Bernardette Béarez Caravaggi

dalla soglia della sofferenza

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Prefazione di

Giovanni Volta

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Vi sono "soglie" riservate al cammino solo di alcune persone; altre invece presto o tardi, per un tempo breve o lungo, sono incontrate da tutti.

La soglia della sofferenza parte di queste, per cui l'ascolto della voce che viene da essa, con i suoi sussulti e le sue amarezze e invocazioni, interessa ogni persona.

Queste pagine vengono da tale soglia, dalla misteriosa profondità alla quale essa ci introduce.

Le nostre parole ora s'intrecciano lievi, senza misurarsi con il reale, limitandosi ad essere dei semplici suoni; ora si limitano a rimanere prigioniere di tanti interessi fatui, dando origine a mille chiacchiere; ora hanno una semplice funzione pratica d'indicazione di cose o di persone; ora scaturiscono dalla propria esperienza di vita per far partecipi anche gli altri delle proprie attese, passioni, speranze e sconfitte.

Il presente libro è stato costruito con queste parole.

E poiché la vita dell'uomo è desiderio, implorazione, lamento, canto, gioia e preghiera, su tutti questi vari toni si modulano le pagine che seguono.

Una donna sposata, colta, con una bella famiglia, credente, amante della vita, come d'improvviso è stata trascinata a varcare la soglia della sofferenza e, vincendo un innato pudore, ha voluto far partecipi famigliari ed amici di questa sua personale esperienza, convinta che ogni dono, che può essere anche una croce, non va tenuto solo per sé.

La sofferenza è come un grido che d'improvviso ci mostra dimensioni nuove della vita, interrompe il nostro lavoro, le nostre occupazioni, sequestra il nostro tempo, ci impone la domanda sul senso della vita, mette in questione il nostro rapporto con gli altri e con Dio stesso.

Nella sua percettibilità immediata la sofferenza è alla portata di tutti, piccoli e grandi. Essa però non costituisce per l'uomo solo una ferita, ma anche una domanda che l’inquieta, tante volte una rivelazione che lo sorprende, un mistero che lo lascia spesso perplesso.

Alla dura esperienza di questo mistero conosciuto nella propria carne, e non per sentito dire, Bernadette cerca di dare una voce, rilevandone le mille risonanze.

Ella sente il proprio corpo come “terra arata” dal male e dalla lotta contro di esso (cf. pag. 31), vede l'albero della vita che cresce in lei mescolare i propri rami alla “foresta dei sofferenti” (cf. p. 29), si rende conto che ne possiamo essere vittime prima ancora di saperlo, quando ancora ci riteniamo in piena salute:

Tu ancora non sai

che crescono nel tuo corpo

i tentacoli del subdolo male (p. 19).

Ma che cosa è, che senso ha la sofferenza che ci sorprende anche nel momento più impensato, lacerando il nostro corpo e con esso anche i1 nostro spirito?

La domanda viene dalla profondità della vita, perché contraddice il nostro bisogno di gioia che muove tutti i nostri passi, e perciò non può rivolgersi che all'Autore stesso di essa.

Ecco perché l'autrice si rivolge anzitutto a Dio: “Dalla soglia della mia sofferenza, scrivo a Te, mio Dio” (p. 11).

Una domanda che non vuole essere una sfida, poiché la Caravaggi riconosce l'amore di Dio che veglia misteriosamente sulla sua esistenza, e perciò si fa preghiera per se stessa e per tutta l’immensa famiglia dei sofferenti:

Scrivo per elevare a Te la mia preghiera a nome di tutti questi miei nuovi amici (p. 13).

Non intende presentarsi la nostra autrice come un'eroina, ma come una debole che però ha fiducia che Dio la terrà per mano:

Camminerò diritto al richiamo dell'orizzonte,

camminerò sotto il sole e il temporale,

supererò senza paura la stretta del dolore …

Camminerò, camminerò finché io potrò serbare,

la mano nella tua mano, o Signore (p. 27).

La sofferenza, però, può oscurare in certi momenti la prospettiva della vita:

Signore, il futuro

solo vasta arsura mi appare (p. 33).

Per questo ella così invoca il Signore:

Guardami, Signore,

vengo a Te nella debolezza (p. 13).

La sofferenza è nello stesso tempo “rivelazione” e “mistero”, (cf. p. 47), e Bernadette prega perché, come un giorno fece la Madonna, anch'ella sappia accogliere l’incontro, in ogni vita, del cielo con la terra, anche quando ciò rimane misterioso ai nostri occhi:

Maria, da quando hai accolto l’Eterno

nel tuo grembo,

cielo e terra sono uniti

in ogni vita.

Fa' che io sappia come te

accogliere e custodire

questa verità nel mio cuore

anche quando, come te,

non lo comprendo (pag. 41).

In certi momenti però non solo il futuro si oscura, ma anche il cielo. Dio tace. E la rivolta del cuore sale fino alla ribellione:

Signore, talvolta mi capita

di non sentire più la voce tua.

Il tuo silenzio allora maledico:

non suona fino a Te il grido

che tuona dalla disperazione

di milioni di uomini?

Non ascolti

il pianto sommesso dei bimbi malati

le suppliche delle madri ai loro capezzali (…)

Non senti la mia voce che T'’implora

per ognuno e anche per me?

Allora, sì, mi ribello.

Rifiuto un Dio così (p. 54).

È la stessa conclusione del dott. Rieux nel romanzo di Camus La peste di fronte alla sofferenza degli innocenti.

Ma la Caravaggi fa poi un passo ulteriore verso l'unica risposta che fu data nella storia al dolore innocente:

Poi, questa sfida che Ti lancio,

come freccia scagliata,

sulla tua croce si conficca.

Ti guardo e mi arrendo (p. 55).

Una presenza, quella di Gesù Cristo e del suo amore, che si fa sensibile non solo nelle immagini e nei sacramenti, ma anche nelle persone che ci circondano ed hanno cura di noi. Così, per esempio, la nostra autrice parla dell’ospedale:

Ormai, l'ospedale è il tempio

in cui mi dai appuntamento.

Lì so che mi aspetti, e io ho soltanto

da lasciarmi amare.

Amare da Te, Signore, attraverso i fratelli (p. 49).

In particolare il dono dell’amicizia consola chi soffre:

Ma io ho fedeli amici

e godrò del loro sostegno,

del loro appoggio (p. 33).

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Mi pare che una preghiera in particolare riassuma lo spirito che lega questo canzoniere della sofferenza “grido, sospiro,' parola e canto” (p. 59).

Una preghiera che lega contemporaneamente a Dio e a tutti quelli che si trovano sulla stessa soglia della sofferenza, per chi penetra con angoscia nel suo mistero e anche per chi muto gli sta di fronte:

Io Te lo chiedo, mio Dio, per me

e anche per chi non Te lo chiede:

aiutaci a vivere la sofferenza,

col tuo Amore, nel tuo Amore,

come via maestra di amore.

Allora perfino questa diventerà dono (p. 50).

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Riconoscente per questa comunicazione umana e cristiana di un'esperienza fondamentale della vita.

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+ Giovanni Volta

vescovo

Pavia, 26 Luglio 2001

Festa dei santi Gioacchino e Anna

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(Servitium editrice, collana SPIRITO E VITA 22, marzo 2002)