Ritiro spirituale: Casa del Giovane – Pavia

pomeriggio 31 gennaio 2005

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CRESCERE E FAR CRESCERE

COLTIVANDO IL DONO DI DIO POSTO NELLA NOSTRA VITA

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La memoria, come ripresentazione nell’oggi del passato per camminare con forza verso il futuro, è costitutiva della Chiesa. La celebrazione dell’Eucaristia ne costituisce come il cuore e l’esemplare. Matrice di questa memoria della Chiesa è lo Spirito Santo. Dentro questa memoria complessiva noi vogliamo ricordare i frammenti delle nostre singole storie.

Ha scritto Paolo al discepolo Timoteo: “Non trascurare il dono spirituale che è in te e che ti è stato conferito, per indicazione di profeti, con l’imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri” (1 Tim.4,14).

E una seconda volta: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza...Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia” (2 Tim.1,6-7.9).

Di qui scaturisce un duplice impegno, quello di crescere e di far crescere, secondo lo stile donde ci venne quel dono. Ha scritto Paolo ai Filippesi: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”, Filip.2,5).

Due possono essere gli atteggiamenti fondamentali di fronte alla vita: quello della “riconoscenza” e perciò della “gioia”, perché la si riconosce un dono; e quello della “rivendicazione” e perciò del “possesso” e del “vanto” o della “disperazione”, perché la si pensa anzitutto un proprio diritto. Si tratta delle due sapienze con cui possiamo guardare la vita e delle quali parla san Giacomo: quella che viene dall’alto (pacifica, mite, piena di misericordia. imparziale, sincera) e quella terrestre (invidiosa, amara, contestatrice): cf. Gc.3,13-18.

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1.

Chiamati a crescere

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   1.1. Visione statica e visione dinamica della nostra vita

Tutti ci troviamo come proiettati in avanti: ma per quale meta? Con quale stile? Sorretti da quale speranza?

C’è la crescita per “possesso” di cose, di “posti” nella società, per “targhe” di riconoscimento, e c’è la crescita per “vitalità” interiore.

Gesù, tra tante altre immagini, ha voluto paragonare il Regno di Dio al lievito, alla semina, a un campo di grano che cresce insieme alla zizzania, al granello di senape in grado di dare origine ad un albero capace di ospitare gli uccelli del cielo.

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1.2. Chi siamo dunque noi?

Ad ogni svolta della vita torna la domanda: chi siamo?

   (Ricordate come Dietrich Bonhoeffer si pose questa domanda in campo di concentramento? cf.D.B. “Resistenza e resa” ed. Paoline, 1988 pp.425-26, giungendo alla conclusione: “Chi sono? L’interrogativo solitario si prende gioco di me. Chiunque io sia, tu mi conosci, sono tuo, o Dio!).  Ci interroghiamo perché il fondamento non ci lascia mai, non cessa mai di essere base e misura dei nostri atti.

Noi siamo come il seme di Dio: creati a sua immagine e somiglianza, come afferma la Genesi, siamo chiamati a “diventare” ogni giorno ciò che siamo, e perciò a somiglianza di Gesù Cristo, che nel battesimo, nell’ordinazione presbiterale, nella chiamata al carisma di servire i poveri come don Enzo ha posto nel vostro cuore un seme di grazia che dovete ogni giorno riaccogliere e coltivare.

Il germe va accolto e coltivato non semplicemente nella materialità degli atti che possono cambiare; e perciò non ci si deve accontentare di ripetere le parole o di rinnovare i ritratti, ma impegnare a riesprimere nelle nuove situazioni della vita quello spirito antico.

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1.3. Come perciò crescere?

Nella vita chi si ferma muore; così il fuoco se non brucia si spegne. Ma chi lo fa bruciare?  Un bel problema: come mantenere viva la vita, la nostra vita, la nostra vita cristiana? Da Dio viene il fuoco nel suo originarsi in noi, ma anche nella sua continuazione.

(E’ inganno se dopo l’avvio si ritiene di poter vivere in autonomia. Si tratta della permanente tentazione dell’autosufficienza rispetto a Dio o della pigrizia di chi s’accontenta di vivere alla giornata).

Di qui il dovere d’interrogarci sulla nostra preghiera e sulla sua qualità; sul nostro ascolto di Dio e perciò sul nostro modo di leggere la sacra Scrittura, di prenderla sul serio; sul modo di guardare le persone che incontriamo, i ragazzi che dobbiamo aiutare, senza lasciarci sopraffare dagli aspetti tecnici, legislativi, sociologici, organizzativi, che pure dobbiamo curare.

E poiché Dio ci chiama, ci guida, ci soccorre attraverso la Chiesa, resta fondamentale sviluppare il senso dell’appartenenza alla Chiesa, alla santa Madre Chiesa, come veniva chiamata dai Padri.

L’appartenenza viene prima ed è più profonda della semplice collaborazione, come accade o dovrebbe accadere nelle nostre famiglie.

Il senso dell’appartenenza alla Chiesa è simile al sentimento che prova il bambino quando è in braccio o sotto gli sguardi di sua madre. Tale senso va però coltivato e non solo pensato perché sia effettivo. Lo si coltiva guardando con simpatia gli altri che vivono e lavorano nella Chiesa, parlando bene di essi, quando si è disposti ad aiutare perché si serve la stessa Chiesa e non per contratto.

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1.4. L’insidia degli inganni

Accade che si facciano grandi sforzi, ma su strade sbagliate; che ci si appoggi, ma a sostegni deboli; che si sogni, ma si viva fuori del reale.  

Tanti possibili inganni possono insinuarsi nella nostra vita così da svuotarla del suo senso cristiano, pur lasciandola intatta nella sua apparenza. Alcuni esempi: si pensa di essere migliori perché si criticano molto gli altri, si richiede più attenzione reciproca nella comunità per essere noi più considerati, si prega Dio perché sostenga le nostre opere (non perché noi facciamo la sua volontà), ci si agita non per amore ma per distrarsi, si amano i lontani, ma non i vicini. Dio è molto presente nelle nostre parole, ma meno nel nostro cuore.

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1.5. Esemplarità di Gesù

   Gesù trascorre trent’anni a Nazaret. Nessuno sa di Lui, tranne che Maria e Giuseppe. La sua attività è quella dell’umile gente di quel tempo, degli artigiani d’allora. Eppure il suo non fu tempo perso.

Poi nella sua vita pubblica Egli si dedica alla gente, ma non si lascia catturare da essa. Quando “ha fortuna”, perché molti lo cercano, verrebbe naturale che si fermi con loro, ne approfitti, e invece va altrove perché la direttiva della sua vita non viene dalla “fortuna”, ma dalla volontà del Padre, e ciò sia nei giorni del consenso come in quelli dell’abbandono, della sofferenza.

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1.6. I due progetti della crescita

Ciascuno di noi vive facendo dei progetti, e da cristiani secondo gli insegnamenti del Vangelo. D’altra parte la vita in gran parte non viene determinata da noi. Ci troviamo così a vivere in questa condizione paradossale: fare dei progetti ed essere disponibili per altri disegni. Esemplare in proposito fu la vita di Maria.

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 2.

Chiamati a far crescere

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2.1. Dal dono alla sua condivisione

L’impegno del cristiano per il prossimo non ha un’altra matrice rispetto al suo dover crescere, ma la stessa radice. Noi siamo chiamati ad amare perché Lui ci ha amato, come Lui ci ha amato.

Il precetto dell’amore del prossimo scaturisce da quello dell’amore di Dio: amatevi come io vi ho amati; come il Padre ha mandato me, così io mando voi.

Esemplarità della Madonna espressa nel Magnificat: Dio che si piega sulla nostra povertà per sollevarci.

A nostra volta noi siamo chiamati a riproporre lo stesso gesto, perché creati a immagine e somiglianza di Dio, di Cristo. Di conseguenza non c’è autentica condivisione cristiana se non c’è coscienza della nostra povertà e del dono di Dio che l’ha colmata.

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2.2. Come far crescere?

Cresce chi diventa sempre più se stesso; e si diventa se stessi dal di dentro, non dal di fuori. L’uomo, a sua volta, è creato e salvato a immagine di Dio, e perciò cresce diventando sempre più simile a Lui, il Figlio di Dio che si è fatto uomo.

Che cosa possiamo fare allora noi?

Non siamo chiamati noi ad imprimere la nostra immagine negli altri, ma ad aiutare l’immagine impressa in essi da Dio, ad emergere, a crescere. Per questo il primo gesto d’aiuto da offrire all’altro per crescere è: ascoltarlo, accoglierlo, aiutarlo a sentirsi chi è, a scoprire la propria dignità, la propria origine, il proprio destino, la propria preziosità. E’ l’amore che sveglia l’amore e porta l’altro ad essere compiutamente se stesso. Difficile impegno.

L’amore è centrato sulle persone, non sulle opere, anche se utilizza le opere. E’ facile la tentazione della strumentalizzazione delle persone per le nostre opere o addirittura per noi stessi. La persona va amata e servita per se stessa.

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2.3. Alcune difficoltà

L’azione umana sente sempre il bisogno di una verifica: serve, non serve? Quali sono i risultati? Lo merita? L’amore umano attende sempre una risposta. Nella vostra dedizione agli altri vi trovate però tante volte con pochi risultati, con un difficile dialogo alla pari, con mille motivi per dire ad alcuni: arrangiati, l’hai voluta tu la tua condizione.  Questa situazione di vita e di rapporti logora, fa sentire più soli, può indurire la nostra personalità fino a scoraggiarla.

Un’altra difficoltà viene dalla percezione della nostra inadeguatezza di fronte a molti casi, oppure il sentirsi così oberati di lavoro da non trovare il tempo per la preghiera, per la lettura, per lo scambio di idee con i membri della propria comunità religiosa. Il fatto poi che continuamente cambiano i ragazzi presenti nelle vostre comunità può portare a percepire la vostra vita spezzettata e dispersiva e voi stessi alla fine “soli”, dando adito ad un certo scoraggiamento che rende grigia la vostra esistenza oppure che vi spinge alla ricerca di alternative “compensatrici”.

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2.4. La dedizione esige una contropartita

Se è vero per gli altri che solo se amati sanno riprendere ad amare, ciò accade anche per noi. Tornano al riguardo alcune osservazioni che abbiamo fatto nella prima parte della nostra riflessione. Vedi il tempo e la qualità della nostra preghiera, il senso della nostra appartenenza alla Chiesa, il vivere la comunità della Casa del Giovane come una famiglia, la più profonda penetrazione del mistero di Dio e dell’uomo..

Chiedetevi se ciò è solo dichiarato oppure si realizza nei vostri rapporti, nella dedicazione del vostro tempo, nel vostro sentire interiore, nello stile del vostro parlare e lavorare insieme.

Chiedetevi se nell’animo cercate o fuggite l’incontro della vostra comunità? Vi stanca o vi dà sollievo? Perché?

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2.5. Alcune conseguenze pratiche

- Curare lo stare insieme con le persone della nostra comunità, della Chiesa locale e non solo in funzione di qualcosa d’altro. Il “gratuito” in questo, che comporta impegno di tempo, pare spesso una perdita, nella realtà invece dà pienezza di umanità alla nostra vita cristiana.

- Curare la comunicazione che è riconoscenza, risposta, partecipazione agli altri di gioie e di preoccupazioni, intervento di aiuto senza farlo pesare, che è anche domanda di aiuto (come vi comportate tra di voi? Nella Chiesa?).

Esempio di Maria alle nozze di Cana di Galilea; il caso di Papa Giovanni XXIII negli ultimi giorni della sua vita.

- Un inganno: ritenersi migliori facendo le osservazioni agli altri; vedere i difetti degli altri, riconoscendo solo genericamente i propri; chiedere agli altri ciò che noi non facciamo (ha detto Gesù: accade che si veda la pagliuzza nell’occhio del fratello e non la trave nel proprio)

- Saper governare la lingua. La lingua, scrive san Giacomo, “è un fuoco” (Gc.3,6) che può incendiare il corso della vita, un’intera comunità, spargendo negli altri il dolce e l’amaro del proprio cuore, manifestando i suoi contenuti.

Sempre san Giacomo: “Se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità. Non è questa la sapienza che viene dall’alto: è terrena, carnale, diabolica; poiché dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. La sapienza che viene dall’alto invece è anzitutto pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia” (Gc.3,14-17).

- Accogliersi reciprocamente per quello che siamo. Scrive san Paolo al termine della sua grande lettera ai Romani: “Noi che siamo i forti abbiamo il dovere di sopportare l’infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo. Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso…Accoglietevi perciò gli uni gli altri, come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio” (Rom.13,1-3.7).

Un romanziere dei nostri giorni fa dire a un vecchio prete: “Ci parliamo da maschera a maschera, non da volto a volto. Il volto è fragile, indifeso, è debole il volto…E’ sentirci amati, amati nella nostra debolezza che mette fine alla grande mascherata…Accettare l’altro nella sua debolezza è preludio tenero al suo svelamento, a rapporti che non siano nella menzogna, ma nella verità” (F. Parazzoli “Per queste strade familiari e feroci (risorgerò)” Milano, 2004 p.89).

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2.6. L’Eucaristia segno dello stile di convivenza di Gesù Cristo con noi nel tempo.

Il Figlio di Dio ha voluto stare accanto all’uomo in un segno così comune, così debole, il pane, che può stare dovunque, per essere mangiato e così trasformare (far crescere) l’uomo secondo la Sua statura.

Egli ha voluto essere accanto all’uomo che l’accoglie non però come semplice spettatore, ma come corpo donato, come sangue versato per noi, affinché anche noi siamo in grado di donarci.

Il Figlio di Dio ha voluto essere vicino all’uomo fino alla sconfitta della morte (memoria della sua passione e morte), trasformata in offerta d’amore, per essere con lui preghiera al Padre (eucaristia), ragione della sua speranza (risorto), esemplare della sua vita.

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3.

Vivere in corsa, tra memoria, condivisione e meta

(Casa del Giovane, lunedì 12 febbraio 2007 ore 15)

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Siamo costantemente in cammino, ora lento, ora veloce, ora gradito, ora traumatico, che tocca insieme la nostra memoria e la nostra meta e la nostra condizione storica, il nostro temperamento, nel gioco costante dell’azione dello Spirito Santo che potenzia e sorprende.

Per un verso dobbiamo progettare per essere noi vivi nel nostro tempo, e per un altro dobbiamo obbedire nelle mille condizioni in cui ci troviamo a vivere. Condizioni dentro e fuori di noi.

I parametri fondamentali della nostra vita:

- memoria, per cui siamo costantemente alimentati, orientati e frenati da una storia

- scambio, per cui viviamo in un continuo dialogo tra le situazioni storiche in cui ci troviamo e i nostri desideri, progetti, ricordi, capacità, debolezze; al nostro stesso interno: tra il nostro temperamento, la nostra sensibilità e le funzioni più alte della nostra personalità.

- meta, per cui ci si impegna, si cammina avendo presente uno scopo, un obiettivo, che ne costituiscono la ragione e la forza. (S. Paolo: noi non siamo dei distratti battitori dell’aria).

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3.1. Un rischio: la dispersione e l’alienazione

Ha scritto recentemente l’arcivescovo di Ravenna a proposito dello stress nella pastorale: “Corrono dalla mattina alla sera. Hanno fatto tanto, ma hanno costruito poco. E lo sentono”.

Perché? Gli operatori pastorali, presi dalle domande, problematiche e provocazioni che provengono dall’esterno, finiscono con l’agire in modo frammentario e senza magari vedere ripagati i loro sforzi. E ciò alimenta lo stress e la loro disaffezione. “Rincorrendo le emergenze, rischiano di spendere tutto il tempo e le energie nel cercare risposte a ogni problema”. Il rimedio che il vescovo propone è quello di una migliore progettazione degli impegni.

Aggiungo che l’ansia per tutto ciò che ogni giorno ci incalza ci rende dimentichi del progetto intero della nostra vita, della meta, per cui arrischiamo di vivere da “alienati”, di diventare in qualche modo le “cose” che facciamo, fino a perdere la nostra identità.

Nel primo caso, la dispersione, l’inganno ci viene dall’attualità delle richieste che incontriamo; nel secondo caso, l’alienazione, ci viene dalla percezione della concretezza, della visibilità e dal consenso che noi percepiamo.

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3.2. Recuperare ogni giorno l’intero

Il rimedio non sta nel diventare sordi e ciechi di fronte al mondo che ci circonda (come fu attento Gesù alle povertà dell’uomo del suo tempo!), non sta nel rifugiarci nei nostri pensieri, senza cimentarci nella fatica del lavoro concreto (Gesù ascoltò e vide e operò!), ma nel vivere costantemente nell’intero e nelle sue proporzioni (vedi il comportamento di Gesù a Cafarnao (cf. Mr.1,21-39).

Le proporzioni non vanno giudicate però soltanto nella loro proporzione quantitativa (già molto importante), ma anche in quella qualitativa. La misura: che cosa costantemente accompagna l’amore del nostro cuore.

Fa parte delle proporzioni anche la nostra “umanità” verso i confratelli. Tante volte s’incontrano comunità cristiane senza umanità che scambiano l’amore ai fratelli con prediche e critiche fatte ai loro comportamenti (vedi la grande lezione che ci dà san Giacomo nella sua lettera a proposito dell’ascoltare e mettere in pratica la parola di Dio:Gc.1,16-25, nel frenare la propria lingua: Gc. 1,26; 3,1-6, nella distinzione tra la vera e la falsa sapienza: Gc.3,13-17).

Vi sono poi delle persone che scambiano il primato dell’amore di Dio con la trascuratezza degli affetti verso il prossimo, la fortezza nella fede con la durezza verso gli altri.

Scrive san Paolo ai Corinzi dei suoi atteggiamenti nelle difficoltà: “In ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fortezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, nelle percosse, nelle prigioni…nelle fatiche”.

Ma la fortezza per Paolo non è sinonimo di durezza, tanto che aggiunge: “Con purezza, sapienza, pazienza, benevolenza, spirito di santità, amore sincero”.

A questo punto nasce il problema del come si possono conciliare nel proprio cuore la persecuzione, il disprezzo, la povertà e la gioia:

“Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi,ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti: poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto” (2 Cor.6,4-10).

Evidentemente per comporre nella nostra vita queste contrastanti condizioni occorre attingere ad una realtà più profonda, per cui Paolo può scrivere: “Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione” (2 Cor.7,4).

Ma da chi viene questa consolazione? “Ma Dio, che consola gli afflitti, ci ha consolati” (2. Cor.7,6).

Una consolazione che Dio ci offre anche nella mediazione degli uomini. Continua Paolo: “(Dio ci ha consolati) con la venuta di Tito, e non solo con la sua venuta, ma con la consolazione che ha ricevuto da voi. Egli ci ha annunziato infatti il vostro desiderio, il vostro dolore, il vostro affetto per me; cosicché la mia gioia si è ancora accresciuta” (2 Cor.7,6-7).

Per questo Paolo, lungi dal mortificare le autentiche esigenze del cuore dell’uomo, con grande libertà giunge a scrivere ai Corinzi:

“La nostra bocca vi ha parlato francamente, Corinzi, e il nostro cuore si è tutto aperto per voi. Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto. Io parlo come a figli; rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore!… Fateci posto nei vostri cuori” ( 2 Cor.6,11-13; 7,2).

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3.3. Dalla memoria, alla condivisione, alla meta

Parole comuni, ma che nell’ambito cristiano assumono un loro significato specifico. Esse costituiscono i parametri fondamentali dell’intero.

Una parola e un gesto esprimono queste tre dimensioni del mistero cristiano, che devono plasmare tutta la nostra vita di credenti: il prologo della prima lettera di san Giovanni e la celebrazione dell’Eucaristia.

- La memoria:Dio si è svelato a noi e ci ha amato (si è svelato come amore) dentro una storia, e perciò in luoghi, in tempi, in persone, in una persona: Gesù di Nazaret, che all’ultima sua cena ha ordinato ai suoi: “Fate questo in memoria di me (Lc.22,19)” e ancora “andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (Mr.16,15).

Si tratta di una memoria che rende attuali quegli avvenimenti, di una memoria che è entrata attraverso l’esperienza vitale di essa nelle parole, nei gesti, nella vita dei credenti, dove il protagonista, Gesù Cristo morto e risorto, in queste mediazioni si fa presente.

L’apostolo Giovanni con densità esprime il radicamento storico e la partecipazione vitale di quella memoria:

“Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita” ( 1 Gv.1,1).

In quella memoria stanno tutte le nostre memorie.

Mi chiedo: come quella memoria è vita della nostra vita, che posto ha, che priorità ha nella nostra esistenza? Gesù Cristo è di prima o di seconda mano?

- La condivisione:la nostra partecipazione, che scaturisce dal dono gratuito di Dio comporta che anche noi, a nostra volta, condividiamo con gli altri uomini quel dono e con lo stesso stile.

Scrive san Giovanni: “quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi” (1 Gv.1,3). E più avanti: dobbiamo amarci perché Dio ci ha amato per primo “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio … In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” ( 1 Gv.4,7.10).

E a proposito dell’Eucaristia scrive Paolo: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?” (1 Cor.10,16).

E ancora: Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice,voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” ( 1 Cor.11,26).

Il permanente cammino cristiano: dalla partecipazione alla condivisione. Se però viene meno la propria partecipazione si oscura la condivisione e la vita del credente risulta “formale” e perciò alienante.

- La meta:la memoria della vita e della morte del Signore è legata intimamente all’annuncio del frutto ultimo, del frutto, che già viene pregustato: la risurrezione compiutasi in Cristo, attesa e già operante in noi, in quanto ci unisce a Cristo e tra di noi e dà pienezza alla nostra gioia.

Ha scritto Paolo: “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo in molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” ( 1 Cor.10,17).

E san Giovanni: “quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta” ( 1 Gv.1,3-4).

Chiediamoci se al centro della nostra vita sta la comunione trinitaria e quella con gli uomini, oppure se le nostre opere prevalgono sull’impegno della “comunione personale”.

E ancora: la ricerca della comunione è primariamente per l’efficienza o per la gioia? (Torna al riguardo l’esemplarità già ricordata di san Paolo, e prima di lui il comportamento e la preghiera di Gesù all’ultima cena.)