1992. Indicazioni per la pastorale dei ragazzi

Giovanni Volta

Vescovo

 

INDICAZIONI PER LA PASTORALE DEI RAGAZZI

Pavia 1992

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SOMMARIO

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l.     L’esemplarità di Gesù Cristo..

2.   Dall’analisi alla proposta …..

3.   Saper ascoltare e capire per crescere insieme

3.1. Impegno per la conoscenza degli adolescenti

3.2. Il ruolo della direzione spirituale

4.    Stili e contenuti di una proposta

4.1. Il ruolo dell'educatore e dell'ambiente

4.2. Le ragioni e il metodo della proposta cristiana

4.3. La centralità della persona di Cristo

4.4. Educare all'impegno operativo

5.    Unità educativa e varietà di ambienti

5.1. La testimonianza concreta della sintesi

5.2 La concordanza delle proposte educative dell'insegnante di religione

6.    Continuità e progetto

6.1. Attenzione alla globalità completa della persona in costante evoluzione

6.2. Cura della validità dei motivi di fede

6.3. Necessità di stabilire delle tappe e delle mete

6.4. La vocazione filo condutture della proiezione del ragazzo verso il futuro

6.5. La costanza

7.    Crescere insieme

7.1. Collaborazione a livello interparrocchiale e vicariale

7.2. Collaborazione a livello diocesano

8.    Necessità di educatori

8.1. Dedicare tempo alla formazione degli educatori. Ruolo dei fedeli-laici

8.2. Esigenza di una collaborazione diocesana per formare gli educatori

9.    Conclusioni: ragioni di una speranza

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Consegno alle parrocchie, alle famiglie e ai gruppi queste indicazioni pastorali per ottenere un comune impegno nell’educazione umana e cristiana dei nostri ragazzi.

Ne facciano argomento delle loro riflessioni e orientamento per le loro decisioni di vita.

    

1. L’esemplarità di Gesù Cristo

Afferma s. Luca di Gesù adolescente: “e Gesù cresceva in sapienza e grazia davanti a Dio e gli uomini” (Lc 2,52). 

Un augurio che vorremmo fare a tutti i nostri adolescenti, in coerenza con lo stesso desiderio del Signore, il quale pronunciò tremende parole contro coloro che li scandalizzano (Mt 18, 6-7), che si dichiarò disponibile ad accogliere i più piccoli (Mt 19,14), che guardò con amore di predilezione il giovane ricco, chiamandolo alla sua sequela (Mc 10, 17-22) che descrisse protagonista di una delle sue più belle parole dell’amore paterno un giovane, il figlio prodigo (Lc 15, 11-32).  

L’affermazione di s. Luca su Gesù adolescente si associa poi a due note che sembrarono contraddittorie tra di loro. A Maria che chiede a suo figlio perché si sia comportato in quel modo (Lc 2,48), Gesù risponde che egli doveva occuparsi delle cosa del Padre suo, vale a dire doveva seguire il progetto di Dio. E subito dopo s. Luca annota che Gesù tornò a Nazaret ed era sottomesso a Giuseppe e a Maria (Lc 2,51).  

Era dunque l’adolescente Gesù “indipendente” oppure “sottomesso”? 

Il figlio è un dono di Dio ai genitori, non un loro possesso, per cui la dipendenza dei figli dal padre e dalla madre è per la realizzazione del progetto di Dio e non per la celebrazione di un loro potere o di una loro ambizione. In questo disegno genitori e figli trovano il criterio fondamentale del loro rapporto; il padre e la madre il motivo primo per la cura del figlio, e il figlio la ragione della sua dipendenza e insieme della sua libertà responsabile. Gesù, figlio del Padre e figlio di Maria, in quell’episodio volle mostrare le condizioni e i modi di questo rapporto.  

Ma come percorrere insieme questo cammino, come aiutare i ragazzi nel loro sviluppo di crescita e i genitori e gli educatori nel loro sostegno di attenzione educativa e di rispetto? Come associare alla crescita dei ragazzi in età quella in sapienza e in grazia davanti a Dio e davanti agli uomini? Come far percepire loro nei propri gesti, nelle proprie parole, nella propria condotta all’amore del Padre, di cui ha parlato Gesù nella sua parabola, un amore che non schiaccia, ma suscita la libertà dell’uomo, che è vigilante, che sa attendere, che sa perdonare, fino a ridare dignità e speranza al figlio ritrovato e che nello stesso tempo è tanto esigente così da domandare non semplicemente un rito, un’opera, qualche ora di tempo, ma il cuore stesso dell’uomo? 

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2. Dall’analisi alla proposta 

Nelle sere scorse abbiamo cercato di esplorare il "continente" dei nostri adolescenti. Per la verità ci siamo solo affacciati sulla soglia del loro mondo e della loro storia. 

Ci siamo chiesti: chi sono? E per questo abbiamo cercato di comprendere le linee fondamentali della loro psicologia, cultura e religiosità. È indispensabile anzitutto conoscere la personalità dei ragazzi dei quali vogliamo prenderci cura. 

Ci siamo poi chiesti: qual è stato il nostro rapporto con loro sul piano educativo e pastorale? L'esperienza fatta a livello diocesano, vicariale e parrocchiale ci aiuta a comprendere le possibilità e le difficoltà di un dialogo e ci può offrire indicazioni utili per la programmazione del nostro futuro. 

Ci siamo chiesti ancora: ma Dio come aiuta l'adolescente a crescere? Il rapporto tra Dio e l'uomo non solo viene prima di ogni altro, ma si propone come esemplare del nostro modo di guardare all'adolescente e di aiutare la sua crescita. 

Ora ci chiediamo: quali indicazioni pastorali ci possono venire da questa nostra esplorazione del continente degli adolescenti? L'impegno ad accompagnare i nostri ragazzi nella loro crescita nella libertà, nel coraggio, nella gioia, nella dedizione di sé e nella sapienza, alla sequela di Cristo (sì, perché a questo tende la pastorale degli adolescenti) è un'impresa appassionante, ma che si scontra con mille difficoltà che possono scoraggiarci. Vanno aumentando sempre più i figli unici e un corrispondente atteggiamento possessivo dei genitori. Questi a loro volta sono spesso assenti dalla famiglia per motivi di lavoro e si trovano a dedicare poco tempo ai loro figli. Le nostre case sono invase dai mezzi di comunicazione sociale, fino a provocare la sospensione della comunicazione tra i membri della stessa famiglia. Accade così che la televisione, i giornali, la strada risultino i maestri quotidiani dei nostri ragazzi. 

D'altra parre da inchieste locali e nazionali risulta che la famiglia costituisce ancora un punto di riferimento fondamentale per gli adolescenti, e nella nostra stessa esperienza diocesana notiamo come i nostri ragazzi rispondono con interesse alle varie proposte di aggregazione, come è stato messo in risalto anche nella relazione preparata dalla nostra Commissione diocesana per la pastorale giovanile. 

Le stesse contraddizioni che va vivendo l'adolescente tra dedizione ed egoismo, entusiasmo e depressione, gelosia della propria libertà e bisogno di aiuto, tra idealità affettiva e ricerca del piacere, mostrano le possibilità e le resistenze della sua personalità, che impegnano i suoi compagni di viaggio, quali la famiglia, la parrocchia, la scuola, il gruppo in una costante opera di discernimento, di accoglienza, di stimolo, di aiuto in modo che emerga e cresca sempre più la sua identità più vera. Nel suo famoso diario l'adolescente Anna Frank ci ha ricordato ancora una volta la coesistenza nella sua età di una personalità saggia e di una risentita ed aggressiva, di un'Anna socievole e affettuosa e di un'Anna ribelle e irritante. 

Per questo a conclusione del nostro Convegno vi propongo alcune indicazioni di lavoro pastorale, pur con la coscienza della complessità e della varietà con cui si presenta la vita concreta dei nostri adolescenti, così da richiedere da parte degli operatori pastorali duttilità e inventiva per rispondere adeguatamente alle loro esigenze e possibilità. 

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3. Saper ascoltare e capire per crescere insieme 

Dalla nostra esperienza e dalle relazioni che abbiamo sentito un fatto ha preso risalto in modo previo: la difficoltà a saperci comprendere. Il ragazzo tante volte incasella gli adulti in un suo preconcetto che gli impedisce di capirne le intenzioni e l'animo. Ma questo atteggiamento accade spesso anche ai genitori, ai professori, ai sacerdoti di fronte ai ragazzi. Nei miei incontri con gli adolescenti sono stato colpito da un'insistente richiesta, quella di essere ascoltati. E parlando con i genitori e con gli educatori ho sentito spesso questo lamento: tante volte noi siamo gli ultimi a sapere ciò che accade ai nostri figli, ai nostri ragazzi. 

La conoscenza reciproca è la prima condizione per aiutarci a crescere. Anzi lo stesso ascoltarci pazientemente è già un crescere. Ascoltare comporta fiducia nell'altro, riconoscimento della sua personalità, la convinzione che possa avere qualcosa di nuovo da offrirci, e quindi che sia in grado di partecipare alla conversazione e alla vita della famiglia e del gruppo in forma attiva. L'ascoltare qualcuno è un atto di stima nei suoi riguardi, come il non dargli ascolto figura spesso un gesto di non curanza fino al disprezzo. L'iniziativa dell'ascolto tante volte è la condizione prima per essere a nostra volta ascoltati, mentre la nostra preoccupazione di insegnare, di correggere, di esortare ci spinge spesso a dare come scontata la conoscenza del ragazzo, dei suoi problemi, delle sue difficoltà, delle stesse ragioni dei suoi sbagli. 

L'ascolto, d'altra parte, è fruttuoso solo se noi siamo preparati a capire l'animo dell'altro. Una preparazione che può avvenire se ci confrontiamo con persone più esperte di noi, o che conoscono per es. i ragazzi sotto altri profili, in modo che possiamo integrare la nostra prospettiva e conoscenza con la loro.  

Qualche volta pensiamo che sia sufficiente stare insieme per capirci, per conoscere gli uni i problemi degli altri. Ma ci inganniamo. Può accadere che i figli e gli stessi genitori risultino una novità gli uni agli altri anche dopo molti anni di convivenza, perché non è sufficiente stare vicini fisicamente per capirsi; è necessario per questo saper comunicare, creando le necessarie condizioni del dialogo. 

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Conseguenti indicazioni pastorali:  

3.1. Impegno e vie per la conoscenza degli adolescenti 

Da queste osservazioni deriva una prima conseguenza, di carattere pastorale: ogni impegno educativo dei nostri ragazzi esige un'adeguata conoscenza dei loro sentimenti e del loro mondo, e ciò avviene dando largo spazio all'ascolto nella loro educazione, in un clima di fiducia e di sincerità e non di semplice chiacchiera, promuovendo iniziative che favoriscano e stimolino questa conoscenza reciproca. 

Ciò potrebbe avvenire per es. mediante incontri dei genitori, che hanno i figli di questa età, per parlare con loro della condizione psicologica, culturale e spirituale dei loro ragazzi. (Uno dei compiti della Commissione diocesana per la famiglia è quello di aiutare i genitori nel loro grave compito educativo). Questi incontri potrebbero avvenire anche con la partecipazione degli insegnanti degli stessi ragazzi, dei loro catechisti, degli animatori dell'Oratorio, e anche di esperti, in modo da favorire il reciproco scambio di conoscenze, valutazioni ed esigenze. Possono essere utili pure dei confronti tra genitori e figli, tra professori e studenti, perché possano capirsi meglio, purché svolti in un clima di fiducia reciproca. Iniziative analoghe vanno prese anche per i catechisti, per gli animatori degli Oratori, per gli animatori liturgici là dove ci sono. Un aiuto al riguardo già è iniziato nei Corsi diocesani per gli animatori pastorali dei ragazzi delle nostre parrocchie. 

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3.2. Il ruolo della direzione spirituale

Un ruolo imporrante in questa accoglienza del ragazzo nell'ascolto è data dalla direzione spirituale, che ancora una volta raccomando a tutti i sacerdoti. In essa l'adolescente, protetto dal segreto, può esprimersi compiutamente sia circa le sue debolezze come i suoi sogni, le sue aspirazioni più profonde come le sue superficialità, ed avere un sostegno e una guida nel suo cammino. Nella direzione spirituale il ragazzo e il sacerdote si trovano a cercare qual è il progetto di Dio sulla loro vita per poi poterlo seguire, convinti che in questa obbedienza sta il segreto della riuscita della propria esistenza. 

Può sembrare alle volte che il tempo dedicato alla direzione spirituale sia sprecato, per cui si preferisce dedicarsi soltanto all'incontro di gruppo. I frutti della direzione spirituale non sempre risultano immediati, essi però durano solitamente molto a lungo. Tante vocazioni impegnative hanno mosso i loro primi passi decisivi con l'aiuto di una illuminata e paziente direzione spirituale. 

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4. Stile e contenuti di una proposta 

L'accoglienza e l'ascolto del ragazzo costituiscono una condizione previa, ma non sufficiente per la sua educazione. Va fatta una proposta di vita all'adolescente se vogliamo che egli cresca; una proposta che Dio già gli ha posto nel cuore e che l'educatore deve aiutare a scoprire e a far crescere secondo il dono di grazia che il Signore offre a ciascuno.  

In una prima fase l'adolescente è dominato dalla novità del mondo affettivo e sessuale che esplode in lui a questa età, dalla ricerca della propria identità e di una propria autonomia di giudizio e di comportamento, dal bisogno di essere stimato, accolto, di stabilire delle amicizie, dall'esigenza di rendersi conto del senso della sua vita come se dovesse ricominciare in quel momento a vivere. 

Questa ricerca, questa tensione portano spesso il ragazzo in conflitto con la propria famiglia (salvo poi a cercarla per ogni sua necessità) e anche con gli ambienti fino ad allora frequentati. 

Egli è in cerca di una propria autonomia. Si tratta di una persona nuova che sta nascendo in lui, ma che convive ancora con quella antica. Ciò spiega la contraddittorietà di molti suoi atteggiamenti e il suo bisogno di esplorare il nuovo della sua vita e l'insorgenza di certe sue paure e la voglia di trasgressione che alle volte lo prende come per accertarsi della propria libertà. (Vedi l’acuto commento che s. Agostino ha fatto del furto di pere da lui compiuto, ancora adolescente, con alcuni suoi amici. Cfr. Confessioni II, 4-10). 

In questa fase della sua vita il ragazzo ha bisogno di vedere in modelli concreti il progetto del suo possibile futuro e ai quali ispirarsi per verificare e costruire la propria identità. La porta fondamentale della sua comunicazione è data dalla sua affettività, dal bisogno di affermare se stesso e di essere riconosciuto. Su questa soglia egli affronta i problemi sul senso della vita e della morte, dell'amore e della libertà. Interrogativi che egli si fa all'interno di una esistenza in cui si alternano momenti spensierati e alle volte anche bambineschi a momenti tristi, pensosi, già da adulto. Viene tante volte da chiedersi se il ragazzo e la ragazza in questa età si qualificano per l'uno o per l'altro di questi atteggiamenti. Di fatto tali atteggiamenti convivono costantemente in loro pur con proporzioni diverse. 

In una seconda fase l'adolescente, entrato nella novità della sua esistenza, tende ad approfondire le ragioni delle sue scelte, a maturare il suo mondo affettivo e i suoi rapporti con gli altri, a stabilizzare le sue amicizie cercando di governare gli impulsi della sua vita; ponendosi con più vivezza di prima il problema del suo futuro, della sua vocazione, dei suoi compagni di viaggio nella vita. Per questo il ragazzo e la ragazza sono in cerca di compagnia, di compagnia di gente della propria età con cui condividere pensieri ed esperienze, e nonostante le loro dichiarazioni di autonomia e di libertà, restano molto condizionati dal comportamento degli altri giovani. 

In tutto I'arco della sua crescita l'adolescente tende ad essere "attore" della propria vita, e non semplice "spettatore"; e proprio per questo tante volte si scontra con gli adulti, vuol provare, anche se appena incontra qualche difficoltà è tentato di lasciare ad altri l'impegno attivo, la responsabilità di ciò che deve essere fatto. 

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Conseguenti indicazioni pastorali 

4.1. il ruolo dell'educatore e dell'ambiente 

Abbiamo visto come le idee e i convincimenti entrano nella mente e nei comportamenti del ragazzo attraverso la testimonianza degli adulti che lo circondano, degli educatori, dei suoi stessi compagni, a somiglianza del filo di refe che entra nel tessuto attraverso l'ago. Il compito educativo perciò è legato anzitutto alla vita e alla testimonianza delle persone che gli vivono accanto, incominciando dalla famiglia. Se l'educatore viene rifiutato, facilmente viene respinto anche il suo insegnamento. E poiché si tratta di una stagione nuova nella vita del ragazzo, in diversi casi potrà risultare opportuno che cambi l'educatore che lo deve seguire (per es. il catechista o l'animatore di gruppo), in altri casi invece, quando il rapporto rimane molto buono con tutti i ragazzi, potrà essere utile che lo stesso educatore continui il suo lavoro con gli stessi adolescenti. Sarebbe bello che si potessero rivedere i criteri di scelta del padrino della Cresima in modo che venga proposta una persona che sia in grado di seguire poi effettivamente con il suo aiuto il cresimato nella sua crescita nella fede. 

Le persone a loro volta che sono chiamate ad aiutare l'adolescente a crescere, agiscono su di lui non solo direttamente, ma anche creando un ambiente. Questi è formato da mille fattori, quali: il luogo, gli orari, l'attività, l'accoglienza, le tradizioni, le persone che lo frequentano, lo stile di vita. Si ha così un ambiente familiare, un ambiente di oratorio e di parrocchia, un ambiente scolastico. La prima nostra cura per educare i ragazzi dovrà perciò consistere nella preparazione di educatori e nel creare per gli adolescenti un ambiente accogliente, stabile, educativo, con la presenza costante di persone che condividono lo stile di vita cristiano. È un impegno questo che può essere realizzato in tutte le parrocchie con la collaborazione dei laici. 

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4.2. Le ragioni e il metodo della proposta cristiana

Il ragazzo, abbiamo poi ricordato, presenta vari tipi d'interesse che costituiscono come le porte per entrare nel suo mondo e comunicare con lui. Sarà cura perciò dell'educatore non solo di individuare queste aperture d'interesse, ma anche di far passare attraverso esse la proposta evangelica come la concezione cristiana della libertà, il rapporto dell'uomo con gli altri uomini e con la natura, la ricerca del senso delle cose e dell'esistenza di un Dio creatore e padre, il valore dell'amore nella vita umana. 

Nell'educazione del ragazzo vanno costantemente associate alla figura esemplare dell'educatore, del gruppo, le "motivazioni" della fede e dei comportamenti personali, avendo attenzione che si tratti sempre di ragioni solide così che il ragazzo crescendo negli anni non abbia mai ad avere dei validi motivi per rifiutarle. Ci ha ricordato il Concilio Vaticano II che Dio si è rivelato a noi mediante gesti e parole intimamente tra loro connessi. (Cf. “Dei Verbum” n.2) Per questa stessa via, con questo stesso metodo, anche noi dobbiamo educare i ragazzi al mistero cristiano. 

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4.3. La centralità della persona di Cristo

Mentre l'educatore dà unità ai suoi vari interventi nei riguardi del ragazzo ed ha un ruolo fondamentale nella mediazione delle idee che intende trasmettere, la figura di Cristo resta centrale per le verità cristiane, e gli imperativi che vengono proposti al ragazzo; anzi lo stesso legame che l'educatore vive con Cristo incide sulla credibilità della sua parola. 

L'evento cristiano è tutto incentrato sulla persona di Gesù Cristo per cui se questa viene emarginata o oscurata o rimossa, esso perde il suo baricentro, mentre chi propone il mistero cristiano, se si mostra però nella vita indifferente a Cristo, perde ogni credibilità. 

D'altra parte, se guardiamo alle difficoltà e alle esigenze della psicologia dell'adolescente, noi avvertiamo il suo bisogno di una proposta di vita concreta, personalizzata, condivisa. L'adolescente fa fatica a cogliere i discorsi "astratti", non incarnati in qualcuno. Del resto l'astrazione segue la percezione del concreto. Di qui l'importanza sia oggettiva che soggettiva di porre al centro della catechesi e della prassi educativa del ragazzo la figura di Cristo, accolto nella Chiesa, sapendo sempre coniugare il suo insegnamento verbale con i suoi gesti, con la sua vita, in rapporto agli uomini, come ci insegna a fare ogni giorno la Liturgia, al cui centro sta il Cristo vivo, che si esprime in gesti e in parole, coinvolgendo la vita degli uomini, in un rapporto personale e comunitario. 

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4.4. Educare all'impegno operativo

Il ragazzo cresce non solo ascoltando, pensando, ma insieme operando. Troppe volte noi tendiamo a limitare l'educazione alla sua espressione verbale e passiva. La pastorale dev'essere una proposta fatta mediante parole e comportamenti, indirizzi educativi e conseguenti ambienti coerenti ad essi; essa deve dare e nello stesso tempo occorre che chieda. Gesù insegnò con la vita e con la parola; insegnò e nello stesso tempo invitò gli uomini a seguirlo. Anzi la sua proposta non fu mai una semplice informazione, ma sempre un dono e un invito. Così dev'essere anche la nostra proposta agli adolescenti. In essi vi sono mille capacità e attitudini che devono essere risvegliate e fatte crescere impegnate a servizio degli altri. Troppe volte l'educazione è ridotta alla semplice proposta di "cose" o di "raccomandazioni" così che i ragazzi finiscono con l'avere presenti solo dei diritti e si trovano incapaci di assumersi delle responsabilità. Ogni richiesta d'impegno e di servizio è un atto di stima nei loro riguardi che li può stimolare a sviluppare le loro attitudini, spingendoli a prendere più esplicita coscienza di essere componenti significative della famiglia, del gruppo, della comunità cristiana. L'oratorio al riguardo può essere un luogo ideale per questo tipo di educazione integrale, che va dalla catechesi alla preghiera, al gioco, al servizio verso gli altri, all'attività culturale, offrendo varie possibilità di cammino umano e cristiano ai ragazzi, a seconda della loro età e delle loro doti La stessa assunzione di responsabilità organizzative può aiutare molto l'adolescente a crescere armonicamente. 

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5. Unità educativa e varietà di ambienti 

L'adolescente frequenta vari ambienti nella sua vita come la famiglia, la parrocchia, il gruppo, la scuola, la strada. Si tratta di luoghi tanto diversi, che in maniera varia incidono sulla crescita della sua personalità. Il ragazzo vi partecipa con i suoi interrogativi, con le sue esigenze, con i suoi problemi, ed entra in reazione con essi, e ad essi si alimenta, come fa un albero con il terreno, l'aria e l'acqua che lo circondano. Per un verso egli si frammenta in tanti ambienti diversi, e per un altro egli tende a ricondurre ad unità di vita e di comprensione tutto ciò che gli accade, poiché protagonista di tutte queste esperienze è la sua persona.

Nasce così il problema: come aiutare il ragazzo a vivere questa varietà di esperienze e nello stesso tempo a ricondurle all'unità della sua persona? Senza stimoli, senza una varietà di esperienze, l'adolescente non cresce. D’altra parte senza la capacità di ricondurre ad unità le sue varie esperienze il ragazzo si disperde.

Come aiutarlo in questo cammino? Come ottenere un equilibrio tra stimoli e assimilazione soggettiva, evitando che la molteplicità e l'abbondanza delle stimolazioni abbiano a soffocare il soggetto, o che la loro scarsità l'abbia a lasciare inerte?

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Conseguenti indicazioni pastorali

5.1. La testimonianza concreta della sintesi

La prima educazione a far sintesi nella diversità degli ambienti e degli stimoli in cui è preso il ragazzo viene dall'esempio concreto di una persona capace di fare unità nella propria vita. Vedi per es. il caso di un padre, di una madre, che pur nella diversità di tanti impegni non smarriscono il senso dell'unità della loro vita; vedi la testimonianza che può venire da un insegnante, dal catechista, dal sacerdote. Naturalmente non si tratta di fare una qualsiasi sintesi nella propria vita, ma attorno a determinati valori. In questo difficile e impegnativo compito si trova ingaggiata in primo piano l'attività pastorale, il cui fine non è costituito dal numero delle opere da fare, ma dalla mentalità di fede che deve suscitare negli uomini. Un compito che prende un particolare rilievo quando si tratta di pastorale dei ragazzi e dei giovani, poiché in questo periodo della loro vita si stabiliscono in essi i parametri e lo stile che in futuro guideranno la loro esistenza e i loro criteri valutativi. L'educatore questa capacità di sintesi, prima ancora di dirla, la mostra con la propria vita.

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5.2. La concordanza delle proposte educative

Una seconda via per aiutare l'adolescente a ricondurre all'unità della sua vita l’esperienza e gli insegnamenti dei vari ambienti che frequenta è data dall'armonia dei suggerimenti che gli vengono da essi. E di rimando risulta disorientante per lui l'eventuale contraddittorietà delle proposte che gli possono esser fatte per es. dalla famiglia, dalla scuola, dalla Chiesa, dai suoi amici, fino a portarlo alla sfiducia e allo scetticismo nei riguardi dell'insegnamento degli adulti. Di qui nasce l'esigenza che gli operatori educativi di tutti questi ambienti trovino il modo di conoscersi e anche d'incontrarsi perché le loro proposte non risultino contraddittorie.

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5.3. Possibilità dell'insegnante di religione

Sempre a proposito dell’impegno dell'adolescente ad armonizzare criticamente le proposte diverse che gli vengono dai vari ambienti, può rivestire un ruolo importante il professore di religione sia nel suo insegnamento come nelle sue attività extra-scolastiche. Nell'insegnamento il docente di religione può aiutare il ragazzo a valutare criticamente sotto il profilo morale e religioso le concezioni della vita che gli possono venire dai suoi studi; nelle sue attività extra-scolastiche lo stesso insegnante può poi continuare il suo impegno educativo verso i ragazzi, mostrando nei suoi rapporti con loro la continuità tra i due ambienti. In proposito da vari anni è in atto nella nostra diocesi una iniziativa molto interessante: alcuni professori delle scuole medie inferiori e superiori promuovono durante le vacanze estive dei campi-scuola per i loro studenti, che hanno sempre risposto con entusiasmo e buon frutto a questa proposta. Una iniziativa che si rivolge ad un largo numero di ragazzi i quali tante volte non sono raggiunti né dalle parrocchie, né dai gruppi, e che perciò va favorita e sostenuta dagli studenti, dai loro genitori e dagli stessi insegnanti di religione. Tra l'altro essa mostra all'interno della scuola uno stile educativo rispettoso della libertà dei ragazzi e insieme appassionato per la loro crescita umana e spirituale.

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6. Continuità e progetto

L'adolescente è un soggetto vivo, in continuo sviluppo. La sua crescita però non è come quella di una "cosa", per esempio come quella di un muro. La costruzione di questi può venire sospesa anche per anni, non quella invece di un vivente, pena la sua morte. Di conseguenza l’educazione di un ragazzo deve procedere senza interruzioni se vuol essere fruttuosa. Ma perché possa svilupparsi con continuità essa deve avere un progetto e una meta. Nel nostro caso un progetto fedele al piano di Dio, perché da Lui è la nostra vita e la nostra salvezza, e nello stesso tempo un piano che tenga conto delle condizioni particolari in cui si trova il ragazzo, perché si tratta non di una salvezza anonima, ma personale e concreta, di un progetto che non va semplicemente conosciuto, ma messo in pratica, fatto proprio. Un progetto composto da vari fattori ed aspetti e insieme con una sua profonda unitarietà, perché tale è anzitutto la proposta di Dio, il mistero salvifico che Egli ha voluto parteciparci in Gesù Cristo, e anche perché solo nella sua interezza esso rivela a noi tutta la sua forza e la sua intima credibilità.

Il disegno salvifico di Dio non è però semplicemente come un teorema che va applicato al ragazzo, ma un'azione di grazia che opera nel cuore dell'uomo, che lo fa crescere, che l'orienta. Il progetto pastorale e l'educazione cristiana degli adolescenti devono perciò fare costante riferimento ai doni che Dio ha offerto al ragazzo e al loro sviluppo. Vedi per esempio la grazia particolare conferitagli dal sacramento della Confermazione che chiede di essere coltivata e custodita costantemente (il dono del Sacramento è come un seme); vedi l'identità cristiana in sviluppo del ragazzo che con altre parole noi possiamo anche chiamare la sua "vocazione". L'uomo chiama chi già c'è, Dio chiamando fa essere. La sua chiamata creativa costituisce perciò la nostra personalità più profonda e il principio dinamico del nostro sviluppo spirituale al quale dobbiamo sempre rifarci.

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Conseguenti indicazioni pastorali

6.1. Attenzione alla globalità concreta della persona in costante evoluzione

Essendo la personalità del ragazzo in continua evoluzione, l'educatore deve avere costantemente presenti i suoi problemi, le sue esigenze, così da non correre il rischio di parlare ad una personalità che non c'è più, oppure ad una personalità che non è ancora venuta alla luce. Questo aggiornamento conoscitivo previo interessa il colloquio personale, la catechesi, l'impostazione dei ritiri e dei campi scuola, la formazione del gruppo in cui il ragazzo è chiamato a crescere e il suo eventuale impegno operativo. Le proposte, i dialoghi, gli impegni e le forme di aggregazione spesse volte falliscono perché sono impropri, come quando si offre a una persona un vestito troppo stretto o troppo largo. Questa attenzione alle condizioni psicologiche e culturali del ragazzo non devono però mai spingerci ad una proposta parziale del mistero cristiano, come accade quando per esempio si fa un discorso solo psicologico, o solo dottrinale, o solo d'impegno pratico. Dovrà essere cura costante degli educatori stimolare la crescita delle varie attitudini del ragazzo quali quelle di ascoltare e parlare, di pregare ed operare, di stare solo e di saper convivere con gli altri.

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6.2. Cura della validità dei motivi di fede

Avendo sempre un'attenzione viva alle condizioni psicologiche e culturali del ragazzo, si dovranno proporgli dei motivi, dei gesti e dei comportamenti validi e non risibili per quando sarà adulto. Per questo l'insegnamento e l'azione pastorale si fonderanno costantemente sulla sacra Scrittura adeguatamente spiegata, sulla persona di Gesù Cristo, e sui sacramenti visti quale gesto salvifico di Gesù Cristo per l'uomo nel tempo. Crescendo negli anni, ogni persona torna spesso con la memoria e con i suoi sentimenti ai primi passi della sua fanciullezza e della sua adolescenza. Facciamo in modo che quel tempo non sia per loro soltanto un ricordo, ma anche un perenne alimento, come un pozzo d'acqua sorgiva nel quale trovano ancora permanenti ragioni di vita.

Ciò che si semina nella fanciullezza, nell'adolescenza di un uomo può sembrare una cosa ben fragile e povera, come è del seme che si getta nel solco e subito scompare tra le zolle. Ma è nella seminagione che viene fatta in questa stagione della vita che si radicano spesso i principali frutti della maturità. Mi ha colpito la testimonianza che un uomo della statura di don Giuseppe Dossetti ha reso il l3 febbraio l988 alla gente del suo paese natale, Cavriago (Reggio Emilia) in occasione del ricordo dei suoi 75 anni di età. Parlando della sua fanciullezza e adolescenza a Cavriago, un piccolo paese di campagna, così egli valuta quel tempo: "Io debbo a Cavriago una parte sostanziale della mia formazione esistenziale. Gli studi, l'Università, l'impegno scientifico post-universitario direi che non mi hanno dato tanto ... quanto mi ha dato esistenzialmente Cavriago. Non è una esagerazione che pronuncio adesso per volontà di lusingarvi, è una riflessione profonda sulla mia lunga esistenza." (Comune di Cavriago "Giuseppe Dossetti: Ho imparato a guardare lontano", Cavriago 1988 p.43.)

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6.3. Necessità di stabilire delle tappe e delle mete

Non ci si può mettere in cammino senza una meta, non ci si può impegnare sul serio se non vi è un obiettivo che ci appassiona. Di qui la necessità di fissare delle tappe e delle mete nei nostri piani pastorali ed educativi.

Delle tappe, che potrebbero dividersi così: tempo delle medie inferiori, che comprende la celebrazione del sacramento della Cresima e l'immediato post-Cresima; tempo del biennio superiore; e il tempo del triennio superiore. Una divisione un po' empirica, ma che ha il vantaggio di una equivalente divisione scolastica e una forte incidenza nella vita del ragazzo dal punto di vista culturale, organizzativo e di socializzazione.

Delle mete, che potrebbero essere per la prima tappa la ricomprensione delle condizioni dell'uomo (il ragazzo in questa età scopre in sé come una personalità nuova), quali la socialità, la sessualità, l'interiorità, la mortalità, la libertà, il senso di Dio e di Cristo per lui, e quindi il rapporto personale del ragazzo con Gesù, criterio e misura delle sue decisioni, della sua progettazione del futuro, delle sue responsabilità.

Per la seconda tappa le mete potrebbero essere: lo sviluppo del mondo affettivo del ragazzo, il significato e l’esperienza della sua dedizione agli altri, il dominio della propria istintività, la personalizzazione della preghiera e della propria scelta vocazionale, il senso della Chiesa come famiglia di Dio, la comprensione del valore di Dio e di Cristo per gli uomini, le ragioni e l'esperienza della responsabilità morale dell’uomo e del perdono di Dio.

Per la terza tappa le mete potrebbero essere: un'approfondita comprensione del rapporto tra l'uomo e Cristo, passando attraverso gli interrogativi fondamentali della vita (secondo lo stile e le tematiche per esempio della "Gaudium et Spes") e nel confronto con la cultura nella quale vive il ragazzo.

In queste successive tappe non va tenuta presente però soltanto l'esigenza di una comprensione sempre più approfondita del mistero di Dio e di quello dell'uomo, ma anche quella dell'acquisizione di una crescita globale della personalità del ragazzo in un progressivo dominio e dono di sé in cui ritrovare se stesso (cf. Lc17, 33) Per questo devono camminare di pari passo nell'educazione del ragazzo l'istruzione, l'impegno e la preghiera.

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6.4. La vocazione filo conduttore della proiezione del ragazzo verso il futuro

Il ragazzo cresce come proiettato verso l'età adulta, nella quale dovrà assumersi delle precise e onerose responsabilità in famiglia, nella società e nella Chiesa. Una responsabilità che per noi credenti si radica anzitutto nella chiamata di Dio.

La vocazione costituisce perciò l'impegno più profondo e unificante nella vita dell'uomo, specialmente in questa età in cui il ragazzo si chiede : per quale strada mi chiama Dio, come discernere il suo progetto su di me, come dispormi a seguirlo? Aiutare a scoprire, ad accogliere e a vivere la propria vocazione costituisce il compito primo di ogni educatore cristiano, e perciò questo impegno rappresenta il punto focale della pastorale giovanile. Ogni ragazzo è un chiamato. L'interrogativo fondamentale della sua vita è quindi scoprire chi lo chiama e a che cosa lo chiama e come perciò deve rispondere a questa chiamata. Nel compimento della chiamata di Dio sta la riuscita dell'esistenza di ogni uomo.

Torna al riguardo il richiamo all'importanza della direzione spirituale che non è un far da padroni nella vita spirituale dei giovani, (Cfr. 2 Cor.1,24) ma un servizio da rendere loro per scoprire la volontà di Dio su di noi e per prestargli piena obbedienza, convinti che la realizzazione piena di noi stessi si compie solo nell’accoglienza del progetto di Dio.

Sempre per essere in grado di scoprire la chiamata di Dio nella nostra vita è decisivo creare delle condizioni di "profondo ascolto”, di Lui, e questo può avvenire soltanto in esperienze intense come per es. esercizi o ritiri spirituali, incontri con persone significative, condivisione di vita con persone che vivono a fondo la loro scelta vocazionale, momenti vivi di preghiera.

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6.5. La costanza

In tutto questo lavoro pastorale una qualità non deve mancare nell'educatore: la costanza. Essa rappresenta un punto di riferimento stabile per il ragazzo tante volte instabile, favorisce l'approfondimento di convincimenti solidi dentro un mondo che ogni giorno cambia i suoi messaggi, fa percepire al ragazzo le certezze dell'educatore e gli trasmette la sua passione per ciò che gli propone. A sua volta la costanza dell'educatore determina la continuità di vita e di pratica dell'adolescente, permettendo la crescita dei germi seminati lungo il cammino dei suoi anni contro la facile tentazione di rincorrere solo le novità, dà progressivamente consistenza alla sua personalità, lo premunisce contro le ricorrenti stanchezze dei giorni bui.

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7. Crescere insieme

Una nota è tornata ripetutamente nelle relazioni che abbiamo ascoltato e che ci viene confermata dall'esperienza di ogni giorno: i ragazzi vivono e crescono in rapporto con gli altri. In questa loro relazione con gli altri essi vivono l'affermazione di sé, la percezione della propria personalità, il loro bisogno di affetto, la loro aggressività, le loro possibilità, i loro limiti. Non si può di conseguenza educare un ragazzo isolandolo dagli altri ragazzi, oppure facendolo crescere in un gruppo troppo esiguo di coetanei. La stessa fede cristiana, il nostro essere membri di una Chiesa, esigono un allargato rapporto interpersonale. Di qui l'esigenza di creare queste condizioni di rapporto interpersonale perché gli adolescenti possano crescere in maniera equilibrata, con un vivo senso della chiesa, sappiano comunicare, imparino a crescere nell'accoglienza e nel servizio degli altri, abbiano a sperimentare la consistenza della loro personalità, sappiano conoscere se stessi. Ma questa istanza cozza spesso con le difficili situazioni di molte nostre comunità parrocchiali che sono troppo piccole, con pochi ragazzi, con una scarsa vivacità al proprio internoe perciò impossibilitate ad offrire sufficienti condizioni di socializzazioni per i propri adolescenti.

Per rispondere a queste esigenze di socializzazione dettate dalla fede cristiana e dalla psicologia dei nostri ragazzi e nello stresso tempo per superare alcune difficoltà provenienti dall'esiguità di molte nostre parrocchie, già da alcuni anni propongo di intensificare le collaborazioni interparrocchiali e diocesane.

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Conseguenti indicazioni pastorali

7.1. Collaborazione a livello interparrocchiale e vicariale

Va intensificata la collaborazione a livello interparrocchiale e vicariale per alcune iniziative che molte parrocchie non sono in grado di realizzare da sole, oppure lo possono fare con grande difficoltà e in maniera inadeguata. Vedi per es. i periodici ritiri spirituali per i ragazzi (che hanno diritto ad avere delle proposte spirituali forti anche se sono in pochi), i Grest, eventuali incontri per dibattere i comuni problemi degli adolescenti con esperti, i Corsi per la formazione degli educatori e dei catechisti.

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7.2. Collaborazione a livello diocesano

Sempre per favorire la crescita personale e comunitaria dei ragazzi sono molto importanti le iniziative diocesane e dell'Azione Cattolica (che si pone direttamente a servizio della pastorale diocesana) come i campi-scuola, gli Esercizi spirituali, gli incontri in Duomo, i Corsi per gli animatori pastorali. Qualche volta le parrocchie potrebbero essere tentate di pensare queste iniziative in competizione con la loro pastorale locale; di fatto invece queste attività vengono in aiuto alle singole parrocchie sia perché suppliscono a loro deficienze motivate dalla mancanza di forze e di presenze, sia perché la formazione più intensa offerta ad alcune loro componenti rifluisce poi in un servizio più attento e vivace nelle loro stesse parrocchie. Come il contadino, anche noi dobbiamo saper guardare avanti nel tempo. Quand'egli semina

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8. Necessità di educatori

Nella nostra riflessione sulla pastorale degli adolescenti un richiamo ci ha seguito costantemente: l'esigenza di numerosi e preparati educatori. L'avvenire dei nostri ragazzi, si diceva, è condizionato anzitutto dal comportamento degli adulti che li dispongono al futuro. Ogni programma pastorale, educativo, fallisce se non vi sono anzitutto le persone che lo conducono avanti. La famiglia, la scuola, la parrocchia e l'oratorio, lo stesso gruppo non educano se non vi è in essi qualche adulto che orienta, che dà testimonianza, che aiuta i nostri ragazzi a crescere.

Girando per la diocesi ho visto che vi è pastorale dei ragazzi solo là dove ci sono degli appassionati educatori. Ho notato anche, specialmente in occasione dei Grest, che diversi ragazzi di sedici, diciassette, diciotto anni hanno accettato di dedicarsi all'animazione dei fanciulli e degli adolescenti più giovani di loro. Si tratta di un segno positivo che dobbiamo accogliere e coltivare impegnandoci in una paziente e costante cura spirituale di questi giovani generosi, che hanno bisogno però a loro volta di essere aiutati ad apprendere la difficile arte dell'educare e nello stesso tempo ad approfondire le ragioni della fede che deve guidare la loro vita.

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Conseguenti indicazioni pastorali

8.1. Dedicare tempo alla formazione degli educatori. Ruolo dei fedeli-laici  

 

Diciamo spesso per scusarci di non aver fatto una cosa: non ho avuto tempo. Ma il tempo l'abbiamo tutti nella stessa misura: ventiquattro ore ogni giorno. Il problema perciò che ci si pone non è di trovare la fabbrica del tempo per prenderci una sua razione più abbondante, ma quello di utilizzare bene il tempo che ci è dato. Nel nostro caso una forma importante di utilizzo del tempo che ci viene dato nel campo pastorale è quello di dedicarci alla formazione dei futuri educatori Un impegno che dobbiamo assumerci personalmente nelle nostre parrocchie mediante la direzione spirituale, la cura specifica che riserviamo ai catechisti (per es. incontrandoli periodicamente per preparare insieme l'impostazione del catechismo), agli animatori dell'Oratorio e della Liturgia (riservando per loro momenti particolari di preghiera, di riflessione, di confronto sul lavoro che stanno svolgendo), ai responsabili di eventuali gruppi pastorali parrocchiali.

L'invito rivolto ai giovani ad assumersi delle responsabilità educative nei riguardi dei

ragazzi fa parte del loro cammino di crescita, della ricerca della loro vocazione futura (nella dedizione agli altri l'uomo ritrova se stesso e riconosce le proprie attitudini ed è introdotto a discernere per quale via Dio lo chiama), e costituisce una rilevante esperienza di assunzione di responsabilità dentro una società, qual è la nostra, che tende a rimandare avanti negli anni i ruoli in cui l'uomo deve rispondere non solo di se stesso, ma anche degli altri.

L'Azione Cattolica per il suo fine e il suo particolare legame con la pastorale della chiesa locale (cfr. il Decreto conciliare sull'apostolato dei laici n.20) è chiamata a svolgere un compito importante in questa formazione dei laici per un servizio pastorale nelle nostre comunità cristiane, va perciò proposta, accolta e coltivata spiritualmente nelle nostre parrocchie.

Con fiducia dobbiamo invitare i fedeli-laici ad assumersi vari impegni educativi nelle nostre comunità cristiane, chiedendo loro nello stesso tempo coerenza di vita e una preparazione specifica. Non pensiamo ingenuamente che basti la buona volontà per diventare saggi educatori ed esperti catechisti; né dobbiamo ritenere noi, sacerdoti e laici e religiosi, che basti la formazione di un tempo per vivere di rendita per tutta la nostra esistenza.

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8.2. Esigenza di una collaborazione diocesana per formare gli educatori

Il compito della formazione degli educatori, se per un verso richiede l'impegno dei sacerdoti e degli adulti delle singole comunità cristiane, per un altro esige collaborazioni più ampie a livello vicariale e diocesano. Solo questo tipo di collaborazione può garantire competenza e continuità per iniziative di formazione degli educatori pastorali.

Non dobbiamo rammaricarci quando un giovane o un adulto si allontanano momentaneamente dalla parrocchia per una loro più adeguata formazione, come nel caso di campi-scuola, esercizi spirituali, incontri di vicariato o diocesani, poiché questa è la via per moltiplicare le nostre forze attive. Qualche volta noi ci comportiamo come certe persone all'antica che per timore di perdere ì propri soldi li tengono nascosti sotto il materasso invece di metterli a frutto in banca.

Tra l'altro un lavoro formativo svolto a livello vicariale e diocesano può favorire uno spirito missionario nelle nostre comunità, per cui le parrocchie non si chiudono in se stesse, ma sono disposte ad offrire collaboratori ad altre comunità cristiane che ne sono prive. La missionarietà della Chiesa non si esprime solo inviando sacerdoti e laici e religiosi in terre lontane, ma anche lasciando la propria parrocchia per dare una mano ad una parrocchia più povera d i forze.

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9. Conclusione: ragioni di una speranza

Aiutare gli adolescenti a crescere è un'impresa tanto impegnativa, ma grande, perché in essa si gioca il loro e in parte anche il nostro futuro. È un'impresa piena di difficoltà che si può affrontare solo alla luce della speranza cristiana. È lo stesso Spirito di Cristo, il quale opera costantemente nel cuore di ogni ragazzo, a fondarne la ragione e non la nostra abilità. È un'impresa che condiziona molte altre imprese umane, poiché aiutando l'uomo a crescere nella fede, nella libertà e nell'operosità, nella carità, quando sta costruendo i parametri fondamentali della sua personalità, si pongono le premesse di ogni sua futura espressione e scelta.

Un giorno Gesù paragonò il Regno di Dio alla semina di un campo (v. Lc 8,4-15), ad un granello di senape che giunge a diventare un albero capace di ospitare gli uccelli del cielo (v. Mt 13,31-32), ad un pugno di lievito che una donna mette in una massa di farina perché la lieviti tutta (v. Mt 13, 33).

Un seme, un granello di senape, un pugno di lievito sono una piccola cosa e tuttavia hanno in sé tanta energia da diventare albero, da fermentare tutta una massa di farina. Ora, simile ad una seminata e ad un pugno di fermento è anche l'avventura educativa degli adolescenti. Afferma ancora Gesù, sempre a proposito del Regno di Dio paragonato al seme: "Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa"(v. Mc 4, 26-27). Gettiamo nel cuore, nella vita dei nostri ragazzi con la nostra condotta, con le nostre parole e i nostri gesti questa buona semente, cercando il loro bene, e non noi stessi, poi sappiamo attendere con fiducia.

Un giorno la madre di un tremendo adolescente visse questa avventura educativa nella tribolazione e nella speranza. Ebbe fiducia nella buona semente e seppe seminare e attendere. E Dio le mostrò, prima che morisse, i germogli di quella costante e fiduciosa seminata. Era la madre di s. Agostino, santa Monica.

Un segno storico di speranza per molti genitori tentati di non più sperare.

E poiché si tratta di servire il disegno di Dio e non il nostro, di partecipare e di far crescere non la nostra, ma la sua semente, per questo voglio concludere la nostra riflessione con una preghiera da fare insieme, adulti e adolescenti, sacerdoti, laici e religiosi.

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O Signore, che hai detto:

" Io sono la via ",

mostraci la strada da percorrere

e accompagnaci nel nostro cammino

sui tuoi sentieri,

perché il sogno di una facile esistenza

non porti a smarrirci,

la fatica non abbia a fermarci,

la solitudine non ci spenga il coraggio.

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O Signore, che hai detto:

" Io sono la verità ",

sii Tu lampada sui nostri passi,

che sciolga i nostri dubbi,

che sveli il senso della nostra esistenza,

che ci riveli

le tue orme nel mistero della natura,

le tue sembianze nel volto di ogni uomo,

la tua viva presenza nel mistero della Chiesa.

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O Signore, che hai detto:

" Io sono la vita ",

dona il tuo vigore alle nostre povere forze,

il tuo perdono ai nostri peccati,

la tua speranza alle nostre attese,

il tuo cuore al nostro bisogno d'amare.

Così sia.

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NB. Affido alla Commissione diocesana per la pastorale giovanile l'incarico di tradurre in espressioni pastorali particolari, con la collaborazione delle Commissioni diocesane della Famiglia, della Catechesi, della Liturgia, degli Oratori, le indicazioni che ho dato alla diocesi in queste mie conclusioni del Convegno diocesano.