Vicariato di Cavriana (Mn)

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GIOVANNI VOLTA

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IL CRISTIANO IN PARROCCHIA: SPETTATORE O ATTORE?

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Marzo 2008

Cavriana, la Pieve

SOMMARIO

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INTRODUZIONE

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1. Una mentalità diffusa

La fede

La parrocchia

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2. Nella realtà come stanno le cose?

Il cristiano

La comunità cristiana

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3. L’incontro di Gesù con Nicodemo (Gv.3,1-21)

Punti di riflessione

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4. La vita del cristiano in parrocchia

L’accoglienza

Il dono

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5. La molteplicità dei doni è per l’edificazione dell’unità della Chiesa

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6. In un mondo che cambia rapidamente

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7. Perché la “comunione” nella Chiesa è così difficile?

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Preghiamo

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INTRODUZIONE

Andiamo verso la Pasqua: ma con quale cuore?

Parliamo di essa: ma con quale interesse?? Viviamo in parrocchia: ma con quale animo? Da spettatori o da attori?

L’occupazione di ogni giorno può farci prigionieri fino a non vedere ciò che sta oltre l’immediato, oltre a ciò che ci riguarda in questo momento. Rimaniamo prigionieri di ciò che stiamo facendo. La Pasqua arrischia così di essere per noi semplicemente una festa tradizionale fuori dei nostri veri interessi e la parrocchia forestiera alla nostra vita.

Un giorno Gesù ha detto alla gente del suo tempo: sapete leggere i segni del tempo astronomico, ma non sapete vedere i tempi della salvezza! (“Sapete, sì, giudicare l’aspetto del cielo, ma non sapete discernere i segni dei tempi” Mt.16,3). Un richiamo che potrebbe riguardare anche noi.

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1. UNA MENTALITÀ DIFFUSA

La fede: spesso si è tentati di considerare la fede, la visione cristiana del mondo, la sua pratica, come un supplemento alla nostra esistenza quotidiana, o una tassa da pagare, o un’assicurazione da procurarsi contro gli infortuni della vita. Ciò che ci tocca immediatamente sono i soldi, la salute, la carriera, realtà che incidono in maniera tangibile sulla nostra vita e arrischiano di farci sentire Dio tanto lontano, come un forestiero.

La parrocchia: molte volte la parrocchia viene guardata come un luogo amministrato dal parroco, dove si paga come una tassa l’andare in chiesa alla domenica, si fa qualche elemosina, si celebrano alcune feste come il Battesimo dei figli, il Matrimonio, il Natale, la Pasqua, e si dà l’addio ai propri cari quando muoiono.

Per pregare, per pensare a Dio magari si cerca un luogo lontano da essa. E i poveri più simpatici ci sembrano quelli lontani, non quelli vicini.

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2. Nella realtà come stanno le cose?

Il cristiano: è una creatura nuova, rinata, e non semplicemente un complesso di precetti e di pratiche. Una creatura nuova che vive ogni giorno e non semplicemente una volta alla settimana o al mese.

La comunità cristiana: la parrocchia - prima di essere un luogo, un qualunque aggregato sociologico - è la comunità dei battezzati che come una famiglia è chiamata a vivere quella vita nuova; che celebra al proprio interno le tappe fondamentali della vita (dal Battesimo al matrimonio all’addio quando si muore) e soprattutto le tappe dell’amore di Dio per l’uomo, e nella quale ciascuno è chiamato a dare una mano al proprio prossimo.

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3. L’incontro di Gesù con Nicodemo (Gv.3,1-21)

Ascoltiamo dalla stessa bocca di Gesù donde scaturisce il nostro essere cristiani con le sue esigenze, le sue condizioni di vita, i suoi doveri.

“C’era tra i farisei un uomo di nome Nicodemo, un capo dei Giudei. Questi venne da lui di notte e gli disse: -Rabbì, noi sappiamo che sei venuto da Dio come maestro. Nessuno infatti può fare questi segni che tu fai se Dio non è con lui-.

Rispose Gesù: -In verità, in verità ti dico: Se uno non è nato dall’alto, non può vedere il regno di Dio-.

Gli dice Nicodemo: -Come può un uomo nascere se è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?-

Gesù rispose: -In verità, in verità ti dico: se uno non è nato dall’acqua e dallo spirito, non può entrare nel regno di Dio.

Il nato dalla carne è carne e il nato dallo Spirito è spirito.

Non meravigliarti che ti abbia detto: voi dovete nascere dall’alto.Il vento soffia dove vuole, senti il suo sibilo, ma non sai donde viene né dove va. Così è chiunque è nato dallo Spirito-.

-Come possono avvenire questi fatti?-, riprese Nicodemo.

Rispose Gesù: -Tu sei maestro in Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo visto, ma voi non accogliete la nostra testimonianza.

Se non credete quando vi ho detto cose terrene, come crederete qualora vi dica cose celesti? Nessuno è salito al cielo se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo che è in cielo.

E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così dev’essere innalzato il Figlio dell’uomo, affinché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Dio infatti ha Tanto amato il mondo, che ha dato il Figlio suo Unigenito affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna.

Dio infatti non mandò il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non viene condannato; chi non crede in lui è già condannato, perché non ha creduto nel nome del Figlio Unigenito di Dio.

Ora il giudizio è questo: la luce venne nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie.

Poiché: chiunque fa il male odia la luce e non viene alla luce, perché le sue opere non siano smascherate. Colui invece che fa la verità viene alla luce, perché si riveli che le sue opere sono operate in Dio” (Gv.3,1-21).

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Punti di riflessione:

- La domanda-aspettativa di Nicodemo, la risposta-sorpresa di Gesù: per vedere il regno di Dio bisogna rinascere.

- Ma come si può rinascere? Dall’acqua e dallo Spirito (Battesimo).

- Come puoi affermare questo? Perché sono da Dio.

- Qual è la sorgente di questa rinascita e quindi la qualità di questa nuova vita? La morte di Gesù in croce, la Pasqua del Signore.

(Ha scritto san Paolo: “O ignorate forse che tutti quelli che fummo battezzati per unirci a Cristo Gesù, fummo battezzati per unirci alla sua morte?

Fummo dunque sepolti con lui per il battesimo per unirci alla sua morte, in modo che, come Cristo è risorto dai morti per la gloria del Padre, così anche noi abbiamo un comportamento di vita del tutto nuovo.

Se infatti siamo diventati un medesimo essere insieme con lui per l’affinità con la sua morte, lo saremo pure per l’affinità con la sua risurrezione” (Rom.6,3-5).

- Per quale ragione è stato dato all’uomo peccatore un dono così grande? La risposta: “Dio infatti ha tanto amato il mondo, che ha dato il Figlio suo Unigenito affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna” (Gv.3,16).

- Ma come si può venire alla luce? Risposta: “Chiunque fa il male odia la luce e non viene alla luce…Colui invece che fa la verità viene alla luce” (Gv.3,20-21).

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4. La vita del cristiano in parrocchia

In forza del Battesimo l’uomo partecipa alla vita di Cristo ed entra a far parte della comunità dei cristiani, la Chiesa.

La parrocchia costituisce l’espressione visibile in luogo del mistero della Chiesa, comunione degli uomini con Dio e tra di loro, degli uomini resi creature nuove dal Battesimo.

Di qui il duplice movimento della vita cristiana, ad imitazione di Cristo: l’accoglienza e il dono.

L’accoglienza, il cui principio fu il Battesimo (accoglienza del dono gratuito della vita di Dio), e che continua nella Bibbia, nei sacramenti, nell’anno liturgico (storia dell’amore di Dio per l’uomo, storia della ricerca, delle attese, dei peccati e degli slanci di carità dell’uomo, della sua risposta a Dio), nella testimonianza degli altri cristiani, nel loro aiuto (segno dell’amore di Dio).

In forza di questa necessità di “accoglienza” la parrocchia nei riguardi degli uomini del proprio territorio è “il pozzo del villaggio” come la definì un giorno Giovanni XXIII.

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Il dono.L’uomo, reso partecipe della vita di Cristo, è chiamato a donare se stesso per ritrovarsi (cf. Gv.12,20-26), a imitazione di Gesù. La scaturigine e perciò la misura di questo “donarsi” sta nella stessa croce di Cristo, e perciò nella Pasqua del Signore, la quale non solo ci dà l’esempio, ma anche la forza per imitare il Signore.

Come il nostro cuore di carne “riceve” e “dona” il sangue, così ogni cristiano è chiamato a vivere ricevendo l’amore di Dio e partecipandolo agli altri. Questo è il dinamismo fondamentale del credente, questo dovrebbe essere l’impegno di ogni parrocchia.

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5. La molteplicità dei doni è per l’edificazione dell’unità della Chiesa

Poiché partecipiamo della stessa vita, quella di Gesù Cristo, noi formiamo come un unico corpo.

Ha scritto san Paolo ai cristiani di Corinto:

“Come il corpo, pur essendo uno, ha molte membra, e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche in Cristo” (1 Cor. 12,12).

E ancora: “Noi tutti siamo battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo” (1 Cor.12,13).

L’appartenenza di tutti al medesimo Signore non annulla però la diversità dei doni e delle funzioni dei singoli.

Un discorso che premeva molto all’apostolo, perché a Corinto era avvenuto che la diversità era stata tanto assolutizzata da determinare una divisione di gruppi che si appellavano a dei singoli carismatici e non all’unico Signore, rompendo in tal modo l’unità della Chiesa perché dimentichi della sua Sorgente che l’anima e la unifica. Scrive per questo Paolo:

“C’è poi varietà di doni, ma uno solo Spirito; c’è varietà di ministeri, ma uno solo Signore; c’è varietà di operazioni, ma un solo Dio, che opera tutto in tutti.

E a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per l’utilità comune” (1 Cor.12,4-6).

A proposito della “comunione” nell’operare da parte del cristiano, ha scritto don Primo Mazzolari:

“La sabbia che non fa blocco, il vento la rapisce. Il lucignolo che non diventa roveto ardente, il vento lo spegne. Il fiocco di neve che non si fa valanga, il sole lo consuma. La goccia d’acqua che non si fa ruscello, torrente e fiume, il sole l’asciuga” (P. M. “Impegno con Cristo” E.D.B., Bologna 207 p. 63 (l’originale è del 1943).

Nello stesso libro, però, per sottolineare l’inalienabile responsabilità personale, ha detto:

“Ci impegniamo a seguirlo, non a farci seguire…; ci impegniamo a seguirlo, costi quel che costi, perché gli uccelli dell’aria hanno i loro nidi, le volpi le loro tane…e il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo; ci impegniamo a seguirlo senza guardare indietro, senza commiati, senza rimpianti… Una sola cosa osiamo chiedergli: che ci chiami amico, anche quando stiamo per tradirlo” (P. M. “Impegno con Cristo” pp.61-62).

Scrive Paolo di sé: “io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l’utile mio ma quello di molti, perché giungano a salvezza” (1 Cor.10,33).

Come in un’orchestra, tutti devono suonare lo stesso spartito (nel nostro caso il Vangelo), ma nello stesso tempo ognuno secondo il proprio strumento (le doti di natura e di grazia che Dio ci ha dato).

Se molti orchestrali non suonano, la musica si presenta povera, così se molti cristiani s’accontentano di essere dei semplici spettatori la Chiesa locale, la parrocchia si fa poco sentire, ha una vita stentata.

Chiediamoci perciò: siamo “attori” o semplici “spettatori” nelle nostre parrocchie?

Quale può essere il nostro ruolo? Abbiamo occhi e cuore per le necessità degli altri?

Oppure attribuiamo tutti i compiti al direttore dell’orchestra?

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6. In un mondo che cambia rapidamente

Noi siamo perennemente in cammino e così le parrocchie, il mondo in cui viviamo. Si tratta allora di vivere l’accoglienza e il dono non in un mondo che non c’è, ma nella concreta situazione del nostro tempo e della nostra persona.

Chi non vive nel proprio tempo non vive, anche se si può illudere sognando nostalgicamente una realtà che non c’è più, oppure un mondo che sta solo nel sogno.

Questa necessità di vivere nel “presente concreto” non significa però che assumiamo come metodo e misura del cristianesimo la mentalità corrente, o il criterio di conduzione delle industrie e del commercio.

Pensate per esempio il diverso criterio valutativo della vita che può avere chi guarda le cose solo con il criterio del produttore o dell’atleta. Pensate, per un altro verso, al ruolo che può avere nella Chiesa l’ammalato, la nonna che custodisce e istruisce i bambini della figlia, il “perdere il tempo” per tener compagnia ad una persona sola, il tempo dedicato alla preghiera.

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7. Perché la “comunione” nella Chiesa è così difficile?

Ragionando astrattamente pare così ovvio che dobbiamo collaborare per l’unità della Chiesa e mettere a servizio di tutti i doni di ciascuno.

Molti reclamano tutto questo. Ma poi, quando si tratta di mettere in pratica questo impegno, s’incontrano sempre mille difficoltà. Perché? Come superare gli ostacoli che si presentano?

Penso che la prima ragione sia questa: tendiamo a mettere al centro nel nostro lavoro, nei gruppi, nelle parrocchie noi stessi e non Gesù Cristo. Tanto è vero che senza accorgercene diciamo spesso: ma io...

E giudichiamo gli altri sulla misura dei nostri desideri, delle nostre necessità, mettendoci al posto degli altri col dire: se io fossi il parroco, se fossi il catechista, se fossi il vescovo, dimenticandoci di riflettere su ciò che tocca a noi: se fossi io!

Una tentazione che provano laici e preti. Quando però ci comportiamo così non edifichiamo la Chiesa, ma il nostro personale piccolo mondo.

Ascoltiamo un esperto del mistero di Dio e delle debolezze dell’uomo:

“Siamo in possesso di doni differenti secondo la benevolenza riversata su di noi…

Chi distribuisce elargizioni, lo faccia con semplicità; chi dirige, lo faccia con sollecitudine; chi esercita la misericordia, lo faccia con gioia…

Amatevi cordialmente con l’amore di fratelli, prevenitevi vicendevolmente nella stima; siate solleciti e non pigri, ferventi nello spirito, servite il Signore; abbiate la gioia della speranza, siate costanti nelle avversità, assidui nella preghiera; prendete parte alle necessità dei santi, praticate a gara l’ospitalità… Prendete parte alla gioia di chi gioisce, al pianto di chi piange; abbiate gli uni per gli altri, gli stessi pensieri e sollecitudini; non aspirate a cose eccelse, ma lasciatevi attrarre dalle cose umili…

Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Rom. 12, 6.8-13.15-16.21).

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Preghiamo:

Signore, mi hai dato una vita nuova

ed io l’ho confusa con una somma di precetti

e mi sono dimenticato di alimentarmi anzitutto

alla tua Pasqua, sorgente e modello

della mia esistenza cristiana.

Che io riconosca il tuo amore

primo dono alla mia vita.

Signore, mi hai dato tanti fratelli da amare

nel mio territorio, nei vicini di casa,

ed io non ho trovato tempo per loro,

per ascoltarli, per aiutarli, perché mi sentissero vicino,

avevo tante mie cose da fare.

Allargami il cuore perché condivida la tua Pasqua

non solo in chiesa ma anche con la gente.

Signore, facilmente vedo quello che gli altri

dovrebbero fare in famiglia, in parrocchia,

e mi accontento spesso di sottolineare

i loro doveri e di criticarli,

dimenticandomi di ciò che io posso, devo fare.

Aiutami ad essere sollecito, non pigro,

fervente, non stanco, gioioso per edificare

e destare speranza.

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