1983 Mi. Giovani cultura e fede: introduzione e conclusione

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GIOVANI CULTURA E FEDE

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Punti di riferimento per una pastorale universitaria

a cura di G. Volta

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Atti del convegno di studio

promosso dal Servizio pastorale dell’Università Cattolica

Milano 22-23 aprile 1983

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CONTRIBUTI DI

CARLO MARIA MARTINI, Lettera ai partecipanti al convegno;

GIOVANNI VOLTA, Introduzione;

VINCENZO CESAREO, Dove va I'università italiana;

GIUSEPPE LAZZATI, I1 ruolo educativo del docente universitario;

FILIPPO FRANCESCHI, Evangelizzazione e cultura nella esperienza della chiesa apostolica e di un vescovo d'oggi;

GIOVANNI FERRETTI, Il pensiero contemporaneo di fronte al trascendente;

GIANCARLO MILANESI, I giovani di fronte al fatto religioso: risultati di un'inchiesta;

HERVÉ CARRIER, I rapporti fra fede e cultura. Analisi socio-teologica;

GIOVANNI VOLTA, Conclusione.

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Giovanni Volta

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Introduzione (pp. 11 - 14)

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l. Ragioni di un convegno

Il progetto di questo convegno è nato da una triplice constatazione: la forte evoluzione che va vivendo l'università nel nostro tempo, per cui dobbiamo prenderne esplicita coscienza, andando oltre immagini stereotipe che ci possiamo essere fatte del mondo universitario; l’importanza della evangelizzazione alle sorgenti della vita sociale e della cultura, nel nostro caso specifico là dove si fa ricerca e si prepara gran parte dei futuri operatori culturali; la necessità di stabilire alcuni punti di riferimento comuni tra tutti gli interessati ad una proposta evangelica all'interno del mondo della cultura.

Tre constatazioni che variamente si influenzano tra di loro.

Il mondo universitario, perché luogo di ricerca, di formazione degli insegnanti e dei professionisti di domani, costituisce, poi, nella società e nel mondo della cultura, una preparazione e un preannuncio del prossimo futuro. Interessarsi perciò di esso, delle prospettive pastorali che può offrire, significa aprirsi nella comprensione e nell'azione al futuro.

Ora, in una realtà sociale ed ecclesiale in così forte evoluzione come la nostra, credo sia tanto importante che, mentre si vive al presente, si debba guardare con sollecitudine al domani perché questo non ci sorprenda con la “lampada” della disponibilità, dell'attenzione, della comprensione, dell'operatività, spenta.

In modo significativo l'attuale Pontefice non perde occasione per sollecitare l'attenzione dei cristiani a vivere e a proporre l'intimo rapporto che intercorre tra fede e cultura, tra evangelizzazione e storia, con un particolare riferimento all'ambiente universitario.

Non si tratta semplicemente dell'eco di una forte esperienza personale che gli ha segnato profondamente la vita, ma di un urgente obiettivo impegno per tutti i cristiani, e in particolare per quelli che operano all'interno dell'università. Impegno più volte richiamato con viva insistenza anche dal suo predecessore Paolo VI, come ha messo in luce anche il convegno di studio che si è tenuto a Varese dal 7 al 9 aprile 1983 sul tema “Paolo VI e la cultura”.

L'evangelizzazione nel e del mondo universitario, perché questo è l'obiettivo al quale converge il nostro convegno, comporta un vasto panorama d'impegni conoscitivi, organizzativi e operativi. In questi due giorni però noi ci limiteremo a dare un piccolo contributo solo nell'ambito conoscitivo in ordine alla situazione dell'università e degli universitari e alla problematica alla quale non può non fare riferimento una pastorale, specialmente in un ambiente che si qualifica per la ricerca e la formazione culturali. Si tratterà di un contributo senza alcuna ufficialità, che non è di nostra competenza.

Varrà semplicemente per le ragioni che porterà.

Il Servizio pastorale dell'Università Cattolica, promuovendo questo convegno, ha voluto semplicemente prendere l'iniziativa di avviare con persone interessate al problema e operanti presso l'Università Cattolica e altre università italiane una riflessione comune su alcuni punti che ogni azione pastorale incrocia in università. La varietà della competenza e della provenienza dei relatori chiamati a parlare vuole essere anch'essa un segno di questa proposta di collaborazione, partendo dal comune

denominatore dell'interesse di fede e della competenza. Il nostro lavoro potrà costituire un modesto contributo all'eventuale ripresa di questi problemi fatta in un orizzonte d'interesse più ampio, in una sede più autorevole e decisionale dai nostri “pastori”.

Potrà essere interessante notare come il convegno non è stato preparato solo dai relatori, ma anche da studenti e professori dentro la Cattolica (incominciando dal suo Consiglio pastorale), e fuori di essa con la formulazione di varie domande sui temi proposti.

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2. Il centro d'interesse unificante il nostro discorso

Vari sono i temi proposti allo studio del nostro convegno, per cui è importante aver presente il punto che stabilisce tra di essi una certa unità dinamica: l'interesse pastorale.

Questo interesse motiva e fa convergere le varie riflessioni, pur muovendosi ciascuna di esse, evidentemente, in proprio preciso ambito, con un proprio metodo.

Ma come “l'interesse pastorale” motiva e dà unità dinamica ai vari discorsi?

La “pastorale” è il porsi dell'uomo a servizio dell'opera salvifica di Dio dentro la storia, secondo perciò il disegno e l'iniziativa di Cristo e del suo Spirito. Essa quindi si qualifica primariamente per il progetto originario di Dio, e non per quello dell'uomo. Però, proprio perché la salvezza di Dio è per l'uomo, per questo la pastorale, in fedeltà al suo disegno originario, si specifica secondo gli uomini e gli ambienti ai quali si rivolge e nei quali si compie, secondo i doni particolari di grazia dati da Dio a ciascuno, soggetto e oggetto, allo stesso tempo, di questa azione.

Questa fondamentale configurazione dell'azione pastorale ci offre l'ottica, i referenti e la ragione prima del nostro convegno.

L'attenzione a Dio, alla sua Parola e alla sua azione, resta il referente primo, fondante, di ogni impegno pastorale. Da Lui è la salvezza, non da noi. Lui è la salvezza nostra in Gesù Cristo.

Ma l’operare di Dio nella storia si media continuamente nella Chiesa, comunità di credenti, variamente articolata secondo diversi ministeri, carismi, condizioni di vita, doni di natura e di grazia.

Il soggetto perciò concreto, visibile, dell'azione pastorale nel mondo è la Chiesa, referente modellato da Dio, e quindi a Lui costantemente soggetto, ma che a sua volta dà unità visibile e organica al vario articolarsi dei diversi impegni dei credenti che lo compongono.

L'azione di Dio, la costante mediazione della Chiesa, a loro volta, si compiono dentro il mondo e la storia, per cui non abbiamo mai un'azione di Dio che non coinvolga il mondo concreto, la sua storia; non abbiamo mai un'azione della Chiesa fuori delle condizioni concrete dell'uomo. Per questo l’operare di Dio, della sua Chiesa, variamente si colorano, per così dire, a seconda dei luoghi, dei tempi, delle situazioni, nel misterioso gioco della sovrana libertà di Dio che sollecita e incrocia la libertà dell’uomo. E proprio perché Dio opera nella Chiesa e nel mondo, le indicazioni della sua volontà non vanno lette solo nella sua Parola scritta, ma anche nella vicenda storica, pur sempre alla luce di quella.

Da ciò scaturisce la condizione propria del cristiano che, unito organicamente alla Chiesa, è in essa non solo “accogliente” ma anche “donante”; che, in servizio di un disegno che lo precede e lo supera, quello di Dio, è tuttavia impegnato a conoscere il proprio tempo e il proprio ambiente e l'azione proveniente dallo Spirito, per operarvi con tempestività ed adeguatezza ed autentica obbedienza; in ascolto di Dio, lo cerca nella sua Parola scritta e nella vicenda storica da Lui animata.

Così la “pastorale” si presenta una e molteplice; è gesto di obbedienza e iniziativa; pur nella sua pluralità espressiva, essa trova il suo soggetto adeguato solo nella “comunità della Chiesa”.

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3. Chiesa e università: distinzione e rapporto

Ma come s'incontrano la Chiesa e l'università? Qual è lo spazio del loro dialogo?

La Chiesa e l’università costituiscono due entità ben distinte, con delle matrici e dei fini propri.

La prima viene direttamente da Dio; ha come fine proprio la salvezza definitiva dell'uomo, che non è “prodotto” dell'attività umana; ha dei propri mezzi specifici, che le vengono da Dio, come la sua Parola, i suoi Sacramenti.

La seconda è istituzione degli uomini, ha come fine la ricerca della verità, l’istruzione e l'educazione degli uomini in ordine sempre alla conoscenza della verità, l'esercizio di una professione, il servizio di “aggiornamento” della società in ordine alle nuove conoscenze. Essa fa parte della più larga società civile.

L'una e l’altra però si rivolgono allo stesso uomo, identico soggetto nella ricerca della verità, della libertà, della sua salvezza, in tutte le sue dimensioni. Sia la Chiesa che l’università condividono la passione per la ricerca della verità, per l’insegnamento della verità, per l’educazione dell'uomo, per il servizio agli uomini nel loro cammino di liberazione.

Un'attenzione all'uomo, una passione per la verità, per il suo insegnamento, per la crescita dell'uomo, per il servizio alla società, che hanno in essa nuove luci e forze e prospettive, per cui tra la Chiesa e l’università vi può essere un aiuto reciproco sul terreno della ricerca della verità, e su quello dell'educazione dell'uomo, e nel servizio alla società.

Perché la Chiesa è chiamata a “pensare” la propria fede, l’università con la sua ricerca le fornisce un prezioso strumento in questo suo compito permanente; mentre poiché l’università è per la ricerca della verità, la Chiesa le può venire incontro mostrandole la “verità intera” che Dio ha svelato, la verità intera sull'uomo. Un soccorso che non riguarda semplicemente il “sapere” dell'uomo, ma anche il suo “diventare”.

Nella sua prima enciclica Redemptor hominis Giovanni Paolo II aveva scritto: “L’uomo, nella piena verità della sua esistenza, del suo essere personale ed insieme comunitario e sociale ... quest'uomo è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compito della sua missione: egli è la prima e fondamentale via della Chiesa” (Redemptor hominis, n. l4).

Ora, sviluppando le implicanze di quella affermazione, va detto che anche l’uomo che studia, che cerca, che cresce, che serve, nell'università è “via” della Chiesa. Via di liberazione, di elevazione, non di conquista.

Ma per percorrerla, bisogna conoscerla; per servirla, bisogna amarla; per risponderle, bisogna che conosciamo le sue domande.

Su questo cammino vuol mettersi il nostro convegno. Quale sentiero va percorrendo l’università italiana oggi, e il mondo culturale in cui essa opera, e i giovani che la frequentano, e i docenti che vi insegnano?

Quali problemi pone questo sentiero a chi intende coniugare la fede con la cultura, l'evangelizzazione con la storia? Saranno queste le domande alle quali cercheremo di rispondere in questi giorni.

 

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Giovanni Volta

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Conclusione (pp. 107-111)

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Il nostro convegno si propone di offrire non delle proposte risolutive per la pastorale universitaria, ma soltanto l’avvio di una riflessione documentata su alcuni dati ai quali deve fare riferimento questa pastorale, e così contribuire al compiersi di un'azione comune più tempestiva e pertinente in questo settore della società e della chiesa.

Ora, tra le molte cose dette nelle diverse relazioni, vorrei sottolineare alcuni dati che, se attendibili, mi pare costituiscano una significativa domanda d'impegno pastorale della Chiesa.

Un rilievo è ricorso in gran parte delle relazioni: la constatazione di una accelerazione dei processi evolutivi delle istituzioni, dei modi di pensare, dei rapporti, e il dilatarsi del pluralismo in molti settori della vita sociale, fino alla dissolvenza di piattaforme culturali comuni.

Vedi, per esempio, la relazione del prof. Cesareo a proposito della evoluzione della popolazione scolastica, delle mutazioni interne dell’università, della sua diffusione nel paese e dei suoi rapporti con questo e con gli altri centri di ricerca e di formazione professionale, vedi il quadro del pensiero contemporaneo presentato dal prof. Ferretti, vedi la sottolineatura fatta dal prof. Lazzati su come l’oggi abbia problematizzato l'uomo, l'educazione e l'università, obbligando a problematizzare concezioni e ruoli.

In questo quadro coerentemente anche il rapporto fede e cultura si pone in varie forme espressive di collaborazione, di contestazione, di animazione (vedi la relazione di padre Carrier), e il giovane, a sua volta, di fronte alla rapidità evolutiva delle istituzioni, dei modi di essere e di pensare, di fronte al frammentarsi della cultura, tende a reagire con la ricerca della “immediatezza” e della “privatizzazione”.

Ha rilevato il prof. Milanesi che il sistema di significato dei giovani di fronte al fatto religioso appare “attraversato da una forte corrente privatistica”, con “l'accentuazione dei bisogni, degli interessi e dei valori che mirano o alla soddisfazione di un sottile egocentrismo di comodo o allo sviluppo totale della propria persona”, con una tendenza a de-ideologizzare le proprie scelte di valore, e contemporaneamente una diffusa “frammentazione” dei sistemi di significato dei giovani, frutto della crescente disgregazione della cultura di base.

Parlando della “cultura”, và poi rilevato come sullo sfondo di varie relazioni stava la coscienza dell'evoluzione avvenuta nel modo di intenderla, e precisamente da “conoscenze ed espressioni”, “elaborate”, fatte da alcuni uomini o da un popolo, a “strumento” per la crescita conoscitiva e comportamentale dell'uomo, a complesso di valori e concezioni dell'esistenza patrimonio di un popolo, a “qualità” della vita di ogni singolo uomo, per cui il rapporto fede e cultura assume colorazioni diverse a seconda di tale comprensione previa.

La stessa indagine storica (vedi la relazione di mons. Franceschi) sul rapporto fede e cultura, evangelizzazione e storia, è condizionata da queste diverse pre-comprensioni.

Tali rilievi, variamente espressi nelle diverse relazioni, pongono alla “pastorale” alcune indicazioni e qualche problema.

Così, per esempio, la constatazione dello sviluppo dell'università, della maggiore diffusione delle sue sedi e della tendenza ad un suo più diretto inserimento nella vita del Paese, mostra l'esigenza di una maggiore e specifica attenzione della Chiesa a questa realtà.

Se l'uomo è la prima e fondamentale via della Chiesa (Giovanni Paolo II), è necessario che questa sia presente ed operi là dove quello si trova e prepara il suo futuro. Fa pensare la constatazione che mentre molti anni fa la “rivoluzione” della società trovò il suo detonatore nelle fabbriche, nel nostro tempo essa l'abbia trovato anzitutto nelle università.

Il fatto poi che l'intero sistema formativo si presenta oggi policentrico, e che molteplici sono le proposte interpretative che vengono date dell'esistenza, richiede che la pastorale universitaria sia inserita in una organica pastorale del mondo della cultura, e perciò non si svolga in forma separata, e sia contemporaneamente attenta sia alle condizioni proprie dei giovani, sia alla complessità delle varie forme del sapere che presentano le diverse specializzazioni di studio.

Il rilievo fatto durante il convegno sulla tendenza dei giovani alla “soggettivizzazione” e al “frammentarismo” derivanti dalla loro situazione storica (rapida evoluzione, diffuso pluralismo), pone l'urgenza di un recupero delle ragioni non solo soggettive ma anche “oggettive” della fede, e di una comprensione “organica” del fatto cristiano.

Solo una comprensione “globale” del Cristianesimo, implicante un rapporto organico senza alternative, tra conoscenza e prassi, oggettività e soggettività, passato e futuro, dei vari aspetti del mistero cristiano tra di loro e con la vita dell'uomo, permette al credente di confrontarsi adeguatamente con le varie proposte interpretative e comportamentali dell'esistenza che incontra nella sua vita e nel suo studio, e di non smarrirsi nel pluralismo delle prospettive che gli vengono offerte.

Quanto alle sollecitazioni che vengono dal pensiero contemporaneo estremamente vario, e in evoluzione, il prof. Ferretti ha osservato: “se il referente culturale globale non è rigidamente unitario, ma a sfondo prospettico a diversi livelli, anche la programmazione pastorale globale dovrà strutturarsi a diversi livelli, tenendo conto dei vari sfondi dell'orizzonte culturale e tentando di rispondere loro in modo diversificato”.

Un rilievo che mette in guardia da facili schematismi riduttivi, e che mostra una ragione in più dell'importanza del contributo dei laici nell'azione pastorale, e della comunione della Chiesa per leggere adeguatamente la complessità del nostro tempo e rispondervi con competenza, tempestività e credibilità.

Una credibilità, che non è data mai compiutamente solo dalle parole che si dicono, ma con esse dalla realtà che “si mostra”. In ciò ha perenne valore quello che il prof. Lazzati ha affermato del ruolo del docente universitario: dire e mostrare nello stesso tempo come si ricerca la verità, come si compongono nell'unità della persona il sapere e la probità morale, i vari gradi e modi del sapere con la fede, e quindi quanto sia importante il presentare, nell'azione pastorale, dei modelli concreti di credenti.

Dalle diverse relazioni, accanto alle indicazioni rilevate, sono scaturiti però anche degli interrogativi. Per un verso fu sempre viva in esse l'attenzione all'uomo, “prima e fondamentale via della Chiesa”; l'uomo nelle sue varie espressioni e interpretazioni culturali, l'uomo nelle sue attese, nelle sue diverse situazioni, nei suoi interrogativi; l'uomo protagonista e termine dell'attività universitaria.

Per un altro verso, però, si è sempre avuta chiara coscienza che il Vangelo, e perciò la pastorale che si pone al suo servizio, non vengono dall'uomo, dai suoi progetti e desideri, ma da Dio, per cui la via della salvezza, e quindi dell'azione pastorale, si possono trovare in contrasto con un certo andamento storico.

Si sa che Dio si è svelato per la salvezza dell'uomo, e perciò è suo alleato, inconsciamente atteso; nello stesso tempo però non è detto che l'espressione, che la cultura concreta storica dell'uomo, coincidano con il suo “dover essere”.

Si pone quindi l'esigenza di un costante giudizio di discernimento di fronte alle istituzioni, alla cultura, alla storia, ben distinguendo ciò che è l'istanza profonda dell'uomo, e la varietà espressiva della sua esistenza, del7a sua cultura, per cui la “pastorale”, se da una parte non può ignorare l'uomo storico, dall'altra non può mai accoglierlo acriticamente.

Ne viene, da questo interrogativo, da queste precisazioni, che la pastorale trova nell'attenzione all'uomo, nel servizio alla sua crescita, nella concezione di lui, il luogo fondamentale non solo della sua “via” da percorrere, ma anche dell'incontro, del confronto, della differenziazione con i non credenti, e perciò la sua costante condizione “promozionale” e “critica”, “accanto” e “distinta”.

Sempre perché attenta alle condizioni concrete dell'uomo, perché in obbedienza a doni di grazia diversi, la pastorale tende a frammentarsi in “gruppi”, in “ambienti”, in “spiritualità tipiche”. E qui nasce l'altro interrogativo che diverse situazioni pastorali sollevano, per l'impressione di “frammentazione” che tende spesso ad affermarsi nella Chiesa, quando solo questa è garante dell'autenticità del Vangelo annunciato, e della missione evangelizzatrice, ed è l'unico soggetto adeguato per l'educazione della fede.

Un esempio significativo ci può venire dalla Chiesa primitiva descrittaci dagli Atti degli Apostoli, quando si trattò di valutare la decadenza o meno della legge giudaica (cfr. Atti 15,5-35), e perciò le condizioni da imporre ai gentili per l'appartenenza alla Chiesa.

Non è “separandosi”, ma “comunicando”, che si vive con più autenticità la propria fede cristiana e la si partecipa agli altri. La Chiesa di Gerusalemme non dividendosi, ma comunicando con più intensità, trovò allora la strada del proprio cammino.

La “comunione” che ha le sue radici nello stesso mistero trinitario, e che costituisce come la “forma” della Chiesa, segna di sé ogni sua espressione, anche quelle contingenti. Lo stesso “martirio” scaturisce dalla “comunione”, anzi ne è segno privilegiato.

Ora è nella fedeltà ad essa che il “dono” di ognuno si fa ricchezza di tutti, e non motivo di divisione, che la tentazione di “ protagonismo” cede il passo al senso della “appartenenza”, e che il cristiano mostra concretamente come il disegno di salvezza di Dio costantemente lo supera.

E in un mondo “pluralista” e in forte “evoluzione”, qual è il nostro, la “comunione” risulta anche praticamente la via più adeguata per leggere il proprio tempo e incontrarlo, per mostrare ú credibilità dèlla Chiesa.

Più occhi che guardano e comunicano tra di loro, permettono di meglio vedere la strada che si percome con sempre maggiore velocità; più espressioni che dicono la stessa realtà (come spiritualità diverse), facendo riferimento allo stesso soggetto, servendo lo stesso fine, riconoscendosi nella loro complementarietà, permettono di mostrare come la pluralità possa essere ricchezza, e non ragione di frattura o di contrapposizione.

Una riflessione che va ripresa, prendendo in esame la nostra attuale esperienza di pastorale nel mondo universitario, ma che mi è parso di dover ricordare al termine del nostro convegno, poiché uno dei suoi fini era quello di mettersi in questa direzione di cammino.