1994 Pv. Esame e proposta di un cammino: il nostro impegno nella pastorale giovanile

 Giovanni Volta

Vescovo

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ESAME E PROPOSTA DI UN CAMMINO:

il nostro impegno nella pastorale giovanile

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Diocesi di Pavia, 6 agosto 1994

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SOMMARIO

1. Due sguardi alla luce della parola di Dio

2. Motivo immediato del nostro incontro

3. Alcuni dati socioculturali

4. Mete e proposte di un cammino

4.1. La memoria di un percorso

4.2. La proposta delle mete

4.3. L'uso dei mezzi

4.3.1. La formazione dei collaboratori

4.3.2. La catechesi

4.3.3. La liturgia

4.3.4. L'oratorio

4.3.5. Ruolo delle iniziative diocesane e vicariali

4.4. Il metodo

5. Strutture organizzative.

6. Conclusione

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PERCHÈ TUTTI GLI OPERATORI NEL CAMPO DELLA PASTORALE GIOVANILE AVESSERO DEI CHIARI E COMUNI PUNTI DI RIFERIMENTO NEL LORO LAVORO APOSTOLICO HO RITENUTO OPPORTUNO METTERE PER ISCRITTO LA RELAZIONE CHE HO TENUTO AI SACERDOTI IN SEMINARIO IL 17 GIUGNO 1994.

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La pastorale è sempre un atto sintetico nel quale convergono la teoria e la prassi, la memoria e il progetto, l'attenzione alla propria condizione socio-culturale, all'azione di Dio dentro di essa e l’ascolto della Parola di Dio, che costantemente deve illuminare e sorreggere il nostro cammino cristiano (cf. M. - Th. Desouche, L'histoire lieu thèologique et fondament de la thèologie pastorale, in Nouvelle Revue Théologie, maggio - giugno 1994 pp.396 - 417).

Volendo ora svolgere una riflessione sulla nostra pastorale giovanile, faremo perciò riferimento ad alcuni di questi fattori, in vista però di una sintesi di giudizio e di proposta operativa.

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1. Due sguardi alla luce della Parola di Dio

Due sguardi devono costantemente accompagnarci nel nostro cammino pastorale: uno al passato e l’altro al futuro. Lo sguardo al passato, all'esperienza fatta con le sue difficoltà, le sue riuscite, i suoi fallimenti, ci costringe a fare i conti con il reale e l’azione di Dio nella nostra storia, a misurare la costante tensione tra ideale sognato e comportamento praticato. Lo sguardo al futuro, alle situazioni e agli interrogativi verso i quali siamo incamminati, alle sollecitazioni dello Spirito, ci spinge ad essere vigilanti, a cercare le vie nuove per le quali ci chiama Dio, distogliendoci dal comodo ripetitivo. Del resto la Chiesa nei suoi gesti e nelle sue parole è costantemente "memoria" e "annuncio" di un futuro che va compiendosi e che non sarà completo fino alla pienezza escatologica.

Due sguardi che traggono luce, forza e stile da Colui "che è, che era e che viene, l’Onnipotente" (Ap. 1,8), e perciò vogliamo rifarci fin dall'inizio della nostra riflessione alla sua Parola prima che alle nostre esperienze e alle nostre inchieste. E poiché ci interessiamo della pastorale giovanile, che coinvolge insieme "pastori" e " giovani", per questo ho pensato di scegliere come nostro punto di riferimento iniziale le parole fiduciose che l’apostolo san Giovanni rivolse un giorno a quelli già sperimentati nella fede (che egli chiama i "padri") e ai rinati di recente nel battesimo (che egli chiama " figlioli" e " giovani"):

Scrivo a voi, figlioli, perché vi sono stati rimessi i peccati in virtù del suo nome.

Scrivo a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è fin da principio.

Scrivo a noi, giovani, perché avete vinto il maligno.

Ho scritto a voi, figlioli, perché avete conosciuto il Padre.

Ho scritto a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è fin da principio.

Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti,

e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno (1Gv. 2,12 - 14).

Una parola di grande speranza che si fonda sulla conoscenza di Colui che è fin da principio (e in san Giovanni "conoscenza" significa condivisione, esperienza d'incontro), sulla grande misericordia di Dio che perdona i nostri peccati, sulla fortezza della sua Parola accolta nel cuore dell'uomo, una parola però che non ignora la costante lotta contro il maligno nella quale l’uomo si trova costantemente ingaggiato.

Si tratta dunque di un impegno segnato nello stesso tempo dalla "lotta” e dalla "speranza", dalla "resa" a Dio e dalla "resistenza" al male.

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2. Motivo immediato del nostro incontro

Ma perché questa riflessione particolare su la pastorale giovanile?

L'azione pastorale è un servizio all'opera salvifica di Dio verso gli uomini, e perciò deve costantemente interrogarsi sulle sue scelte e le condizioni socio-culturali delle persone alle quali si rivolge, per realizzare il proprio compito, secondo le possibilità storiche di grazia del tempo. Così gli operatori pastorali, mentre svolgono le loro attività, nello stesso tempo possono riflettere ora su di un aspetto ed ora su di un altro dei loro impegni, a seconda dell'emergenza degli interrogativi o delle novità o delle difficoltà, tenendo presente che se la vita ci costringe ad un'azione ininterrotta (per es. non possiamo sospendere di mangiare tutti i giorni in attesa di trovare il modo migliore per nutrirci, così pure non possiamo sospendere l'annuncio del Vangelo in attesa della scoperta di un suo modo migliore), lo studio invece sulla vita può limitarsi a singoli suoi settori.

Il motivo che mi ha spinto a parlare con voi in questo fine anno scolastico della pastorale giovanile ha le sue radici nella Visita Pastorale che sto conducendo, nel moltiplicarsi delle iniziative per i giovani, nelle domande che tante volte mi rivolgono i preti, nel calo delle vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa.

Durante la Visita Pastorale ho potuto constatare direttamente il sacrificio e le difficoltà di vari sacerdoti nella loro pastorale giovanile a motivo della sproporzione tra i ragazzi presenti in parrocchia e quelli che la frequentano, della mentalità "nuova" e dei comportamenti di molti giovani che rendono tanto difficile il dialogo e perfino l’incontro con loro. D'altra parte ho visto anche come la parrocchia, l'oratorio, sono nel paese o nel quartiere ancora un fondamentale punto di aggregazione per i ragazzi, riconosciuto anche dai non praticanti.

Nonostante queste difficoltà diverse sono le iniziative di pastorale giovanile promosse a livello parrocchiale, vicariale e diocesano, tanto che qualche sacerdote si è anche lamentato con me perché a lui sembravano troppe (pur verificando poi che in più di un caso i giovani delle loro parrocchie non partecipavano mai a nessuna di esse). D'altra parte varie sono le esigenze spirituali dei nostri giovani e dei nostri ragazzi e insufficienti le forze delle singole parrocchie e degli stessi vicariati in molti casi (come ad es. per ritiri ed esercizi spirituali, per corsi di formazione dei catechisti e degli animatori di gruppo e di oratorio). Fare “da soli", poi, non è certo il modo migliore per far bene e tanto meno per essere segno di Chiesa.

Resta tuttavia ugualmente il problema del coordinamento di tutte queste iniziative in servizio dei nostri giovani in modo che abbiano ad aiutarsi reciprocamente e non a danneggiarsi e potenzino la vitalità delle singole parrocchie.

In questi ultimi tempi ho raccolto anche varie domande come: in che direzione e secondo quale progetto pastorale dobbiamo procedere, quali devono essere le priorità dei nostri impegni?

Credo che nessuno s'attenda delle indicazioni dettagliate come le può aspettare per es. un muratore o un meccanico, né che la chiarezza della proposta comporti l'esenzione dalla fatica e dalla pazienza della sua messa in pratica o che dispensi dall'impegno della propria traduzione personale. Basta pensare alle grandi indicazioni pastorali che san Paolo ha dato alle varie comunità cristiane da lui fondate o ai suoi discepoli come Tito e Timoteo.

Ciò chiarito, rimane sempre valida la domanda: in che direzione dobbiamo muoverci, con quali precedenze, con quale stile?

Infine mi ha spinto a parlare con voi della pastorale giovanile il calo delle vocazioni sacerdotali e religiose e in particolare il rimando delle scelte vocazionali per cui la pastorale dei ragazzi e dei giovani si legherà sempre più a quella delle vocazioni di particolare consacrazione a Dio, coinvolgendo in tal modo tutti i sacerdoti della diocesi e non soltanto quelli del Seminario.

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3. Alcuni dati socio-culturali

Le situazioni, le domande e le difficoltà ricordate vanno viste dentro un quadro socio-culturale che precede le nostre scelte pastorali e del quale dobbiamo tener conto se vogliamo comprendere e non solo protestare, se vogliamo incrociare i veri problemi del nostro tempo ed operare su di essi e non semplicemente ripetere o rimpiangere il passato.

Ricorderò qui soltanto alcuni fattori, tra i molti elencabili, che da un punto di vista sociale e culturale hanno rilevanza per la pastorale giovanile.

Un primo dato si presenta a noi, neutrale per certi aspetti, ma che incide notevolmente nella nostra attività di apostolato giovanile: il calo demografico. Rispetto a un passato non molto lontano i ragazzi delle nostre parrocchie si sono dimezzati, o addirittura si sono ridotti a un terzo. Ciò significa che in diversi casi mancano le condizioni per un'adeguata vita di gruppo e quindi per una efficace azione educativa e nello stesso tempo ha comportato in molte case un'educazione eccessivamente arrendevole e protezionista dei genitori nei riguardi dei figli, favorita anche dall'accresciuto benessere. In questo contesto le proposte impegnative trovano spesso nell'intera famiglia una forte resistenza. (Vien da pensare al riguardo alla risposta negativa del giovane ricco alla chiamata del Signore: cf. Mt. 19,16-22).

Accanto al forte calo demografico va ricordata l'accresciuta mobilità delle famiglie e ancor più dei giovani, per cui con molta facilità i ragazzi e intere famiglie evadono dalle loro parrocchie, creando discontinuità di presenza e perciò molte difficoltà per una pastorale sistematica e continuativa. L'accresciuta mobilità dei giovani è stata favorita dalla diffusione dei mezzi di comunicazione (macchine e motori) e nello stesso tempo dal loro bisogno d'incontrarsi con altri giovani.

Un fenomeno che dovrebbe interpellarci sul come coinvolgere in un disegno pastorale questa disponibilità dei ragazzi a muoversi, ad incontrare altri della loro età e insieme a come aiutarli pur nella loro discontinuità partecipativa (per es. con una predicazione che costantemente riprende alcuni temi fondamentali come quelli sul senso della figura e dell'insegnamento di Cristo in rapporto alla vita dell'uomo, al suo desiderio di gioia e di liberta, e con uno stile di presentazione che metta a confronto la Parola di Dio con le parole e i comportamenti degli uomini, per cui si inculcano non solo delle verità cristiane, ma anche una mentalità e un modo di vedere cristiano).

Sempre guardando alla disponibilità di tempo e di luoghi da parte dei ragazzi va sottolineato l'aumento dei tempi della scolarità e l’accresciuto numero degli impegni che vanno assumendo i nostri ragazzi (per es. scuola di lingue, di chitarra, di danza, di equitazione, ecc.), con la conseguente difficoltà a trovare dei momenti comuni per le attività pastorali. Un fatto che nello stesso tempo ci mostra come i ragazzi e le loro famiglie sono disposti ad impegni precisi, ben organizzati.

In questo contesto di calo demografico, di accentuata mobilità, di prolungata occupazione scolastica e di impegni culturali e ricreativi extra-scolastici dei ragazzi, la famiglia resta molto importante e nello stesso tempo si trova tante volte indebolita nell'autorità e nel proprio ruolo educativo a motivo di vari fattori come la riduzione dei contatti tra genitori e figli, l’accresciuto numero dei loro maestri (vedi per es. la televisione) e in diversi casi anche dalla crisi del matrimonio dei genitori.

Questa situazione deve spingerci non solo a coinvolgere le famiglie nel loro ruolo educativo, ma anche ad aiutarle a viverlo così da non procedere nella nostra azione pastorale senza il loro contributo determinante.

Ma se è importante la conoscenza delle condizioni di vita dei ragazzi e dei giovani per aggiornare la nostra pastorale, non lo è meno la comprensione della mentalità e della cultura in cui crescono (cf. G. Vico, L'educazione frammentata, ed. La Scuola, Brescia 1993). Accenno qui soltanto ad alcune loro note come la cultura del successo (sollecitata tra l’altro dai mass-media) e del piacere (favorita dal consumismo), che spingono molti ad avere un'eccessiva cura di se stessi, della propria immagine, del proprio tornaconto (narcisismo), seguendo come criterio valutativo del bene e del male, dell'impegno o del disimpegno, solo il proprio gusto personale (soggettivismo), per cui si ritiene lecito o illecito solo ciò che è conforme o va contro la libera volontà dell'uomo, la sua voglia.

Scrive un pedagogista del nostro tempo: All' odierna crisi di orientamento, dei valori e dell'educazione, hanno contribuito tre idee-guida: il razionalismo, inteso come unilaterale sopravvalutazione della ragione; l'individualismo, inteso come unilaterale accentuazione degli interessi della singola persona; e l'edonismo, inteso come unilaterale sovrastima del piacere, del divertimento e del godimento, assunti come beni supremi.

Ognuna di queste idee-guida della cultura esterna ha influito sulla cultura interiore degli atteggiamenti personali verso i valori. E ciascuna ha influito anche sulle teorie dell' educazione e sulle pratiche educative. (W. Brezinkn, L'educazione in una società disorientata, ed. Armando, Roma 1986 p. 12).

Una mentalità e una cultura che condizionano in maniera previa la ricezione della proposta cristiana, per cui alcune verità o precetti cristiani sono accolti, mentre altri vengono rifiutati senza per questo sentirsi fuori della Chiesa. La stessa convivenza di religioni diverse, che sempre più si va accentuando, può favorire questa mentalità. Di qui la necessità di educare i nostri ragazzi ad una fede adulta, capace di rispondere a chiunque, come ha scritto san Pietro (cf. 1 Pt. 3,15), chiedesse ragione della loro speranza e di affrontare con coraggio e costanza le immancabili difficoltà della vita, ripartendo dai problemi di fondo dell'esistenza, poiché l'attuale crescente pluralismo esige risposte radicali (F. Rizzi, Educazione e società interculturale, ed. La Scuola, Brescia 1992; AA. VV., Legalità e solidarietà in un'Europa interculturale, ed. Dehoniane, Bologna, 1993).

La nostra pastorale giovanile non deve però fare i conti soltanto con le condizioni di vita dei nostri ragazzi, con la loro mentalità, ma anche con la situazione di noi sacerdoti, la cui età media s'aggira sui sessant'anni, con un lento calo dei preti giovani, per cui alcune parrocchie, che un tempo avevano il curato, non l’hanno o non l’avranno più.

Va aggiunto che tutti noi sacerdoti, giovani e non più giovani, abbiamo diversi compiti che facilmente ci possono mettere in un'ansia che tante volte giunge a sopraffarci, perché il prete diocesano, come una madre di famiglia, sia in parrocchia che in diocesi, deve provvedere a tutte le necessità pastorali emergenti. (Anche per questo dobbiamo dedicarci a ciò che è più nostro, come l’evangelizzazione, la preghiera, l’educazione cristiana, la cura degli ammalati, lasciando impegni che non sono sempre di nostra stretta competenza).

Ora l’ansia, il nervosismo, il cuore preso da altri interessi economici, organizzativi, possono alterare lo stile evangelico della nostra azione pastorale, limitarne i tempi e la dedizione, demotivare il nostro impegno apostolico (cf. G. Crea, Stress e burnout negli operatori pastorali, ed. EMI, Bologna 1994).

In forza del nostro ministero e anche a motivo dell'attuale società complessa ci troviamo poi spesso dentro il conflitto di tante relazioni per cui ne restiamo tante volte contagiati fino a diventare incapaci di ritessere rapporti interrotti, condizione fondamentale per far circolare la proposta evangelica. Scrive don Pagani: Non facciamo fatica ad accorgerci che oggi il prete molto spesso si trova all'interno di una complessa dinamica di conflitti. Presidente di comunità, è di fatto, volente o nolente, al centro di molte interazioni. Si trova praticamente a convivere oltre che con le sue necessità e i suoi bisogni, con le richieste, le urgenze e le conflittualità dei suoi contemporanei ... La convivenza con i tratti della sua storia e della sua personalità, con le sue possibilità e i suoi limiti è condivisa nell'arco di ogni giornata con quella dei suoi fratelli, diversificati per formazione, per esigenze, per aspirazioni. E' prigioniero delle scadenze, delle strutture, delle istituzioni educative, delle esigenze di culto, del richiamo della carità. E' combattuto tra la relazione di un lavoro ordinario e l'imprevisto di un rapporto necessario con soggettività marginali; è diviso tra il suo essere ecclesiastico e la sua personalità individuale; è combattuto tra i suoi gusti e i suoi doveri; passa e ripassa tra il dover essere e l'esistenza reale. (Severino Pagani, Uomo tra la gente. Il prete nel conflitto delle relazioni, in La Rivista del Clero Italiano, giugno 1994 pp. 421 – 422).

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4. Mete e proposte di un cammino

Ma quale strada abbiamo percorso in questo tempo? In quale direzione e con quale stile e metodo dobbiamo camminare?

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4.1. La memoria di un percorso

Lu nostra riflessione su la pastorale giovanile non incomincia oggi, e tanto meno incomincia oggi il nostro impegno per l'educazione cristiana dei ragazzi. (Per una rapida informazione critica su la prassi di pastorale giovanile in Italia dagli anni '70 agli anni '90 vedi G. Ambrosio, La prassi pastorale giovanile e il dibattito degli ultimi venti anni, in AA. VV. Educare i giovani alla fede ed. Ancora, Milano 1990 pp.79-95).

Basta pensare, per quanto riguarda il nostro lavoro, all'accoglienza e alla costanza dei nostri oratori, all'importante e laboriosa attività dei Grest che sempre più si è andata organizzando ed estendendo, ai Corsi per catechisti e animatori d'oratorio, ai Campi-scuola dell'ACR e per i giovani dell'Azione Cattolica, agli Esercizi spirituali annuali per i giovani, ai Campi-scuola per gli studenti delle scuole superiori e delle medie, alle iniziative estive per i ragazzi promosse da parrocchie e da gruppi di parrocchie, ai Corsi per fidanzati svolti anche nei vicariati e anche in forma residenziale, alle iniziative per il mese della pace dei ragazzi, agli incontri dei giovani in Duomo, all'iniziativa avviata per i cresimati, al Centro giovanile riattivato in città presso l'Opera Bianchi e alle attività delle varie Associazioni (come per es. AC, Scout, CL), all’impegno educativo e di accoglienza della Casa del Giovane.

Per quanto riguarda le indicazioni per la pastorale giovanile ricordo il saluto dato a loro all'inizio del mio episcopato (cf. Vita Diocesana 1986, pp. 66-67), la fondazione del Centro giovanile diocesano (cf. Vita Dioc. 1987, p. 143 e 1989, p.37, pp. 44-47), l'omelia per san Siro nel 1988 (cf. Vita Dioc. 1988, pp. 132-138), gli orientamenti dati nella lettera pastorale La Chiesa: famiglia di Dio, (cf. Vita Dioc. 1990, p. 165 n.8.3.), gli appelli del 1992 (cf. Vita Dioc. 1992, p.126, 189, 193, 194, 195, 196-199), le Indicazioni per la pastorale dei ragazzi a conclusione del Convegno diocesano del 1992 (cf. Vita Dioc. 1992, pp. 199-217), il richiamo all'importanza degli oratori, del catechismo parrocchiale e della cura del periodo del post-cresima dei nostri ragazzi Verso il mare aperto (cf. Vita Dioc. 1993, p. 176, 178-191, 192, 193), l’intervista sui giovani (cf. Vita Dioc. 1993, pp. 235-237), l'incontro con i ragazzi per la pace (cf. Vita Dioc. 1994, pp. 10-11).

Alcune note fondamentali sono ricorrenti in tutti questi testi come proposta pastorale nel cammino percorso: accostare i ragazzi e i giovani alla Parola di Dio, migliorando la qualità di quello che già andiamo facendo (per es. omelia, catechesi, incontri, celebrazione dei sacramenti, perché Dio deve stare al centro dell'azione pastorale); collaborare maggiormente sia a livello di vicariato che a quello diocesano per la pastorale giovanile, favorendo alcune iniziative comuni (se lavoriamo divisi molte iniziative diventano impossibili, con un conseguente impoverimento della nostra pastorale); puntare su le cose essenziali e più decisive secondo la fede, utilizzando così con una saggia economia il poco tempo che abbiamo (se non curiamo gli impegni di primaria importanza come la catechesi, la preghiera, l'altruismo, la formazione delle coscienze non avremo mai dei cristiani adulti); dedicare tempo ed energie alla formazione degli educatori e animatori dei nostri gruppi, dei nostri oratori (condizione fondamentale per preparare e non semplicemente subire il futuro, per moltiplicare i frutti del nostro lavoro).

Un cammino che più di una volta ha incontrato ostacoli in noi prima ancora che nei ragazzi, poiché ci troviamo impreparati a far percepire ai nostri giovani il gusto della Parola di Dio, ci muoviamo nella pastorale in maniera alle volte individualista, preoccupati più di noi, della nostra gratificazione, che degli altri. Manchiamo poi in vari casi di capacità selettiva per ciò che veramente vale senza disperderci in cose secondarie (un impegno che non possiamo delegare ad altri).

Non abbiamo sempre la pazienza e la costanza nella formazione dei collaboratori per mancanza di fiducia nella grazia di Dio o perché presi dalla fretta. Qualche volta operiamo nella pastorale come quando si costruisce un palazzo, illudendoci di arrivare a delle mete definitive, mentre invece il cammino e la fatica non terminano mai nella Chiesa finché vive nel tempo.

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4.2. La proposta delle mete

Inserendoci nel cammino intrapreso voglio ora indicare alcune mete che dobbiamo prefiggerci nella nostra pastorale giovanile. La meta è determinante per la scelta dei mezzi, dei tempi e dello stile impegnati per raggiungerla, per la valutazione del proprio comportamento. Essa costituisce un principio unificante della nostra azione, della nostra vita. Capita però alle volte che si venga così presi dalla cura dei mezzi da dimenticare i fini (vedi per es. il caso di certi impegni economici, di costruzioni, che giungono ad impedire alcuni nostri compiti primari come l’animazione cristiana dell'oratorio, la cura della catechesi, l'assistenza religiosa degli ammalati, il tempo dedicato alla preghiera), oppure che si pensi di applicare alla pastorale gli stessi metodi che si usano per il lancio commerciale di un prodotto o che si riduca il fine del proprio impegno pastorale a raccogliere molti giovani, a compiere opere sociali, a fare qualche festa e non a renderli più cristiani.

La chiara percezione della meta da raggiungere costituisce poi una delle forze determinanti per un cammino costante e convinto. Ha scritto san Paolo ai Corinti, per spiegare l’esigenza di una chiara proposta cristiana: Se la tromba emette un suono confuso, chi si preparerà al combattimento? (1 Cor. 14,8). Un discorso analogo va fatto anche per la proposta dei fini.

Ora lo scopo della nostra pastorale giovanile è quello di aiutare i ragazzi e i giovani a realizzare la loro vocazione. In essa coincide la fedeltà a Dio e all'uomo, poiché la vocazione, cristianamente intesa, si radica in Dio e si esprime nelle condizioni interiori e situazionali di ciascuna persona. (Per un approccio delle linee teologiche che devono ispirare la pastorale giovanile vedi F. Brambilla, Linee teologiche per la pastorale giovanile, in AA. VV. Educare i giovani alla fede, ed. Ancora, Milano 1990, pp. 97-l41).

Non è mai perciò strumentalizzante la pastorale, ma liberante, non è affermazione di sé, ma dell'altro secondo il disegno divino. E proprio perché guarda anzitutto a Dio, per questo la pastorale è rispettosa dell'uomo, è accogliente, è fiduciosa, è costante, è paziente, è esigente, perché impegnativo è l’amore di Dio, e perciò dona e chiede, impegna particolarmente nell'educazione delle coscienze, cioè nella capacità valutativa dell'esistenza e nel coraggio responsabile delle scelte.

E poiché la vocazione, che progressivamente emerge nella vita di ogni uomo, si riconduce alla capacità effettiva di amare autenticamente Dio, se stessi e gli altri, per questo si può dire sinteticamente che il fine della pastorale giovanile consiste nell'educare ad amare e nel discernere in concreto quali sono le vie proprie in cui ciascuno deve realizzare la propria personale vocazione ad amare (il matrimonio, il sacerdozio, la vita religiosa, la propria consacrazione a Dio nel mondo.)

Un’educazione che deve puntare verso un comportamento adulto nella fede e perciò fondato su ragioni valide e autorevoli e non semplicemente emotive, anche se messe alla portata percettiva dei ragazzi. Una educazione della fede che costantemente coltiva la correlazione tra l’operare e il comprendere, tra il parlare e il testimoniare, tra l'accogliere e il dare, tra l’incontro con Dio e quello con gli uomini e che avvia il ragazzo alla capacità di un confronto critico con la realtà che lo circonda e al dono di sé. Un’educazione cristiana perciò che unisce l’ascolto di Dio e il vivere nella Chiesa con un'attenzione vigilante alla realtà sociale e culturale in cui siamo immersi e che dispone il ragazzo a vivere la novità del suo futuro, senza rimanere prigioniero del proprio passato e nello stesso tempo senza rifiutarlo oppure evadere in un mondo immaginario avulso dalla propria realtà.

In maniera sintetica e comprensiva così Gesù stesso ha espresso il frutto maturo della fede: "Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà" (Lc. 17,33; cf. Gv. 12,24-25; Gaudium et Spes n. 24).

Non lavora in questa direzione chi s'impossessa del gruppo e lega i ragazzi alla propria persona, oppure punta soprattutto sullo straordinario, come chiedevano per es. tanti contemporanei di Gesù (cf. Mt. 12,38-39; 16,4), o coltiva solo una dimensione della fede (per es. solo l'attività caritativa o solo quella liturgica o solo quella catechistica), o stacca i ragazzi dalla Chiesa locale, creando una realtà separata con propri programmi, o ignora il confronto critico con la cultura del tempo, o indugia sui mezzi per avvicinare i ragazzi senza però curarsi della pastorale in senso proprio.

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4.3. L' uso dei mezzi

Per educare i ragazzi verso queste mete, che non sono dei luoghi, delle cose da fare, ma anzitutto un atteggiamento, un modo di essere della persona, dobbiamo mettere in atto dei mezzi, avendo presenti anzitutto le scelte di Dio e in subordine ad esse le condizioni dei ragazzi e le nostre effettive possibilità, incominciando da ciò che è certo e primario per poi passare a ciò che è secondario e opinabile.

Pensiamo un momento alla catechesi nelle sua varie forme e per età diverse, alla liturgia e in particolare alla celebrazione dell'Eucaristia, specialmente alla domenica, all'esercizio della carità nelle sue varie espressioni di dedizione materiale e spirituale, alla cura individuale mediante la direzione spirituale di chi è chiamato da Dio ad un impegno più attento. Pensiamo all'oratorio delle nostre parrocchie come luogo d’incontro ricreativo ed educativo, alla nostra Casa al Tonale e ad altri luoghi (come anche la Certosa) che possono favorire momenti d'educazione più intensa dei nostri ragazzi. Il fatto che la nostra pastorale si deve rivolgere a tutti i ragazzi non significa che debba appiattirsi sul minimo. I nostri ragazzi, anche se pochi, hanno diritto all'offerta di proposte cristiane intense.

Molti giovani in occasione di queste esperienze cristiane particolarmente intense (come Esercizi spirituali, Campi scuola, Ritiri, incontro di persone significative) hanno fatto delle scelte decisive per il loro futuro.

A riguardo di tutti questi mezzi abbiamo una esperienza di lunga data, che però incontra oggi vari tipi di difficoltà (come l'esiguità dei partecipanti in molte parrocchie e la mancanza di collaboratori), e l’esigenza di espressioni nuove, tenendo presenti le situazioni e le difficoltà che già abbiamo ricordato (cf. n.2).

Voglio perciò far presenti ora alcuni “mezz|" sui quali dobbiamo particolarmente puntare.

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4.3.1. La formazione dei collaboratori

It primo mezzo nella nostra attività pastorale, subordinatamente alla Parola di Dio, ai Sacramenti e all'azione interiore dello Spirito Santo, è dato dalle persone e non semplicemente dai pur necessari ambienti, non dalle cose.

Di qui l’importanza primaria della formazione dei collaboratori, degli animatori, dei catechisti. Si tratta d'impegnarci in un lavoro che solo avanti negli anni porta frutto, e perciò facilmente siamo tentati di rimandarlo per dar posto, si dice, alle cose più urgenti.

Ma se la parrocchia è un luogo privilegiato per l'espressione del servizio alla Chiesa, spesse volte essa si rivela però insufficiente per la formazione dei collaboratori. Per questo lavoro è necessaria, nella generalità dei casi, la collaborazione a livello di vicariato e di diocesi. Vedi per es. per la formazione catechistica (Corsi specifici a livello di vicariato, Istituto di Scienze Religiose), per la formazione spirituale e didattica (Campi scuola al Tonale per i giovani e gli animatori ACR, Corsi residenziali per animatori degli oratori, Convegni nazionali, Esercizi Spirituali).

A questi aiuti si deve poi accompagnare la nostra costante disponibilità per la direzione spirituale, coltivazione personalizzata dei doni di Dio.

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4.3.2. La catechesi

Vi e un'attività pastorale alla quale partecipa quasi la totalità dei ragazzi fino alla prima media, ed è la catechesi e l’ammissione ai sacramenti della Penitenza, dell'Eucaristia e della Confermazione. Un periodo molto importante per la vita dei nostri ragazzi, che va gestito con particolare cura, sia scegliendo persone ben preparate per seguirli, sia attenendosi ai testi della CEI e disponendo di ambienti decorosi dove riunirli. (In alcune parrocchie ho notato ambienti per la dottrina cristiana disordinati, ignorati i sussidi forniti dall'Ufficio Pastorale diocesano e degli insegnanti di dottrina che non si confrontano tra di loro, con il parroco e che da molto tempo non frequentano Corsi di aggiornamento specifici). Pare alle volte che l'unico problema della pastorale dei ragazzi sia quello di "averli", quasi fosse ovvio che poi noi ci impegniamo adeguatamente ad educarli.

La Commissione per la catechesi ha preso l’iniziativa l’anno scorso di preparare un sussidio dottrinale anche per i genitori dei ragazzi che si preparavano a ricevere per la prima volta i sacramenti della Penitenza, dell'Eucaristia e della Confermazione. Un’occasione propizia per riconoscere il dovere dei genitori e coinvolgerli nell'azione educativa che va svolgendo la parrocchia per i loro figli.

A proposito della scuola di dottrina vorrei notare come sia importante incentrare l'insegnamento sulla crescita di fede del ragazzo e non primariamente sullo specifico sacramento che dovrà ricevere, per evitare la convinzione diffusa che la dottrina è solo per i sacramenti, e perciò una volta che questi sono ricevuti la "dottrina" non è più necessaria.

Si comprenderà cosi meglio l’iniziativa avviata l’anno scorso (Verso il mare aperto) per coinvolgere i ragazzi in un cammino di fede nel tempo del post-cresima.

E sempre perché la preoccupazione prima dev'essere la crescita nella fede del ragazzo, per questo è bello che il catechista possa essergli vicino come educatore anche fuori dall'orario della scuola di catechismo. La testimonianza di vita del catechista, la sua amicizia con il ragazzo completano in questi casi il loro insegnamento.

Per quanto riguarda la catechesi dei giovani, sono stati preparati dei sussidi in questi anni e più di una parrocchia li ha usati con frutto. Alcuni separatamente, altri con gli adulti. Un lavoro difficile poiché in molti casi si tratta di recuperare una tradizione interrotta e che richiede preparazione (oggi i giovani sono più esigenti che nel passato) e costanza contro la facile tentazione di interrompere un lavoro che non ha subito una generosa corrispondenza. In alcuni casi potrà essere utile farsi aiutare da qualche sacerdote o laico di parrocchie vicine per dare più vivacità alla catechesi che proponiamo. L'invito può risultare un benefico stimolo alla riflessione e allo studio anche per la persona chiamata a collaborare.

Una difficoltà però ho notato in diverse parrocchie a livello di ragazzi e ancor più di giovani: lo scarso numero dei presenti. Non si tratta di lavorare solo per i grandi numeri, ma di operare in condizioni tali che la catechesi risulti efficace. Mi chiedo perciò se in questi casi non si debba pensare ad una collaborazione tra più parrocchie, come già si fa anche per la scuola statale. (La spesa per una sala di accoglienza potrebbe venire trasformata in una spesa per un pullmino con cui trasportare i ragazzi).

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4.3.3. La liturgia

I ragazzi e i giovani seguono la liturgia e in particolare la celebrazione eucaristica se sono coinvolti attivamente. Ho visto per es. in diverse parrocchie cori formati anche da giovani e ragazzi che dialogavano nel canto con tutta l'assemblea, lettori competenti, preghiere dei fedeli preparate ed espresse da laici attenti, secondo le norme liturgiche (e non in forma di prediche personali), chierichetti numerosi e composti, dignitosamente vestiti con veste e cotta oppure con la tunica, sussidi ben fatti per seguire le varie celebrazioni. Ho notato però anche in alcune parrocchie che il celebrante monopolizza tutte le espressioni liturgiche, mancano sussidi adeguati, cantano solo alcuni così che i presenti risultano solo spettatori passivi dell'azione liturgica.

Naturalmente l'animazione della liturgia esige da parte nostra preparazione e tempo, evitando l'improvvisazione. Non dobbiamo dimenticare che la Liturgia è "fonte e culmine" della vita della Chiesa (cf. Sacrosanctum Concilium n.10), e i ragazzi e i giovani sono spesso distolti da essa perché non la comprendono e sono costretti loro, così attivi in tutte le altre espressioni della vita, a comportarsi nei suoi riguardi come semplici spettatori.

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4.3.4. L' oratorio

Ho imparato a valutare l'importanza degli oratori soprattutto frequentando diocesi e paesi dove non c'è questo prezioso strumento pastorale. Esso dà al ragazzo la percezione dell'unità tra i vari impegni della vita umana e cristiana, poiché l'oratorio è "soggetto" responsabile e non semplice contenitore di attività formative, culturali, missionarie, caritative e ricreative, mostra il volto umano della Chiesa perché si prende cura delle varie esigenze dei ragazzi, favorisce il dialogo e la conoscenza reciproca tra i giovani perché luogo dove ci si può fermare a lungo e si è invitati a farsi corresponsabili e attivi, permette l'accostamento anche dei ragazzi in crisi perché offre varie forme di accoglienza.

Ma per realizzare questo suo compito l'oratorio deve avere un proprio regolamento che ne sottolinei le finalità educative, un orario per essere ordinato, un programma di attività che comprenda momenti formativi e ricreativi perché i ragazzi vi si sentano impegnati, la presenza costante di qualche educatore che faccia da punto di riferimentoe le strutture non risultino luogo d'uso per chiunque e per qualunque cosa. Il bar non sia dato in appalto, poiché la logica del guadagno non si concilia facilmente con quella della pastorale.

Responsabile dell'oratorio, strumento della parrocchia per l’educazione umana e cristiana dei ragazzi, è il parroco. Quando c'è il curato, questi ne è il rappresentante. E poiché le famiglie sono le prime responsabili dell'educazione dei loro ragazzi, tra i genitori e l’oratorio si deve intessere un forte legame di collaborazione, per cui le famiglie vengono informate e coinvolte nei programmi educativi dell'oratorio e contemporaneamente esse si prestano nel dare una mano per tutte le sue attività.

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4.3.5. Ruolo delle iniziative diocesane e vicariali

La formazione dei collaboratori, dei catechisti, degli animatori del canto e della liturgia non può essere fatta adeguatamente a livello parrocchiale. Di qui l’esigenza dei Corsi per i catechisti in vicariato o al centro diocesi, i Corsi per gli animatori d'oratorio e dei gruppi a livello diocesano in città o residenziali (vedi campi-scuola al Tonale e il Corso a Gazzada), la Scuola sempre a livello diocesano per gli animatori del canto, della liturgia e per i lettori, la Scuola sulla Dottrina sociale della Chiesa, l’Istituto di Scienze Religiose.

Alcune parrocchie sono costantemente presenti in tutte queste iniziative, altre sempre assenti. Non si tratta di impegni in alternativa alla vita parrocchiale, ma di un aiuto indispensabile ad esse.

Più una parrocchia si chiude in se stessa e più tende a morire. L'autarchia non è dannosa solamente nel campo economico, ma anche in quello spirituale. Si tratta in tutti questi casi di un lavoro che guarda avanti nel tempo e non soltanto al giorno dopo, e per questo si è disposti a qualche sacrificio come per es. un aiuto economico per la partecipazione ai Corsi o ai Campi scuola e la privazione per qualche ora o per qualche giorno della presenza di un collaboratore.

Non c'è però l'esigenza di un aiuto a livello diocesano e vicariale soltanto per la formazione dei collaboratori, ma anche per i ragazzi e per i giovani che frequentano le nostre parrocchie, soprattutto quelle più piccole.

Già abbiamo ricordato il calo demografico, la mobilità dei nostri ragazzi, la loro esigenza di sentirsi confermati da altri nelle loro scelte religiose, la possibile caduta di tensione determinata dalla vita ordinaria, l’importanza di aiutarli a sentirsi parte della stessa Chiesa e di condividerne la fede, lo stesso cammino spirituale.

A queste esigenze vogliono rispondere le iniziative pastorali diocesane e vicariali per i ragazzi e per i giovani.

Ancora una volta torna il discorso di una collaborazione, di un aiuto, e non di una alternativa tra il lavoro parrocchiale e quello diocesano e vicariale, come alle volte si sente dire. La stessa esiguità della nostra diocesi può favorire questo impegno unitario di collaborazione. Vedi per es. l’importanza dei campi scuola diocesani promossi dall'Azione Cattolica per i ragazzi, gli adolescenti, i giovani; vedi i campi scuola promossi dagli insegnanti di religione per gli studenti delle scuole medie inferiori e per quelli delle medie superiori, vedi la Settimana Teologica alla fine del mese di luglio al Tonale; vedi ancora i Corsi per i fidanzati in vicariato, in città, a Torrazzetta; vedi i ritiri spirituali auspicati in vicariato, e i due Corsi di Esercizi spirituali annuali proposti a livello diocesano, vedi gli incontri dei giovani in Duomo.

Un modo per collegare l'attività diocesana con quella parrocchiale potrebbe essere quello di approfondire in parrocchia le idee, i motivi di riflessione, le indicazioni di azione che sono stati proposti per es. negli incontri in Duomo, nei Campi scuola, nei Corsi per gli animatori e per i catechisti, utilizzando le tracce di studio e di riflessione distribuite in quelle occasioni per meglio personalizzarle ed applicarle alla propria situazione particolare.

Non sono dunque impegni in più che gravano sulle parrocchie, ma un soccorso ai loro compiti pastorali (dobbiamo coltivare la vocazione di ciascun cristiano secondo le sue esigenze) e una supplenza ai nostri limiti di competenza e di tempo.

Ci lamentiamo spesso di aver poco tempo, di fatto però facciamo fatica a farci aiutare volendo magari fare tutto noi e solo ciò che noi siamo capaci di fare.

A livello diocesano certe iniziative possono venire meglio organizzate, con persone particolarmente competenti, e dare maggior garanzia di continuità nel tempo, educando ad un più vivo spirito di comunione ecclesiale.

La parrocchia, d'altro canto, dovrebbe costituire il luogo dove le idee e i comportamenti proposti vengono rielaborati, coinvolgendo tutto il gruppo dei giovani e dei ragazzi con il proprio sacerdote. Occorre, come dice il Vangelo (cf. Mr. 4,1-20), seminare, seminare della buona semente, ma poi non è meno importante anche coltivare. Troppe volte sia a livello di gruppo che a quello personale tendiamo a privilegiare il fattore novità rispetto a quello dell'assimilazione, della coltivazione della verità e dei comportamenti proposti, vanificando così tanti inizi promettenti. La parrocchia, se per un verso è aiutata da queste iniziative diocesane e vicariali, per un altro resta indispensabile per la coltivazione, lo sviluppo e la fruttificazione di quella semina e per la sua verifica.

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4.4. Il metodo

Per quanto noi ci forniamo di mezzi e di ambienti, nulla potrà mai sostituire il convincimento e la testimonianza della persona che educa.

Per questo prima di ogni impegno organizzativo e pedagogico è determinante nell'educazione cristiana essere " vivi", essere " veri".

Vivi perché convinti e non stanchi ripetitori di parole e di gesti; vivi perché il Dio che ci manda è vivo, anzi il Vivente, e non un principio anonimo del mondo; vivi perché gratuitamente, in libertà partecipiamo agli altri un rapporto, una scoperta, un'amicizia che gratuitamente ci furono donati.

Veri perché, come scrive san Paolo ai Corinzi: Non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore e siamo servitori per amore di Gesù (cf. 2 Cor, 5); veri perché operiamo uniti alla Chiesa di Cristo, depositaria e garante della Rivelazione di Dio; veri e credibili perché cerchiamo di mettere in pratica quello che predichiamo.

Per ogni impegno di educazione cristiana e di evangelizzazione resta paradigmatico l’esempio di san Giovanni: Ciò che era fu da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita ... quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta (1 Gv. l, 14).

In queste parole noi troviamo espresso il metodo fondamentale del nostro accostamento cristiano ai ragazzi. I primi ad essere messi in questione non sono gli altri, ma noi sacerdoti che siamo chiamati ad annunciare e a partecipare ciò che noi stessi, a nostra volta, abbiamo accolto e vissuto. Il nostro impegno pastorale, ci ricorda san Giovanni, non è un gesto di conquista, ma di condivisione, quella di una relazione interpersonale gioiosa che non s'impoverisce partecipandosi, ma piuttosto s'accresce: perché la nostra gioia sia perfetta. Una partecipazione che scende da Dio e si estende a tutta la Chiesa, così che la dimensione "comunitaria", ecclesiale, è condizione necessaria per ogni gesto pastorale.

Sant'Ignazio d'Antiochia, imbevuto dell'insegnamento apostolico, così collega la comunione trinitaria con quella ecclesiale: ll Signore Gesù, che è uno con il Padre, non ha fatto nulla senza il Padre, né da se stesso né per mezzo degli apostoli. Così anche voi non fate in privato e per conto vostro, ma preferite la forma comunitaria. (Lettera ai cristiani di Magnesia, cap. 6).

Di qui l’importanza della gioiosa comunione del prete con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, con il vescovo e con gli altri sacerdoti, per poterla testimoniare e partecipare ai giovani; di qui la motivazione prima in questo impegno: non il nostro bisogno dei giovani, ma il desiderio di condividere con loro questa nostra scoperta, questa nostra esperienza; di qui la centralità della comunione interpersonale nella vita cristiana, comunione con Dio e con gli uomini, trinitaria ed ecclesiale, senza alcuna separazione; di qui la costante attenzione a proporre la fede nella sua motivazione prima.

Partendo da questa premessa si comprende che la pastorale giovanile deve farsi insieme proposta ed esperienza cristiana. Proposta perché il Vangelo è donato (non lo ricaviamo da noi), annunciato e conosciuto; esperienza perché il Vangelo è destinato ad essere condiviso e vissuto quale incontro con Dio e con gli uomini.

Mi permetto perciò di sottolineare ancora una volta l’importanza di portare i ragazzi e i giovani disponibili a fare esperienze particolarmente intense d'incontro con Dio attraverso per es. Esercizi spirituali o Campi scuola. In molti casi il nucleo degli animatori pastorali di una parrocchia ebbe origine da queste esperienze e così pure decisive scelte vocazionali.

La pastorale viene sempre mediata da delle persone che hanno un peso determinante per i ragazzi, e per questo dobbiamo interrogarci: che maestri e testimoni siamo? Nello stesso tempo però va ricordato che noi non siamo il termine della fede dei ragazzi, ma Gesù Cristo, protagonista ed esemplare della nostra salvezza. A Lui perciò vanno legati i nostri ragazzi, non a noi.

E poiché l'apostolato scaturisce dall'amore gratuito del Padre che ci previene, per questo il pastore non solo deve attendere, accogliere, ma anche andare in cerca, prendere l’iniziativa, come ha fatto Dio con noi. In una parabola Gesù ha parlato di un pastore che ha lasciato novantanove pecore nell'ovile per cercare l’unica che si era smarrita. Oggi, in diversi casi, pare che il rapporto si sia invertito e noi siamo tentati alle volte di contenderci l’unica pecora rimasta, dimentichi delle molte che vivono fuori dall'ovile.

Dobbiamo dare un respiro più missionario alla nostra pastorale giovanile, avendo per es. particolare attenzione per gli immigrati (studenti, famiglie nuove) che tante volte vivono come ai margini delle nostre parrocchie, e mostrandoci nei fatti disposti ad aiutare le parrocchie vicine in difficoltà (perché per es. senza catechisti o animatori d'oratorio o direttore di coro o organista).

La pastorale poi opera in mezzo a ragazzi nei quali è dominante l’emotività e dove il "presente" e il "subito" esercitano una forte suggestione. La fede però non si fonda sulle sabbie mobili delle emozioni e dell'immediato, ma sulla roccia di Dio.

Per questo sarà costante cura di chi gestisce questa pastorale presentare realtà e ragioni valide anche per il futuro (vedi al riguardo l’importanza del riferimento costante alla sacra Scrittura e all'insegnamento della Chiesa).

Anzi, proprio perché i nostri ragazzi e i nostri giovani sono ogni giorno sollecitati da messaggi vari e contrastanti, per questo essi dovranno essere educati anche a valutare criticamente la cultura e le concezioni della vita nelle quali si trovano immersi. Un'educazione che può venire proposta solo da coloro che nella loro riflessione già hanno fatto questo confronto.

In questo campo nulla però è a poco prezzo e soprattutto estraneo alle scelte fondamentali della nostra vita. Ancora nel 1931 G. B. Montini scriveva ai sacerdoti addetti alla pastorale degli studenti universitari: Noi ignoriamo spesso questo mondo che ci circonda, che cammina a fianco, ma contro la nostra fede e la nostra concezione della vita; noi lo ignoriamo perché non lo amiamo come si deve; e non lo amiamo perché semplicemente non amiamo (citato da Massimo Marcocchi nel suo articolo G. B. Montini, scritti fucini 1925-1933: linee di lettura, in AA. VV. Educazione, intellettuali e società in G. B. Montini-Paolo VI, ed. Studium, Roma 1992, p. 16).

Non si trattava della proposta di un lusso intellettuale o della nostalgia di un mondo abbandonato, ma dell'amore di chi crede che nulla è sottratto al progetto e all'azione di Dio. Diffidava G. B. Montini della tendenza di chi, come scriveva nel 1927, rendeva malcontenti, critici, dubbiosi, amari e quindi cristianamente sterili gli animi dei giovani (ibid. p.27), mentre nello stesso anno raccomandava ad un novello sacerdote, don Marcolini, l'ordine interiore come armonia tra la molteplicità dei pensieri e delle occupazioni e la semplicità dell'anima che ha trovato Cristo sola cosa necessaria, unica degna della vita e dell'amore (ibid. p. 26).

Una qualità infine deve avere la nostra pastorale giovanile: la costanza.

La costanza anzitutto nella proposta. Questa è condizione necessaria perché la rivelazione di Dio e gli atteggiamenti che ne conseguono entrino nella vita dei ragazzi e dei giovani e li sottraggano da quella instabilità che tante volte governa il loro cuore, esponendolo al rischio di mille esperienze fatue o mortali. Una costanza che, mentre con perseveranza indica la meta da perseguire, nello stesso tempo mostra il convincimento di chi fa la proposta. Il giovane è attento non solo alla verità che gli comunichiamo, ma anche al nostro rapporto con questa verità (che può essere un rapporto di mestiere, strumentale, convinto).

La costanza dev'essere anche nel chiedere. E' un atto di stima e di fiducia il chiedere da parte di chi ama e nello stesso tempo è stimolo a scoprire le possibilità latenti della persona interpellata. Alle volte nella nostra pastorale ci comportiamo come molti genitori che noi a nostra volta critichiamo: facciamo, diamo, ma poco coinvolgiamo i ragazzi nel nostro lavoro, arrischiando di circondarci di tanti sfaccendati.

La costanza non sta solo però nel proporre e nel chiedere, ma anche nel seguire i ragazzi lungo il loro progressivo cammino, tenendo conto della loro evoluzione culturale ed affettiva. La costanza cristiana non è infatti sinonimo di rigidità, né tantomeno di testardaggine, ma dell’intrepida fiducia dell'amore cristiano che non s'abbatte di fronte alle immancabili difficoltà della vita, non cerca l’affermazione di sé, ma il bene e la crescita dell'altro. Già un altro ha pagato anche per tutti quelli che non pagano, Gesù Cristo.

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5. Strutture organizzative

Abbiamo visto le mete e le vie, vediamo ora alcune strutture a servizio della pastorale giovanile.

La Chiesa “particolare", qual è la diocesi, per poter realizzare un'adeguata cura pastorale di tutti i suoi membri si è articolata nel corso della storia in parrocchie e in varie forme associative, rimanendo sempre una unitaria porzione del popolo di Dio con a capo il vescovo coadiuvato dal suo presbiterio (cf. Christus Dominus n. 11).

Di conseguenza la pastorale giovanile deve fare costantemente riferimento agli indirizzi diocesani, al vescovo e, in subordine ad essi, alle parrocchie e alle singole associazioni.

Questa struttura della diocesi pone un problema organizzativo per la pastorale in genere e per quella giovanile in particolare: come proporre un comune progetto pastorale a tutte le comunità che vivono in condizioni tante volte diverse (per numero, per mentalità, per religiosità) e nello stesso tempo come raccogliere l’apporto di richieste, di esperienza, di suggerimenti da parte delle parrocchie e delle associazioni?

(Teniamo presente che la responsabilità pastorale delle diocesi e delle parrocchie non riguarda solo i praticanti, ma pure i non praticanti, anzi anche i non credenti, per cui un vescovo, un parroco, non possono ritagliarsi solo una parte della loro gente a cui attendere, come potrebbero invece fare i religiosi che, diminuendo, possono ritirarsi da parrocchie e da diocesi).

Per favorire questo scambio di esperienze, di suggerimenti, per promuovere attività comuni e aiutare le parrocchie in difficoltà in questo settore (a motivo dell'età del parroco o per l’esiguo numero dei ragazzi) ho nominato per ogni vicariato un sacerdote, coadiuvato da giovani laici, con il compito di animare la pastorale giovanile nella propria zona e tradurre in loco i comuni indirizzi pastorali del vescovo.

Per facilitare poi lo scambio dalla periferia al centro e dal centro alla periferia e l’operare insieme ho nominato una Commissione per la pastorale giovanile formata dagli incaricati vicariali (sacerdoti e laici), da almeno un rappresentante delle associazioni cattoliche giovanili che operano in diocesi e da eventuali religiosi e religiose che s'interessano del mondo giovanile, il presidente della Commissione diocesana per gli oratori, con il compito di favorire una conoscenza reciproca delle loro esperienze pastorali locali e diocesane, di elaborare progetti e proposte di pastorale giovanile da proporre al vescovo e di studiare problemi di pastorale proposti dal vescovo.

Certamente più sono le persone che si trovano insieme e più risultano laboriosi e difficili l'accordo e la collaborazione. Questa però è una via per condividere le ricchezze di ciascuno e coltivare una mentalità di Chiesa. Se siamo fedeli nel partecipare se prepariamo bene i nostri incontri, se siamo rispettosi degli altri, se siamo appassionati della pastorale giovanile e non tanto celebratori del nostro operato, se puntiamo concretamente al fattibile di oggi mentre progettiamo il domani, se guardiamo il negativo partendo dal positivo, se soprattutto ci riconosciamo umili servi del Signore e della sua Chiesa, che non è nostra ma di Dio, allora questi incontri ci arricchiranno e saranno fruttuosi per la diocesi e per le singole parrocchie.

Non è però sufficiente confrontarsi, studiare situazioni, progettare piani comuni di lavoro, bisogna anche metterli in pratica. Di qui la necessità di un Ufficio Pastorale diocesano che abbia il compito di realizzare i progetti approvati (dopo la loro eventuale elaborazione da parte delle Commissioni, a meno che queste ricevano l’incarico anche di metterli in pratica) o proposti dal vescovo.

Sempre a livello di strutture in servizio della pastorale giovanile vanno ricordati i Gruppi, le Associazioni, i Movimenti che s'impegnano in questo settore. Il ragazzo cresce condividendo, guardando all'esempio degli altri; e questo avviene anche per la fede. È importante quindi per l’adolescente fare esperienza di Chiesa attraverso la forma associativa e il gruppo. Quest'ultimo, oltre che sviluppare le potenzialità di relazione del ragazzo, esercita una forza trainante per chi vi partecipa e diventa testimonianza per l’intera comunità cristiana, anche per i non credenti.

Tra le Associazioni cristiane ha un ruolo particolare l’Azione Cattolica, poiché insieme al suo carattere laicale ed associativo si prefigge, come afferma il Concilio, lo stesso fine apostolico della Chiesa, e perciò si pone al servizio della pastorale della Chiesa particolare, e si offre alla cooperazione diretta dell'apostolato gerarchico (cf. Apostolicam Actuositatem n.20; Christifideles Laici n.31). Per queste sue finalità e la sua natura laicale essa è chiamata a costituire nella diocesi e nelle parrocchie un importante fattore di approfondimento e di amalgama della pastorale giovanile, di "qualità", come ebbe a dire un giorno l'arcivescovo G. B. Montini parlando del rapporto A.C. e oratorio (cf. AA. VV. Educazione, intellettuali... p.48).

Infine una struttura è auspicabile in ogni parrocchia: un Consiglio formato dalle persone che si dedicano alla pastorale giovanile costituito dai catechisti, dagli animatori dell'oratorio, dai responsabili delle associazioni cattoliche giovanili, da rappresentanti delle famiglie con i loro sacerdoti (potrebbe costituire una parte del Consiglio pastorale parrocchiale). Non si tratta di aggiungere un'ennesima struttura a quelle già esistenti, ma di trovarsi alcune volte durante l’anno per fare il punto della situazione, valutare e predisporre programmi, facilitare la conoscenza tra gli operatori parrocchiali in questo complesso e cangiante settore della pastorale.

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6. Conclusione

Alla fine della nostra lunga riflessione forse a qualcuno verrà da chiedersi: da dove dunque dobbiamo cominciare? Ad alcuni parrà di dover incominciare dai mezzi (un migliore oratorio, più spazio per i ragazzi, una casa in montagna, più denaro...), ad altri dall'organizzazione (a livello parrocchiale, vicariale, diocesano), ad altri ancora dall’indicazione più chiara di quello che ciascuno deve fare (in questo modo nessuno avrebbe una scusa per non fare) o di qualcuno che diriga tutta la pastorale giovanile (così avremo un responsabile ... al quale magari attribuire le nostre numerose insufficienze). Più di uno di fronte alle difficoltà immancabili della pastorale ricorre alla diffusa scusa salva-tutto: bisognerebbe avere più tempo.

Ma è proprio vero che queste sono le ragioni determinanti delle nostre difficoltà? Si tratta di motivi che, pur avendo una qualche plausibilità, mi pare però non stiano al centro del problema.

Da noi stessi, ritengo, dobbiamo anzitutto incominciare. L'uso dei mezzi, il funzionamento dell'organizzazione, la ricezione delle indicazioni di un cammino, l’uso del nostro tempo sono condizionati primariamente da noi, dalla nostra disponibilità, dal nostro convincimento. La stessa motivazione del nostro impegno, che costituisce come il motore della nostra vita, non può operare in noi se non viene accolta e interiorizzata. Ce lo ricorda anche l'apostolo san Giovanni quando nel prologo della sua prima lettera inizia dal "suo" incontro con Dio per poi proporre ai suoi interlocutori la sua stessa scoperta, la sua gioia.

Già l'ho sottolineato, dobbiamo preoccuparci di essere anzitutto "vivi" e "veri". Facciamo perciò anzitutto noi l’esperienza di ciò che proponiamo, l’esperienza dell'ascolto del Vangelo, della preghiera, della fraternità ecclesiale, della fede adulta, occupando il nostro ruolo che è di appartenenza alla Chiesa e non di possesso di essa, di appartenenza al presbiterio e non di forestieri ad esso, di servitori gioiosi di un disegno di salvezza che sempre ci supera e per il quale siamo chiamati a collaborare con gli altri sacerdoti e fedeli laici.

Siamo chiamati ad essere "vivi" e "veri", però non in astratto, senza ostacoli e conflitti, ma nella complessa società di oggi, con tutte le sue contraddizioni, poiché di essa la Chiesa condivide gioie, dolori, tensioni e speranze (cf. Gaudium et Spes n. 1).

Il rimando a noi, alla matrice del nostro ministero sacerdotale, richiama perciò subito la condizione storica nella quale dobbiamo vivere il nostro sacerdozio. Scrive in proposito don Pagani: Non è indifferente o scontato riuscire a vivere bene in una società complessa. Di fronte ad essa c'è chi non si raccoglie mai a fare ordine e a stabilire connessioni razionali: costui finisce per non avere né obiettivi né mete nella gestione delle sue relazioni; c'è chi si affida al sentimento e al tenore emozionale, ma questi si predispone ad un alto rischio di fronte a baratri improvvisi, e risulta immediatamente incomprensibile a coloro che gli stanno vicino; c'è chi invece, solido ed elastico, nella mente e nel corpo, impara a vivere i propri rapporti con gli altri nella complessità. E siccome la complessità favorisce il conflitto, impara a vivere sereno nei conflitti. Non si scandalizza se ci sono, non contribuisce ad alimentarli. Rimane chiaro e ordinato nella sua mente, non è confuso.

Si sa che la confusione sprigiona l’aggressività, così lui riesce a non essere aggressivo. Chi impara e vivere nella complessità e ad attraversare sereno i conflitti è anche capace di misurare il vero senso e il peso reale delle sue responsabilità. Non è un eroe chi si sente da solo responsabile di tutto il mondo. A ciascuno il suo tratto di strada e la sua responsabilità. (Severino Pagani, Uomo tra la gente. Il prete nel conflitto delle relazioni, in La Rivista del Clero Italiano, giugno 1994 p. 424).

Il mondo giovanile nel suo volto cangiante e carico spesso di emotività e di sollecitazioni può entusiasmarci in certi momenti, quando si mostra favorevole, ma può anche irritarci quando non ci segue, quando si rivela sordo e distratto o addirittura irridente. Come insegniamo ai nostri ragazzi del dopo cresima, anche noi dobbiamo tener bene davanti agli occhi la bussola nella nostra navigazione pastorale.

È partendo da ciò che è certo che siamo chiamati ad illuminare ogni giorno ciò che ancora ci risulta incerto; è facendo il nostro tratto di strada che aiutiamo gli altri a fare il loro, mentre è sempre motivo di disordine e di inefficacia avventurarsi nell'incerto senza lasciarci guidare da ciò che è certo, disertare il proprio compito (di parroco, di curato, di incaricato per i giovani ecc.) per vivere fantasticamente in una Chiesa immaginaria o per solo discutere o addirittura demolire il lavoro altrui, lasciandoci prendere dalla "chiacchiera", sottile corruttrice di ogni impegno serio.

I nostri ragazzi, i nostri giovani hanno bisogno di verità e di speranza per affrontare con fiducia e sapienza il loro futuro. E noi dobbiamo offrir loro in comunione con la Chiesa, con costanza, con fiducia, con umile gioia, ciò che abbiamo udito, ciò che abbiamo visto, ciò che abbiamo toccato del Verbo della vita nella nostra esistenza di fede.

Il Signore ci tra promesso che se ci riuniamo nel suo nome Egli sarà in mezzo a noi. Riunirci nel suo nome, non nel nostro, significa diventare Chiesa, rendere credibile la nostra pastorale, creare le condizioni di efficacia del nostro ministero, offrire ai ragazzi e ai giovani l’indicazione di un cammino che porta a riunirsi a Lui.

Nella grande Missione di Milano del 1957 così l'arcivescovo Montini si era rivolto ai giovani, indicando un momento fondamentale della pastorale giovanile: Se, per caso, un uomo buono, buono davvero come un amico o come un santo, vi chiama per nome, dite in cuor vostro: questi sì! E sembra che vi svegliare da un sonno pesante, e ritroviate la voglia di camminare, di correre, di far qualcosa di grande. (La Missione di Milano 1957, Arcivescovado di Milano 1959, p. 157).

Che il Signore vi dia la grazia di essere sempre tra i giovani questa presenza, questa voce di uomo buono, di uomo amico, di uomo santo che chiama.

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Pavia, 6 agosto 1994

Festa della Trasfigurazione di nostro Signore,

sedicesimo anniversario della morte di Papa Paolo VI.

+ Giovanni Volta