Quaresima 1990: significato della Quaresima

Riflessione all'inizio della Quaresima:

«Ha senso anche per l'uomo d'oggi parlare di conversione e di penitenza?»

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Che cosa rappresenta per l'uomo d'oggi la Quaresima? Essa ha ancora senso? Per alcuni essa costituisce semplicemente il ricordo di un costume lontano, quando per varie settimane c'era l'obbligo del digiuno, e s'andava in chiesa per fare la Via Crucis o per ascoltare il quaresimale. In alcune città il quaresimale rappresentava un significativo fatto culturale oltre che religioso. Per altri la Quaresima è il semplice preavviso che dopo poco più di quaranta giorni ci sarà la Pasqua. Per altri ancora un tempo in cui i cristiani sono invitati a pregare un po' di più.

Essa è riducibile dunque al ricordo di un tempo ormai trascorso, oppure all'annuncio di una festa futura, o ad un periodo di più intensa preghiera?

Due parole, secondo la tradizione cristiana, caratterizzano la Quaresima: la «conversione» e la «penitenza». Due parole che fanno immediatamente pensare a dei furfanti che devono cambiar vita, o a dei frati che si ritirano in un convento o nella solitudine di un deserto, come gli antichi anacoreti, per fare penitenze straordinarie.

Ma noi, penserà più d'uno, non siamo furfanti che devono convertirsi, come per esempio fece l'Innominato dei «Promessi Sposi», tra frati che hanno pensato di vivere fuori del mondo.

La Quaresima, che si caratterizza più la conversione e per la penitenza, è dunque così estranea alla vita dell'uomo comune, che si trova coinvolto con gli affanni di ogni giorno?

Quotidianamente facciamo l'esperienza della «scelta». Vediamo e riconosciamo il bene, e tuttavia tante volte non lo seguiamo, e ciò ora per pigrizia, ora per denaro, ora per orgoglio o per comodità o per piacere. Avvertiamo la regola a cui dovrebbe ispirarsi la nostra esistenza, ma non sempre la seguiamo, andiamo per un'altra strada. Convertirsi in questo caso significa comportarci coerentemente con il bene che riconosciamo nostra regola.

Come si può notare si tratta di un impegno che riguarda non solo i grandi furfanti, ma ogni uomo, proprio perché ogni uomo è tentato ogni giorno di vivere come un dissociato tra ciò che giudica bene, e magari lo esige dai figli, dai propri alunni, dai parrocchiani, e ciò che compie effettivamente. Si tratta di un valore fondamentale della nostra vita, e che viene prima del possesso dei beni materiali, della carriera, e del giudizio degli altri su la nostra persona.

Noi cristiani riteniamo poi che il bene della nostra esistenza ce l'ha mostrato pienamente Gesù Cristo nella sua vita e nelle sue parole, per cui convertirci significa per un cristiano aderire a Lui con la nostra mente, con il nostro cuore, con i nostri atti, ispirarci a Cristo nei nostri comportamenti.

Per questo all'inizio della Quaresima, imponendoci le ceneri, il sacerdote ci ha detto le parole con cui Gesù incominciò la sua predicazione: convertitevi e credete al Vangelo.

In altri termini: accogliete quello che io vi dico, seguitemi nel mio cammino, e di conseguenza lasciate la vostra strada ispirata dall'orgoglio, dall'egoismo, dalla pigrizia. Un forte richiamo a tornare ad essere ogni giorno seguaci del Signore.

Ma se questa è la conversione che ci propone la Quaresima, che trova nel Battesimo (in cui «moriamo» e «rinasciamo» in Cristo) la sua espressione più forte, e perciò veniva celebrato al termine della Quaresima, nella grande vigilia di Pasqua, che senso ha l'aggiunta della «penitenza»? Non è questa il residuo di un certo disprezzo del mondo, di un pessimismo che è stato superato dal costume e da una certa cultura moderna?

Certo, la penitenza potrebbe venire ispirata da un certo disprezzo del mondo, della vita, da un certo sospetto verso la gioia. Ma non è questa la penitenza cristiana.

Essa nasce anzitutto dal riconoscimento di Dio come Bene sommo e perciò superiore ad ogni altro bene. Noi però tendiamo ad anteporre a Dio tanti nostri beni particolari. La rinuncia così di un nostro bene per donarlo per esempio a un povero, o per aiutare i missionari o un'opera apostolica, o semplicemente per rendere più sobria la nostra vita, può diventare espressione del nostro riconoscimento del primato di Dio nella nostra vita e dell'amore al prossimo.

La penitenza può essere vissuta anche come espiazione dei propri peccati. Questi si compiono quando ci lasciamo padroneggiare dalle cose, o dai nostri desideri, dimentichi del primo nostro bene, Dio. La penitenza, in questo caso, ha il compito di fare, per così dire, la strada a ritroso del nostro peccato, diventando un vero cammino di «liberazione».

La penitenza può avere infine una funzione educativa. Un ragazzo che per esempio non sa padroneggiare la fame, la sete, il sonno, la propria stanchezza, la propria emotività ed affettività, è destinato ad essere un «vinto» nella vita, perché basterà anche un piccolo ostacolo per fermarlo. Molti dei nostri ragazzi tossicodipendenti sono dei «vinti».

Per questo la «conversione» si lega intimamente alla «penitenza»; e l'una e 1'altra dipendono dalla scoperta di una ragione valida per convertirsi, per cambiar vita, per affrontare dei sacrifici. La liturgia di questi giorni in modo significativo unisce l'accoglimento del Vangelo, di Gesù Cristo, alla conversione, alla penitenza.

Un incontro, un ascolto, un cammino, che ha senso dunque anche per l’uomo d'oggi, nella misura in cui questi cerca una ragione per la propria vita, e vuole «diventare» una persona libera.

Pavia, 1 marzo 1990

+ Giovanni Volta, Vescovo

Vita Diocesana 1990, pp. 25-27