Roma 1988, La pastorale tra gli universitari, Convegno organizzato dal Dicastero di Pastorale Giovanile

LA PASTORALE TRA GLI UNIVERSITARI

PROBLEMI, POSSIBILITÀ, OBIETTIVI, MODELLI

                           

                                       

di Mons. Giovanni Volta, Vescovo di Pavia

                                                           

1. Difficoltà di una situazione

Chi ha una certa pratica di pastorale universitaria rileva facilmente le difficoltà e la complessità di questo impegno della Chiesa. Da un recente sondaggio fatto dalla C.E.I. in Italia risulta che «molti studenti universitari sono presenti nella pastorale quotidiana delle parrocchie, dei gruppi, dei movimenti, ma non si vede come possano caratterizzarsi per un impegno specificamente universitario» (P. Meloni, La pastorale universitaria in Italia. Note sul sondaggio della C.E.I in Commissione episcopale per l'educazione cattolica, la cultura e la scuola, Cultura e Università. Note di pastorale. Dossier dell'incontro di esperti del 17 febbraio 1987, Pro manuscripto, p. 56).

Così “le visite del Papa” e “la presenza del vescovo in alcune iniziative universitarie pare ravvivare le proposte di attività di formazione, mentre poi è difficile la prosecuzione dell'itinerario formativo” (ibid.).

Gli impegni che riescono ad ottenere un certo “coordinamento” sono costituiti dalle “iniziative liturgiche”; non altrettanto ottengono le “attività culturali” (ibid., pp. 54-55).

Scarsissima è la “presenza di sacerdoti a tempo pieno in questo settore pastorale” (ibid., p. 56); e d'altro canto risulta diffusa “una certa impermeabilità delle chiese locali soprattutto delle parrocchie ad un discorso culturale specificamente universitario” (ibid., p. 57).

Dallo stesso rapporto risulta ancora che “vi sono alcune diocesi in cui c'è una Commissione, o una Consulta diocesana per la pastorale universitaria. In genere è unificata con la Commissione per la Cultura e per la Pastorale Scolastica, raramente è specializzata” (ibid., p. 55).

In altri paesi, da quello che mi consta, la situazione non è molto migliore; a parte la condizione particolare delle Università Cattoliche.

                                

2. Matrici della problematicità di un rapporto

Le ragioni di questa difficoltà, ritengo, non sono il frutto semplicemente di sordità “individuali”, ma risalgono a matrici più larghe e più profonde. Di queste ne vorrei qui richiamare due: la condizione estremamente complessa, mobile, settorializzata dell'università; e un certo distacco che vi è stato nella storia tra l'azione della Chiesa e il mondo della cultura, tanto che Paolo VI volle sottolineare questo fenomeno con l'ormai famosa espressione: “la rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre” (Evangelii Nuntiandi, n. 20).

La pastorale è un porsi al servizio dell'azione salvifica di Dio nei riguardi degli uomini concreti del proprio tempo dentro la storia.

Nel nostro caso si tratta del mondo concreto dell'università, un mondo variamente composto di studenti, docenti, personale, che si muove e s'incontra a livelli e in modi diversi, che ha avuto una larga diffusione negli anni '70 e che si caratterizza per una prevalente presenza di giovani, con una forte proiezione verso il futuro in tre impegni fondamentali che lo caratterizzano e che sono intimamente collegati tra di loro: la ricerca, la didattica, la preparazione professionale. Un impegno qualificante l'università, ma non esclusivo di essa, un impegno particolarmente coltivato nell'università, ma che continuamente si trova a confrontarsi con gli interrogativi e la cultura del proprio tempo.

Sarà importante individuare in questo muoversi complesso dell'università quali sono i punti d'incontro con l'azione pastorale, e quindi quali aspetti della pastorale vadano privilegiati nel mondo universitario, per non accontentarsi di affiancare semplicemente alla vita universitaria l'attività pastorale.

L'altro problema che tocca particolarmente la pastorale universitaria, e che è ragione sia delle sue difficoltà, sia delle sue eventuali possibilità, è il rapporto concreto e teoretico tra Chiesa e mondo della cultura, tra fede e scienza.

Se la cultura è ritenuta rilevante per la vita degli uomini, allora si troveranno persone e tempo per dedicarvisi; se invece la si giudicasse irrilevante, o addirittura di ostacolo, allora facilmente sarà disertata dalla Chiesa.

Il modo di intendere il rapporto fede e cultura, a sua volta, è decisivo per l'impostazione della pastorale in un ambiente che si qualifica anzitutto per la “ricerca”, per il “sapere”, per l'apprendimento di un “metodo” del sapere. Forse qualche volta l'opposizione al cristianesimo da parte di persone di cultura, e la sensazione che la dedizione alla cultura fosse in alcuni casi sottrazione ad un impegno ecclesiale, più che una scelta di servizio all'uomo e alla Chiesa, può aver favorito nella Chiesa un atteggiamento di diffidenza.

                                                    

3. Epicentro della pastorale universitaria

Pur riconoscendo l'evoluzione storica dell'università nella società attuale, per cui essa non è più il luogo unico della ricerca e della didattica superiore, e la sua diffusione, l'accesso massiccio dei giovani, per cui in vari casi il suo livello scientifico può averne sofferto, va riconosciuto che tale ambiente si qualifica ancora anzitutto per il “sapere”, per la ricerca del sapere, per la trasmissione del sapere, per l'addestramento ad imparare, a sapere, a ricercare.

Anche la fede cristiana si qualifica per il proprio sapere, per la ricerca del sapere, per la sua trasmissione, per un “metodo” proprio di sapere (anche se non si esaurisce in esso). In questo ambito, mi pare, si deve perciò anzitutto qualificare la pastorale universitaria: l'integrazione e il confronto tra le varie prospettive del sapere umano, tra le diverse forme e vie di approccio della verità, mettendo in rapporto interrogativo e risposta, che trovano la loro radice nell'unità della verità, e d'altra parte nell'unità del soggetto conoscente.

Così la ricerca della verità costituisce come l'alveo d'incontro tra Chiesa e università, e perciò il primo spazio dell'impegno pastorale proprio dell'ambiente universitario.

In un discorso che Giovanni Paolo II ha tenuto a un gruppo di lavoro sulla pastorale universitaria, nel quale intendeva “sottolineare le ragioni di fondo, che giustificano un impegno pastorale specificamente rivolto al mondo universitario” (Roma, 8/3/1982), così si è espresso:

“Perché la Chiesa ha bisogno dell'università? La ragione di tale bisogno pare doversi ricercare nella missione stessa della Chiesa. La fede, infatti, che la Chiesa annuncia è una 'fides quaerens intellectum': una fede che esige di penetrare nella intelligenza dell'uomo, di essere pensata dall'intelligenza dell'uomo”.

Non si tratta però di un semplice fatto esterno al proprio cammino verso la Verità, ma interno al dinamismo dell'intelligenza umana, mobilitata dalla fede. Continua il papa:

“Non giustapponendosi a quanto l'intelligenza può conoscere con la sua luce naturale, ma permeando dal di dentro questa stessa conoscenza” (ibid.).

D’altra parte, l'università, afferma Giovanni Paolo II, ha bisogno della Chiesa, poiché ogni ricerca dell'intelligenza umana si apre all'intero della verità, il cui segreto è custodito dalla Chiesa: “La Chiesa è infatti - continua il Papa la testimone di questa verità, di questo significato ultimo dell'uomo, perché è colei che deve annunciare Cristo, nel cui mistero si svela completamente il mistero di ogni persona umana e di ogni realtà” (ibid.).

Una istanza che scaturisce dall'incontro di queste due realtà sul sentiero del cammino dell'uomo, quello della ricerca, della trasmissione, dell'espressione della verità nel proprio tempo, che s'accentua considerando una certa forma di cultura che va spesso affermandosi nell'ambiente universitario, anche a causa di una costante spinta verso una sempre più raffinata specializzazione.

Una situazione che già il Vaticano II aveva rilevato, e che il Papa riprende in questo suo discorso: “mentre... aumentano il volume e le diversità degli elementi che costituiscono la cultura, diminuisce nello stesso tempo la capacità per i singoli uomini di percepirli ed armonizzarli organicamente, cosicché l'immagine dell'uomo universale diventa sempre più evanescente” (Gaudium et Spes, n. 61).

Il progresso crescente delle scienze e della tecnologia tende a spostare gli interessi del sapere su gli aspetti strumentali e fenomenologici, trascurando la conoscenza dell'intero, che trascende i singoli aspetti particolari.

Dichiara ancora il Concilio in proposito: “L'odierno progresso delle scienze e della tecnica, che in forza del loro metodo non possono penetrare nelle interne ragioni delle cose, può favorire un certo fenomenismo e agnosticismo; quando il metodo di investigazione di cui fanno uso queste scienze viene a torto innalzato a norma suprema di ricerca della verità totale” (Gaudium et Spes, n. 57).

D’altra parte la fede, essendo per la salvezza dell'uomo, va da questi pensata, confrontata, vissuta, dentro la propria storia. E l'università, essendo il luogo della “ricerca, della “esplorazione” di ogni aspetto del reale, si presenta come ambiente privilegiato per questo costante rapporto tra fede e cultura, tra cultura e fede, tra “proposta” e “domanda”. Si veda per esempio gli interrogativi che l'economia, che la tecnologia dei trapianti, che la genetica pongono oggi all'uomo.

Incontrando i docenti universitari a Bologna, Giovanni Paolo II così ha sottolineato l'importanza del dialogo nel servizio pastorale della Chiesa: “Come ci hanno insegnato le dolorose esperienze storiche del mancato dialogo tra fede e scienza, troppo grande sarebbe il danno se la Chiesa pronunciasse risposte che non incontrano più le domande che oggi si pone l'uomo nella sua consapevole salita lungo la scala della verità” (Bologna, 18 /4/ 1982).

Il rapporto tra Chiesa e Mondo di cui parla la Costituzione pastorale della Chiesa nel mondo contemporaneo trova perciò nell'università uno spazio espressivo che prepara il futuro, così che mentre risulta specifico impegno cristiano quello della “pastorale universitaria”, nello stesso tempo si fa anticipatore di un cammino che coinvolge l'intera comunità cristiana.

La pastorale universitaria, vista in questa prospettiva, incrocia il cammino specifico dell'università, aiuta chi vive al suo interno a crescere in una “armonia” culturale personale, senza dissociazioni tra il suo “credere” e il suo “sapere”, si colloca all'interno della pastorale generale della Chiesa, senza però appiattirsi per es. sulla pastorale giovanile, evidenzia il “ritrovarsi” e il “differenziarsi” degli uomini nello stesso cammino.

L'uomo, ha scritto il nostro papa, è la prima e fondamentale via che la Chiesa deve percorrere nel compimento della missione affidatale da Cristo (cf. Redemptor hominis, n. l4). Esso costituisce anche nell'università la via prima della Chiesa, e insieme la via della stessa istituzione universitaria. Una via che mentre richiede tutta la specificità del proprio apporto, nello stesso tempo si presenta quale luogo di collaborazione e di confronto.

Sempre nel suo discorso agli studenti universitari a Bologna Giovanni Paolo II ha individuato il profondo legame tra la Chiesa e l'università nella (comune passione... per la verità e per l'uomo; meglio ancora: per la verità dell'uomo” (Bologna, 18/ 4/1982).

Questo, che mi pare il nucleo qualificante della pastorale universitaria, dovrà compiersi mediante una proposta dell'“intero” mistero cristiano, in un costante confronto, sottolineando con particolare attenzione le varie forme e condizioni del conoscere.

Il “senso” del mistero cristiano, la sua intelligibilità, la sua forza critica, stanno nell'intero (si veda un esempio al riguardo dalla grande lezione di Romano Guardini). Ma ciò può creare una qualche difficoltà in un mondo dove domina l'indagine sul frammento.

La comprensione reale non può avvenire se non nell'unità dell'intendere del soggetto, e perciò nel confronto con le altre conoscenze, e con le istanze della vita. L'università è luogo privilegiato per questo tipo di discorso culturale e formativo.

La specificità, e quindi il “rilievo” della verità cercata ed accolta, non può rilevarsi adeguatamente senza che venga messa in risalto nello stesso tempo anche la modalità propria della conoscenza cristiana, di fede.

                                  

4. L’impegno educativo

Se il discorso precedente mette in risalto, a mio parere, il “proprium” della pastorale universitaria, che corrisponde ad un primo fondamentale scopo dell'Università, e che incrocia un interesse primario della Chiesa: la ricerca e la comunicazione della verità, della verità dell'uomo, non dobbiamo però scordare un'altra dimensione qualificante l'università. Questa è costituita in gran parte da giovani studenti, e il suo compito nei loro riguardi è anche “educativo”. Educativo in ordine al “sapere”, in ordine alla “metodologia” del sapere, in ordine ad una futura professione. Le istanze del giovane, proprio perché egli sta crescendo in tutta la sua personalità, trascendono però questi ambiti, pur tanto importanti, facendosi richiesta di una educazione per una crescita armonica dell'intelligenza, della volontà, della libertà, dell'affettività, della socialità, del senso morale e religioso. E qui la pastorale universitaria trova un suo ampio spazio espressivo, che va dalla fedeltà alla verità, senza imporre ad essa i propri interessi, superando la facile tentazione del soggettivismo, alla contemplazione della verità, che trova nella preghiera la sua espressione più alta, al servizio verso gli altri, al dominio di sé.

Parlando agli universitari romani così il Papa ha ricordato l'interezza della loro formazione: “Gli studi devono comportare non solo una determinata quantità di conoscenze acquisite nel corso della specializzazione, ma anche una peculiare maturità spirituale, che si presenta come responsabilità per la verità: per la verità nel pensiero e nell'azione” (Roma, 9 /4/ 1979).

Lo stesso rapporto tra “verità” e “libertà” costituisce un momento fondamentale nella crescita morale del giovane, e insieme un punto problematico nell'esperienza soggettiva dello studente e nella cultura contemporanea.

Una sua eventuale dissociazione spinge l'uomo alla deriva, senza più dei solidi punti di riferimento. Come ha detto il Papa, per conservare la libertà l'uomo deve “sapersi arrendere, sottomettere se stesso alla verità e non sottomettere la verità a se stesso, alle proprie velleità, ai propri interessi, alle proprie congiunture” (Roma 26/3/1981).

La verità è salvaguardia dell'autentica libertà dell'uomo: “Là dove l'uomo rifiuta la fatica di gettare saldamente le radici della propria libertà nel terreno della verità, ha detto ancora Giovanni Paolo II - proprio in quel primo atteggiamento della sua coscienza egli comincia ad ipotecare la sua stessa libertà” (Roma, 14 /4/1981).

Il processo educativo, momento imprescindibile dell'azione pastorale, specie tra i giovani, nell'università, dovrà tener conto della loro condizione specifica di persone “studenti”, dentro un “pluralismo culturale” (come tiene a sottolineare il discorso tenuto a Pavia dal Papa il 3/11/1984), destinati un giorno ad avere “responsabilità direttive”.

Si tratterà perciò di insistere sugli “atteggiamenti”, sulle impostazioni dei rapporti: “verità e libertà”, “ricerca e preghiera”, “studio e servizio”, “scoperta e rivelazione”, coscienti che il tempo dell'università è la stagione per la stragrande maggioranza dei futuri docenti, dei futuri professionisti, in cui si stabiliscono i parametri dei loro giudizi, dei loro atteggiamenti.

In questo specifico momento educativo un ruolo di grande rilievo hanno i “maestri” e l'esperienza “comunitaria”.

Il Prof. Lazzati al quale avevo chiesto di parlare sul ruolo del docente universitario, rispose dicendo: “Il docente educatore, qualunque sia il livello in cui svolge la sua azione di docente, è il docente che insegnando, grazie a quello che insegna e al modo con cui insegna, mira ad aiutare il discente non solo ad arricchirsi di conoscenze, di nozioni, ma a farsi uomo imparando. Il docente si fa, di giorno in giorno, più uomo insegnando; il discente dovrebbe farsi, di giorno in giorno, più uomo imparando”. (G. Lazzati, Il ruolo educativo del docente universitario in: AA.VV., in Gioviani, cultura e fede, Vita e Pensiero, Milano 1984, p. 27).

E Giovanni Paolo II: “L'esperienza insegna come le figure di veri Maestri siano importanti per comunicare non solo il contenuto delle conoscenze e il metodo dello studio, ma anche l'intima passione del vero, l'impegno morale che anima la ricerca” (Bologna, l8/4/1982).

Ritengo determinanti in una pastorale universitaria l’incontro dei giovani con qualche maestro, che ha percorso la loro stessa strada, anche se non potesse essere continuativo; e la presenza continuativa di una guida spirituale tra di loro: una guida spirituale per l'incontro dei singoli; una guida spirituale per l'animazione cristiana dei gruppi; una guida spirituale che segni la loro “comunione” con la Chiesa.

E per questo ritengo che l'impegno dei vescovi debba porsi in primo piano in questa azione pastorale.

                  

5. La permanenza del momento sorgivo

Ma la pastorale, anche quella universitaria, pur qualificandosi per il rapporto fede e scienza, fede e cultura, e per l'educazione dell'intelligenza dei giovani, non si riduce a “gnosi”.

Ogni pastorale, proprio perché in servizio dell'azione salvifica di Dio, si radica nell'annuncio della Parola, nella celebrazione dei suoi Misteri. E perciò anche la pastorale universitaria deve fare riferimento a tale momento fondante, che va visto come suo principio illuminante ed alimentatore.

Alcune difficoltà però nascono al riguardo: la mancanza di una chiesa propria in loco, l'eventuale concorrenza con le parrocchie, la frammentazione dei gruppi cattolici che operano in università, senza riuscire a concordare momenti comuni.

Nella mia esperienza in Università Cattolica ho potuto notare come il “segno” di una comune Cappella e il ritrovarsi per comuni incontri liturgici abbiano favorito la percezione dell'appartenenza ad un'unica Chiesa e abbiano sottratto il momento “riflessivo”, di “studio” della fede cristiana al facile suo allineamento - in un ambiente di scuola qual è l'Università - con le altre forme di sapere, sottolineandone l'origine trascendente e la sua prioritaria concretezza in Gesù Cristo.

Vi è non solo una educazione nelle parole che si dicono, ma anche nei gesti che si compiono, specialmente quando questi sono posti in un rapporto organico con il resto della vita, e se ne evidenziano bene i significati. Al riguardo va detto che nell'ambiente universitario si può essere particolarmente esigenti nella cura dei vari momenti liturgici, date le premesse culturali dei partecipanti.

Insieme al momento liturgico è rilevante poi nella pastorale universitaria l'impegno dei giovani per qualche gesto di carità, nei riguardi per es. degli stessi universitari, o per compiti educativi, o per persone povere o in situazione di handicap, per il terzo mondo.

Queste forme d'impegno aiutano il giovane a tirare alcune conseguenze da ciò che crede, lo spingono ad aprire il suo orizzonte sul mondo che lo circonda, gli offrono una esperienza che l'ambiente dello studio tante volte ignora, gli fanno toccare con mano il passaggio- dall'affermazione dei principi generali alle umili scelte particolari, lo maturano umanamente e cristianamente.

Può accadere che nell'ambiente universitario, nella sua azione pastorale, non tutti i credenti partecipino a tutto. È importante però che la proposta pastorale abbia queste diverse articolazioni, poiché essa non ha significato soltanto per chi vi parteciperà, ma anche per chi vive nell'ambiente senza parteciparvi. La “complessa” proposta pastorale, con le sue varie realizzazioni, ha già di per sé, su tutta la popolazione universitaria, un valore educativo, poiché mostra la varietà e la complementarità proprie della vita ecclesiale, che sempre ci supera, rivelando la ricchezza di grazia della Chiesa.

                              

6. Conclusione: provvisorietà di una pastorale

Ho cercato di individuare quello che mi sembra il nocciolo dello spazio proprio della pastorale tra gli universitari, e la sua prospettiva “educativo” a motivo del prevalere della presenza di giovani in università, avendo sempre presente la sorgente e il frutto di ogni opera pastorale: la Parola e la Carità.

Ora vorrei tornare agli interrogativi, alle difficoltà, accennati agli inizi: la complessità e la mobilità del mondo universitario, la simpatia e la diffidenza verso la cultura.

Per quanto riguarda la prima difficoltà credo che, anche nel caso in cui si istituisse la parrocchia universitaria, la condizione della pastorale universitaria sarà sempre estremamente mobile, in vista di un ricambio degli studenti in gran parte quadriennale. Ciò significa che non potendo fare delle proposte estese nel tempo, queste dovranno contenere, nel breve periodo di permanenza dello studente in università, i germi fondamentali della visione cristiana dell'esistenza e del suo stile di vita.

Attraverso alcuni saggi di studio, di confronto, di esperienza di vita cristiana, attraverso l’incontro di qualche maestro, il giovane dovrà prepararsi al suo futuro.

Direi che il periodo dell'università è più tempo di “semina” che di “coltivazione”. E pensare che nella maggioranza dei casi gran parte degli studenti vive poi coltivando semplicemente la semina di quegli anni, poiché questa stagione si è estinta.

Si tratta perciò di animare una pastorale con tempi brevi, intensi, che in ogni suo ciclo deve tener conto dei vari elementi essenziali: dall'ascolto alla riflessione, alla preghiera, al confronto, alla carità.

Se si riesce a creare un “ambiente”, - un ambiente evidentemente di persone e non semplicemente di locali -, delle aggregazioni, queste possibilità saranno facilitate; il giovane che viene all'università, ed è interessato ad un cammino di fede, potrà percepire anche in pochi anni quelle esigenze, quelle possibilità.

Chi deve interessarsi pastoralmente del mondo universitario deve però accettare queste condizioni, questa mobilità e provvisorietà di fondo, pur curando sempre una unità di progetto nella sua proposta. il mondo universitario va perciò servito con questo impegno e nello stesso tempo con questo distacco.

Nella mia esperienza ho visto che è più determinato, più pacifico fare il parroco, fare il docente universitario, fare il cappellano di un gruppo di giovani; non altrettanto avere la cura degli universitari.

E questa constatazione ci introduce alla seconda radice della difficoltà: il rapporto della Chiesa con il mondo culturale. Certamente dal mondo della cultura sono venute nella storia molte difficoltà alla Chiesa; ma è vero anche che in forza della cultura l'uomo può diventare più uomo (si veda il discorso di Giovanni Paolo II all'Unesco).

Al termine del Concilio Vaticano II, Paolo VI, nella celebre omelia di chiusura del 7 dicembre 1965, quasi riassumendo lo spirito del Concilio, ha ricordato come esso abbia avuto una particolare attenzione alla cultura del tempo.

«[Il Concilio]: esso è stato vivamente interessato dallo studio del mondo moderno. Non mai forse come in questa occasione la Chiesa ha sentito il bisogno di conoscere, di avvicinare, di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società circostante, e di coglierla, quasi di rincorrerla nel suo rapido e continuo mutamento.

Questo atteggiamento, determinato dalle distanze e dalle fratture verificatesi negli ultimi secoli, nel secolo scorso ed in questo specialmente fra la Chiesa e la civiltà profana, e sempre suggerito dalla missione salvatrice essenziale della Chiesa, è stato fortemente e continuamente operante nel Concilio, fino al punto da suggerire ad alcuni il sospetto che un tollerante e soverchio relativismo al mondo esteriore, alla storia fuggente, alla moda culturale, ai bisogni contingenti, al pensiero altrui, abbia dominato persone ed atti del Sinodo ecumenico, a scapito della fedeltà dovuta alla tradizione e a danno dell’orientamento religioso del Concilio medesimo. Noi non crediamo che questo malanno si debba ad esso imputare nelle sue vere e profonde intenzioni e nelle sue autentiche manifestazioni.

Vogliamo piuttosto notare come la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità; e nessuno potrà rimproverarlo d’irreligiosità o d’infedeltà al Vangelo per tale precipuo orientamento, quando ricordiamo che è Cristo stesso ad insegnarci essere la dilezione ai fratelli il carattere distintivo dei suoi discepoli (cfr. Io. 13, 35), e quando lasciamo risuonare ai nostri animi le parole, apostoliche: "La religione pura e immacolata, agli occhi di Dio e del Padre, è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni e conservarsi puri da questo mondo" (Iac. 1, 27); e ancora: "chi non ama il proprio fratello, che egli vede, come può amare Dio, che egli non vede"? (1 Io. 4, 20).»

E subito dopo richiama la stretta unione tra la Chiesa e l'uomo:

«La Chiesa del Concilio, sì, si è assai occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce, dell’uomo, dell’uomo quale oggi in realtà si presenta: l’uomo vivo, l’uomo tutto occupato di sé, l’uomo che si fa soltanto centro d’ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione d’ogni realtà. Tutto l’uomo fenomenico, cioè rivestito degli abiti delle sue innumerevoli apparenze; si è quasi drizzato davanti al consesso dei Padri conciliari, essi pure uomini, tutti Pastori e fratelli, attenti perciò e amorosi: l’uomo tragico dei suoi propri drammi, l’uomo superuomo di ieri e di oggi e perciò sempre fragile e falso, egoista e feroce; poi l’uomo infelice di sé, che ride e che piange; l’uomo versatile pronto a recitare qualsiasi parte, e l’uomo rigido cultore della sola realtà scientifica, e l’uomo com’è, che pensa, che ama, che lavora, che sempre attende qualcosa il "filius accrescens" (Gen. 49, 22); e l’uomo sacro per l’innocenza della sua infanzia, per il mistero della sua povertà, per la pietà del suo dolore; l’uomo individualista e l’uomo sociale; l’uomo laudator temporis acti" e l’uomo sognatore dell’avvenire; l’uomo peccatore e l’uomo santo; e così via. 

L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere; ma non è avvenuto.

L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo.

E che cosa ha considerato questo augusto Senato nella umanità, che esso, sotto la luce della divinità, si è messo a studiare, ha considerato ancora l’eterno bifronte suo viso: la miseria e la grandezza dell’uomo, il suo male profondo, innegabile, da se stesso inguaribile, ed il suo bene superstite, sempre segnato di arcana bellezza e di invitta sovranità. Ma bisogna riconoscere che questo Concilio, postosi a giudizio dell’uomo, si è soffermato ben più a questa faccia felice dell’uomo, che non a quella infelice. Il suo atteggiamento è stato molto e volutamente ottimista.

Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno. Riprovati gli errori, sì; perché ciò esige la carità, non meno che la verità; ma per le persone solo richiamo, rispetto ed amore. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette.

Vedete, ad esempio: gli innumerevoli linguaggi delle genti oggi esistenti sono stati ammessi a esprimere liturgicamente la parola degli uomini a Dio e la Parola di Dio agli uomini, all’uomo in quanto tale è stata riconosciuta la vocazione fondamentale ad una pienezza di diritti e ad una trascendenza di destini; le sue supreme aspirazioni all’esistenza, alla dignità della persona, alla onesta libertà, alla cultura, al rinnovamento dell’ordine sociale, alla giustizia, alla pace, sono state purificate e incoraggiate; e a tutti gli uomini è stato rivolto l’invito pastorale e missionario alla luce evangelica».

Nell’ambiente universitario si fa particolarmente acuto questo confronto.

Impegnarsi per la pastorale universitaria significa perciò assumere lo spirito del Concilio.

         

Convegno organizzato dal Dicastero di Pastorale Giovanile, Roma 1988.

Il contributo di mons. Volta è a pp. 59-73 del volume a cura di Carlo Nanni.