Giovanni Volta

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MONS. GIUSEPPE AMARI

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Ricordando mons. Amari: frammenti di una memoria

 (31 agosto 2004, testo per La Cittadella)

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Credo che tutti siamo debitori alle persone che abbiamo incontrato nella nostra vita, specialmente verso quelle conosciute in momenti intensi della nostra e della loro esistenza. Vorrei per questo ricordare quattro momenti della vita di monsignor Giuseppe Amari, dei quali sono stato testimone.

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Appena tornato da Roma, come già ha ricordato don Fornari, fu nostro professore di storia, di patrologia e di liturgia. Attivo, pieno di iniziative innovative fuori e dentro la scuola. Eravamo nell’immediato dopo guerra, tempo di grandi fermenti e di progetti per il futuro. Si interessò delle ACLI, degli Scouts, dei Laureati Cattolici, fu per breve tempo anche assistente generale dell’Azione Cattolica diocesana e per diversi anni gradito insegnante di religione al Liceo scientifico Belfiore. Nella scuola del Seminario, fresco di studi universitari, a differenza degli altri insegnanti, non seguiva un testo, ma ci forniva una traccia che arricchiva con diversi libri che portava periodicamente in aula e che noi ritiravamo, fingendo spesso di volerli leggere e inventando alle volte citazioni e letture fasulle. Ricordo per esempio in prima teologia l’approfondimento del problema della tomba di san Pietro, con le ricerche archeologiche di Iosi, Wilper e di Padre Kirsbaum. Traspariva nelle sue lezioni non solo l’interesse per la materia trattata, ma anche per l’impegno pastorale e noi ne approfittavamo per cercare di dirottarlo su argomenti non scolastici.

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amari paoloVIDivenuto rettore del Seminario nel 1952, s’impegnò a fondo prima con il Vescovo monsignor Antonio Poma e poi con monsignor Carlo Ferrari nella ristrutturazione del Seminario.

Mi ricordava nei recenti anni un ingegnere, che seguì quei lavori e divenne poi professore universitario a Pavia, la sua competenza non solo storica e sacerdotale, ma anche sul materiale edile e i costi, sui lavori da compiere, sulle norme di legge.

Trascurato per le sue cose personali, era però attentissimo per gli interessi del Seminario.

Sempre in questo tempo s’impegnò a fondo con l’allora Vescovo di Verona, monsignor Carraro, nello studio e nella stesura delle nuove norme per la conduzione dei Seminari italiani.

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Nel 1973, dopo più di vent’anni di rettorato, fu fatto vescovo di Cremona. Qualche seminarista già aveva subodorato la notizia perché, recandosi nella sua camera privata per incarichi di pulizia, aveva visto sul suo scrittoio aperto per più giorni un recente articolo di studio sull’episcopato. Il mattino poi della pubblicazione della sua nomina, monsignore Amari doveva essere un po’ distratto, perché lasciò acceso il fornellino con il quale soleva farsi il caffè, così che si trovò poi la moka bruciata dentro un grande fumo.

A Cremona prima e poi a Verona fu un vescovo molto attivo, attento ai rapporti personali e soprattutto impegnato nel far passare l’insegnamento e le direttive del Concilio Vaticano II nella prassi pastorale. Così mi parve in alcuni nostri incontri e dalle confidenze di qualche sacerdote di quelle diocesi. Ma su questo diranno i sacerdoti e i fedeli che l’hanno avuto come vescovo.

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In questi ultimi anni sono andato alcune volte a trovarlo nel suo ritiro a Marano di Valpolicella. Gli costò quel distacco dal servizio episcopale alla diocesi di Verona e tuttavia lo trovai sempre cristianamente lieto. Ancora una volta l’ho visto preoccupato per gli altri, non per sé. Dopo poco tempo che s’era ritirato a Marano, mi disse: “ora posso pregare con più calma e leggere e studiare secondo le esigenze che sempre mi son portato nell’animo.” Non per questo però aveva abbandonato il suo ministero episcopale, rispondendo a numerose richieste.

Gradiva molto le visite che gli venivano da Mantova, da Cremona, da Verona. Non c’era più la responsabilità diretta, continuava però il legame del cuore. E s’informava e ospitava volentieri, mantenendo vivo il legame di una memoria orante, senza mai intromettersi nelle responsabilità degli altri. Un signore dello spirito, come l’ha ben definito il cardinal Nicora.

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Quando l’incontrai l’ultima volta, era reduce dalla sua ultima operazione. Smagrito, ma ancora spiritualmente vivace, dignitoso. Mi venne incontro sulla porta in clergyman, con lo zucchetto in testa. Non mi parlò dei suoi mali, ma della Chiesa, delle speranze e delle sofferenze della Chiesa. Nonostante la caduta della vista, continuava a tenersi informato attraverso una macchina straordinaria che sa leggere ad alta voce gli scritti. Me la mostrò e me la fece sentire anche con una punta di orgoglio. Non s’era ripiegato su stesso. Continuava ad appassionarsi al mistero cristiano e alla vita della Chiesa con l’animo stupito di chi si trova a compiere i primi passi nel cammino di fede, ma con la pensosità della persona matura. In particolare parlammo di alcuni scritti di don Giovanni Moioli, del suo piccolo grande scritto “La parola della croce”. Lui la stava sperimentando in quei giorni nella sua carne, quella croce.

Era ben cosciente che Dio l’aveva amato e questo lo consolava. Il Signore mi ha dato molto, mi disse nel nostro ultimo incontro, nel numero degli anni, nelle persone che ho incontrato, nelle grazie spirituali che mi ha donato, nelle possibilità di bene che mi ha offerto fino a questi ultimi giorni. Non posso che ringraziarlo.

Con grande amore l’hanno accudito le due suore che già l’avevano servito in episcopio; gli è stato accanto come un figlio il segretario, don Callisto. La sua era diventata una casa di accoglienza e di preghiera. Ultimamente anche di sofferenza, ma con viva le speranza cristiana.

Ora, come dopo una lunga navigazione, monsignor Amari è approdato all’altra riva, là dove, come afferma l’Apocalisse: “Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli” (Apoc. 22,5).

Con questa fede e riconoscenza abbiamo partecipato ai suoi funerali e lo ricordo.

Gazoldo, 31 agosto 2004

                                   + Giovanni Volta