Giovanni Volta

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WOJTYLA ANCHE TRA NOI

UN TESTIMONE DI DIO E DELL’UOMO

                         

Papa w

 

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In questi giorni una colluvie di immagini e di testimonianze mi hanno invaso ed io d’istinto, per non rimanere da esse come sommerso senza che potessi formulare un mio giudizio, sono riandato agli incontri fatti con Giovanni Paolo II.

Lo vidi per la prima volta a Mantova negli ultimi giorni dell’ottobre del 1965. Era allora giovane arcivescovo di Cracovia e membro della Commissione teologica del Concilio Vaticano II. Aveva appena 45 anni. Lo rividi a Milano pochi mesi prima che fosse eletto Papa ad una conferenza che tenne sull’Humanae Vitae. Poi l’incontrai più volte quand’ero all’Università Cattolica e infine da Vescovo di Pavia.……….

La prima nota che mi colpì in lui quando venne a Mantova, invitato a parlare della costituzione pastorale conciliare sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (che sarebbe stata definitivamente approvata nei primi giorni del dicembre seguente) fu la sobrietà del suo comportamento e la gravità della sua voce che misurava le parole. Pensai che provenisse da una famiglia nobile, non popolare.

   Entrando nella sala dove doveva tenere la sua conferenza (il Salone presso la chiesa di Sant’Orsola) mi disse che avrebbe parlato per poco tempo per lasciare poi spazio alle domande dei presenti, adducendo il motivo che non conosceva bene la lingua italiana. In realtà se la cavò benissimo. Nella sua esposizione si soffermò soprattutto sulle matrici dell’ateismo contemporaneo, citando anche filosofi come Kant.

Tra i vari interventi fatti in sala uno mi colpì particolarmente, perché sfuggito alla preparazione del dibattito e soprattutto per la risposta che ebbe. Esso riguardava il diritto alla difesa inserito negli ultimi tempi nella bozza del documento conciliare là dove si parla della guerra. Dopo aver sostato un momento pensieroso, così rispose l’allora monsignor Karol Wojtyla: quando l’esercito russo si fermò alle porte di Varsavia e i tedeschi nel frattempo distrussero gran parte della città, noi Polacchi dovevamo lasciarci uccidere tutti oppure avevamo diritto a difenderci?

Uno stile, quello del dialogo specie con i giovani, che ritrovai poi nella sua attività pastorale; un riferimento all’esperienza della vita che ricorse frequentemente nei suoi discorsi.

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Fu però per me una sorpresa quando da Papa lo vidi così estroverso nell’incontro con la gente, trasgressore anche di comportamenti tradizionali e ciò fin dai primi giorni del suo Pontificato.

Tanto impegnativo nei suoi discorsi e nello stesso tempo tanto espansivo, affettuoso con gli ammalati, i bambini, gli handicappati.

Solitamente la “riflessività” e la “estroversione” con difficoltà convivono nella stessa persona.

Non si trattava però di un fatto semplicemente psicologico, ma di due note profonde della sua personalità, maturate in una vita di rischio, di fatica e di poesia già nella sua giovinezza, di studio e di impegno verso gli altri, di sofferenza per la progressiva perdita di tutte le persone della sua famiglia e di accostamento al mistero di Dio, di preghiera.……….

Quando venne a Castiglione delle Stiviere per il centenario di san Luigi Gonzaga noi vescovi lombardi siamo andati ad accoglierlo. C’erano migliaia di giovani che l’aspettavano, ma egli volle prima recarsi a pregare nel santuario. Io m’aspettavo che si fermasse per soli cinque minuti, e invece sostò in preghiera per quasi mezz’ora.……….

Ecco, penso, il segreto della vitalità della sua esistenza. Più Wojtyla affondava le radici della sua vita nel mistero di Dio, nella preghiera e nella contemplazione e più aveva risorse di comunicazione e trovava le vie per incontrare gli uomini, per comprenderli.

Credo che questa sia una grande lezione che lascia ai giovani, che propone ad ogni uomo di buona volontà. Dio non è alternativa all’uomo, ma ragione prima della sua dignità e della sua speranza. Se volete crescere senza venire travolti affondate le vostre radici in chi è sorgente della vostra vita.

La sua prima enciclica, “Il Redentore dell’uomo”, mi pare che abbia ben espresso il convincimento che non solo alimentò costantemente la predicazione di Papa Vojtyla, ma fu anche anima della sua esistenza fino all’ultimo giorno, ragione della sua combattività e della sua pace.

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Nell’ultima visita ad limina che noi Vescovi Lombardi abbiamo fatto, il Papa, nonostante la sua grave infermità, ci volle a tavola con lui. Non aveva timore di mostrarci tutta la sua debolezza. Il discorso ad un certo momento andò sul sognare dell’uomo, il sognare da svegli. Ed uno di noi osservò ad alta voce: anche il Papa farà dei sogni. Ed egli: sì. Poi con fatica (gli riusciva già difficile parlare), fece l’elenco di quattro nomi, quattro località: Ur, Sinai, Gerusalemme, Damasco. Erano le tappe della storia della salvezza. Il paese donde era partito Abramo, chiamato da Dio, Ur; la montagna sulla quale Mosè accolse da Dio la legge da consegnare al suo popolo in cammino verso la terra promessa, il monte Sinai; la città, Gerusalemme, punto d’arrivo del popolo eletto e di partenza del nuovo popolo, la Chiesa, luogo del sacrificio di Cristo e della sua risurrezione; e la città sulla cui strada fu folgorato da Cristo l’apostolo delle genti, san Paolo, Damasco.

Dopo non molto tempo quel sogno si avverò, tranne che per Ur (Saddam non gli concesse di andare in Iraq). Non si trattava di un viaggio turistico, ma di tornare alle sorgenti della nostra salvezza, al loro perenne insegnamento. Ora per lui quel cammino si è compiuto definitivamente.

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Noi tante volte visitiamo molti luoghi, ma non sappiamo vedere e per questo torniamo più poveri di prima. Oppure reclamiamo una libertà solo esteriore e non ci rendiamo conto che essa sta anzitutto dentro di noi. Papa Wojtyla ci ha insegnato a guardare la storia e gli uomini, a stimare la gioia e la vita, ci ha mostrato dove trovare la libertà e come viverla e perché viverla, da giovani e da vecchi, con un corpo sano e con un corpo malato. Partendo da questa presa sul serio della condizione umana ha alzato i suoi occhi a Cristo, facendosi così compagno di viaggio di ogni uomo (diversi giovani hanno detto in questi giorni d’aver imparato da lui ad amare l’esistenza, hanno ritrovato se stessi) e nello stesso tempo indicatore del Salvatore dell’uomo.

Nella sua prima enciclica Egli aveva scritto: la dimensione umana del mistero della redenzione sta in questo che Cristo ha rivelato pienamente l’uomo all’uomo, per cui in lui ritrova la grandezza, la dignità e il valore propri della sua umanità.

+ Giovanni Volta

Gazoldo, 5 aprile 2005            

Pubblicato su La Cittadella dell’8 aprile 2005                             

 

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