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Giuseppe Amari Vescovo

Giovanni Volta

Appassionato in tutto ciò che andava facendo:

continuità nella varietà dei tempi

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(testo per l'opuscolo pubblicato in memoria di mons. Amari nel trigesimo della morte)

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amariSono stato vicino a monsignor Amari in più occasioni e in tempi diversi e la nota dominante della sua vita mi è parsa la vivacità e la passione per ciò che andava facendo, anche nell’ultima prova della malattia che lo portò alla morte, all’ingresso nel Regno.

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Amari docente e animatore di gruppi ecclesiali.

Professore di storia della Chiesa, di Patrologia e di Liturgia aveva cambiato il metodo d’insegnamento tradizionale in queste materie, cercando vie nuove, attingendo alle recenti pubblicazioni sull’argomento. La molteplicità però dei suoi impegni pastorali che aveva scelti e che gli erano stati richiesti lo portava ad avviare sentieri nuovi, ricerche e letture senza portarli sempre alle loro ultime conclusioni.

L’unico suo scritto completo fu la tesi di laurea discussa all’Università Gregoriana e poi pubblicata, sul concetto di storia in san Agostino, che attirò, si diceva, l’attenzione di padre Gemelli per un suo impegno di docenza all’Università Cattolica. Non so se questa notizia fosse vera. Certamente monsignor Amari non era un uomo da chiudersi in un ambiente di studio. Troppi erano i suoi interessi, in particolare quelli per la pastorale attiva. A Mantova, come già ho ricordato, s’interessò di Acli, di Scouts, di Azione Cattolica, dei Laureati Cattolici, degli studenti insegnando religione al Liceo Scientifico. E noi a scuola approfittavamo di questa varietà d’interessi per portarlo a dirottare i discorsi, anche se non sempre ci riuscivamo.

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Amari rettore.

Quando nel 1952 monsignor Poma lo nominò rettore, qualcuno poteva pensare che si rassegnasse a star fermo in Seminario. E invece no. S’interessò a fondo della ristrutturazione materiale dell’edificio per un lungo arco di tempo che va da monsignor Antonio Poma a monsignor Carlo Ferrari, studiò per diversi anni il nuovo progetto di ordinamento dei Seminari sollecitato dal Concilio Vaticano II e dai fermenti che nella seconda metà degli anni sessanta scuotevano la gioventù e quindi anche i giovani che si preparavano al sacerdozio. Nello stesso tempo continuò a lungo a seguire i Laureati Cattolici.

Per la ristrutturazione dell’edificio del Seminario rivelò doti particolari, confermatemi anche dagli ingegneri e dagli architetti che lavorarono con lui. Saliva sul cantiere, s’informava dei prezzi del materiale, dava pareri estetici e funzionali. Distaccato dalle proprie cose personali, era oculatissimo per gli interessi del Seminario. Non chiese alla Diocesi un contributo economico straordinario come fecero tante altre chiese particolari che in Italia s’impegnarono nel rifacimento dei loro Seminari. Un merito, perché non gravò per i lavori sulle parrocchie; un rischio, perché non favorì in questo modo il coinvolgimento della Diocesi nel riordino della casa educativa dei futuri preti.

Ma per il Seminario s’impegnò soprattutto sul piano educativo in una stagione di difficile trapasso.

Un lavoro condotto avanti su due piani: quello operativo, con l’equipe degli educatori, e quello di studio delle nuove forme educative. Per il problema operativo aveva a che fare con la costante tensione tra libertà e obbedienza, tra formazione spirituale e intellettuale ed esperienza pastorale. Egli insistette sulla formazione liturgica e il contatto personale con i Seminaristi.

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La preparazione del documento sui Seminari.

Per l’altro problema, quello della ricerca di nuove forme educative, è stato sollecitato ad un approfondimento da una richiesta pervenutagli di collaborare con altri sacerdoti alla preparazione del testo “Orientamenti e Norme” per i Seminari d’Italia, da parte dell’Episcopato italiano. Responsabile del gruppo di studio era il Vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Carraro, che durante il Concilio Vaticano II aveva lavorato molto per la stesura del decreto conciliare “Presbyterorum Ordinis”, e che in quegli anni era presidente della Commissione episcopale della CEI per l’educazione cattolica. In questo studio si trattava di stendere delle linee direttive riguardanti la vita dei Seminari e il loro compito educativo nella Chiesa e nella società contemporanea. Monsignor Amari lavorò particolarmente per la stesura della parte formativa psicologica e spirituale , naturalmente in stretta collaborazione con il gruppo degli esperti e delle diocesi italiane chiamate a partecipare in maniera attiva a questo importante lavoro. Il vescovo Giuseppe Carraro, un lavoratore infaticabile, che ascoltava paziente tutte le proposte, ma temeva l’inconcludenza dei dibattiti, per cui era capace di tenerci insieme in un luogo appartato per giornate intere finché non avessimo raggiunto gli obiettivi che ci erano stati proposti.

In queste occasioni monsignor Amari si rifaceva spesso a ciò che andava constatando nella sua esperienza di rettore. La preparazione di questo documento per i Seminari, che si avvalse come ho ricordato della consultazione di tutte le Diocesi, durò ben cinque anni (1968-1972).

Esso fu presentato da monsignor Carraro il 22 luglio 1972 con queste parole, tra le altre: “la Ratio italiana è stata costruita non per opera di un ristretto gruppo di esperti, ma con l’azione congiunta dei vescovi, degli educatori dei seminari, di comunità educative nei seminari e negli istituti religiosi, di esperti, sacerdoti e laici. Nell’arco di oltre cinque anni...si sono raccolti e confrontati contributi diversi provenienti da varie fonti”. Il 15 agosto 1972 il documento, che portava il titolo: “La preparazione al sacerdozio ministeriale. Orientamenti e Norme”, dopo la necessaria “recognitio” della Santa Sede, è stato promulgato dal Presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinal Antonio Poma.

Mi pare che lo schema di quel testo sia ancor oggi attuale, almeno per l’ordine di trattazione: Rilievo di situazione (problematica del prete e della vocazione dei giovani, della Chiesa nel mondo, dei giovani, dei seminari). Formazione del pastore (configurazione teologica della personalità del pastore, il Seminario). Orientamenti sulla formazione spirituale del pastore (comunione con Cristo pastore, con la Chiesa, per il servizio ai fratelli). Orientamenti sulla formazione intellettuale del pastore (annunciatore della parola di Dio agli uomini del proprio tempo e conseguente formazione teologico-filosofica). La comunità del Seminario (comunione con Cristo, ecclesiale, sua articolazione, aperta al mondo e solidale con le altre comunità). La pastorale delle vocazioni (lo sviluppo della persona e della vocazione, le componenti educative della pastorale vocazionale al sacerdozio, il Seminario minore).

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Amari Vescovo.

Dopo più di vent’anni di rettorato, ormai maturo di questa lunga esperienza, monsignor Amari fa fatto vescovo di Cremona da Papa Montini. Anche in questa sua nuova veste si dedicò con tutto l’animo al servizio della Chiesa, cosa che continuò poi a Verona (dove fu trasferito passati solo cinque anni), come aveva fatto all’inizio della sua attività pastorale. Ora certamente con accresciuta maturità. Andava nelle parrocchie, telefonava personalmente ai preti, ci teneva a stabilire dei rapporti personali. Convinto della grande grazia donata da Dio alla sua Chiesa mediante il Concilio Vaticano II, cercava in tutti i modi di trasmetterne l’insegnamento e le direttive nella prassi pastorale. Egli era sensibile alla risposta dei preti e della gente, tuttavia il suo punto di riferimento primario era: che cosa ci chiede la fede cristiana? Questo pensiero lo rendeva libero e lieto, anche quando s’accumulavano le difficoltà. La giustezza del cammino da percorrere era la sua prima preoccupazione

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La sua ultima tappa terrena.

La prima volta che l’andai a trovare nel suo ritiro a Marano di Valpolicella, mi parlò subito di ciò che gli donava quella sua nuova condizione di vita, pur non nascondendo la sofferenza per il distacco dal servizio episcopale alla Diocesi di Verona: ora posso pregare e leggere di più di prima, mi disse. Mi vennero allora alla mente le parole di san Gregorio Magno quando confrontava la sua vita di Papa, immerso in mille affari con quella di monaco che aveva condotto prima. Capita nella vita di cambiare notevolmente il ritmo della propria esistenza per eventi interni o esterni a noi, passando o dalla quiete al movimento, o dal movimento alla quiete, come nel caso dell’infermità. E’ importante trovare e amare in ciascuna di queste tappe quello che Dio ci chiede.

Alla fine il Signore gli ha chiesto dapprima il sacrificio della caduta della vista e poi la sofferenza di un tumore che progressivamente l’ha consumato.

Ma lui non si arrese. Imparò a memoria i testi liturgici e continuò a servire le parrocchie nonostante l’incipiente cecità. E quando la malattia e la conseguente sofferenza l’hanno fatto prigioniero della sua stanza e del letto, anche allora credette che quella era grazia.

L’ultima volta che l’ho incontrato il 19 marzo scorso, nonostante il male molto avanzato, l’ho trovato sì molto smagrito, ma ancora tanto vivace, appassionato ai problemi della Chiesa del nostro tempo, attento alle persone, come se avesse una lunga vita davanti. Nella realtà lunga era comunque la vita che aveva ancora, quella che ci assicura la fede e la speranza cristiane, che va oltre la morte.

Mi fece ascoltare con un certo orgoglio la sua macchina che legge ad alta voce, parlammo della vita del prete, della grazia della vita del prete. Pregammo anche un momento insieme ed ho pensato: mentre il corpo declina, Dio può compiere il miracolo di tenere ancora vivo il nostro spirito, anzi affinandolo, quasi a concentrare mille passioni pastorali trascorse come in un lieve respiro.

Sì, la vivacità cristiana attraversò tutta la vita di monsignor Giuseppe Amari, pur con toni diversi, fino ad affinarsi nei suoi ultimi giorni, in una casa diventata sempre più luogo di preghiera e di offerta e di accoglienza.

Gazoldo, 17 settembre 2004

                                   + Giovanni Volta