2008 Pv. Sinodo dei giovani: Dall'ascolto alla testimonianza

Giovanni Volta

DALL’ASCOLTO ALLA TESTIMONIANZA

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SINODO GIOVANI

Sabato 25 ottobre 2008 ore 21

Pavia, Chiesa del Sacro Cuore

 

Chiesa Sacro Cuore

 

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Oggi siete passati dalla Casa del Giovane a questa casa, che potremmo chiamare casa dell’amore, perché chiesa del sacro Cuore di Gesù. Un buon auspicio per il vostro Sinodo. La giovinezza è profondamente segnata da questa aspirazione del cuore umano. Ma per quale amore?

Se “sinodo” significa camminare insieme e nel vostro caso camminare insieme da giovani, allora il legame tra giovani ed amore di Dio, manifestatosi a noi in Gesù Cristo, ci indica bene le note dominanti del vostro cammino e l’apporto di entusiasmo, di creatività, di gioia, di sguardo ardito sul futuro che siete chiamati ad infondere nella Chiesa del Signore che è in Pavia. Si tratta di un cammino particolare che bene ci è stato illustrato dall'episadio dell'incontro di Gesù con la Samaritana che abbiamo ascoltato nella testimonianza dell'evangelista san Giovanni.

C’è un camminare della nostra vita nel tempo, per cui mutano le sensibilità e le culture, l’età ci pone in prospettive nuove, la memoria e lo sguardo sul futuro assumono proporzioni diverse.

C’è un camminare da un luogo ad un altro, così che cambiano le richieste, le condizioni di vita e il suo orizzonte. Ma c’è anche un camminare dentro la profondità dei fatti e delle persone e della nostra stessa persona, della vita, che potremmo riassumere nella ricerca della storia e dello spessore e delle aspirazioni dell’amore di ciascuno di noi.

Questo fu il cammino della Samaritana nella sua vita (tanti successivi mariti) e soprattutto nel suo incontro con Gesù Cristo, itinerario messo in risalto dalla narrazione dell’evangelista Giovanni. In questo incontro di Gesù con la Samaritana ci fu un luogo comune, il pozzo di Giacobbe, un comune desiderio: la sete dell’acqua. Ci fu un confronto di memoria e di prospettive, quella dei Samaritani e dei Giudei. Ma soprattutto vi fu un cammino verso la scoperta del cuore della vita, del senso della sete umana e dell’acqua della quale la Samaritana aveva bisogno per dissetarsi. Un incontro, un dialogo, una scoperta che potremmo dire rappresenta il paradigma dell’incontro della Parola di Dio con l’uomo nella storia, con cadenze ed esiti diversi, come quando Gesù si rivolse al giovane ricco, che però non l’ha seguito (cf. Mt.19,13-22).

L’accoglienza della Parola esige comprensione e interiorizzazione in forza del dono dello Spirito Santo, per diventare a sua volta in chi l’ha accolta dono agli altri. Anche la Samaritana non tenne per sé la scoperta fatta, ma subito la comunicò alla gente del suo paese, abbandonando la sua giara presso il pozzo. Questa scoperta, questo dono gratuito tendono a comunicarsi secondo il loro dinamismo originario.

I tre momenti: ascolto, interiorizzazione, testimonianza sono tra loro intimamente legati. Se ne vien meno uno, anche gli altri vengono meno. Così non si può annunciare senza ascoltare; non si può testimoniare senza prima aver interiorizzato; e si ascolta con interesse, si interiorizza con passione quando si è impegnati a testimoniare. Passaggi che potrebbero sembrare semplici, ovvi, mentre invece incontrano vari ostacoli e inganni nel loro compiersi, incominciando dalla fretta che mentre scuote la vita, può portare il giovane a non sopportare i tempi lunghi di questo cammino.

Siamo per esempio inclini a staccare la Parola da chi ce la rivolge, devitalizzandola in tal modo. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione Dei Verbum ci ha ricordato che “nei Libri sacri il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con loro” (Dei Verbum n.21).Oppure ci difendiamo da questa Parola imponendole le nostre misure, cercando di plasmarla secondo i nostri desideri e interessi, dimentichi che le vie di Dio non sono le vie dell’uomo. O ancora ci nascondiamo dalla luce che ci viene dalla Parola di Dio, come fece un giorno Adamo di fronte a Dio che lo cercava (cf. Gen.3,10).

Oppure per vanità assumiamo la Parola di Dio semplicemente come un mantello che ci copre, che fa immagine, senza cambiare il nostro cuore; o ce ne gloriamo come di un bene nostro esclusivo, rifiutandoci di condividerla con gli altri quasi fosse un nostro privilegio, negandone così la sua originaria destinazione: per tutti gli uomini.

Un esempio di queste tre tappe (ascolto, vita, testimonianza) e delle difficoltà che abbiamo ricordato lo troviamo anche nella vita di sant’Agostino. Nelle sue Confessioni egli ci ricorda come la passione sensuale l’aveva reso sordo alla Parola di Dio (una ragione di sordità che si ripropone frequentemente ancor oggi). Aveva poi cercato di discolparsi del male che vedeva nella sua vita, e di spiegarne la presenza nel mondo aderendo alla dottrina dei Manichei che affermavano operanti nell’universo due principi: quello del bene e quello del male. Oggi, con il ricorso alla psicologia, ai condizionamenti sociali con molta facilità si giustifica la propria condotta come qualcosa di ineluttabile.

E quando si sentì scoraggiato nella sua ricerca della verità, Agostino fu tentato di aderire ad un certo scetticismo, quello dei così detti Accademici. Ma se l’uomo non crede di poter raggiungere la verità, rimane disorientato nel suo cammino nella vita. Tutto può apparire lecito. Una diffusa ragione di disorientamento anche tra i giovani d’oggi.

In mezzo a queste difficoltà Agostino fu raggiunto dalla Parola di Dio in tappe successive e in modi diversi: da quelli più velati a quelli più manifesti. La lettura del libro di un pagano, l’Ortensio di Cicerone, svegliò in lui, a vent’anni la passione per la sapienza, l’interesse per il senso della vita. Un lampo di luce che può accadere anche a noi nei momenti più impensati, e che magari, come accadde ad Agostino, rimane poi in sonno per tanti anni.

Prigioniero di una visione del mondo racchiusa solo nello spazio di ciò che è sensibile, Agostino si aprì alla realtà del mondo spirituale con la lettura di alcuni filosofi. E anche in questo le difficoltà sperimentate da Agostino mi sono parse molto vicine a quelle di tanti ragazzi e anche adulti, persone intelligenti rimaste prigioniere di una forma di sapere, o di un metodo di ricerca. Un barriera che può sbarrare la strada al riconoscimento di Dio. E infine l’incontro con la Parola di Dio annunciata spiegata da sant’Ambrogio, accompagnata dalla testimonianza della vita di santi del suo tempo.

Nella vostra riflessione sinodale sarà importante che accanto all’esame delle manifestazioni dell’animo dei giovani del nostro tempo, delle loro istanze, dei loro linguaggi, non abbiate mai a perdere di vista il nucleo centrale che si propone sempre nella ricerca e nell’incontro dell’uomo con Dio, come ce l’hanno testimoniato la Samaritana, Agostino e tante altre persone.

Ritengo che l’esplosione della “soggettività” nella cultura del nostro tempo, esercitando un fascino suggestivo nella condotta e nel pensiero di tanti giovani, se cresce disgiunta dal riferimento alla verità, alla sua ricerca, non corrompe solo la vita cristiana, ma la stessa vita dell’uomo, della società.

E’ interessante notare come la fede è tanto per la verità da essere adesione alla somma verità, Dio, apparso a noi nella persona e nella storia di Gesù Cristo, e nello stesso tempo la fede richiede il massimo della soggettività umana, perché impegna non solo una parte dell’uomo, ma tutta la sua persona, gli chiede la libertà di disporre di sé.

Molte cose sono cambiate nella storia dell’uomo. Ma come nella ruota che gira il mozzo rimane sempre al centro, così nella vita dell’uomo l’ascolto, l’interiorizzazione, il rapporto con gli altri rimangono sempre al centro quali condizioni di vita.

Nell’ultimo libro della Confessioni Agostino, parlando a Dio e a se stesso, così riassume il suo cammino nell’incontro con Dio:

“La mia fede,

da te accesa nella notte

davanti ai miei passi,

le dice: perché sei triste, o anima,

perché mi turbi?

Spera nel Signore.

La sua Parola è lucerna

che rischiara i tuoi passi.

Spera e persevera

finché sia passata la notte,

madre degli empi,

finché sia passata la collera del Signore,

collera di cui fummo figli anche noi,

un tempo tenebre…

Fin dal mattino sarò in piedi

a vedere la salvezza del mio volto,

il mio Dio, che vivificherà

anche i nostri corpi mortali

grazie allo spirito

che abita in noi”

(Confessioni XIII,14.15).

Che anche a noi sia dato di percorrere la stessa strada di ascolto, di interiorizzazione, di testimonianza.

Qualcuno a questo punto si chiederà: non c’è nulla di particolare, di specifico che spetta ai giovani in questo cammino? Ritengo che nella società e nella Chiesa avvenga qualcosa di simile di ciò che accade nel nostro corpo che si muove guidato dal “vago” e dal “simpatico”. C’è chi guarda più al passato e chi maggiormente all’avvenire; chi coltiva di più la memoria e chi maggiormente il progetto.

L’umanità e la Chiesa non vivono solo della complementarietà tra maschi e femmine, ma anche di quella tra giovani e persone mature. Non si tratta di livellare le diversità per camminare più rapidamente, ma di promuovere maggiormente la loro collaborazione per cogliere l’intero della verità e costruire un mondo su misura dell’uomo concreto.