CONSIGLIO PASTORALE DIOCESANO

(Seminario, sabato 25 marzo 2000 ore 15)

Introduzione del Vescovo Giovanni Volta

Prima di iniziare l’esame della bozza scritta in vista del Sinodo diocesano desidero fermarmi un momento a riflettere con voi sull’atteggiamento cristiano da assumere di fronte ai problemi sollevati e alle proposte da esporre. Si tratta di valutare e di proporre scelte pastorali nella prospettiva di Dio e non di pretendere di far entrare Lui nella nostra prospettiva.

Ho scelto per questo un testo significativo del vangelo di san Marco: gli apostoli stanno navigando con Gesù sul lago di Tiberiade. Li sorprende una tempesta di vento ed essi si rivolgono a Gesù, rimproverandolo: non t’importa di noi? Nonostante la presenza del Signore essi sono vinti dalla paura. Non fanno dunque sufficiente conto su di Lui. Accadrà questo in una forma ancor più grave il venerdì santo.

La Chiesa, nella sua navigazione nel mondo, incontra molte tempeste. Deve saper vederle, valutarle, affrontarle, ma sempre appoggiandosi a Dio che l’anima e la guida e non semplicemente sulle proprie abilità. Un Dio che non ama la pigrizia degli uomini (vedi la parabola dei talenti), ma che li precede nel muovere il loro cuore.

Ha scritto un giorno don Milani a un prete che gli aveva mostrato il suo animo scoraggiato per i difetti della Chiesa: “Rovistiamo dunque negli errori di casa nostra solo quel tanto che basta per non ripeterli noi, quel tanto che basta per contribuire anche noi senza falsa umiltà all’educazione e istruzione dei nostri confratelli e superiori compresi…Se prendiamo il volto tragico della catastrofe vuol dire che non crediamo in Dio e nella Provvidenza, vuol dire che non siamo in grazia di Dio” (“Lettere di don Lorenzo Dilani priore di Barbina” ed.Mondatori, Milano 1970 p.116).

In apertura della lettera pastorale, che nel 1990 ho scritto ai pavesi in vista dell’imminente Visita Pastorale, ho messo queste parole di Paolo VI: “Dobbiamo fare un provvista di speranza se vogliamo che i nostri passi possano procedere diritti e vigorosi nella marcia faticosa che ci attende” (“La Chiesa: famiglia di Dio” 1990 p3).

Ora, alla vigilia della celebrazione del nostro Sinodo Diocesano, vorrei ribadire questa esigenza di realismo che sa vedere il bene e il male nella nostra storia e di speranza attiva che si fonda su la presenza operante di Dio.

Ascoltiamo l’evangelista san Marco:

“In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: -Passiamo all’altra riva-. E, lasciata la foalla, lo presero con sé,così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Nel frattempo si sollevò una grande tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cucino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: -Maestro, non t’importa che moriamo?-. Destatosi sgridò il vento e disse al mare: -Taci, calmati!-. Il vento cessò e vi fu una grande bonaccia. Poi disse loro: -Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?-“ (Mr.4,35-40).

Si tratta di un fatto che accadde ai tempi di Gesù, ma che si può riproporre più volte nella storia della Chiesa, mettendo alla prova la fede e la speranza cristiane sia dei laici come dei sacerdoti e dei religiosi quando ci si dimentica che Dio regge ed anima con il suo Spirito la Chiesa.

Molti anni fa, in un periodo storico difficile per la nostra Italia, così don Primo Mazzolari aveva commentato questo brano di san Marco:

“Se uno ti dice: -Siamo un popolo a terra, non c’è più nulla da fare- concludi che egli è un uomo senza fede e che non l’ebbe mai…Se uno ti dice: -Non ho più fiducia di nessuno; sono tutti affaristi, tutte canaglie gli uomini…- concludi che egli è senza fede e che non l’ebbe mai… Se uno ti dice: -Ci vogliono degli uomini nuovi- e poi ha paura di ogni novità che tocchi in qualche maniera le sue comodità e i suoi interessi…concludi che egli è un senza fede…Se uno ti dice: -Lasciamo fare a Dio che ha sempre fatto le cose bene…- concludi che, in tanta fede , egli è senza fede” (Primo Mazzolari”Ho paura delle mie parole” ed. Dehoniane, Bologna 2000 pp.19-25).

Sono parole scritte per l’Italia degli anni quaranta; esse però possono valere anche per diversi cristiani dei nostri giorni.

Vorrei che noi le applicassimo in modo particolare ai due fondamentali impegni che ho proposto ai lavori del nostro Sinodo diocesano: l’evangelizzazione e gli evangelizzatori.

Come evangelizzare noi stessi e la gente della nostra terra, come mobilitare e formare nuovi evangelizzatori nelle nostre parrocchie, nella nostra diocesi?

Non si tratta di proporre delle esortazioni generiche, ma specifiche in vista della nostra situazione, alla luce del Vangelo e delle verificate nostre possibilità.

Non si tratta di fare semplicemente un elenco di cose da fare. Per questo non era necessario un Sinodo, bastavano anche poche persone. Occorre, con il contributo della sapienza e del consiglio cristiani di molti, stabilire un progetto pastorale che unisca le motivazioni ideali con gli impegni pratici, individuando alcune linee fondamentali.

Non si tratta di stare sugli spalti come degli spettatori di una partita che giocano gli altri e ai quali diamo qualche consiglio, ma di scendere in campo, perché tutti i battezzati sono chiamati a lavorare nel campo di Dio secondo i propri doni di natura e di grazia.