Funerali di Carlo Mo, Pavia, 20-08-2004

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UN CERCATORE INQUIETO DELLA VERITA’ E DELLA BELLEZZA

Omelia di mons. Giovanni Volta

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Deposizione, opera di Carlo Mo nella Piazza del Duomo di PaviaUna vita ancora in corsa……..

Carlo Mo, Pavia-001Aveva ancora mille progetti da realizzare, tanto che si sentiva come un uccello in gabbia quando gli occhi un giorno gli si sono annebbiati e le mani, abituate a forgiare l’acciaio e a modellare il bronzo, le ha sentite indebolite. Si lamentò con me in quei giorni, dicendomi: ho ancora tante cose da fare, fantasie da esprimere, ma come posso se i miei occhi non vedono più con chiarezza, se le mie mani non sono più in grado di piegare il ferro. Ed era felice quando al mattino presto, secondo il suo costume, poteva ancora rifugiarsi nel suo laboratorio per esprimere in forme e in colori gli innumerevoli fantasmi che abitavano il suo spirito.

L’ultima volta che lo vidi fu il cinque giugno scorso. Un’improvvisata. Volle che mi sedessi sulla sua poltrona abituale: era felice perché in quel giorno fin dal primo mattino era sceso a lavorare nel suo capannone. Là custodiva le memorie di vari tempi della sua vita e i sogni di tanti progetti

iniziati.

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Il nostro primo incontro….

L’avevo conosciuto per la prima volta in occasione del concorso indetto dalla Curia per il rinnovamento liturgico del presbiterio del nostro Duomo, secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II. Mi colpirono in quella circostanza due idee che aveva espresso in immagini: il Duomo con il suo altare sta al centro della storia della nostra città e perciò raduna attorno a sè tutti i personaggi principali che l’hanno costituita: vescovi e re, guerrieri e studiosi, poveri e ricchi, mercanti e operai che aveva abbozzati. E l’altra idea: il rapporto stretto che intercorre tra il crocifisso e la nostra città espresso in un disegno, allora appena abbozzato, nel quale una mano del crocifisso si stacca dalla croce e s’abbassa per incontrare quella di sua madre che s’innalza verso di Lui in segno di comunione e d’implorazione.

Poi cadde la torre e non se ne fece più nulla.

I nostri incontri però continuarono e la riflessione su quei temi proseguirono in un costante contrappunto tra la sua storia personale, i fatti del giorno e due immagini del Vangelo che lo colpirono particolarmente: quella dei discepoli di Emmaus che venne a dipingere nel salone della Casa della carità, simbolo dello spirito di accoglienza che deve costantemente animare la nostra comunità cittadina e diocesana, e quella della deposizione di Gesù Cristo dalla croce in fianco al Duomo, interprete del dolore, della pietà e della speranza di Cristo e insieme della lunga storia della nostra città.

Discepoli di Emmaus di carlo Mo….

La ricerca come un’avventura….

Più parlavo con lui e più scoprivo dietro quel volto di roccia, che non facilmente si concedeva agli altri, uno spirito di fanciullezza che gli anni non avevano spento e che sentiva ancora il bisogno di esprimersi nei colori e nel ferro sul quale imprimeva la sua fantasia, senza mai ripetersi.

Un giorno lo vidi lavorare attorno ad un cavallo fatto di fili di ferro montato da un ragazzo che puntava contro il vento un bastone con in cima una girandola. Gli chiesi che cosa significasse. Sì, perché egli mostrava, ma non spiegava le sue opere. E Mo: si tratta di un mio desiderio provato da fanciullo, correre contro il vento in groppa a un cavallo. Ora quella scultura si trova davanti al reparto di Pediatria del nostro Policlinico, un po’ schiacciata dalle alte costruzioni che la circondano, ma credo che pochi sappiano com’è nata e quale antico sogno del suo autore custodisce.

Il suo fu uno spirito d’avventura che progressivamente si allentò nel suo corpo, ma non nel suo spirito. Anzi che si approfondì, incontrando i grandi interrogativi dell’esistenza, per cui parlammo di arte, di lavoro, del Vangelo, dell’esperienza di sant’Agostino, di ciò che sta alla sorgente delle nostre ispirazioni e della nostra vita.

Un giorno gli diedi la lettera che il nostro Papa diversi anni fa scrisse agli artisti. Dopo averla letta con attenzione, mi disse: bella, ma non vi ho trovato una nota fondamentale che sperimenta ogni vero artista quando compone, quella dell’obbedienza. Quando io disegno, quando scolpisco, non faccio ciò che voglio, e tanto meno eseguo semplicemente la volontà di un altro, ma obbedisco ad una ispirazione che mi viene da altrove, della quale sono esecutore, e perciò devo essere obbediente ad essa e non presumere di essere suo creatore. L’ispirazione è un dono. Di qui lo stupore dell’artista anche davanti all’opera da lui stesso compiuta e la sua umiltà riconoscente nel guardarla.

Un’ammissione che mi colpì in un uomo tanto indipendente.

Quando parlavo con lui dei grandi problemi della vita mi sembrava di stare con chi all’aurora già intravede il sole, ma insieme l’aspetta perchè ancora non è pienamente apparso.

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La Scrittura ascoltata e la sua vita….

Per tale motivo in questo solenne atto di congedo ho voluto scegliere testi della sacra Scrittura che mettono allo scoperto scene e parole che svelano momenti fondamentali della sua vita, della sua opera, delle sue attese, dell’ispirazione che l’ha segretamente guidato.

Abbiamo ascoltato nella prima lettura un brano della lettera di san Paolo ai Romani (Rom.8,14-23), nel quale ci viene detto che chi si lascia guidare dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E in Mo era viva la percezione di un Altro che guida i nostri passi, che ispira le nostre azioni, che sta oltre ciò che immediatamente tocchiamo, anche se forse non ne coglieva chiaramente il nome.

Aggiunge poi Paolo che “tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto”, segno della sua aspirazione a trasformarsi, e un’artista si pone su questo cammino: quello di dar volto e vita a ciò che appare inerte e senza forma.

Nel Salmo responsoriale (Salmo 62) ci è stato parlato della ricerca e della sete dell’uomo. Non si tratta semplicemente della sete fisica, ma di quella dello spirito. Della sete della verità, dell’amicizia, della bellezza, che troppe volte però viene soffocata dalla chiacchiera, dall’attaccamento al denaro, dalla menzogna. Carlo Mo visse di questa sete in maniera intensa, per cui non s’acquietava nelle sue opere, non si lasciava imprigionare dalle mode, nè vendere per il denaro, e guardava alla famiglia e alle sue amicizie come al suo primo bene.

Noi cristiani chiamiamo la pienezza della verità, dell’amicizia, della bellezza con un nome solo, Dio, per cui abbiamo pregato, pensando d’interpretare anche il desiderio segreto di Mo: “Ha sete di te, Signore, l’anima mia”.

Si tratta della stessa sete che Agostino nelle sue Confessioni volle paragonare a quella del filo d’erba, cosciente della grandezza e della debolezza dell’uomo, ragione profonda della sua inquietudine che l’ha portato costantemente a cercare e sperare.

Al Vangelo (Luca 23,44-46.50.52-53; 24,1-6) abbiamo ascoltato il testo di san Luca che descrive la morte del Signore e la sua deposizione dalla croce, fino alla sua risurrezione. Momento fondamentale della storia del Signore, riflesso anche della nostra e che Carlo Mo fissò un giorno nel bronzo quale sua ultima grande opera, in cui il corpo esanime di Cristo è sorretto dalla pietà di due donne, mentre in cima alla croce, mi spiegava lo stesso Mo, nella V bianca dell’acciaio inossidabile già albeggia la risurrezione.

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La mia preghiera.

Credo, Signore, che Carlo Mo ebbe questa sete di Te, poichè ti cercò per mille strade diverse. Venne anche nelle tue chiese, Signore, s’eppure spesso di nascosto, come mi confessò un giorno, per sentire che cosa gli dicevi.

Ora che è giunto sulla soglia della tua casa, accoglilo e rispondi alla sua sete, come hai detto un giorno alla Samaritana presso il pozzo di Giacobbe.

L’ultimo suo sogno legato al tempo era che il Duomo avesse una porta trasparente in modo che ogni persona anche dalla piazza, dalla strada ad ogni ora del giorno e della notte potesse contemplarti crocifisso e sentirti così accanto alla sua vita e la facciata fosse come vigilata dalle sculture dei numerosi personaggi della nostra storia pavese per ricordarci che siamo figli di un grande passato.

Più volte egli dipinse le mani dell’uomo, di tua madre, Signore, che s’incontravano con la tua mano. Ora è lui stesso che ti porge le sue. Ricevilo nella tua casa e consola con la luce della fede sua moglie Wanda, fedele custode della sua casa e del suo amore, i suoi figli, i suoi nipoti e anche gli amici che non lo vedranno più qui in terra, fino al giorno della risurrezione, certi però che Carlo continua ad essere vivo presso di Te, e non solo nelle sue opere.

La fede è come l’occhio dell’artista che vede tante cose che gli altri non vedono. Lui, Carlo Mo, capiva bene questo perché l’aveva sperimentato nel suo impegno quotidiano guardando le cose e le persone per scoprirne il mistero ed esprimerlo nel bronzo e nell’acciaio.

Il Signore soccorra gli occhi della nostra fede che non solo ricorda, ma guarda anche oltre i confini della morte, in cui si compirà il miracolo della rifioritura della nostra vita, come Gesù ci ha promesso.

+ Giovanni Volta