• Stampa

Santa Messa

nel secondo anniversario della morte del dott. Luigi Benazzo

………

OMELIA

di monsignor Giovanni Volta

………

SANTA MARIA DEL CARMINE – PAVIA

                       13 FEBBRAIO 2010, ORE 16

………

LETTURE Geremia 17,5-8: 1 Cor.15,12.16-20: Luca 6.20-26:

………

Il nostro incontro, la nostra preghiera questa sera è di memoria e di ringraziamento. Anzitutto nei riguardi del Signore, perché la Messa è viva memoria e presentazione della sua morte e risurrezione per la salvezza di noi tutti. Ma nella morte e risurrezione del Signore vogliamo ricordare in particolare l’amico dottor Luigi Benazzo nel secondo anniversario della sua morte. Verso di lui tutti i presenti, incominciando dai suoi famigliari, dai pazienti, dai colleghi, dagli amici hanno motivi di riconoscenza e di affetto. L’incontro di una persona buona, competente, appassionata, generosa è sempre un dono prezioso nella propria vita, specialmente in un tempo in cui l’amore disinteressato pare una chimera e il vivere da cristiani un impegno solo di altri tempi.

Ma la vita umana come si misura? Quando si può dire

che è riuscita oppure che è fallita? Un domanda inquietante che si presenta ad ogni scelta di vita, e che si fa perentoria di fronte alla morte.

Come possiamo noi dare una risposta adeguata a questo interrogativo che s’impone ad ogni uomo pensoso sul proprio destino? Mentre ricordiamo la vita del dottor Benazzo ci rendiamo conto che anche noi siamo implicati nella domanda sul senso dell’esistenza.

Cercherò per questo di mettermi con voi in ascolto della Parola di Dio che abbiamo sentito in questa santa Messa proclamata da due figli del dottor Benazzo e dal sacerdote che ha letto il vangelo. Solo Dio, che ha creato il cuore dell’uomo, ce ne può dare un’adeguata lettura e proporci una soluzione ai suoi interrogativi.

Dio quando parla non ignora mai le attese e le domande del cuore dell’uomo, e perciò possiamo individuare alla base dei testi che abbiamo ascoltato tre constatazioni legate a tre interrogativi.

- L’uomo, ogni uomo, si sente fatto per la gioia, e la ricerca consciamente o inconsciamente in ogni sua attività. Ma la vita tante volte gliela nega, e per questo s’interroga: qual è la via della gioia, chi gliela può dare, a quali condizioni? E’ l’interrogativo soggiacente al testo di san Luca che è stato letto: il grande discorso così detto delle beatitudini.

- L’uomo in cerca, in cammino incontra tanti ostacoli e difficoltà nella sua vita. Anche in se stesso, e non solo fuori di sé. Come un viandante ora egli è preso dalla stanchezza, ora viene travolto dalle sue passioni, ora trova tanto buio sulla sua strada.

In astratto la sua ragione parrebbe dover essere sempre lucida e libera in maniera che possa guidare con rettitudine la sua esistenza. E invece anch’essa tante volte annaspa perché non sa vedere con chiarezza, oppure è travolta dalle situazioni o dagli interessi che la incatenano piegandola per sentieri sbagliati. Di qui la domanda: chi può sostenere l’uomo nell’affrontare le varie condizioni della vita, il suo cuore esposto a mille debolezze e contraddizioni? A questi interrogativi intendeva rispondere il profeta Geremia che si era sentito solo nel testimoniare la verità a un re e a un popolo che non la voleva intendere.

- Un terza domanda riguarda il cammino concreto, personale di ogni uomo: c’è una continuità nel nostro desiderio di vita e nei nostri rapporti d’amore, oppure tutto finisce come un foglio di carta che in breve tempo brucia e si consuma?

Non è in questione solo “il dopo”, ma anche il presente. Se ci sarà quel “dopo”, il mio presente acquisterà una dimensione nuova, come accade al contadino che semina e butta il grano nella terra dove momentaneamente scompare, ma in quello stesso momento egli anche attende, perché crede nelle messi future. Una domanda che investe la vita intera e alla quale Paolo - vedi la seconda lettura - ha risposto scrivendo ai Corinzi, tra i quali alcuni credevano a Gesù Cristo ma non alla risurrezione della carne.

………

A queste tre domande, che hanno attraversato la vita anche del dottor Benazzo, così risponde la Parola di Dio.

………

Nel discorso della montagna, quello delle beatitudini, il Signore ha voluto assicurare che Dio non abbandona nessuno, anche nella sua massima povertà, anzi prima di tutto per questi egli è venuto, come disse nella sinagoga del suo paese, Nazaret. Egli non abbandona l’uomo che confida in Lui e il dono suo non è una cosa, una carriera, ma se stesso, la sua amicizia e con essa la gioia, perché Dio oggi nell’oscurità del tempo e un giorno nella luce dell’eternità è la fonte della pienezza della nostra gioia, tanto che preghiamo: la tua gioia, Signore, è la nostra forza.

Ne abbiamo un’immagine anche nella nostra vita quotidiana, quando ci rendiamo conto che la gioia ci è data anzitutto dall’amore e dalla presenza delle persone amate e non primariamente dalle cose. Ci mostrano questo i bambini quando soffrono o si sentono smarriti e cercano non delle cose, ma la mamma e il papà; ce lo ricordano gli anziani quando si rallegrano per la vicinanza delle persone amate, mentre si amareggiano se i loro famigliari, i loro amici li hanno abbandonati; ce lo svelano i giovani quando s’innamorano. Tanto più questo accadrà quando l’abbraccio di Dio si sarà pienamente svelato.

………

Nel testo di Geremia, guardando alla propria esperienza, il profeta ci parla dell’insufficienza delle garanzie degli uomini, perché solo Dio è garante e la sua vicinanza darà forza e speranza alla sua vita.

Non si tratta di disprezzare l’uomo, ma di riconoscerne i limiti, per cui egli ci può essere di aiuto, ma non può costituire il fondamento della nostra speranza. E si esprime in una immagine familiare agli abitanti della Palestina: chi abbandona Dio, afferma Geremia, “sarà come un tamerisco nella steppa … dimorerà in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere”, mentre l’uomo che confida nel Signore “è come un albero piantato lungo l’acqua … non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi ”.

La fede in Dio, nella sua amicizia, è la prima forza per affrontare la vita e nutrirla di solida speranza, anche nelle avversità.

Resta però sempre il grande muro della morte, il suo silenzio, che interrompe ogni nostro cammino, i nostri progetti e i nostri legami affettivi e perciò provoca la domanda sul senso della nostra vita. Paolo, scrivendo ai Corinzi, riconosce la decisività di questa domanda fino ad esclamare: “se Cristo non è risorto, è vana la nostra fede … Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini ”. E subito aggiunge: “Cristo, invece, è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti ”, come per dire: è fondata la nostra speranza, se nel tempo condividiamo la vita di Gesù Cristo la condivideremo anche oltre la morte, nella risurrezione.

Non ho scelto io questi testi. Essi ci sono stati offerti dalla liturgia del giorno, della sesta domenica del tempo ordinario dell’anno.

Testi che bene interpretano le domande e le risposte che il dottor Benazzo si è dato e ha ascoltato lungo tutto il corso della sua vita, nei momenti della gioia come in quelli della sofferenza. Testi che toccano il centro della vita di ogni uomo che guarda pensoso al proprio avvenire.

C’è un far memoria che si ferma alla narrazione delle opere compiute; ma c’è anche una memoria più profonda, quella delle ragioni che hanno animato una vita. E quella di un medico, a contatto ogni giorno con il desiderio di vivere dell’uomo che combatte contro la malattia e che si chiede dove porta la morte, costantemente è sollecitata a rispondere almeno dentro di sé e con le proprie scelte a questa condizione umana. Ecco perché ritengo che questo costituì un tracciato profondo della storia del dottor Benazzo.

Le letture della Messa di oggi ce ne hanno dato una significativa indicazione.

In questa luce più alta vogliamo ricordare questa sera il dottor Luigi Benazzo e trarne un motivo solido anche per il nostro cammino nel tempo.