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Intervento sul giornale Avvenire

in occasione della giornata diocesana del quotidiano cattolico:

"Fascino e timore del nuovo"

                     

Ricordo dalla mia adolescenza una novella di Pirandello: "Filo d'aria".

Un vecchio sempre chiuso in una stanza un giorno si è chiesto perché in casa sua tutti come d'improvviso sembravano cambiati. Cambiati nel muoversi, nel parlare e nel ridere, nel rapportarsi tra di loro. Era giunta la primavera; ma lui, rimanendo nel chiuso della sua stanza, oppresso dai suoi acciacchi, non l'aveva sentita.

Il "nuovo" nella nostra esistenza tante volte ci invade come l'aria di primavera, permeando di sé molte espressioni della nostra vita. Esso per un verso ci affascina perché ci apre orizzonti nuovi, per un altro ci intimorisce perché ci chiede di cambiare modi di fare e abitudini ai quali ormai ci eravamo assuefatti.

Un fatto che tocca la vita di famiglia, della società e anche della Chiesa. Una realtà non è buona semplicemente perché è nuova; va però sempre affrontata, e non elusa, vitando il rischio di chiudersi in se stessi o di rifugiarsi semplicemente in un passato che non c'è più, e tantomeno di accontentarsi di un disimpegnato lamento.

Si tratta di un problema che costantemente la Chiesa ha dovuto affrontare nella storia; ma che nel nostro tempo si è fatto particolarmente vivo a motivo della rapidità delle trasformazioni in atto.

Un grande impegno al riguardo l'ha affrontato la Chiesa con il Concilio Ecumenico Vaticano II e con le riforme che ne sono seguite. Sempre secondo questo bisogno di rinnovamento la C.E.I. si è posta il compito di elaborare un progetto culturale con valenza pastorale.

Ma per comprendere il "nuovo" ed affrontarlo da cristiani è necessario "comunicate", "collaborare", rifarci alle radici della nostra fede. La "comunicazione" è indispensabile per capire.

Non sempre però sappiamo comprenderne l'importanza, quasi che la conoscenza delle verità salvifiche ci dispensi dall'informazione sulle nostre realtà contingenti.

Al riguardo vorrei raccomandare il quotidiano Avvenire per vivere in comunione con la Chiesa universale e in Italia, il nostro settimanale, Il Ticino per la comprensione della nostra realtà locale, e la nostra Radio Ticino, che va potenziata con un maggiore impegno dei cristiani. La “collaborazione,, è necessaria sia come segno di comunione ecclesiale, sia per la realizzazione di certi obiettivi che non possiamo raggiungere camminando divisi, come per esempio la formazione degli educatori, la pastorale dei ragazzi, dei giovani, delle famiglie, gli Esercizi spirituali.

Il rifarci alle radici del cristianesimo per saper distinguere le forme espressive contingenti del cristianesimo da ciò che resta permanente e non lasciarsi catturare dalla moda del tempo. Il nostro Sinodo diocesano progettato vuole essere una messa in pratica di questa esigenza.

                              

Pavia, 28 dicembre 1997                                          + Giovanni Volta, Vescovo

Vita Diocesana 1997, pp. 310-311