1971 Mn - 1996 Pv. "Diario di una breve stagione" di Ferrante Bandera.

 

FERRANTE BANDERA

Diario di una breve stagione

Presentazione della prima edizione del 1971 (pp. 7-19)

e Introduzione alla seconda edizione del 1996 (pp. 3-5)

di

Giovanni Volta

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Presentazione

Ho incontrato Ferrante per la prima volta nella scuola, al liceo classico “Virgilio” di Mantova: stava nel primo banco, proprio davanti alla cattedra.

Attento, preciso fino alla meticolosità, interveniva pacato, serio, nelle ore di scuola, come uno che stava continuando un suo discorso interiore che da tempo andava rielaborando. Poi il suo sorriso aperto, che gli illuminava il volto, mentre scherzava con gli amici durante gli intervalli, mi richiamava alla sua giovane età. Aveva allora diciassette anni. Dal tempo del ginnasio era affetto da linfogranuloma.

Così lo ricorda il suo insegnante di lettere, il prof. Serafino Schiatti: “Ferrante era in uno dei primi banchi, così attento e composto che spesso non mi accorgevo della sua presenza... Allora purtroppo non eravamo ancora abituati alla scuola del dialogo: per questo Ferrante affidava soprattutto al componimento d'italiano le sue idee, i suoi affetti, i suoi problemi. I temi erano densi di pensieri e di argomentazioni, il suo periodare complesso; egli nulla concedeva al verso o alla moda letteraria: il suo era uno stile personale e maturo. Prediligeva Pascal e spesso citava i pensieri a lui più cari.”

Nell’anno in cui io lo conobbi (1966), Ferrante già sapeva del suo male. In ospedale era riuscito ad rimpossessarsi della propria cartella clinica, e poi s'era informato su dei libri dì medicina. Ma noi non ce n'eravamo accorti. Anche nel suo diario vi è traccia di tale fatto.

Un giorno che la sua insegnante di scienze, signorina Serena Marani, doveva spiegare il sangue, la sua composizione, la funzione delle ghiandole a secrezione interna, il sistema linfatico Dopo la prima lezione (così m'ha riferito la professoressa), Ferrante rimase assente per le successive tre lezioni della materia; e alla domanda dell'insegnante che gli chiedeva perché non fosse venuto a scuola, egli rispose: “Volevo che lei, signorina, fosse più libera di far lezione.”

Un sacerdote, che gli fu particolarmente vicino dall'inizio della malattia fino ai suoi ultimi giorni, mi scrive: “Nel settembre del l966 le circostanze ci portarono ad essere ricoverati entrambi nella stessa stanza della prima divisione medica dell'ospedale civile di Mantova. In quell'occasione ho potuto conoscere tanti suoi amici e parenti, ma soprattutto ho visto la sua straordinaria forza d’animo. Conosceva perfettamente la sua situazione; ha voluto leggere sui libri di medicina quanto la scienza dice sul morbo di Hodgkin e sui suoi diversi stadi: prevedeva la morte in giovane età anche se sperava di vivere qualche anno di più. Il suo male s'era ormai esteso agli organi vitali e Ferrante sopportava dolori atroci quasi senza lamentarsi, rinunciando largamente ai calmanti per non assuefarvisi e anche per offrire a Dio il suo dolore. La preghiera, la fede e la speranza non lo abbandonarono quasi mai. Erano commoventi la carità e la frequenza di alcuni suoi amici che lo visitavano continuamente.”

Io lo conobbi piano piano, al di là della sua diligente attenzione, della sua dignitosa compostezza, nella profondità dei suoi sentimenti.

Un tempo egli teneva molto a certe formalità, a determinati segni sensibili. Me lo confermarono sia la mamma che i suoi amici; ma soprattutto il suo diario, specialmente la pagina del 17 febbraio 1967, dove narra in breve le tappe della sua vita.

In esso egli scrive: “Fino alla quinta ginnasio sono in un certo periodo di stasi - religiosità esteriore ossequiente - posso dirmi praticante, che legge la Scrittura, ma che ancora non penetra il cristianesimo.”

L'interrogarsi, però, ogni giorno sul senso della vita, lo sperimentarlo problema vivo nella sua stessa carne ferita dal male, lo maturò rapidamente. Il dolore, il pensiero della morte, gli aveva suscitato più struggente il desiderio della vita, l'aveva distolto da tutto ciò che è secondario o formalistico, dandogli, acuto, il senso dell'essenziale, che sempre più profondamente scoprì nell'amore di Dio e nell'amore del prossimo. Sopravviene la malattia - scrive sempre nel diario del 17 febbraio 1967 - a sconvolgere ogni cosa. Da allora tutto è in cammino verso una forma sempre più scarna ed essenziale di religiosità. Voglio fare varie esperienze."

Alla fine del primo trimestre della terza liceo egli era ricoverato in ospedale, e mi chiese (non voleva privilegi per la sua condizione di ammalato) di fare il tema di religione come tutti i suoi compagni. L'argomento proposto era: “Grandezza e debolezza dell'uomo.” Dopo qualche giorno me lo consegnò ( l8 dicembre 1966). Dietro l'anonimato del compito scolastico vi era l'eco della sua vita:

“L'uomo che voglia esaminare se stesso può trovare nella propria personalità elementi tali da rivelarlo come la più grande delle creature visibili... Mentre le cose ubbidiscono ciecamente alle leggi armoniose stabilite dal Creatore, egli può sottrarsi ad esse ed in base al suo comportamento può divenire sempre più grande o degradarsi ... Nella vita tuttavia non è tutto facile e scorrevole. Limiti potenti, volontari o involontari possono far sì che l’originaria grandezza diventi solo un ricordo. Il rifiuto della verità; il rifiuto di far uso della propria libertà, l'egoismo, il peccato, mettono l'uomo in condizione meschina ... Circostanze tristi ed assolutamente impreviste, quali le malattie o il disprezzo da parte della società, possono indebolire la personalità. L’essere condannato a giacere in un letto, con la sensazione d'essere d'inciampo agli altri, il vedersi incompreso magari da gente inferiore a noi, sono cose che producono sofferenze grandi. Tuttavia, da queste apparenti imperfezioni può scaturire una nuova grandezza. Quella dell’uomo che non si piega alle avversità, che combatte con fede e speranza, che offre le proprie sventure per fini superiori. Ma qui il discorso si allarga su di un piano di massima grandezza. Nascono i rapporti con l'Assoluto, concepito come l'Altro, il Tu dal quale tutto dipende, con il quale è necessario fondersi in un unico amore. Ecco allora che la grandezza dell'uomo non dipende più dalla durata della vita terrena, o dai risultati più o meno misurabili con metri umani, ma da un'Unità di misura che dipende da Lui, la Verità.”

Un giorno in ospedale mi disse: “L'altro ieri sono andato a scuola a trovare i miei compagni. Mi sembrava di essere un vecchio che torna all'asilo dove era stato bambino.” Non c'era nessun disprezzo in questa affermazione, non vi era nessuna disperazione. Egli avvertiva di aver fatto una lunga strada; e certe voci, certe preoccupazioni, certe attese, le sentiva lontane come l'eco di una voce che pure era stata sua.

Specialmente nel suo atteggiamento religioso ho avvertito questa progressiva spogliazione interiore, questa fuga in avanti, per così dire, che mi ha ricordato alcune lettere scritte dalla prigionia di un altro uomo tanto desideroso di vivere e posto così tragicamente davanti alla morte: Dietrich Bonhoeffer.

 

Mi scrive un suo amico: “Ricordo uno degli ultimi incontri a scuola. Eravamo usciti, finite le lezioni. E passeggiavamo come al solito per Mantova immersi nei nostri problemi e discussioni. Ad un certo punto mi chiese in che cosa credevo. Rimasi sorpreso, dato che l'argomento di conversazione era la nostra fede in Dio. Gli chiesi il perché di una simile domanda ed egli mi rispose che voleva sapere se riuscivo a credere come in quèl momento credeva lui in Dio. Mi chiese inoltre se lo giudicavo un miscredente, dato che il suo cambiamento di forma religiosa lo portava ad espressioni sempre più scarne ed essenziali. Gli risposi che avevo piena fiducia in lui e che ero convinto che la sua forma di fede era valida, benché diversa, naturalmente, dalla mia.”

 

A questo dialogo fa riscontro una pagina del suo diario del 3 febbraio 1967: “Mi vado sempre più accorgendo di professare un cristianesimo che si riduce a pochissime proposizioni. Oserei dire che può aver addirittura l'apparenza di miscredenza o di ateismo... Non accetto più di soddisfarmi di pratiche e di pii pensieri; sono sempre alla presenza di Dio e devo vivere secondo la sua volontà. È per me un Dio presente in tutte le cose... È una voce che mi invita alla ricerca del vero, alla coerenza, all'amore. Ecco, dunque, che la visione cristiana così intesa perde tutto il suo bagaglio di riti e di cianfrusaglie varie.”

 

Forse la conclusione di questa pagina potrebbe far pensare che Ferrante avesse tralasciato la pratica religiosa. Invece no. Era l'essenziale nel gesto religioso che egli voleva recuperare, incamminato per la via dura della purificazione attraverso la quale Dio lo chiamava.

 

Basti pensare a quello che scrisse nel giorno in cui ricevette l'unzione degli infermi (6 gennaio 1967): “Oggi, nella ricorrenza dell'Epifania del Signore, ho desiderato ricevere l'unzione degli infermi e sono stato esaudito. Ho voluto fare questo perché anche i miei parenti si devono convincere che tale sacramento non ha nulla di terrificante e di funebre: è un canto di speranza nel Signore e una preghiera perché voglia alleviare o guarire le pene del paziente... Io ero assai commosso... soprattutto mi ha colpito l'unzione delle mani. Me le son guardate come si guardano le mani di un novello sacerdote; le avrei date da baciare con gioia agli altri perché portavano ancora i segni dell'olio del Signore, di ebraica memoria.”

 

Su questo atteggiamento di ricerca dell'essenzialità è illuminante la testimonianza che mi ha scritto in proposito l'amico sopra citato: “Il fatto che ha avuto una notevole risonanza spirituale in Ferrante penso sia stata la scoperta di padre di Foucauld e dei piccoli fratelli.

 

Quella spiritualità scarna, vissuta nella povertà autentica di sé e delle cose lo avevano colpito ed era spesso tema di conversazione tra di noi. Poche settimane prima di morire mi aveva chiesto di restituirgli gli Scritti Spirituali di fratel Carlo, perché sentiva l'esigenza di scoprire nuovamente quella spiritualità alla luce della sua nuova disposizione interiore.”

 

Ed ecco il testo di quella lettera, dove si avverte come Ferrante, a meno di due mesi dalla sua morte, stava approdando all'essenzialità della vita. Egli non teorizza la sua situazione. ma semplicemente la descrive. Si trattava non di fare semplicemente dei bei pensieri ma di assumere un atteggiamento di vita: “Ti vorrei chiedere un favore... Se per caso avessi terminato di leggere le opere di Charles de Foucauld potresti farmele avere? Constato sempre, di volta in volta, l'estrema diversità della tua forma religiosa dalla mia. Tu sai andare dove io non saprei né vorrei andare, e mostri di essere di una spiritualità molto elevata... Io non so se anche tu sia del numero di coloro che mi giudicano miscredente. Ho ridotto talmente le cose all'essenziale, che a volte potrei sembrarlo. Ma mi rimane sempre la fede in Dio... Faccio fatica a chiedergli questo o quello, ad intrattenerlo in preghiere. Accetto quel che mi manda; cerco di non offenderlo, di amare Lui e il prossimo. Null'altro. Cosa ne dici?”

 

Ed era veramente attento al prossimo. Mi scrive la sua insegnante di filosofia, signorina Ida Papotti, attualmente preside del liceo "Virgilio": “Su nessuno egli voleva far pesare lo stato di sofferenza fisica e spirituale nel quale era stato posto dalla imperscrutabile volontà divina. Ci accorgevamo da sfumature quasi impercettibili, che sfuggivano al vigile controllo della sua volontà, quanto bene gli facevano le visite, le attestazioni di simpatia e di amicizia, la vicinanza spirituale. Ma, più che ricevere, egli voleva dare.”

 

Molti suoi amici mi hanno confermato questo suo atteggiamento. La malattia l'aveva progressivamente spogliato di ogni formalismo, senza però per questo farlo amaro e duro. S'era liberato da ogni formalismo perché più profondamente era entrato nel mistero dell’uomo e l'aveva amato, attendendo a sua volta il dono di essere amato. Il suo diario ne è una continua testimonianza. Il 14 luglio 1966 scrive ad un suo compagno: “Da tempo prego il Signore di voler suggerire al mio cuore le parole più adatte quando sto parlando o aiutando un fratello. Trovo che Egli mi esaudisce. E lo ringrazio immensamente.”

 

E in un'altra lettera del 21 luglio dello stesso anno: riporto una bella frase che ho trovato: "La strada della felicità non parte dalle persone o dalle cose per giungere a te, ma parte da te, sempre, per andare verso gli altri". Belle parole, vero? Ci fanno pensare davvero alla nostra missione di cristiani veri.”

 

Con gli altri egli vorrebbe condividere le sue gioie: “Come vorrei essere qui circondato da amici per godere con essi di questa villeggiatura!” (da una lettera ad un amico del 27 luglio 1966).

 

Si sente vicino alle pene dei propri amici, accanto alle loro gioie: “Sono contento che quello di sabato sia stato solo un momento di sconforto ormai superato e vinto. Devi sempre con me piegare il capo alla volontà di Dio. Il Vangelo è tutto pieno di insegnamenti in questo senso. Siamo entrambi provati, entrambi abbiamo la nostra battaglia, entrambi vinceremo con l'aiuto di Dio.” (ad un amico, nello stesso anno).

 

Ferrante non si ripiega su se stesso, anche se lo sconforto lo tenta. Egli dichiara: “È Dio che me ne dà la forza”, e vorrebbe che il suo dono fosse partecipato anche dagli altri: “Non capisco perché tu dubiti continuamente della mia fiducia in te. Ma credo di capire che questo avvenga per il mio comportamento, spesso così strano o perlomeno poco evangelico. Dici di non sapere se riuscirai a superare questa prova, ti darà anche la forza di superarla, altrimenti non sarebbe coerente con se stesso... ora ti dirò qualcosa di me; ma prima di tutto desidero una cosa: che nei momenti di nera solitudine tu abbia sempre la certezza della mia vicinanza e quella di P.; io non potrei chiamarmi appartenente alla Chiesa se non facessi questo per te.

 

Posso ringraziare infinitamente il signore per la serenità che mi ha donato, e che dal 4 ottobre scorso non ha avuto scosse violente. Anzi, ora, quando qualche cosa vacilla un tantino, lascio con calma che la tempesta passi. perché poi ritornerà il sereno. Non posso affatto attribuire questo a me; tuttavia ne gioisco tanto e non sai quanto vorrei comunicarlo agli altri.” (Lettera ad un amico: 7 febbraio 1967).

 

Lo vidi per l’ultima volta poco più di un giorno prima che morisse. Era un sabato pomeriggio, afoso (10 giugno 1967). Andavo a portargli l'attesa notizia che il consiglio dei professori l'aveva ammesso agli esami di maturità.

 

Si trovava solo, a letto, in una stanza dell'ospedale, girato verso il muro, coperto soltanto dal lenzuolo. Era affaticato, sudava. Quando entrai e lo chiamai, si voltò lentamente. Aveva la febbre e come un piastrone, mi disse, sullo stomaco. Gradì la notizia; ma commentò con tristezza: “Se ce la faccio, saranno gli ultimi esami. Sono troppo stanco.”

 

Leggendo in seguito il suo diario, associai quell'ultimo incontro a ciò che egli scrisse in occasione del suo ultimo Natale: “Ho avuto delle sensazioni inaspettate e gradite nella commemorazione natalizia di quest'anno. Mi sono reso conto di quanta vanità consti la ricorrenza celebrata in casa. Qui all'ospedale è apparsa nella sua nuda realtà: un avvenimento personale, intimo, e, esteriormente. un giorno come tutti gli altri. Ecco perché la gente "sente" il clima natalizio: perché tutto luccica di brillanti colori. Ma la culla non luccicava: era solo paglia, umile paglia. La grotta non era illuminata; il bimbo non era riccamente vestito" (28 dicembre 1966).

 

Da questa spogliazione estrema, avvertita, sofferta, accettata, passò al riposo nella Verità che aveva cercato, come scrisse in cima al suo diario. Un suo amico carissimo, con il quale spesso si confidava,mi ha scritto: “Prima di tornare in ospedale per l’ultima volta, disse che ormai quella sarebbe stata la sua ultima degenza, e non perché stesse peggio di altre volte, ma perché, disse, ormai Dio gli aveva tolto tutto: la consolazione della scuola e la guida del suo padre spirituale (che in quel frattempo si era ammalato), e, quindi, non gli poteva chiedere di più che la morte.

 

Dopo la morte di Ferrante venni in possesso del suo diario: due piccoli taccuini, il risvolto interiore del suo ultimo anno di vita, della sua lunga vigilia.

 

Vi sono i sogni, le attese, i rimpianti, la fierezza di tanti giovani, ma vissuti ed espressi con una particolare acutezza e lucidità, così da trascendere il semplice fatto episodico e farsi discorso sull’“uomo”. La vita, il dolore, la morte, l’amicizia, l'amore, lo scoraggiamento, l'incertezza, la solitudine, la preghiera, il sapere vi trovano una eco personale, umilmente raccolta nei piccoli episodi di ogni giorno, approfondita e dilatata dalle sue riflessioni di giovane preoccupato di essere sempre fedele a se stesso, o meglio, alla verità delle cose e di sé.

 

Ferrante è stato un giovane del nostro tempo che amò la vita non come un dono da custodire gelosamente per se stessi, ma come un bene da condividere generosamente con gli altri; che cercò una via di autenticità contro ogni espressione di conformismo, lui che era originariamente formalista; per questo credo che possa dire qualcosa ai giovani del nostro tempo, e insieme rappresentarli nelle loro aspirazioni e istanze più vere.

 

L’ultimo tempo della vita lo trascorse in faccia alla morte: lucido, senza finzioni. Poteva uscire un disperato da una prova tanto sconcertante e tremenda; invece questa prova fu per lui una via di verità. Le sue parole, che riportiamo in questo libretto, portano il peso di questa decisiva esperienza.

 

Con questo titolo particolare le presentiamo a tutti coloro che hanno conosciuto Ferrante o che vorranno conoscerlo.

 

In un primo tempo, a dire la verità, fui incerto se proporre o no la pubblicazione di queste pagine. Era così riservato Ferrante; è così sacra l'interiorità di un uomo per poterla violare, anche a fin di bene.

 

Ne parlai, per questo, con i suoi genitori, con i suoi amici, e mi accorsi che egli già aveva fatto con loro quei discorsi. La sua riservatezza era solo nei riguardi di chi non lo poteva intendere.

 

Del resto lui stesso aveva dedicato i suoi pensieri, il suo diario: “A tutti coloro che mi hanno amato.”

Per questo mi è parso di rimanere fedele all'intenzione di Ferrante nel pubblicare il presente diario. Esso varrà, penso, non solo per tutti coloro che hanno amato Ferrante, ma anche per quelli che, leggendolo, ameranno lui e ciò che egli ha amato.

                                            il Liceo Ginnasio "Virgilio" di Mantova

Mantova, 6 gennaio 1971

Giovanni Volta

 

Introduzione alla seconda edizione

Dopo circa venticinque anni ho ripreso in mano queste pagine del diario di un mio antico alunno, Ferrante Bandera, e sono tornato a commuovermi perché in esse ho risentito la sua voce, ho rivisto il suo volto, ho rivissuto i nostri incontri a scuola e all'ospedale, ed ho pensato che molte altre persone, in particolare tanti giovani lo potessero anch'essi conoscere, ascoltare, trarre dalla sua esperienza coraggio e sapienza per la loro vita.

Quando nel lontano 1971 pubblicai questo breve diario erano ancora accesi i fuochi della grande contestazione giovanile. Ora pare più viva tra i giovani la tendenza all'evasione o all'interesse per il frammento della propria gioia, della propria comodità. La stessa mancanza di una prospettiva rapida di lavoro, con una prolungata dipendenza economica dalla famiglia, può favorire in loro un senso irreale della vita. Sembra alle volte che al fuoco siano succedute le ceneri. Qualcuno, e ne abbiamo purtroppo degli esempi anche nella nostra città, giunge perfino a buttare via la propria vita, quasi fosse diventata una scatola vuota. Io credo però che continui a bruciare questo fuoco in essi, quello vero, quello della ricerca di un senso della propria esistenza, del desiderio di amare e di rinnovare il mondo, anche se tante volte esso rimane nascosto sotto mille desideri vani.

Questo fuoco va perciò risvegliato, tenuto acceso perché non venga sommerso dalle ceneri di una vita che si ripiega su se stessa, perché trovi un adeguato alimento. Venticinque anni fa forse si trattava di dare un orientamento a energie scatenate, oggi si tratta di stimolare un risveglio di forze sopite insieme all'indicazione della strada da percorrere. In un caso e nell'altro è in questione il permanente problema di come valutare e affrontare la vita nei suoi momenti facili come in quelli difficili, senza comode diserzioni, e di scoprire il senso non solo della salute, ma anche della malattia, senza estraniarsi dal mondo. Ha scarti la vita o è tutta recuperabile? Ma in che modo, per quale via? In una pagina del suo diario Ferrante, cercando di riassumere la misura della sua esistenza, scrive: "Solo in proporzione di quanto ho amato sarò grande". E a un mese dalla sua morte così egli pensa la sua vita: "Devo saper offrire a chi la cerca la mia povera esperienza e saper sempre ascoltare quella degli altri". Lungi dal compiangersi, dal ripiegarsi su se stesso, Ferrante indica nella serenità e nella gioia l'impegno caratterizzante della sua caratterizzante la sua vita, non però da conservare gelosamente per se stesso, ma da condividere in un’azione generosa verso gli altri: "Soprattutto la serenità e la gioia devono caratterizzare la mia vita, spinta all'azione generosa". Sono le ultime parole del suo diario.

Per questo ho pensato di ristampare queste pagine, nate in un tempo diverso dal nostro, e tuttavia ancora tanto attuali, perché toccano gli snodi fondamentali della nostra esistenza. In esse è un giovane che ci parla. Nelle sue parole traspaiono l'entusiasmo, gli scoramenti, le arditezze, le speranze e le ingenuità della vita dei giovani di ogni tempo e soprattutto il suo umano, cristiano coraggio.

Vorrei perciò dedicare queste pagine a tutti i ragazzi che stanno affrontando la vita, perché vi trovino un esempio credibile; ai genitori perché imparino a conoscere i loro figli e abbiano fiducia nelle loro possibilità; agli educatori perché siano sorretti da una costante speranza nella loro fatica. In particolare vorrei dedicare, queste pagine ai ragazzi ammalati, in ricerca o disorientati, che numerosi ho incontrato nella mia visita pastorale nelle parrocchie, nelle cliniche cittadine, al policlinico san Matteo. Che Ferrante posso diventare almeno per un tratto della loro vita un incoraggiante compagno di viaggio con il quale possano dialogare sui problemi fondamentali che incrociano la loro esistenza.

Pavia, 6 gennaio 1996

+ Giovanni Volta

Vescovo di Pavia

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