Omelia del vescovo mons. Giovanni Volta

durante la santa Messa celebrata al Collegio Ghislieri

in occasione del 50° anniversario della morte di

Teresio Olivelli

                                                

Teresio Olivellipng

 

                

Santa Messa: Giustizia e Pace

I Ebrei 3,7-14

II Gv.20, 19 -23

                        

Il Collegio Ghislieri ricorda una lunga storia di illustri studiosi, ricercatori e docenti. Oggi vuol ricordare un suo grande maestro di vita: Teresio Olivelli. La brevità della sua esistenza non gli permise di fare una brillante carriera accademica, come gli promettevano i suoi studi, non gli impedì però di testimoniare in breve tempo una vita sapiente ed eroica in giornate buie per l'Europa, percorsa e dominata in molti settori da inumane ideologie di potenza, che dicevano di esaltare l'uomo, mentre di fatto l'umiliavano con violenza inumana.

Il professor Guderzo ne ha ricordato la figura con 1'attenzione critica dello storico, attivando varie prospettive e attingendo a numerose testimonianze, io vorrei guardarla ora con voi alla luce della Parola di Dio che è stata proclamata, parola che ci aiuta a comprendere il mistero più profondo dell'uomo, perché - come dice l'autore della lettera agli Ebrei, essa come una spada a due tagli penetra nella profondità della persona quale luce, forza e giudizio.

Nella prima lettura che abbiamo ascoltato (cf. Ebrei 3,7-14) si fa riferimento all’infedeltà del popolo ebraico nel suo cammino attraverso il deserto verso la terra promessa, perché aveva ceduto alla tentazione di crearsi lui un dio visibile, con le proprie mani, il vitello d'oro, fino a provare nostalgia per la trascorsa vita di schiavitù in terra d'Egitto. Per cui l’autore sacro osserva: "oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori come nel giorno della ribellione, il giorno della tentazione nel deserto dove mi tentarono i vostri padri mettendomi alla prova, pur avendo visto per quarant'anni le mie opere".

Anche Olivelli si trovò in un certo senso su quella stessa strada, circondato da un sogno di potenza che si affidava alla forza visibile, alla violenza delle armi, all'oppressione dei più deboli, che si era creato un dio visibile nella tazza e in un uomo: Hitler.

Ma seppe ascoltare in quell'ora buia la voce dello Spirito. Il 16 dicembre 1943 dalla sua vita clandestina a Milano così egli aveva scritto al professore Tarroni: "Perché l'Italia fosse al più presto da tutti liberata e sulla putrefazione soffiasse il vento della vita, spazzando e generando, a testimoniare la capacità e la vitalità del popolo, ho rischiato e rischio" (G. Landi, "Teresio Olivelli: un progetto di vita", Milano 1983, pag. 275).

Innamorato delle montagne, delle bellezze della natura, dell'ardimento, soprattutto però nella prova e nelle difficoltà seppe ascoltare quella voce segreta fino a spendere la propria vita.

Nell'agosto del 1944 così scriveva allo zio che aveva seguito e cristianamente ispirato la sua vita fin dalla fanciullezza: "così possa io laddove è donato e posto il mio giorno, essere utile ai fratelli, possa sentire la voce del Signore se non nella magnificenza del creato, nella miseria che atterra e nella carità che redime” (op. cit. pag.277).Un ascolto, un coraggio, una dedizione. Che, lungi dallo spegnere in lui i suoi legami affettivi, la sua operosità, il suo amore alla vita, li aveva invece esaltati.

Via via che egli procedeva in quel cammino di rivolta, di presa di coscienza, la sua esistenza si faceva sempre più intensa. Ne sono testimonianza diverse espressioni dei suoi scritti. Al professor Tarroni, per esempio, così scriveva: "Ci conceda Iddio la sua pace ... Ricevi caldo e pensoso il mio abbraccio" (op. cit. 276). Da San Vittore nel maggio del 1944 con queste parole salutava i suoi cari: “vi sollevo in un abbraccio di speranza e di amore” Allo zio poi il 13 agosto 1944 scriveva da Bolzano: "contemplo per speculum, senza seduzioni, nella mestizia dolce e orante dei cuori. Lavoro e prego,, (op. cit. pag.278).

E nel suo ultimo scritto ai genitori dal lager di Hersbruck l’8 ottobre 1944: “I1 mio cuore è proteso verso di voi e verso gli amici, profumo della mia terra, anelito del1'anima, fonte di saldissima fede" (op. cit. pag. 279) Una vena segreta alimentava costantemente la sua vita: il contatto con Dio, la preghiera. Così la preghiera del ribelle, del ribelle per amore, non fu in lui una voce sbocciata d’improvviso, ma l'espressione di ciò che andava da tempo maturando nel suo spirito. E la conclusione della sua vita ne fu la manifestazione più alta, quale trascrizione nel concreto della sua esistenza di quelle coraggiose e profetiche parole. Egli ricevette l'ultimo gesto di violenza in risposta ad un suo gesto di amore che si ribellava alle brutalità di quel lager. E fu la morte, la sua morte.

Nel vangelo abbiamo letto che Gesù risorto si presentò ai suoi con l'augurio della pace, mostrando le sue mani e il suo costato trafitto, quasi a significare il prezzo e la via di quel dono. Anche Teresio ha implorato, ha cercato, ha partecipato la pace attraverso il dono di sé fino al sacrificio supremo.

Nel suo testamento aveva scritto: "Ho consumato il mio corso, ho conservato la fede, ho combattuto la buona battaglia … Credete fortemente, sostenetevi fortemente, operate fortemente. La misericordia e la consolazione di Dio siano con voi". E alla fine termina il proprio scritto rivolgendosi espressamente al suo Collegio, il Ghislieri: "Al Ghislieri diletto (lascio) un Cristo di tela"' Non so se questo Cristo dipinto sulla tela sia pervenuto al Collegio, so di certo però che al Collegio è pervenuto in maniera molto più significativa il Cristo impresso nella sua carne, nella sua vita.

In un tempo difficile qual è il nostro mi pare che la memoria di Teresio Olivelli rappresenti una significativa indicazione di cammino per tutti voi giovani, poiché ci ha mostrato che la cultura può coniugarsi con l'impegno nella società e nella storia, che la fede non è un bene che rimane prigioniero nel cuore dell'uomo, ma si esprime anche nell’impegno verso gli altri fino al dono della vita, che l'intellettuale non è chiamato ad essere semplicemente un proclamatore di parole, un trasmettitore di scienza, ma anche una persona che testimonia come va affrontata la vita.

Collegio Ghislieri, giovedì 12 gennaio 1995

Da Vita Diocesana 1995, pp.14-16.