto tra l’uomo e la donna, scrive ancora Paolo, nel suo rapporto con Cristo e la Chiesa è una mistero grande, perché l’uomo e la donna nel matrimonio diventano una immagine particolare dell’amore fecondo di Dio. Su questo testo si fonda il convincimento della sacramentalità del matrimonio cristiano. 

A proposito della fecondità dell’amore matrimoniale, va ricordata una importante espressione che usa Paolo nella prima lettera ai Corinzi, dove parla addirittura dell’opera santificatrici ottenuta dalla moglie o dal marito credenti nei riguardi del marito o della moglie non credenti: 

“ Il marito non credente…viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non credente viene resa santa dal marito credente” (1 Cor.7,14). 

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2.4. Alcune conseguenze 

- Poiché gli sposi sono una carne sola, ma nell’alterità, l’amore coniugale deve accettare di crescere in un lungo cammino che porti alla “sintonizzazione” della coppia. Diversi matrimoni vanno in crisi perché presumono una sintonizzazione senza il necessario cammino, che deve svolgersi in una costante attenzione e in un continuo adattamento reciproco, facendo appello a scelte rinnovate, alla capacità di attesa, alla giornaliera pazienza, perché la diversità diventi reciprocità, “data” e insieme “conquistata”). 

- Perché segno dell’amore incarnato di Gesù Cristo, che ha la sua espressione più alta sulla croce, dove l’amore si esprime in un corpo crocifisso, l’amore matrimoniale deve tener conto di questa pienezza espressiva, facendo scuola in questo alle altre forme di amore, così come l’amore verginale può ricordare a quello coniugale, paterno e materno, la sua ragione più alta. (sulla croce i due estremi si coniugano: l’espressività nella carne e il soggetto che li esprime ( ha detto Gesù a Nicodemo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”, un dare che giunse fino alla croce).  

- L’amore coniugale non solo unisce i due sposi, ma provoca anche l’avvicinamento degli altri uomini tra di loro e a Dio. 

- Un impegno tanto coinvolgente ed arduo per compiersi esige una costante unione con la sorgente: Gesù Cristo e il suo Spirito.  

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3. Suggerimenti per una riflessione organica sull’amore umano secondo la ragione e il Vangelo 

Dopo la nostra rapida esplorazione del mistero dell’amore umano nelle sue varie dimensioni quali si manifestano nell’esperienza umana e nella Parola di Dio, vorrei tracciarne una sintesi che possa incrociare le mille domande che nascono dentro di noi quando dobbiamo affrontare il nostro impegno concreto e dobbiamo compiere le nostre scelte. 

Come già ho accennato all’inizio, ogni comprensione è legata non solo all’oggetto immediato sul quale riflettiamo, ma sempre anche all’orizzonte oggettivo e soggettivo in cui ci poniamo: nel nostro caso, nell’orizzonte fisiologico, in quello psichico, nell’orizzonte del senso della vita – e il senso è diverso se per noi la vita è semplicemente trovata o se ci viene data da un Altro - nella storia dell’uomo, che è letta diversamente a seconda che in essa si comprenda o si escluda la misteriosa presenza operante di Gesù Cristo e della sua Chiesa. 

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3.1. Da noi, dal caso, dalla storia, da Dio? 

La risposta alla domanda da chi? , da dove? è fondamentale per tutto il discorso che segue. Per esempio: mi do io la norma o la ricevo? Fino a che punto? 

Ciò prende particolare rilievo in una cultura che esalta come un assoluto la soggettività. E’ molto importante il riconoscimento della nostra soggettività. Tra l’altro essa richiama il principio di responsabilità. Ma è troppo evidente che “siamo da”: prima di essere sceglienti e di conseguenza prodotto delle nostre scelte, siamo dati. È questo un fatto primario per definire chi siamo e per scoprire il senso delle nostre tensioni, quelle che precedono le nostre scelte, e la dinamica previa della nostra vita. 

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3.2. La dominante del nostro tendere 

Noi non solo ci troviamo ad “essere da”, ma anche a “tendere a”. Una tensione che paradossalmente cerca senza ancora conoscere il volto di colui che sta cercando. Agostino parla di cuore inquieto e, ricordando la sua adolescenza, scrive: “che cosa mi dilettava se non amare ed essere amato?” (Confessioni II,2.2) 

Una domanda che nasce prima ancora di aver fatto la scoperta o la scelta del proprio obiettivo d’amore. E anche quando ha scelto, ancora si trova ad interrogarsi, tanto è coinvolgente l’amore e insieme rimane misterioso il proprio oggetto. Chi sa per esempio con precisione perché si è innamorato? Agostino arriva ad interrogarsi anche sul suo amore per Iddio: “Sono certo, Signore, che ti amo…Ma che cosa amo quando amo Te ?” (Confessioni X,6.8.). 

Un giovane, Marco Riva, all’inizio degli anni ottanta si suicidò a Milano perché, come lui stesso scrisse, non gli fu possibile amare ed essere amato (“quanto avrei voluto amare ed essere amato; ma non mi fu possibile”). 

E’ interessante notare come tutti convengano nel ritenere che l’amore sia la ragione effettiva di vita, e come vi sia un diffuso dissenso su quali siano le strade dell’amore. 

Giovanni Paolo II in una bella pagina della sua prima enciclica ha scritto: 

“L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (Giovanni Paolo II “Redemptor Hominis” 4.3.1979 n.10; EV 6,1194, p.801). 

E ha poi ripreso questa affermazione parlando della famiglia: 

Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza chiamandolo all’esistenza per amore. L’ha chiamato nello stesso tempo all’amore. 

Dio è amore e vive in se stesso un mistero di comunione personale d’amore. Creandola a sua immagine e continuamente conservandola nell’essere, Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione. L’amore è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano” (Esortazione apostolica “Familiaris consortio” 22-11-1991, n.11 EV 7,1557, p.1409) 

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3.3. Grandezza e debolezza dell’uomo nella sua vocazione ad amare 

Un sentiero affascinante e impervio quello dell’amore: si apre all’altro, ma tende a farlo prigioniero o strumento. In esso l’uomo cerca la gioia perché vede che quella è la sua strada, ma poi finisce col tornare in se stesso. Come un uccello ferito egli cerca di prendere il volo, ma ben presto ricade a terra, su di sé. Qui sta il nocciolo del dramma dell’uomo. 

Ecco la luce che ci offre in proposito Gesù Cristo. 

Alcuni Greci che erano saliti a Gerusalemme per le feste pasquali chiedono all’apostolo Filippo di poter vedere Gesù. E il Signore svela loro il suo vero volto - quello del senso della sua vita e della vita di ogni uomo - con queste parole: “E’ venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Giovanni 12,24). 

Il Signore, però, non solo ci illumina circa la strada da percorrere, ma ce ne dà anche la forza. Nel matrimonio chiede agli sposi di essere suo segno  

- nella radicalità del dono di sé (scelta irrevocabile), 

- nell’impegno di tutta la persona nella buona come nella cattiva sorte,  

- nella fecondità nei riguardi sia del coniuge (l’amore edifica, è creativo, aiuta l’altro a crescere e a risollevarsi), sia dei figli (l’amore li fa essere, li aiuta a crescere). 

E poiché è storico anche l’amore, esso è sempre a rischio, e va perciò ogni giorno nutrito, esercitato, custodito, difeso, sviluppato. Dobbiamo creare nella nostra vita dei pozzi ai quali attingere quando la sete ci sorprende, e la stanchezza ci fa cercare distrazioni altrove. 

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3.4. Le due vie dell’espressione dell’amore 

L’amore è relazione; coinvolge l’anima e il corpo, nell’unità della persona umana e si esprime in due forme di vita - quella del matrimonio e quella della verginità consacrata – che furono oggetto della predicazione sia di Gesù, sia anche di Paolo e che furono costantemente riconosciute e valorizzate nella storia della Chiesa.  

Così ne ha parlato Giovanni Paolo II: 

“ La rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare la vocazione della persona umana, nella sua interezza, all’amore: il matrimonio e la verginità. Sia l’uno che l’altra, nella forma loro propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell’uomo, del suo “essere ad immagine di Dio”. 

Di conseguenza la sessualità, mediante la quale l’uomo e la donna si donano l’uno all’altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l’intimo nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano solo se è parte integrale dell’amore con cui l’uomo e la donna si impegnano totalmente l’uno verso l’altra fino alla morte.  

La donazione fisica totale sarebbe menzogna, se non fosse segno e frutto della donazione personale totale, nella quale tutta la persona, anche nella sua dimensione temporale, è presente: se la persona si riservasse qualcosa o la possibilità di decidere altrimenti per il futuro, già per questo essa non si donerebbe totalmente” “Familiaris consortio” 22-11-1981 EV 7, pp.1409-1411, n.1559-1560).  

E la verginità consacrata è una via di conservazione, di sottrazione al rischio, di disprezzo (come avvenne nella storia) della condizione matrimoniale? 

Paolo ha scritto agli Efesini che gli sposi sono segno di Cristo; e i vergini? 

Ha scritto Giovanni Paolo II: “ La verginità e il celibato per il regno di Dio non solo non contraddicono alla dignità del matrimonio, ma la presuppongono e la confermano. Il matrimonio e la verginità sono i due modi di esprimere e di vivere l’unico mistero dell’alleanza di Dio con il suo popolo” (ivi n.1575 p.1421). 

Ogni cristiano è impegnato per il cammino nel tempo e per l’attesa del suo compimento. Chi si sposa è dedito particolarmente al primo compito; chi si consacra a Dio nella verginità è dedito particolarmente al secondo, integrandosi nel loro compito all’interno della Chiesa.  

(Si parla per questo di testimonianza escatologica, e solitamente viene associata per costoro al voto di verginità, di povertà e di obbedienza, per sottolineare il primato di Dio, la provvisorietà del nostro essere nel tempo, la nostra condizione di attesa). 

Scrive il Papa: “Nella verginità l’uomo è in attesa, anche corporalmente, delle nozze escatologiche di Cristo con la Chiesa… La persona vergine anticipa nella sua carne il mondo nuovo della risurrezione futura” (ivi n.1576) 

Due strade ciascuna con una propria particolare ricchezza di grazia che, venendo da Dio, l’uomo non può presumere di avere per suo merito, né può farsene un vanto, ma solo un motivo di ringraziamento e di impegno specifico. 

Chi cammina per una strada deve guardare dove mette i piedi, ma anche dove va a finire il proprio cammino. E poiché la meta misura e motiva la strada, per questo chi è in servizio di questa indicazione ha “oggettivamente” un particolare rilievo nella vita della Chiesa, come nella celebrazione dell’Eucaristia il sacerdote ha un ruolo oggettivo superiore a quello dei fedeli; ma non per questo è detto che sia tale anche la sua partecipazione soggettiva. 

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3.5. Qual è la strada migliore per seguire il Signore? 

Quella che Egli indica in vari modi a ciascuna persona. Nel Regno di Dio i gradi non si misurano dai posti che uno occupa, ma dall’amore a Dio e agli uomini che ciascuno vive, come un giorno ha scritto san Paolo ai Corinzi che ebbero alcuni litigi nel confronto dei ruoli nella Chiesa e indicò nella “carità” la via migliore di tutte (1 Cor.12,31 e il cap.13). 

Questo è vero anche nel matrimonio e nella verginità consacrata, nei genitori e nei figli. Vi sono certamente ruoli diversi, doti diverse, mezzi più preziosi di altri.  

Resta però decisivo anche nella Chiesa non l’avere, ma l’essere.  

E l’essere è anzitutto dono accolto. 

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Dai «Discorsi sul Cantico dei Cantici» di san Bernardo
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Amo perché amo, amo per amare 

“L'amore è sufficiente per se stesso, piace per se stesso e in ragione di sé. È a se stesso merito e premio. L'amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all'infuori di sé. Il suo vantaggio sta nell'esistere. 

Amo perché amo, amo per amare.  

Grande cosa è l'amore se si rifà al suo principio, se ricondotto alla sua origine, se riportato alla sua sorgente. Di là sempre prende alimento per continuare a scorrere. L'amore è il solo tra tutti i moti dell'anima, tra i sentimenti e gli affetti, con cui la creatura possa corrispondere al Creatore, anche se non alla pari; l'unico con il quale possa contraccambiare il prossimo e, in questo caso, certo alla pari.  

Quando Dio ama, altro non desidera che essere amato. Non per altro ama, se non per essere amato, sapendo che coloro che l'ameranno si beeranno di questo stesso amore.  

L'amore dello Sposo, anzi lo Sposo-amore cerca soltanto il ricambio dell'amore e la fedeltà. Sia perciò lecito all'amata di riamare. Perché la sposa, e la sposa dell'Amore non dovrebbe amare?  

Perché non dovrebbe essere amato l'Amore?
Giustamente, rinunziando a tutti gli altri suoi affetti, attende tutta e solo all'Amore, ella che nel ricambiare l'amore mira a uguagliarlo. Si obietterà, però, che, anche se la sposa si sarà tutta trasformata nell'Amore, non potrà mai raggiungere il livello della fonte perenne dell'amore. È certo che non potranno mai essere equiparati l'amante e l'Amore, l'anima e il Verbo, la sposa e lo Sposo, il Creatore e la creatura. La sorgente, infatti, da sempre molto più di quanto basti all'assetato.
 

Ma che importa tutto questo? Cesserà forse e svanirà del tutto il desiderio della sposa che attende il momento delle nozze, cesserà la brama di chi sospira, l'ardore di chi ama, la fiducia di chi pregusta, perché non è capace di correre alla pari con un gigante, gareggiare in dolcezza col miele, in mitezza con l'agnello, in candore con il giglio, in splendore con il sole, in carità con colui che è l'Amore? No certo.  

Sebbene infatti la creatura ami meno, perché è inferiore, se tuttavia ama con tutta se stessa, non le resta nulla da aggiungere.  

Nulla manca dove c'è tutto. Perciò per lei amare così è aver celebrato le nozze, poiché non può amare così ed essere poco amata.  

Il matrimonio completo e perfetto sta nel consenso dei due, a meno che uno dubiti che l'anima sia amata dal Verbo, e prima e di più.” 

(Disc. 83,4-6; Opera omnia, ed. Cisterc. 2 [1958] 300-302)
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Domande proposte dai partecipanti 

1. In che modo il matrimonio è immagine dell’amore di Dio per l’uomo? La complementarietà tra Dio e l’uomo è unilaterale, quella tra uomo e donna no. 

2. Come si colloca la vita delle persone divorziate all’interno della Chiesa e nell’ambito del loro rapporto con Dio? 

3. Come si manifesta al mondo la scelta della verginità? Quali sono i rischi insiti in questa scelta? 

4. Come si realizza nel matrimonio e nella verginità l’apertura agli altri? Come si può evitare il rischio che questi diventino forme di amore chiuso? 

5. E’ possibile avere la certezza di essere amati? Sia nel rapporto tra uomo e donna, sia nel rapporto tra cristiano e Dio è possibile avere la certezza di essere contraccambiati? L’unico modo di avere questa certezza è avere fiducia nel partner e fede in Dio, cioè donare noi stessi prima di ricevere qualcosa in cambio? 

6. “Che ciascuno ami la propria moglie come se stesso, e la moglie rispetti il marito” (Ef.5,33). Nel mondo attuale pare che il rispetto non sia uno dei fattori predominanti di un rapporto…questo accade perché siamo influenzati dai racconti delle vite altrui che spesso danno pessimi insegnamenti (telegiornali, quotidiani, programmi televisivi) o perché ci sentiamo talmente fragili che nella paura di non essere rispettati preferiamo non amare veramente? 

7. Il modello di vita cristiana della famiglia trattato nella lettera agli Efesini sembra assai lontano dal modello di famiglia che ci si prospetta al giorno d’oggi. Come si può conciliare l’unione della famiglia cristiana di tale lettera con le situazioni familiari odierne, stroncate dalle separazioni e dai divorzi? Il modello della famiglia cristiana proposto dall’autore della lettera è attualizzabile? Se sì, come raggiungere l’unione nella disunione? 

8. Quali aspetti possono essere simili e quali invece possono essere differenti nelle tentazioni di chi è stato chiamato al matrimonio (marito - moglie) e di chi è stato chiamato alla verginità (presbiteri, monaci, suore…)?

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