Giovanni VoltaFam.1990

Vescovo

 

FAMIGLIA, EDUCA!

 

Lettera alle famiglie pavesi

Pavia 1990

 

SOMMARIO

Gli sposi devono aiutarsi a crescere 

L’educazione dei figli 

A che cosa deve educare la famiglia?

Ma come educa la famiglia? 

Un grande insegnamento: la storia della salvezza 

Il prezzo di una grande impresa

Preghiamo

 

In questi tempi tutti parlano di ecologia, vale a dire della conservazione e della crescita equilibrata della vita sopra la terra, perché risulta gravemente minacciata. Io stesso ho partecipato a tavole rotonde su questo argomento, ho fatto conferenze, ho scritto. Ma mi chiedo: e all’ecologia dei nostri ragazzi, alla loro crescita armonica, alla loro educazione chi ci pensa?  

Quando incontro la gente nelle parrocchie e ne parliamo, tutti si mostrano preoccupati per i nostri ragazzi. Ma poi, quando si scende al concreto, non è facile trovare la strada giusta.  

E, quasi per scusarsi, c’è chi dice che la prima responsabilità è della televisione, chi della scuola, chi delle cattive compagnie, e chi anche della Chiesa o della società. Se poi interpello i maestri, i professori, i catechisti, e magari anche i preti, questi dicono che la responsabilità principale l’hanno le famiglie.  

Non si tratta di trovare il colpevole, come quando si legge un “giallo”, ma piuttosto di comprendere e di realizzare uno dei compiti più gravi della nostra vita, quello di aiutare a crescere un uomo, una donna.  

Per questo, dopo aver parlato con voi della famiglia, che deve ogni giorno “diventare se stessa”, e per farlo ha bisogno di mettersi “in ascolto” di Dio, di comunicare con Lui “nella preghiera”, ho pensato di scambiare con voi alcune riflessioni sul grave problema dell’educazione.  

La famiglia si pone all’origine di ogni vita umana: è come un campo che cresce bene se viene coltivato con cura; ma se viene trascurato può anche dare solo erbacce.  

Certo, la coltivazione di una famiglia è molto più complessa e difficile di quella di un campo. In essa entra sempre il mistero della libertà della persona umana e l’influsso di tanti fattori che accompagnano la vita della casa, come la scuola, la televisione, la radio, i giornali, le compagnie, la società. Ogni persona poi ha un temperamento proprio che non è sempre facile comprendere, ed anche noi non siamo sempre dello stesso umore, né preparati per questo difficile compito. La stanchezza, il lavoro, le preoccupazioni tante volte ci impediscono di essere disponibili, di capire, di essere tempestivi.  

Ma proprio perché è importante e difficile educare, per questo ne dobbiamo parlare. E anch’io mi metto nella vostra stessa fatica, nella vostra trepidazione e ricerca.

 

 

Gli sposi devono aiutarsi a crescere 

La famiglia incomincia la sua educazione dagli stessi sposi. Noi solitamente ci poniamo il problema dei figli e non sempre ci rendiamo conto che la loro crescita è legata a quella degli stessi genitori. La persona umana non è mai un progetto definitivamente compiuto. Venuta all’esistenza per un atto d’amore, essa continua a crescere, a svilupparsi in un rapporto d’amore.  

Lo sperimentiamo ogni giorno non solo nei nostri ragazzi, ma anche nei nostri vecchi: chi non si sente accolto, capito, amato, chi si sente rifiutato o addirittura combattuto dagli altri tende a chiudersi in se stesso, diventa aggressivo, guarda con pessimismo la realtà. Chi invece viene accolto, stimato, ascoltato, amato ha fiducia nelle proprie possibilità, comunica con gli altri, si appassiona alla vita, cresce in umanità.  

È questa la legge più profonda della nostra esistenza, inscritta in noi fin dall’origine: per amore Dio ci ha creato e redento, perché noi a nostra volta amassimo e in questo trovassimo il compimento della nostra esistenza. Quando un uomo e una donna si sposano, compiono un passo decisivo in questa chiamata alla vita. La loro vocazione ad amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stessi passa attraverso il loro amore reciproco. Ve l’hanno detto il giorno del matrimonio: il coniuge è chiamato ad essere “segno” all’altro dello stesso amore di Gesù Cristo. Ed avrete sperimentato come l’amore autentico dello sposo, della sposa, vi ha aiutato a diventare voi stessi, vi ha fatto crescere nelle vostre abitudini, vi ha resi più capaci di voler bene anche agli altri e di meglio intendere l’amore di Dio.  

Quando vi siete sposati avete promesso l’uno all’altro un amore fedele in ogni circostanza, felice o avversa, nella buona e nella cattiva salute, perché l’amore umano è sempre soggetto nel tempo alla prova, e in essa cresce o corre il pericolo di morire.  

Per questo il cammino di una famiglia vive i suoi rischi e le sue speranze anzitutto nel rapporto d’amore - e quindi educativo - tra gli sposi.  

Ricorda il Papa in un suo importante documento sulla famiglia che “l’uomo, chiamato a vivere responsabilmente il disegno sapiente e amoroso di Dio, è un essere storico, che si costruisce giorno per giorno, con le sue numerose libere scelte: per questo egli conosce, ama e compie il bene morale secondo tappe di crescita”. (“Familiaris Consortio” n. 34).  

Non si tratta d’imporre la propria immagine all’altro, ma piuttosto di aiutare l’altro a crescere in quell’immagine che Dio stesso gli ha impresso nel cuore.  

Di qui la gioia e la fatica di ogni cammino coniugale. La gioia nel donarsi e nell’accogliere l’altro, nella progressiva comunicazione di due intimità, del segreto della loro vita; e la fatica e la pazienza nel capire, nell’attendere, nell’accordarsi con l’altro, poiché vengono da due storie diverse ed hanno temperamenti e sensibilità disuguali: si tratta dell’incontro di due libertà chiamate a camminare insieme.  

Con un vivo senso della concreta condizione umana il Papa, nel documento già citato che è “da tener presente come nell’intimità coniugale sono implicate le volontà di due persone, chiamate però ad un’armonia di mentalità e di comportamento” e di conseguenza tutto questo “esige non poca pazienza, simpatia e tempo”. (n. 34).  

E proprio perché si tratta di portare a compimento nella storia della propria vita l’immagine impressavi da Dio, per questo l’ascolto della Sua Parola, la preghiera a Dio, l’aiuto delle altre coppie di sposi, anzi dell’intera comunità cristiana, costituiscono la via necessaria perché gli sposi ogni giorno diventino sempre più se stessi.

 

 

L’educazione dei figli 

L’amore è sempre creativo, toglie dall’isolamento, ridà coraggio, riabilita, fa crescere. L’amore dei coniugi è tanto creativo da essere in grado di suscitare una vita nuova.  

Così il figlio appare agli occhi dei genitori il frutto di un desiderio, di un progetto, di un proprio atto, e insieme una “sorpresa”, un “dono” che li supera, e l’amore coniugale si apre all’amore materno, paterno.  

Il figlio viene al mondo inerme, come un progetto vivo che desidera realizzarsi. Egli viene dai suoi genitori, ma è “altro” da essi. Continua a dipendere da loro per il cibo, per l’apprendimento, per l’affetto, e nello stesso tempo, crescendo con il loro aiuto, si fa sempre più autonomo.  

Frutto del loro amore, il figlio è nello stesso tempo un dono più grande di loro; per questo il padre e la madre sono chiamati ad educarlo non come un loro prolungamento o possesso, ma secondo il disegno di Dio.  

Ricorda il Papa: “Il compito dell’educazione affonda le radici nella primordiale vocazione dei coniugi a partecipare all’opera creatrice di Dio; generando nell’amore e per l’amore una nuova persona, che ha in sè la vocazione alla crescita e allo sviluppo, i genitori si assumono perciò stesso il compito di aiutarla efficacemente a vivere una vita pienamente umana”. (op. ct. n. 36).  

Si tratta di un diritto-dovere essenziale dei genitori, perché legato intimamente alla trasmissione della vita; originale e primario rispetto al compito educativo di tutti gli altri (come i maestri, i professori, gli animatori di gruppo, i sacerdoti) in forza della priorità e dell’unicità del rapporto che lega i genitori ai figli; insostituibile e inalienabile, e perciò mai delegabile totalmente ad altri (per esempio alla scuola, alla parrocchia, al gruppo), ma da altri usurpabile (vedi per es. le imposizioni di certi Stati totalitari), perché il diritto-dovere educativo dei genitori non nasce da una loro libera scelta, e tanto meno da un incarico dello Stato o della comunità, ma dal loro vincolo generativo.  

Il Concilio Vaticano II afferma espressamente che “questa funzione educativa è tanto importante che, se manca, può appena essere supplita”. (“Gravissimum Educationis” n. 3).  

La famiglia è chiamata perciò ad essere la prima grande scuola di vita dell’uomo, di ogni uomo, dall’operaio al professore, al laico, al sacerdote, al religioso, dal politico all’industriale, allo stesso Papa. Tutte le vocazioni muovono i loro primi passi in famiglia e ne portano l’orma per tutta la vita. E poiché i ragazzi sempre più passano il loro tempo a scuola e all’oratorio, il padre e la madre devono cooperare attivamente all’azione educativa di questi ambienti.  

Per i genitori cristiani la missione educativa trova poi una sua nuova e specifica sorgente nel sacramento del matrimonio, per cui il compito di allevare i figli costituisce per essi un vero e proprio ministero della Chiesa a servizio della crescita dei suoi membri.  

Non solo però i genitori verso i figli, ma anche i figli verso i loro fratelli e gli stessi genitori hanno un certo compito educativo: quello di aiutarli a crescere nella fede, nella speranza, nella bontà, nella fiducia, nel bene. Accade alle volte che un bambino solo con il suo affetto, con la sua semplicità, sia in grado di rianimare tutta una famiglia.

 

 

A che cosa deve educare la famiglia? 

Un tempo i ragazzi vivevano a lungo in famiglia e spesso venivano avviati al lavoro dai loro stessi genitori. Ma ora diversi genitori si lamentano con me: ormai siamo ridotti a provvedere solo al cibo, al vestito e all’alloggio dei nostri figli, che spesso escono di casa al mattino presto, per ritornarvi poi solo all’ora dei pasti e per dormire. Fuori di casa i ragazzi si divertono e ricevono tutti gli insegnamenti e perciò pare che i genitori siano gli ultimi ad educare i loro figli. Oltre alla scuola tradizionale - che si è oggi prolungata negli anni e che in molti casi si è estesa anche nell’orario giornaliero - vi è la scuola di pianoforte, di flauto, di danza, di nuoto, di karate, di lingue; c’è la partecipazione agli allenamenti sportivi, alla vita dei gruppi e delle associazioni. E quando i ragazzi si fermano in casa – concludono tanti papà e mamme – chi può parlar loro non sono i genitori, ma la televisione.  

A molti pare che la famiglia non solo non abbia più un suo spazio per educare, ma che sia stata sostituita da mille altri maestri, per cui ci si chiede: ha ancora senso il suo compito educativo? In queste condizioni che cosa può e deve ancora insegnare la famiglia, a che cosa deve educare?  

Proprio perché la famiglia si colloca al servizio della vita umana che trasmette e che aiuta a crescere - e non al servizio di un suo qualche aspetto particolare come per es. l’apprendimento di un lavoro o di una scienza - per questo essa è chiamata ad educare anzitutto al “senso della vita”, che sta al cuore di ogni impegno umano. E compie ciò all’interno dello svolgersi dei comuni impegni di ogni giorno. Mentre gli altri maestri, potremmo dire, educano ad un settore, ad un aspetto della vita, la famiglia educa alla globalità dell’esistenza, ai suoi valori primari, come la libertà, l’altruismo, la valutazione degli altri e delle cose, del lavoro, del denaro; educa alle verità fondamentali che devono guidare la vita, al senso religioso.  

Parlando della vocazione comune di ogni uomo, Giovanni Paolo II così l’ha descritta: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. (“Redemptor Hominis” n. 10).  

In una parola possiamo dire che la famiglia è chiamata ad educare anzitutto all’amore. Da questa educazione-base si diramano poi tutti i vari possibili cammini della vita. Per questo la prima dote che si richiede ai genitori per educare è anzitutto quella di saper amare. Una qualità che può fare anche di un analfabeta un maestro di vita indimenticabile.

 

 

Ma come educa la famiglia? 

La famiglia si distingue nel suo compito educativo non solo perché si prende cura di tutta la persona del figlio, coltivando la sua vocazione fondamentale, quella di amare, ma anche per il modo con cui esercita questo suo compito. I genitori incominciano ad educare il figlio molto prima che questi prenda chiara coscienza dei propri atti e con anticipo rispetto a tutti gli altri maestri; e lo fanno con i gesti, con gli esempi prima ancora che con le parole, e i loro atti hanno una grande carica affettiva che li imprime profondamente nella sensibilità del bambino. Il ragazzo avanti negli anni incontrerà molti altri educatori e tuttavia - come hanno mostrato anche recenti studi - la famiglia per la sua priorità, per la varietà e la continuità con cui agisce sul bambino, per la carica affettiva con cui comunica i suoi comportamenti e i suoi valori, mantiene ancor oggi il primato d’incidenza nell’educazione dei figli.  

Può accadere che un atteggiamento, un gesto, una parola, accolti ancora da bimbi tornino anche dopo moti anni nella vita e nella memoria di una persona.  

Come in una semina pare all’inesperto che il frumento gettato tra le zolle sia perduto perché non germina immediatamente, così tante volte i genitori, gli educatori, sono presi dallo scoraggiamento nel loro compito educativo fino ad essere tentati d’incrociare le braccia, perché non vedono i frutti del loro lavoro.  

Dal buon educatore si esige non solo che sappia amare, ma che abbia anche una forte speranza, come per il seminatore.  

L’educazione in famiglia avviene poi, via via che il figlio cresce, non come a scuola mediante delle “lezioni”, ma nella conversazione che s’intreccia con gli avvenimenti del giorno, dando giudizi sui fatti che accadono, raccomandando comportamenti, mostrando atteggiamenti concreti.  

Ma perché tutto questo avvenga è necessario che vi sia una prolungata convivenza tra genitori e figli, la condivisione di esperienze comuni, e quindi la possibilità di stare e di conversare insieme.  

Alle volte il marito, preso dal lavoro, delega alla moglie l’educazione del figlio, oppure tutti e due la delegano a una terza persona. Qualcuno rimanda il colloquio e la vicinanza al figlio a quando sarà “grande”, a quando, si dice, sarà in grado di capire, e in tal modo perde una delle stagioni più importanti, insostituibili, dell’educazione del figlio.

E quando questi si fa adolescente, giovane - sempre perché presi dalle occupazioni e dalle difficoltà d’instaurare un dialogo, specialmente quando non fu avviato nell’infanzia - spesso non si trova il tempo per ascoltarlo e ci si mette a posto la coscienza facendo di tanto in tanto qualche raccomandazione, qualche rimprovero.

Certamente man mano che cresce il figlio deve allargare la cerchia dei propri rapporti (vedi il ruolo degli amici, dei gruppi per es. parrocchiali, dell’oratorio); la famiglia però, come non deve chiudersi in se stessa, così non deve abbandonare i propri figli.

 

 

Un grande insegnamento: la storia della salvezza 

Ma dove possiamo trovare un insegnamento autorevole e sicuro sull’educazione in famiglia tra molta gente che ci dà spesso consigli tanto disparati? C’è una indicazione che valga per i semplici e per i dotti, e che duri nel tempo?

Dio non solo ha creato l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza, ma Lui stesso si è proposto come “educatore” del suo popolo, e perciò come esempio per ogni educatore che porta in sé la sua immagine.

Per amore Egli creò e redense l’uomo; prima di proporgli una legge gli propose il suo stesso comportamento come norma del suo operare. Fu accanto al suo popolo durante il lungo viaggio attraverso il deserto. Lo chiamò, gli fu vicino nelle difficoltà, lo rimproverò nelle infedeltà, lo consolò nei giorni dell’abbattimento, sostenne con segni la sua speranza. In Gesù Cristo volle essere accanto ad ogni uomo così da poterci dire: vieni e vedi, vieni e seguimi, ama come io ti ho amato.

Un impegno educativo che ebbe anche numerose sconfitte. Vedi per es. le infedeltà del popolo ebraico, vedi la grettezza dei suoi apostoli, il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro. È perché l’immagine che Lui ha impresso nel nostro cuore trovasse in Dio una più tangibile esemplarità, Egli si è espresso anche con la figura dello sposo e del padre. Uno sposo, un padre, che sa prendere l’iniziativa, che si esprime con atti e con parole fino al gesto di donazione della vita in Cristo, che procede con gradualità, con pazienza e insieme con determinazione, che stabilisce delle norme, che chiede dei sacrifici, che offre anzitutto se stesso, e non primariamente delle cose. Uno sposo, un padre, che spesso non fu corrisposto, e tuttavia non cessò di attendere e di ricominciare con il perdono.

Rivolgendosi al suo popolo come alla propria sposa, che l’aveva tradito dandosi all’idolatria, così Dio parla per bocca del profeta Osea: “L’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore … Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dall’Egitto … Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore” (Osea 2,16.17.21).

Una voce di speranza per la ripresa di un rapporto d’amore attraverso il cammino purificatore del deserto.

E Gesù, tornando sul tema dell’amore divino per noi, paragona Dio a un padre lasciato dal figlio per un’avventura di libertà goduta in piena autonomia (cf. Lc. 15,11-31).

Ma il padre, nonostante il suo immenso dispiacere, non si lascia sopraffare dal risentimento, non gli chiude la porta in faccia, e neppure lo approva per popolarità o per debolezza. Egli attende; l’attende vigilante. E quando l’intravede ancora da lontano gli corre incontro, gli butta le braccia al collo e l’accoglie festoso in casa, nella sua casa, perché quel figlio era morto per la sua famiglia ed era tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.

Il giorno poi in cui Gesù risorto rivede Pietro lungo il lago di Tiberiade, ricordando il suo triplice rinnegamento fatto davanti ai servi del sommo sacerdote nella notte tra il giovedì e il venerdì santo, così per tre volte gli chiede di riparare a quel torto: “Simone di Giovanni mi vuoi bene?” (cf. Gv. 21,15-17).

Se la vocazione fondamentale dell’uomo è l’amore, quello che viene da Lui e porta a Lui, anche la sua riparazione non può che essere una dichiarazione d’amore.

Così Dio ci ha voluto precedere nel difficile, ma appassionante impegno dell’educazione dell’uomo, facendosi esemplare, e insieme dandocene la forza.

 

 

Il prezzo di una grande impresa 

Forse più di uno sposo e di una sposa saranno tentati di dirmi a questo punto: ma se è tanto difficile educarsi reciprocamente, vale la pena pretendere d’imbarcarsi in questa avventura?  

E da parte di molti genitori: abbiamo già tanti problemi da risolvere: economici, di lavoro, di salute; come possiamo assumerci anche un compito così grave e difficile?  

I figli, che in famiglia hanno un compito educativo verso i fratelli e verso gli stessi genitori, diranno: ma non ne abbiamo a sufficienza di badare a noi stessi?

Non dobbiamo meravigliarci che l’educazione costi così tanto. Si tratta dell’impresa umana più grande. Certo, è importante confezionare vestiti, costruire case e macchine per l’uomo, procurargli cibo e medicine. E tutti questi impegni richiedono preparazione, mezzi, collaborazione tra gli uomini, genialità inventiva. Ma l’impresa più importante resta quella di “costruire” l’uomo, di farlo capace di coscienza e di libertà, di abilitarlo all’amore secondo la sua vocazione originaria. Non dobbiamo perciò meravigliarci che la più grande impresa umana richieda anche il prezzo più alto, la collaborazione più vasta, e che Dio stesso entri con tanta rilevanza in quest’opera.

La famiglia sta alla base della società e della Chiesa. Se educa, tutta la società e la Chiesa crescono. Se fallisce nel suo impegno di costruzione dell’uomo, il nostro stesso futuro rimane compromesso.

Per questo ho chiesto ai laici, ai sacerdoti e ai religiosi un particolare impegno per aiutare le famiglie a realizzare questo loro importante compito a livello parrocchiale, vicariale e diocesano.

E non vi parlo da estraneo al vostro grave dovere educativo, ma come compagno di viaggio del vostro cammino, poiché anche un vescovo è vicino alle famiglie nel cercare, nel tribolare, nell’entusiasmarsi, nel ricominciare e anche nel fallire, in questa grande impresa dell’educazione umana.

San Giovanni Bosco, grande educatore dei giovani, ancora tanto vivo tra noi pur dopo cent’anni dalla sua morte, educato a sua volta da una madre generosa e sapiente, ispiri sempre lo stile educativo delle nostre famiglie, dei nostri oratori, delle nostre comunità cristiane; la Vergine Maria, fedele custode della famiglia di Nazaret, sia maestra ed esempio per tutte le nostre case.

 

Preghiamo

 O Dio,

 che hai voluto la famiglia

 prima scuola di umanità e di fede

 per ogni uomo,

 benedici questa casa con la tua benevolenza,

 dona sapienza e amore ai genitori,

 docilità e fiducia ai figli,

 comprensione e fedeltà agli sposi,

 e a tutti la coscienza che l'amore di Dio

 ci fa debitori d'attenzione e di aiuto agli altri,

 piccoli e grandi.

 Te lo chiediamo per l'intercessione

 della stessa santa famiglia di Nazaret.

Amen.

 

Pavia, 2 febbraio 1990

 Festa della presentazione di Gesù al tempio.