Omelia di monsignor Giovanni Volta

tenuta a Villa Poma in occasione della morte di don Cesare Righetti

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Testi della Messa: 2 Cor.11,1-11; Mt. 6,7-15……….

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RighettiCesareNon potendo venire domani ai funerali a motivo di altri improrogabili impegni, ho pensato di venire oggi a pregare con voi.

Don Cesare ha frequentato il Seminario e mi fa sempre riflettere quando partecipo al funerale di uno che fu un tempo mio alunno.

Il fatto che uno sia stato mio scolaro stabilisce sempre un vincolo particolare umano e di grazia: ecco perché sono qui stasera a pregare con voi per e con Don Cesare.

Ogni morte presenta sempre una grande domanda sulla nostra vita, ma noi siamo tentati di comportarci come fanno i bambini quando hanno paura, essi chiudono gli occhi pensando che i motivi della loro paura in questo modo scompaiano. Il poter rispondere a questa grande domanda equivale al poter rispondere all’interrogativo sul senso della vita.

Certo se l’esistenza terminasse nel nulla , quanto povera e triste sarebbe la vita. Tanti sogni, progetti, fallimenti, fortune e sfortune e poi, come d’improvviso: il niente. Ma se la sera non ha una nuova alba come diventa deludente la giornata! Noi cristiani però crediamo che c’é un’alba nuova.

Ma noi cosa ricordiamo di don Cesare, del suo cammino qui in terra, tra noi, degli obiettivi che si era proposto; di che cosa dobbiamo essergli riconoscenti?

Ce ne parla Paolo quando scrive ai Corinzi: “ io in mezzo a voi non sono venuto per guadagnare soldi , o per fare carriera, io sono venuto “, dice Paolo, “in mezzo a voi per annunciarvi il mistero della nostra vita redenta da Cristo.”

Noi uomini solitamente ci dedichiamo a valori che riusciamo a pesare e misurare come la casa, i campi il cibo, il denaro. Certamente anche queste cose ci sono necessarie in una certa misura. Ma l’importanza prima e fondamentale sta nel dare un senso alla vita e che abbia a durare per sempre.

Ora, il compito principale della vita di un prete sta nel rispondere a questa domanda di “senso”, e lo fa non in forza della sua abilità e intelligenza, ma trasmettendo un bene che lui stesso ha ricevuto: la parola e la misericordia di Dio. Egli perciò non vale perché colto, intelligente, perché sa parlar bene, ma perché trasmette agli uomini il dono dell’amicizia di Dio e l’accompagna nell’incontro con Lui. A somiglianza di un bambino che tiene tra le sue piccole mani un dono preziosissimo e l’offre agli altri gratuitamente, perché anche lui così l’ha ricevuto, anche il sacerdote non conserva solo per sé questo bene, ma lo dona gratuitamente agli altri. Esso costa l’amore della morte di Gesù Cristo in croce.

Di qui il vanto di Paolo che scrive ai Corinzi di aver annunziato loro gratuitamente il vangelo di Dio, la buona novella,, per cui può dire ad essi: “trovandomi presso di voi e pur essendo nel bisogno, non sono stato di aggravio a nessuno”.

Qui sta il primo motivo della nostra riconoscenza verso don Cesare. Egli è stato molti anni in mezzo a voi non per produrre delle cose, come può fare un industriale o un contadino, non per arricchirsi, ma per dare a ciascuno il bene che viene da Dio: la sua Parola che è in grado di illuminare la nostra vita anche nei momenti più bui, e la sua Misericordia capace di risollevarci dalle nostre debolezze e ridarci una vita nuova.

Domenica scorsa quando sono venuto qui in mezzo a voi ad amministrare il sacramento della cresima, sono andato a trovarlo prima della celebrazione della santa Messa e l’ho visto prostrato nel suo letto come vinto dal male. Pensavo fosse assente con la mente; invece era vigilante così che abbiamo potuto pregare insieme. La sua partecipazione era quasi impercettibile. Ma quando gli ho dato la benedizione, anzi l’assoluzione, con grande fatica si è fatto il segno della croce. In realtà in quel momento tutto il suo corpo era un segno della croce, com’era stata del resto la sua vita in questi ultimi tempi.

Molte volte egli aveva predicato in chiesa la pazienza, il sacrificio, l’amore di Dio, l’abbandono a Lui. Ora la sua bocca, chiusa dal male, s’era fatta muta, il corpo immobile, ormai fidente solo in Dio. Fu quella la sua ultima predica che vi ha rivolto. Non nella facilità della parola l’ha pronunciata, ma nella durezza del dolore sopportato abbandonandosi a Dio.

Proclamare la Parola di Dio con le labbra e con la vita, questo è il primo compito di un prete, ma legato intimamente a questo vi è l’altro, quello di rivolgere a Dio le nostre parole, la preghiera, a imitazione di Gesù che volle insegnare ai suoi apostoli come pregare. L’abbiamo ascoltato poco fa nel Vangelo di questa Messa.

Questo fu l’altro compito di don Cesare tra voi.

Ma cosa significa pregare? E’ forse una evasione dalla vita concreta di ogni giorno, come molti pensano, è volere imporre a Dio i nostri progetti, i nostri desideri; è il ricorso estremo, come si fa con una società assicuratrice, quando si è nei guai e non si sa più a chi rivolgersi?

Sentiamo come Gesù ne ha parlato ai suoi discepoli.

Il primo sguardo della preghiera, egli ci dice, non dev’essere rivolto all’uomo, alle sue necessità, alle sue attese, anche se dell’uomo e provocato da queste, ma a Dio. Un Dio visto non primariamente come giudice o un esattore delle tasse, dei debiti verso di Lui, ma Padre. Quante volta Gesù si è rivolto al Padre: ora per ringraziarlo per il bene di un prodigio, ora per l’abbandono in Lui nella sofferenza (sulla croce Gesù pregò: Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito: Lc.23, 46).

Non si tratta di una padre tra i molti, o di un padre forestiero, ma del “nostro” Padre.

Forse ci siamo abituati a questa espressione “Padre nostro” e magari ci siamo dimenticati di riflettere sul senso profondo di questo aggettivo “nostro”, che perciò ci riguarda. Anche in questo momento di dolore dobbiamo chiamare Dio “Padre nostro, di ciascuno di noi, di don Cesare, che già gli è andato incontro. E proprio perché alziamo i nostri occhi a Dio e lo chiamiamo Padre nostro, per questo la morte acquista un volto nuovo. Essa non è il precipitare in un abisso orrido e buio, ma tra le mani di un Padre. Dunque la nostra vita non è mai orfana, neanche nella desolazione della morte.

Ma poi dopo aver guardato al Padre e invocato in terra il regno di Dio e chiesto che la sua volontà d’amore si compia, Gesù ci insegnato ad abbassare il nostro sguardo nella preghiera sulla nostra concreta condizione umana, di noi che abbiamo bisogno di mille cose, che camminiamo feriti dai nostri peccati, che guardiamo con trepidazione al nostro futuro, timorosi che il male ci vinca.

La preghiera guarda a Dio, ma non dimentica l’uomo. Sollecitata e sorretta dallo Spirito, essa affonda le sue radici nei timori, nelle attese, nelle debolezze dell’uomo, nelle sue paure, per cui nulla le rimane estraneo, e perfino il peccato con il dolore che provoca diventa paradossalmente suo alimento (Pensiamo un momento alla grande preghiera del Miserere).

Tre sono i grandi snodi della condizione umana richiamati nella preghiera del Padre nostro: la fame e il pane, il peccato e il perdono, il futuro e la paura e l’assistenza di Dio.

La fame e il pane: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”. L’uomo non vive solo di pane, ma ha bisogno del pane, della terra, dell’aria per vivere. Dopo aver riconosciuto Dio come Padre, chiediamo a Dio di avere ogni giorno il nostro sostentamento.

Il peccato e il perdono: “rimetti a noi i nostri debiti”. Non c’è solo la povertà del pane, delle cose, ma anche quella più profonda del peccato. Per liberarcene abbiamo bisogno del perdono del Padre: rimetti a noi i nostri debiti. Chiedendo perdono ci impegniamo però anche a perdonare il nostro prossimo secondo lo stile di Dio: “rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Don Cesare non ha più bisogno del nostro pane, ma del perdono per giungere all’abbraccio del Padre. Per questo preghiamo con lui e per lui, facciamo nostra la sua invocazione del perdono del Padre.

E infine: “non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male”. Cinque anni fa quando venni per le Cresime, don Cesare mi parlò del suo futuro, dei suoi progetti, delle sue trepidazioni. Chi di noi può essere certo non solo della realizzazione dei propri progetti, ma anche della sua stessa fedeltà a Dio? Ecco perché Gesù ci ha insegnato a pregare anche per il nostro futuro in vista degli imprevedibili rischi e pericoli che esso può presentare. La recente traduzione fatta dalla Cei della Bibbia,aderendo al senso del testo originale, invece di usare l’espressione tradizionale “e non ci indurre in tentazione” ha scritto “e non abbandonarci alla tentazione”. Anche per questa insistente invocazione Dio sarà stato particolarmente vicino a don Cesare nella sua ultima prova.

Per questa splendida e sobria preghiera, che abbraccia l’intero corso della vita e tutti i suoi aspetti, siamo profondamente riconoscenti verso Gesù Cristo che ce l’ha insegnata, ma anche a don Cesare che ce ne fu maestro e testimone.

gesù

la preghiera va rivolta innanzitutto a Dio. Ma chi è Dio? È come un esattore delle tasse che guarda se abbiamo pagato tutto? Gesù ci ha rivelato che Dio è Padre, ma non un Padre qualunque è il Padre nostro. Forse ci siamo abituati a questa espressione “Padre nostro” e magari ci siamo dimenticati di guardare il senso profondo di questo aggettivo “nostro”: che ci riguarda. ……

Quando ci rivolgiamo a Dio lo chiamiamo Padre , Padre di noi, di ciascuno di noi, di Don Cesare. E anche il nostro sguardo verso di Lui è contemplazione e ammirazione come pensiamo che in questo momento anche Don Cesare nella luce nuova possa contemplare pienamente il volto di Dio.

Ma qui l’uomo fa presente i propri guai, e dopo aver alzato gli occhi verso Dio parla delle proprie debolezze. E sentite come sono elencate le debolezze dell’uomo, come le ha elencate il Signore insegnandoci a pregare:

dacci oggi il pane quotidiano” – abbiamo bisogno di pane , abbiamo bisogno delle cose e dopo avere riconosciuto Lui come Padre chiediamo di avere ogni giorno il sostentamento.

Ma non c’è solo la povertà del pane ma c’è una povertà ancor più profonda quella del nostro peccato e per questa povertà noi chiediamo perdono: “ rimetti a noi i nostri debiti”. E chiedendo questo perdono ci impegnamo anche noi ad usare la stessa misura verso il nostro prossimo: “ rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” .

E in fine c’è in tutti noi qualche timore guardando al futuro. Cinque anni fa , venendo qui per le cresime, Don Cesare mi parlava del futuro dei progetti che egli aveva della vita che egli avrebbe condotto, e guardando al futuro noi non possiamo non preoccuparci: come reagiremo al futuro ? quale sarà il nostro futuro? Ecco perché allora si prega contro i rischi del nostro futuro. E la traduzione che meglio esprime queste cose dice: non abbandonarci alla tentazione “ e non ci indurre in tentazione …”

Per questa preghiera non solo siamo riconoscenti verso il Cristo ma siamo anche riconoscenti verso Don Cesare