Agli aspiranti al sacerdozio del nostro Seminario:

note pratiche per il loro cammino.

    PV Seminario2         Cappella del Seminario di Pavia

SOMMARIO

l. Alcune note comuni nel mondo contemporaneo

l . l. Incidenza della famiglia

1.2. Pluralismo scolastico - culturale

1.3. Le diverse esperienze ecclesiali

1.4. Gli aspetti qualificanti il Seminario nella Diocesi

1. 5. Tensione tra oggettività e soggettività

         

2. L'ammissione in Seminario

2.1. La vocazione al sacerdozio è una chiamata che va accolta, verificata ed educata dalla Chiesa

2.2. Diploma di studio

2.3. Preparazione all'entrata in Seminario

           

3. Il biennio

3.1 . Le mete del biennio

3.2. Alcune ve verifiche

3.3. Articolazione dei vari obiettivi

3.3.1. La figura del prete

3.3. Articolazione dei vari obiettivi

3.3.1. La figura del prete

3.3.2. L'educazione e l'esercizio della preghiera

3.3.3. La dedizione agli altri

3.3.4. Il senso del lavoro

3.3.5. L'interesse per lo studio del mistero cristiano

3.3.6. L'interesse e lo stile pastorale

3.3.7. La necessità della direzione spirituale

3.3.8. La cura della propria persona e della propria stanza

3.3.9. L'uso del tempo estivo

3.4. Il problema affettivo governa gran parte la vita dell'uomo

3.4.1. La scoperta e la coltivazione delle motivazioni reali

3.4.2. Verifica dell' affettività nei rapporti interpersonali

3.4.3. Capacità di condividere e di comunicare

           

4. Condizioni per l'ammissione tra i candidati al sacerdozio

4.1. Qualità richieste

4.2. Il giudizio su queste qualità

4.3. Coerente impegno nel comportamento e nell'immagine

              

5. Possibilità di un anno di esperienza fuori dal Seminario

5.1 . Esperienza di vita fuori del Seminario

5.2. Con una guida

5.3. Significato di questa scelta

                

6. Il triennio

6.1. Finalità

6.2. La recezione dei ministeri

6.3. Educazione e verifica

6.4. Messa a fuoco della figura del presbitero diocesano

            

7. Sesto anno e Diaconato

7.1. Sesto anno e ordinazione diaconale

7.2. Il Diaconato

7.3. Studio ed esperienza pastorale nel sesto anno

7.4. L' ordinazione presbiterale

                                                          

Quando ci si mette in viaggio è importante conoscere la meta, sapere la strada che vi conduce, prevedere le diverse tappe, avere la forza, i mezzi e la volontà per giungervi. Già diversi documenti sono stati scritti in proposito dalla santa Sede e dalla C.E.I. su la vita dei Seminari. Li diamo qui come già conosciuti. Ora, dopo aver consultato i vostri immediati superiori, ho pensato di scrivervi alcune indicazioni pratiche sul cammino che intendete percorrere verso il sacerdozio ministeriale. Che esse siano di guida a voi e ai vostri educatori, avendo presenti le condizioni sociali e culturali della nostra terra, la situazione dei giovani d'oggi, la vita della diocesi e la tradizione formativa e culturale del nostro Seminario.

                    

l. Alcune note comuni nel mondo contemporaneo

Vi sono dei fenomeni sociali e culturali che condizionano in maniera previa le nostre scelte e di essi dobbiamo renderci conto perché il nostro cammino di crescita e d'impegno educativo che lo deve accompagnare operi sul reale e non sull'immaginario.

                      

l . l. Incidenza della famiglia

La famiglia costituisce la prima e fondamentale nostra scuola di umanità e di spiritualità, pur nella sua profonda trasformazione in atto. I rapporti affettivi che s'instaurano in essa, i comportamenti che l'animano, gli insegnamenti che la guidano, la sua storia plasmano la personalità del bambino condizionandone i futuri sviluppi.

Nel nostro tempo vengono generalmente in Seminario giovani che sono già vissuti a lungo in famiglia. Diversi di essi sono figli unici o con un fratello o una sorella e solitamente sono cresciuti in condizioni di una certa agiatezza. Condizioni di vita che possono infondere serenità, sicurezza, ma anche rendere molto dipendenti dalla famiglia, poco disposti al sacrificio, senza attitudine alla responsabilità e propensi a vivere in una cerchia ristretta di persone. In questi casi si richiede un particolare impegno educativo per formare una personalità capace di autonomia rispetto alla propria famiglia, con una capacità d'amore maturo, oblativo, disposta a vivere con sobrietà e ad assumersi delle precise responsabilità, aperta a rapporti con più persone. Attitudini che vanno non solo proposte, ma anche sperimentate nel tempo del Seminario sia nella vita di comunità, sia in altri ambienti come in famiglia, in parrocchia, in campi scuola, in occupazioni diocesane, in eventuali ambienti di lavoro e di servizio.

                       

1.2. Pluralismo scolastico - culturale

I ragazzi e i giovani che oggi bussano alle porte del Seminario solitamente hanno già venti o più anni e una formazione scolastico-culturale molto diversificata, per cui mancano di una piattaforma culturale di studio comune, la quale se da una parte può arricchire la loro convivenza, dall'altra fa mancare ad essi un punto di riferimento condiviso, creando ostacoli sia per l'insegnamento come per l'apprendimento della teologia.

Nasce così il problema di come integrare lacune e creare piattaforme culturali comuni, tenendo conto dell'attuale formazione scolastica dei nostri giovani e insieme del peso che ha in ciascuno di essi il coefficiente d'intelligenza, che quando è alto può supplire a carenze culturali, mentre quando è basso ha bisogno di un aiuto scolastico più esteso e minuto.

Ciò pone l'esigenza di una certa duttilità nell'insegnamento della teologia, per cui si deve ottenere per tutti i candidati una sufficiente conoscenza dell'intero programma di studio mentre per i più dotati si dovranno trovare delle vie per richiedere un loro impegno più approfondito in modo che non vi sia una scuola che punta al ribasso a motivo di quelli che hanno minori capacità intellettuali.

Una scuola impostata in forma più attiva. con resoconti scritti e orali, potrebbe venire incontro a queste esigenze di insegnamento e di verifica diversificate.

Si può dare ii caso che entrino in Seminario persone da tempo già laureate e perciò in difficoltà a riprendere per diversi anni una vita solo da studenti. ln questi casi il Rettore vedrà l'opportunità o meno di impegnarli anche in attività d'insegnamento o altro per aiutare l'equilibrio e la crescita della loro personalità.

                           

1.3. Le diverse esperienze ecclesiali

La disparità di formazione dei giovani che entrano in Seminario non è determinata solo dall'ambiente familiare dal quale provengono e dalla scuola che hanno frequentato. ma anche dall'esperienza di Chiesa che hanno fatto. Alcuni provengono da associazioni o gruppi cattolici, altri da un qualche impegno svolto in parrocchia senza qualifiche particolari, altri ancora da incontri. da esperienze individuali, che li hanno portati a porsi il problema vocazionale.

Da questa situazione derivano due esigenze: quella di una formazione di base per chi entra in Seminario sprovveduto degli elementi fondamentali per una comprensione del mistero cristiano, della Chiesa, delle varie forme di preghiera; e l'altra. per chi viene da gruppi o da associazioni, quella di assumere la spiritualità del Seminario che prelude alla spiritualità propria del sacerdote diocesano.

Nel primo caso potrà essere necessaria un'istruzione generale catechistica, seguendo la traccia del catechismo edito dalla C.E.I. per gli adulti; nel secondo caso una chiara illustrazione ed esperienza fatta fin dall'inizio del cammino seminaristico della spiritualità di chi si prepara al sacerdozio. La giusta riconoscenza verso coloro che hanno favorito la maturazione della propria vocazione sacerdotale non deve spingere il seminarista a rimanere fermo a quella sua esperienza spirituale, perché ora egli deve seguire e sviluppare una nuova chiamata specifica che gli viene da Dio.

La stessa vita comunitaria dei seminaristi tra di loro e con i propri educatori ha la funzione di immettere gli aspiranti al sacerdozio nello specifico spirito ecclesiale di chi pensa d'impegnare tutta la propria vita a servizio del Vangelo nella Chiesa.

Un importante aiuto al riguardo viene dal "lavorare" accanto al Vescovo, al Rettore e nel dare una mano ai parroci per la pastorale diocesana e parrocchiale.

                               

1.4. Gli aspetti qualificanti il Seminario nella Diocesi

Non solo le persone, ma anche gli ambienti si qualificano nella Chiesa e nella società per le loro specifiche caratteristiche, che perciò vanno coltivate sia per i membri che vi appartengono, sia per il contributo che devono dare alla Chiesa e alla società in cui operano.

Nel caso del Seminario possiamo dire che esso si qualifica per quattro aspetti emergenti: il discernimento e la coltivazione della propria vocazione, la vita di comunità, l'esperienza e la cura della preghiera, lo studio teologico.

Quattro aspetti che costituiscono il suo impegno primario e insieme l'apporto di esempio e di servizio che offre all'intera comunità cristiana, per cui chi volesse imparare a pregare, a studiare il mistero di Dio, a vedere come deve vivere una comunità cristiana, come ci si deve affrontare ii problema vocazionale, dovrebbe poter dire: vado a imparare presso questa comunità cristiana.

Se tale è l'identità del Seminario, comunità di "transito", ma non eludibile, i seminaristi vi dovranno vivere come responsabili e non come semplici ospiti, anche se la sospensione settimanale può attenuare questo senso di appartenenza.

Essi avranno perciò in esso delle responsabilità di servizio sia per quanto riguarda la cura dell'ambiente, sia per le sue varie attività. Gli stessi impegni pastorali fuori dal Seminario non dovranno mortificare la sua vita più propria; fedeltà che avrà la sua verifica nell'impegno effettivo del proprio tempo, specialmente quando il seminarista si trova di fronte a delle alternative di scelta, come il dovere verso la propria comunità, il proprio impegno di preghiera e di studio e l'eventuale chiamata per impegni in altri ambienti.

                               

1. 5. Tensione tra oggettività e soggettività

A motivo sia dello sviluppo del pensiero umano che ha messo in risalto il ruolo del soggetto, sia del benessere che ha esteso le possibilità di scelta delle persone, si è accresciuta nella cultura contemporanea la cura e l'affermazione della "soggettività" e quindi il riferimento al gusto, alla sensibilità dell’individuo, alla sua libertà.

Ora, la scelta vocazionale coinvolge profondamente il soggetto, ma quale risposta ad una chiamata oggettiva che viene da un Altro. Non ci creiamo noi il cammino da percorrere, ma siamo chiamati a seguire una strada che ci viene proposta. Di qui l'importanza di educare la vita rapportando sempre la propria soggettività all'oggettività della chiamata di Dio, e non piegando questa alla personale soggettività. Parafrasando un'espressione della Genesi: non noi abbiamo creato Dio a nostra immagine e somiglianza, ma lui ha fatto questo di noi.

Un ordine di rapporto che si rifrange poi in tutte le varie espressioni della vita, per cui 1'ascolto precede in noi la parola, 1'obbedienza a Dio si pone all'origine delle nostre scelte, la Chiesa, che ci ha generato, costituisce la guida dei nostri passi nel discernimento e nella messa in pratica della nostra vocazione.

Seguire la propria vocazione significa farsi obbedienti a Dio. Solo per questa via l'uomo realizza pienamente la sua autentica soggettività. È fondamentale per il Seminario educare a un tale spirito, verificandolo anche nei semplici comportamenti quotidiani. Questa fu la testimonianza che ci diede il Maestro, questa costituisce una nota fondamentale nella vita del sacerdote perché sia espressione di Cristo e della sua Chiesa e non semplicemente di se stesso, dei propri gusti.

Prende risalto questa infedeltà nella vita del sacerdote quando questi per esempio chiede ai fedeli una fedeltà che egli invece non adempie, come seguire direttive, partecipare alla preghiera e alla catechesi, collaborare con gli altri.

                    

2. L'ammissione in Seminario

Il Seminario costituisce l'ambiente istituito dalla Chiesa per preparare i ragazzi e i giovani al sacerdozio, ricordando l'esempio di Gesù che, prima di mandare i suoi apostoli nel mondo, li volle accanto a sé per un certo tempo.

L'esistenza cristiana si sviluppa non tanto per la semplice istruzione, ma nella "comunione", quale condivisione di fede, di preghiera, di ricerca, di lavoro, di rapporti interpersonali, di vita.

                                   

2.1. La vocazione al sacerdozio è una chiamata che va accolta, verificata ed educata dalla Chiesa

Prima che un giovane entri ufficialmente in Seminario, trattandosi di persone già avanti negli anni, è importante che vi sia una conoscenza reciproca tra il candidato e i Superiori (Vescovo, Rettore, Padre spirituale) e l'ambiente del Seminario (per esempio trascorrendo un periodo di tempo con i seminaristi). Una conoscenza che avrà un'estensione e una modalità diversa a seconda della storia di ciascun candidato.

Potrà essere conveniente in determinati casi che si richiedano alcune esperienze particolari per verificare attitudini previe (come per esempio fare catechesi in parrocchia, partecipare alla vita di un gruppo giovanile, a un campo-scuola, animare la liturgia in parrocchia, ecc. ecc.). Un criterio di preparazione e di verifica che dovranno tener presente anche i parroci e i curati quando incontrano qualche ragazzo che sembra pensare al sacerdozio.

Prima di accogliere un ragazzo in Seminario si dovranno avere precise informazioni su la sua famiglia e il Rettore incontrerà i genitori anche per creare le condizioni di una cordiale futura collaborazione educativa.

La domanda sarà stesa per iscritto dall’interessato, controfirmata dai genitori se il ragazzo è ancora minorenne, e indirizzata al Vescovo, primo responsabile della pastorale vocazionale. Insieme alla domanda va allegato il certificato di Battesimo, di Cresima e di sana costituzione fisica del candidato, e quello di matrimonio religioso dei genitori.

                      

2.2. Diploma di studio

Si può essere ammessi al primo anno di Teologia solo se si possiede un titolo di studio valido per accedere all'Università. Ciò è richiesto sia per ragioni culturali, sia perché il candidato non si senta inferiore ai suoi compagni provvisti di titolo e nello stesso tempo abbia sempre la possibilità di accedere all'Università qualora lasciasse il Seminario oppure perché da prete dovesse continuare i suoi studi. Qualora un giovane non abbia questi requisiti, l'impegno per ottenerli potrà far parte della sua prova vocazionale. Chi poi avesse fatto solo degli studi tecnici dovrà arricchirli almeno con un Corso di storia della filosofia e di latino.

                   

2.3. Preparazione all'entrata in Seminario

Tra la richiesta orale e l'entrata effettiva in Seminario deve trascorrere un certo lasso di tempo da stabilirsi dal Rettore in accordo con il Vescovo, tenendo conto dell'esperienza umana e cristiana fatta dal candidato, della conoscenza che ne ha potuto fare il Rettore e del parere del Padre spirituale, con il quale l'aspirante seminarista dovrà di norma incontrarsi più volte per chiarire anche con lui la propria scelta vocazionale.

                           

3. Il biennio

I biennio teologico costituisce per i seminaristi il primo approccio allo studio del mistero cristiano e solitamente anche la prima esperienza di una comunità che tende al sacerdozio. Esso perciò rappresenta un momento importante di cambiamento nello stile di vita, di ambiente e di studio del giovane. Esige di conseguenza gradualità e insieme impegno deciso per la vita nuova intrapresa. Si tratta di lasciare un certo modo di vivere per assumerne un altro. Ma ogni esperienza diventa significativa per le scelte future sia per il sì, come per il no, solo se vissuta con intensità.

                            

3.1 . Le mete del biennio

I primi due anni di teologia costituiscono come una unità educativa globale le cui mete sono: l'educazione fondamentale alla preghiera personale e liturgica, alla vita di comunità, al dominio di sé, all'avvio dello studio teologico, alla comprensione della figura di Cristo e del prete. Si tratta perciò del primo momento educativo e di verifica della propria vocazione sacerdotale.

Di conseguenza vanno coltivate e verificate in questo tempo anzitutto le qualità umane e cristiane che stanno alla base di ogni vita cristiana, come la sincerità, 1'altruismo, il controllo di sé, la laboriosità, la sobrietà, il senso di Dio, la preghiera. l'accettazione della Chiesa. L'interesse per lo studio del mistero cristiano e della figura concreta del prete è insieme coltivazione e verifica della vocazione.

Alla fine del biennio il seminarista deve vedere con i suoi educatori se queste mete sono state raggiunte. poiché costituiscono la condizione per proseguire il proprio cammino verso il sacerdozio.

                         

3.2. Alcune ve verifiche

In coincidenza con l'educazione al senso di Dio il seminarista dovrà imparare a pregare e lo farà con gli altri e da solo, in forme liturgiche e con pratiche popolari. Il Padre spirituale l'accompagnerà con pazienza e con determinazione in questo cammino sia istruendolo, sia sperimentando con lui la preghiera, sia verificando con la direzione spirituale il suo progresso e le sue difficoltà.

Una verifica personale dell'interiorizzazione del senso di Dio è data dall’iniziativa a pregare fuori dei tempi prescritti o nel periodo delle vacanze, dalla disponibilità e dalla cura per il servizio all'altare, dalla rinuncia qualcosa (per esempio alzandosi prontamente al mattino, rinunciando a programmi televisivi alla sera) per poter pregare.

In questo contesto religioso va compresa e vissuta la Chiesa nel rapporto concreto con le persone che la costituiscono quali il Vescovo, il Rettore, la comunità del Seminario, la comunità diocesana, i sacerdoti, la vita concreta delle parrocchie. Per educare e verificare questa adesione alla Chiesa vanno fatte esperienze di obbedienza, di servizio, di fedeltà alle direttive diocesane, svolte con animo lieto. Ricorrenti amarezze o critiche o incompatibilità al riguardo sono segno di non attitudine al sacerdozio ministeriale.

Dentro il mistero concreto della Chiesa va compresa la figura del prete sia attraverso una iniziale illustrazione dottrinale, sia mediante 1'accostamento di figure significative di sacerdoti.

Ma per essere preti a servizio di Dio nella sua Chiesa bisogna diventare competenti nel Vangelo, saper obbedire, accettare di servire gli altri, vivere in comunione con gli altri, saper comandare a sc stessi. Il prete non vive ed opera tra la gente come una persona privata. Egli rappresenta Gesù Cristo e la sua Chiesa, per questo il seminarista deve educarsi a "rappresentarli". rinunciando per questo a mettere sé in primo piano. Si tratta di un atteggiamento che già nei primi anni di teologia deve essere coltivato per creare le attitudini ad essere mandati dal Signore attraverso la Chiesa per esercitare il ministero presbiterale.

I superiori del Seminario hanno il compito di coltivare e di verificare queste qualità. nel concreto dei comportamenti. Ciò esige un rapporto fiducioso dei seminaristi con i loro educatori, in particolare con il Rettore e il Padre spirituale, condizione necessaria per una proficua collaborazione.

Per favorire una migliore conoscenza del candidato sia per se stesso come per i superiori può essere richiesto anche il contributo di uno psicologo esperto di

problemi vocazionali.

                           

3.3. Articolazione dei vari obiettivi

3.3.1. La figura del prete

Già nel primo anno di Seminario va illustrato in un contesto di giornate di riflessione la figura del prete con una presentazione "testimoniale" (per esempio di nostri sacerdoti diocesani) e "dottrinale" della sua preghiera, castità, povertà, obbedienza e carità pastorale. Una visione sintetica che dovrà essere ripresa e approfondita poi nel triennio superiore, ma che fin dall’inizio degli studi teologici può aiutare il giovane a dare unità dinamica ai suoi vari impegni di seminarista, evidenziando il fatto che dall’interno della fede cristiana va compresa e vissuta la vocazione sacerdotale. Rimandare questo discorso più avanti negli anni potrebbe togliere motivazione al cammino proprio del seminarista, come trascurare il ripartire dalla fede può spingere a fraintendere la vocazione al sacerdozio.

                             

3.3.2. L'educazione e l'esercizio della preghiera

Va curata la preghiera liturgica e quella privata-personale, spiegandone i vari

modi e le motivazioni, facendo accostare ai giovani progressivamente i grandi maestri della preghiera e iniziandoli alla meditazione quotidiana. In questo impegno va verificata la costanza e l'iniziativa individuale sia in Seminario che in vacanza. Non si può pensare che vi sia l'obbedienza ad una autentica chiamata se non si sente il desiderio di mettersi spontaneamente a contatto con Dio; non è credibile un amore che non prende l'iniziativa per esprimersi (entrando in chiesa, in stanza, lungo la strada, ecc.). Nel rapporto personale con Gesù Cristo si radica e si motiva la nostra vocazione cristiana e sacerdotale. Non va dato come scontato che i candidati sappiano pregare. Per questo il Padre spirituale dovrà insegnar loro a pregare, come del resto fece Gesù con i suoi discepoli.

                    

3.3.3. La dedizione agli altri

Alla preghiera va associata la propria dedizione agli altri. Come può essere vero il nostro amore a Gesù Cristo "servo", se noi ci guardiamo bene dal servire gli altri? Il sacerdozio è uno "spendersi" per Dio e per il prossimo. Senza questa passione il ministero diventa mestiere. La stessa preghiera verifica la propria autenticità nel darsi, come, d'altra parte, il darsi cristiano trova nella preghiera il suo principio vitale. Un atteggiamento che va verificato nei propri comportamenti in casa, in Seminario, in parrocchia, in oratorio, nei campi-scuoia.

                         

3.3.4. Il senso del lavoro

Usciti da famiglie nelle quali non hanno mai collaborato per il mantenimento dei suoi membri, molti giovani, e con questi anche quelli in Seminario, alle volte mancano del senso del lavoro. Alcuni segni: se con facilità perdono tempo (televisione, chiacchiere, giri inutili), spendono con larghezza soldi guadagnati da altri, si applicano poco allo studio, si fanno servire e accampano pronte scuse per non aiutare gli altri. Il lavoro costituisce un elemento importante nella maturazione delle doti di una persona e nell'educazione al senso del reale e della responsabilità, nella sopportazione della fatica e permette di condividere una fondamentale condizione comune degli uomini.

                        

3.3.5. L'interesse per lo studio del mistero cristiano

L'interesse per lo studio teologico, indipendentemente dai risultati ottenuti più o meno brillanti, costituisce un significativo indice vocazionale perché rivela l'interesse a comprendere una realtà che costituirà la materia quotidiana trattata dal sacerdote, educa al modo di accostare il mistero cristiano e rappresenta la principale esperienza di lavoro di questi giovani. I1 seminarista deve rendersi conto che il suo apprendimento di oggi porta una responsabilità che non è misurata solo dalla resa degli esami ma anche dalle attese di tutte le persone che incontrerà un giorno nel suo ministero. Se egli nel suo studio avrà appreso poco, facilmente darà poco su la dottrina cristiana ai fedeli che incontrerà. E, poiché le condizioni culturali e di intelligenza dei giovani che entrano in Seminario sono varie, sarà vario anche l'impegno di studio richiesto così che per alcuni si dovrà ricorrere anche all'aiuto particolare di qualche insegnante in modo che tutti raggiungano una sufficiente conoscenza della teologia. Che non avvenga che mentre la cultura dei laici cresce diminuisca quella dei preti.

Lo studio teologico deve svolgersi secondo la metodologia sua propria. Il suo rigore non impedisce però che si svolga dentro la cultura del proprio tempo e si confronti con le sue attese, gli interrogativi e le difficoltà degli uomini tra cui si compie il suo studio. Tra 1'altro lo stesso interesse alla ricerca teologica viene stimolato dalle domande che vengono dai fatti e dalle parole della gente alla quale si rivolgerà un giorno la predicazione di questi giovani. In questo contesto si comprende l'importanza dell'attenzione da parte dei seminaristi agli avvenimenti che accadono nel mondo, al pensiero che muove la politica e l'economia, ai mezzi di comunicazione sociale e l'impegno ad una loro riflessione critica su tutto ciò che va accadendo in rapporto alle istanze del Vangelo.

                             

3.3.6. L'interesse e lo stile pastorale

Il seminarista fin dai primi anni deve verificare il suo interesse pastorale provandosi per esempio nel fare catechismo, nel partecipare alla vita dell'Oratorio, nel discutere con gli altri ragazzi, nel prestarsi volentieri per l'animazione della liturgia in parrocchia. In questi rapporti concreti egli arriva a conoscere se stesso, le sue reazioni nei confronti degli altri, la sua costanza e pazienza, le sue capacità a dialogare. Vedrà il Rettore caso per caso i luoghi e le modalità e le possibilità di questo esercizio.

L'interesse per 1'attività pastorale è legata strettamente al senso della Chiesa diocesana.

Non è sufficiente "impegnarsi pastoralmente", occorre anche impegnarsi in maniera giusta, vale a dire come appartenenti con il cuore e con l'azione a questa chiesa determinata, fedeli alle sue direttive, ai suoi progetti, e non come "operatori autonomi" chiusi nello spazio della propria parrocchia o gruppo quasi fossero in una loro chiesa autonoma.

                

3.3.7. La necessità della direzione spirituale

Il sacerdozio non è una conquista, ma un dono; non è per noi stessi, ma per il servizio alla Chiesa, per questo il seminarista con costanza e fiducia dovrà sottoporre il suo vissuto, e non soltanto i suoi discorsi, al giudizio e alla guida del Padre spirituale, scelto dal Vescovo per il Seminario, in modo da poter avere da lui un parere fondato su la propria idoneità al sacerdozio. Il parere del Padre spirituale costituirà un elemento importante nella valutazione globale che dovrà poi dare il Rettore, con il quale il candidato verificherà costantemente il proprio cammino vocazionale, la sua adesione attiva alla vita ecclesiale della Diocesi, il suo inserimento nella comunità del Seminario, le sue difficoltà.

                      

3.3.8. La cura della propria persona e della propria stanza

La cura del vestito e della pulizia personale mostrano come una persona valuta se stessa, come intende rapportarsi agli altri, che cosa stima e che cosa non stima. I1 sacerdote deve accostare persone di tutte le categorie, per questo non dovrà essere né ricercato nel suo vestire, né trasandato.

La pulizia e l'ordine della stanza sono affidate alla cura di chi l'abita. Essa è luogo di studio, di riposo e di preghiera. In funzione di questo suo scopo dovrà essere arredata, sempre con grande sobrietà, segno dei valori nei quali crede chi l'abita. Di norma non vi devono accedere degli estranei.

                         

3.3.9. L'uso del tempo estivo

Tutto il tempo dell'anno è significativo per la propria maturazione vocazionale. Non vi sono vacanze per questo cammino, ma solo cambiamenti di contesti e di esperienze, come l'alternarsi dello studio e del servizio pastorale, il soggiorno in Seminario e quello in famiglia o in parrocchia, i momenti di preghiera e quelli delle discussioni, il tempo dedicato al lavoro e quello al riposo.

Per questo gli impegni dei periodo estivo vanno stabiliti con il Rettore perché si tratta di un tempo importante per la maturazione e la verifica della propria vocazione, dal soggiorno in famiglia alla vita nella propria parrocchia d'origine, al servizio pastorale in attività diocesane, agli incontri con la propria comunità del Seminario. Il periodo estivo costituisce un'occasione favorevole per verificare la propria capacità nell'organizzare il tempo di preghiera e di studio, di contatto con gli altri e di raccoglimento personale, del vivere con gli altri giovani, ma mantenendo la propria identità di chi aspira al sacerdozio.

                        

3.4. Il problema affettivo governa gran parte la vita dell'uomo

L'affettività è determinante nelle nostre scelte e nei nostri comportamenti, essa perciò va conosciuta ed educata poiché investe tutta la nostra persona.

                               

3.4.1. La scoperta e la coltivazione delle motivazioni reali

La scelta del Seminario in vista del sacerdozio può coprire motivazioni nascoste che nella realtà perseguono altri obiettivi come il mettersi al riparo dalle temperie della società con un titolo onorifico, o di rimediare a proprie insufficienze intellettuali, temperamentali, di relazione con gli altri, o per un inconscio bisogno di riparazione di propri sbagli compiuti o presunti, o per la suggestione di qualcuno. Di qui la necessità di portare alla luce questi motivi nascosti per non ingannarsi sugli scopi della propria vita e saper affrontare le proprie difficoltà reali.

Non è sempre facile la scoperta dei motivi reali dei propri comportamenti e delle proprie scelte, poiché essi possono affondare le loro radici a livello inconscio e quindi sfuggire alla presa di coscienza dell'interessato. Per questo la loro verifica non va fatta semplicemente nelle espressioni verbali, ma nei modi di fare, specialmente in quelli sottratti al proprio controllo cosciente (vedi certi stati umorali, avversioni ingiustificate, paure, difficoltà di relazione con determinate persone, preferenze di occupazioni, letture, le reazioni di fronte a lodi o a rimproveri, la cura della propria immagine). Il Rettore per aiutare il giovane a chiarire a se stesso le proprie difficoltà e per essere più illuminato nel proprio giudizio valutativo può chiedere il parere di uno psicologo.

                          

3.4.2. Verifica dell' affettività nei rapporti interpersonali

Il proprio mondo affettivo si manifesta, si sviluppa e si educa in rapporto con

gli altri, incominciando dalla propria famiglia di origine.

Di qui la necessità di verificare e di ben impostare già nel biennio (si tratta di un problema previo alla propria libera scelta vocazionale) i rapporti con i propri genitori, con i fratelli e le sorelle, con le ragazze e con ragazzi.

Verso i genitori vi dev'essere riconoscenza, amore e nello stesso tempo autonomia, che va verificata in atteggiamenti concreti di serena libertà cristiana.

Verso le ragazze e i ragazzi va accertata la capacità di relazione, la padronanza dei propri sentimenti e comportamenti, la scioltezza nel tratto, la normalità nella propria sensibilità verso le une e gli altri. La scelta celibataria cristiana non nasce dall’incapacità o dal timore o dalla mancanza di stima per 1'amore umano, ma dal sentirsi chiamati a vivere un amore più largo ad imitazione di Gesù Cristo.

Un amore che va verificato sia nella normalità del suo sentire, sia nell'effettiva dedizione a Dio nella preghiera e al prossimo nella propria disponibilità effettiva

ad aiutarlo.

Anche la cura verso la propria persona è segno di maturità o di immaturità di una persona. Una certa attenzione concentrata su se stessi (come la cura eccessiva degli abiti, dei capelli, della barba) può essere segno di una adolescenza non ancora superata.

                            

3.4.3. Capacità di condividere e di comunicare

Il sacerdote non costruisce una propria famiglia, ma deve condividere la vita delle persone alle quali viene mandato per poter annunciare loro, con credibilità, il Vangelo. Il seminarista deve perciò educarsi a percepire e valutare le preoccupazioni, i dolori e le gioie della gente che incontra, deve saper ascoltare, condividere. Un'attitudine che va educata e sperimentata. I1 Vangelo passa attraverso la comunicazione delle persone.

Alle volte una certa rozzezza nel tratto, una mancanza di osservanza delle regole elementari del galateo, un certo rifiuto della socialità crea sfiducia verso il prete prima ancora di conoscerlo. Vanno perciò insegnate esplicitamente in Seminario le norme primarie della convivenza, incominciando ad osservarle già nel proprio ambiente.

                             

4. Condizioni per l'ammissione tra i candidati al sacerdozio

Nel cammino verso il sacerdozio sono previste alcune tappe significative che possono stimolare l'impegno del seminarista e offrono l'occasione per verificare le doti che egli ha acquisito nel suo itinerario formativo.

                              

4.1. Qualità richieste

L'ammissione tra i candidati al sacerdozio richiede che sia accertata e non solo proclamata una fondamentale acquisizione delle seguenti qualità: capacità di relazione con gli altri, autonomia dalla propria famiglia, stabilità umorale, determinazione della proprio identità sessuale, costanza nella preghiera, interesse e riuscita nello studio teologico, dimostrata dal superamento di tutti gli esami del biennio, disponibilità ad una vita sobria nel cibo e nell'uso dei mezzi, spirito diocesano e interesse pastorale.

                             

4.2. Il giudizio su queste qualità

Per essere ammesso tra i candidati al sacerdozio l’interessato, dopo aver parlato

con il Padre spirituale e il Rettore, presenterà la propria domanda scritta al Vescovo.

In seguito il Rettore chiederà il parere scritto su la sua idoneità al parroco d'origine e

dell'eventuale parrocchia dove il seminarista ha fatto esperienza pastorale, ai suoi professori di teologia e a quanto potessero dare utili notizie su di lui. Dopo questa raccolta di pareri il Rettore formulerà il proprio giudizio e presenterà gli uni e l'altro al Consiglio per la promozione agli Ordini sacri, presieduto dal Vescovo, il quale alla fine deciderà dell'ammissione con un decreto in risposta alla sua domanda. Dei pareri

emersi dalla consultazione, di quello del Rettore e del Consiglio sarà tenuto scrupolo-

so verbale. Prima dell'ammissione i candidati incontreranno il Vescovo per una veri-

fica vocazionale, mentre i superiori del Seminario parleranno con i genitori del seminarista per discorrere con loro sul significato del passo che intende fare il figlio.

                          

4.3. Coerente impegno nel comportamento e nell'immagine

L'ammissione tra i candidati al sacerdozio fatta pubblicamente dal Vescovo comporta un deciso orientamento del seminarista verso il presbiterato e perciò un comportamento coerente e anche visibile di questa loro scelta. Di conseguenza s'accentuerà il suo impegno attivo nel1a vita del Seminario, nella preghiera e nel lavoro pastorale, porterà anche nell'abito, il clergyman, il segno visibile della sua scelta; stando con gli altri giovani mostrerà nella compostezza dei suoi atteggiamenti la scelta celibataria alla quale è orientato.

                       

5. Possibilità di un anno di esperienza fuori dal Seminario

Il Seminario costituisce la via ordinaria voluta dalla Chiesa per la preparazione dei giovani al sacerdozio. Tuttavia la sua esperienza può essere integrata da altre fuori di esso, in altri ambienti.

                          

5.1 . Esperienza di vita fuori del Seminario

Può risultare utile, possibilmente dopo il biennio e prima dell'Ammissione, dedicare un anno ad una esperienza lavorativa oppure pastorale o di studio fuori dal Seminario per maturare e verificare alcune qualità che l'ambiente seminaristico non sempre è in grado di coltivare adeguatamente, come il sentirsi psicologicamente più liberi, il maturare la propria scelta celibataria, l'affrontare contemporaneamente il lavoro e la preghiera, il servire il prossimo, il provvedere a se stessi, il rapportarsi agli altri e collaborare con loro, il controllo delle proprie reazioni emotive.

                 

5.2. Con una guida

Non è sufficiente però sperimentare per crescere. Occorre saper anche valutare la propria esperienza, coglierne i limiti e le possibilità, e in particolare avere un progetto con dei fini per poter verificare criticamente la scelta fatta e i suoi eventuali frutti, altrimenti si rischia di concluderla senza alcuna indicazione per la propria vocazione. Per questo il seminarista nella conduzione della sua nuova esperienza farà costante riferimento al Rettore o ad un suo incaricato per valutare il cammino che sta facendo e aiutarlo per sfruttarlo adeguatamente.

                     

5.3. Significato di questa scelta

Questa esperienza non va vista semplicemente come una prova di fronte ad un dubbio vocazionale, ma come una tappa importante del proprio cammino vocazionale per sviluppare attitudini, eliminare difetti, creare delle condizioni in cui il giovane sappia meglio vedere e gestire se stesso.

                            

6. Il triennio

Più ci si avvicina alla meta e più si deve condividere 1o spirito di essa: la dedizione propria del sacerdote. Nel triennio si dovrà non solo coltivare, ma anche verificare la "stabilità" delle doti sopra ricordate in vista dell'ordinazione presbiterale.

                            

6.1. Finalità

Durante il triennio vanno confermate, approfondite e stabilizzate le qualità che già nel biennio costituivano una meta da raggiungere e che ora devono assumere una nota sempre più decisamente orientata alla vita sacerdotale come la preghiera vissuta con spirito sacerdotale sia nel servizio agli altri (per esempio guidando l'assemblea liturgica anche più volte nello stesso giorno), sia nel farsi carico degli altri nel suo rivolgersi a Dio; il senso della Chiesa e l'obbedienza ad essa per servirla secondo i suoi indirizzi pastorali; l'equilibrio affettivo e la castità che devono preludere alla propria consacrazione a Dio, il distacco dal possesso delle cose per rimanere uomini liberi che ripongono la loro fiducia anzitutto in Dio, la passione pastorale per la condivisione del Vangelo con gli altri uomini, la costanza lavorativa, l'attenzione ai poveri e agli ammalati ad imitazione del comportamento di Gesù Cristo.

Ogni seminarista dovrà per questo fare una prolungata esperienza di servizio ai poveri e di visita agli ammalati.

In particolare va verificato se l'interesse pastorale si mostra "prevalente" sugli altri interessi del giovane, come quello per l'arte, la musica, la letteratura, ecc., perché solo a condizione dell'interesse prevalente per l'annuncio del Vangelo agli uomini per la loro salvezza va continuato il cammino verso il sacerdozio. Questa "prevalenza" non va riscontrata però solo nelle espressioni verbali, ma soprattutto nell’impegno del tempo e nel desiderio efficace che l'accompagna.

                     

6.2. La recezione dei ministeri

La recezione dei vari ministeri non dovrebbe costituire un atto puramente formale o segnare semplicemente una tappa temporale verso il sacerdozio, ma la chiamata da parte della Chiesa ad un particolare impegno di servizio, per cui ci si prepara alla missione del sacerdozio anche con la pratica del servizio liturgico nella Chiesa. Va studiato per questo il modo concreto con cui ciò possa realizzarsi. Per esempio legando l'ammissione del lettorato allo studio della sacra Scrittura dopo il terzo anno di teologia e il conferimento dell'accolitato allo studio dei Sacramenti dopo il quarto anno di teologia. Il cammino del servizio alla Parola a quello dell'Eucaristia potrebbe costituire non solo un progressivo impegno pastorale, ma anche un itinerario spirituale, con rispettive tappe formative.

Un problema rimane aperto, quello dell'effettivo esercizio di questi ministeri nella Chiesa.

                               

6.3. Educazione e verifica

Le qualità sopra richieste non vanno solo spiegate, ma anche esercitate in comportamenti concreti e verificate dagli educatori.

Tra questi eccelle il Rettore che, mandato dal Vescovo, è insieme animatore e verificatore delle qualità necessarie per accedere al dono del sacerdozio. Il diminuito numero dei seminaristi gli permetterà di condividere con loro la propria vita e di instaurare così con loro un rapporto educativo molto stretto nel comportamento e nella parola.

Necessario collaboratore del Rettore è il Padre spirituale, designato dal Vescovo, il quale sia con l'istruzione comunitaria che attraverso l'incontro individuale educherà i seminaristi alla spiritualità del clero diocesano, secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II. A lui, come già è stato ricordato, il seminarista "esporrà" sia i suoi pensieri e sentimenti che le sue attività concrete e con esse le sue tendenze, le sue difficoltà, le sue preferenze, per avere un giudizio fondato su le sue attitudini concrete alla vita sacerdotale. La stessa accoglienza sincera e fiduciosa del Padre spirituale proposto dal Vescovo fa parte dei segni di accettazione della Chiesa. Nel caso in cui vi fosse una fondata incompatibilità di rapporto, il seminarista può chiedere al Vescovo, mediante il Rettore, di sceglierne un altro.

Educatori per la loro parte di responsabilità sono pure i professori, i quali verificano non solo ciò che i loro alunni hanno appreso, ma anche i loro atteggiamenti, la loro mentalità, e li educano con le materie che insegnano e con il modo con cui 1o fanno, e con la loro vita presentano ad essi un'immagine concreta del sacerdozio. Insieme ad essi anche i sacerdoti della parrocchia d'origine e quelli del luogo dove i giovani prestano il loro aiuto pastorale possono molto influire sulla loro formazione, soprattutto con il loro stile di vita.

Anzi, il presbiterio nel suo complesso ha una significativa incidenza educativa sul seminarista perché presenta in concreto la comunità sacerdotale della quale pensa di far parte un giorno. Va ricordata ai sacerdoti questa responsabilità.

Sempre nel triennio dev'essere intensificato il rapporto dei seminaristi con il Vescovo, primo responsabile della loro educazione e della decisione di ordinarli

preti e in futuro guida e padre nella loro vita sacerdotale.

                        

6.4. Messa a fuoco della figura del presbitero diocesano

L'immagine del prete diocesano, presentata nel primo anno di vita seminaristica, dovrà essere ripresa nel triennio sia sul piano dottrinale che su quello esperienziale, mettendo in risalto la sua specifica spiritualità. Ciò potrà avvenire con istruzioni particolari del Vescovo, del Rettore e del Padre spirituale, che si rifaranno all’insegnamento della Chiesa universale e locale, con la testimonianza diretta di alcuni sacerdoti che presentano ai seminaristi le condizioni particolari della loro vita, attraverso l'aiuto prestato in Diocesi e nelle singole parrocchie.

Le qualità del prete che il Vescovo ha ricordato ai nostri sacerdoti in questi anni dovranno essere progressivamente maturate nella vita dei seminaristi, quali la "competenza", la "flessibilità", la "responsabilità", la "ecclesialità".

La "competenza", perché in un mondo in forte crescita, in cui le varie professionalità crescono sempre più, il prete a sua volta dovrà essere sempre più se stesso e non supplente di altri compiti. Uomo perciò mandato per annunciare e partecipare la vita nuova in Cristo; un uomo che ha fatto, che fa 1'esperienza di Dio.

Lo studio e la preghiera preparano ed alimentano questa competenza, che deve essere vissuta in una persona di animo largo, perché essa non va gestita per se stessi, per fare bella figura, ma per parteciparsi, per servire gli altri.

La "flessibilità", perché il mondo di oggi è in forte cambiamento e le situazioni che s'incontreranno saranno facilmente nuove, per cui il prete si trova a dover continuamente rinnovarsi. Per esempio certi attaccamenti alla proprie comodità, la resistenza ad adattarsi a nuove condizioni di vita. la difficoltà a capire modi di fare diversi possono costituire un ostacolo all'esercizio del sacerdozio in diocesi. Il sacerdote si troverà poi sempre più ad incontrare e servire persone diverse, a frequentare ambienti vari, per cui se non ha flessibilità e capacità di adattamento resterà come un estraneo per gran parte delle persone alle quali sarà mandato.

Questa flessibilità richiede doti psicologiche, e soprattutto spirituali, capaci di relativizzare ciò che è secondario perché si mira a ciò che è centrale e si dedica tempo ai problemi fondamentali della vita. Un esercizio che va anticipato già in Seminario per evitare che il facile pettegolezzo e l'ingigantimento delle piccole cose o di piccoli sacrifici faccia perdere il senso delle proporzioni, finendo con il banalizzare la propria vita. L’ambiente piccolo potrebbe facilitare queste meschinità.

La "responsabilità", che non è semplicemente autonomia, ma capacità di assumere le proprie responsabilità e pagare di persona. Il fatto che in Seminario il seminarista trova tutto preparato dagli altri, e in certi casi anche pagato dai benefattori, può risultare sfavorevole alla crescita di uno spirito di responsabilità. Tra i segni comuni della fuga dalla propria responsabilità vi è la tendenza alla critica verso gli altri per non mettere in questione se stessi, l'incapacità di amministrare le proprie cose, la fuga dagli impegni dei quali dover rendere personalmente conto. Tra i segni del senso della responsabilità vi è la capacità di iniziativa, il riconoscimento dei propri torti, 1'adempimento puntuale dei compiti assunti.

La "ecclesialità" significa sentirsi appartenenti alla Chiesa e in servizio di essa ed operare di conseguenza, e non agire badando solo al proprio gusto o a quello di qualche amico o gruppo. Nella missione e nel contenuto del suo ministero il sacerdote è oggettivamente legato alla Chiesa, e in essa a Gesù Cristo. Il seminarista mostra di vivere questa dimensione della sua vita spirituale nell'ordine di priorità che riconosce nei suoi impegni, nel tipo di comunione con cui li svolge, nella disponibilità che mostra alla collaborazione, nella sua adesione alla pastorale diocesana, nell'obbedienza al Vescovo.

                         

7. Sesto anno e Diaconato

I1 sesto anno di teologia, che conclude un lungo cammino di formazione e di studio, è cruciale sia perché introduce ad una particolare missione di grazia e alla definitività di un impegno che segnerà tutta la vita futura dei candidati, sia perché deve avviare ad un cambiamento importante di vita. Esso può essere vissuto con grande intensità perché compimento di un lungo cammino; potrebbe però venir gestito paradossalmente con disimpegno a motivo del chiudersi di una fase della propria vita. Di qui l'esigenza di far fruttare questo anno secondo tutte le sue possibilità.

                           

7.1. Sesto anno e ordinazione diaconale

Finito il triennio, inizia il sesto anno che vuol essere contemporaneamente un tempo di studio e di forte esperienza pastorale. Esso può coincidere con l'ordinazione al sacramento del Diaconato che, dopo il suo conferimento, deve qualificare ed alimentare la vita spirituale e pastorale dell’ordinato.

L'ammissione al Diaconato, che comporta un impegno definitivo del seminarista davanti a Dio e agli uomini, esige secondo lo Statuto degli studi teologici il superamento di tutti gli esami dei primi cinque anni di teologia e la presentazione della tesi scritta con il giudizio positivo del professore, e l'accoglienza da parte del Vescovo della domanda di ordinazione da parte del candidato. Il Vescovo dà la sua risposta dopo che il Rettore ha raccolto i pareri dei professori e dei sacerdoti che hanno conosciuto il seminarista ed ha espresso il suo parere e il Consiglio per gli Ordini ha formulato il suo giudizio.

Anche in questo caso, come per l'Ammissione tra i candidati al sacerdozio, sarà redatto un verbale scritto dei pareri emersi e il Vescovo incontrerà i candidati prima della loro ordinazione.

Va ben sottolineato che 1'ammissione al Diaconato esige il completamento di un determinato ciclo degli studi teologici, ma non segue ad essi automaticamente, poiché l'ordinazione non è un diploma di studio, ma un dono e un impegno di grazia che richiede in modo previo le attitudini ad esercitare quel ministero nella Chiesa.

Per questo sia da parte dell'interessato come da parte dei superiori potrebbe essere richiesto di attendere un ulteriore tempo di preparazione prima di ricevere l'ordinazione diaconale. Per essere ammessi al Diaconato si richiede, oltre al completamento su ricordato di un certo ciclo degli studi teologici, una "stabilità" di almeno due anni della propria decisa volontà di accedere all'ordinazione, comprovata dal proprio comportamento in Seminario e nella pratica pastorale, e la serena e sperimentata scelta celibataria per il regno di Dio.

Questa verifica si riproporrà anche per l'ammissione all'ordinazione presbiterale.

                         

7.2. Il Diaconato

Il Diaconato si qualifica quale servizio all'Eucaristia, alla Parola di Dio, ai poveri, al Vescovo. Quattro dimensioni che tante volte restano una pura dichiarazione di principio, perché l'ottica di "impiego" tante volte è data solo dalla considerazione di un giovane formato e che perciò può svolgere determinati compiti di servizio in parrocchia come potrebbe svolgerlo qualunque altro giovane. Va perciò trovato un modo perché il Diacono possa sperimentare quei quattro compiti sia come "esercizio" del suo ministero proprio, sia come preparazione al sacerdozio.

                               

7.3. Studio ed esperienza pastorale nel sesto anno

Lo studio teologico di questo anno deve puntare particolarmente su di un ripensamento personale del mistero cristiano studiato negli anni di teologia. Ad esso si deve associare una esperienza sempre più coinvolgente nella pratica pastorale nella quale il seminarista deve imparare a conciliare riflessione-studio e attività, rapporto con i propri compagni, con il Vescovo, con il Rettore e con i sacerdoti con i quali deve collaborare.

                            

7.4. L' ordinazione presbiterale

Il conferimento dell'ordine presbiterale non va fissato semplicemente secondo una scadenza del calendario, né per rispondere solo ad un desiderio personale, ma in seguito alla verifica di attitudini acquisite in ordine al proprio tempo e secondo le esigenze della Chiesa. I1 prete è per la Chiesa e non la Chiesa per il prete. Per questo il problema primario non sta nel numero, ma nella qualità dei preti in rapporto alla Chiesa del proprio tempo. E la qualità non va misurata sulle dichiarazioni verbali, ma sui comportamenti della vita.

Come può un uomo impegnarsi a parlare ogni giorno di Gesù Cristo, per tutta la vita, a celebrare quotidianamente l'Eucaristia, se non è effettivamente innamorato del Signore; e come, d'altra parte, può dichiararsi innamorato di Gesù Cristo e non dedicarsi con tutte le sue forze a farlo conoscere e incontrare?!

Anche per l'ammissione all'ordinazione presbiterale si dovrà procedere alla raccolta dei pareri dei superiori del Seminario, degli insegnanti di teologia, del parroco della parrocchia d'origine e di quello presso il quale si è svolto l’anno di servizio pastorale, al loro vaglio nella riunione del Consiglio per gli ordini sacri, alla stesura del verbale, alla domanda degli interessati, all'incontro del Vescovo con i candidati, come nel caso del rito di Ammissione e dell'ordinazione al Diaconato.

Si tratta di un segno significativo del coinvolgimento della Diocesi nell’educazione e nella valutazione dei propri candidati al sacerdozio, secondo vari gradi di responsabilità, e del richiamo al servizio della Chiesa diocesana che dovrà prestare il sacerdote quando in forza dell'ordinazione sarà incorporato nel presbiterio.

In questo profondo intreccio con la vita della Chiesa locale va accolta, coltivata, valutata e vissuta la vocazione sacerdotale, pur restando sempre chiamata libera di Dio, che prende l'iniziativa, e libera risposta dell’uomo.

                         

"AD EXPERIMENTUM”

Pavia, 28 agosto 1998, festa di sant’Agostino

Pavia, 15 ottobre 1999, memoria di santa Teresa d'Avila

+ Giovanni Volta, Vescovo

Vita Diocesana 1999, pp. 265 - 283