Giovanni VoltaFam.1993

Vescovo

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FAMIGLIA: CONDIVIDI!

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Lettera alle famiglie pavesi

Pavia 1993

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SOMMARIO

INTRODUZIONE

La condivisione: una condizione fondamentale della vita

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LA CONDIVISIONE ALL’INTERNO DELLA FAMIGLIA

Condivisione dello spirito e dei progetti

Condivisione della propria storia, delle esperienze, della sofferenza e della gioia, della fatica

Condivisione della fede
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LA CONDIVISIONE DELLA FAMIGLIA FUORI CASA

Condivisione reciproca tra società e famiglia

Ospitalità e visita ai poveri

Famiglia e vocazioni

 

 

INTRODUZIONE

La condivisione: una condizione fondamentale della vita

Permesso? Non so chi sia il primo ad accogliermi in casa vostra. Come quando si bussa ad una porta, così anche per una lettera come questa può capitare che il primo incontro sia con un bambino, oppure con la nonna o con i genitori. Io però non cerco solo uno di casa, ma l’intera famiglia perché voglio parlarvi di una realtà che vi riguarda tutti: la condivisione, che significa “dividere con gli altri”. Si possono dividere con gli altri molte cose, per esempio il pane, la fatica, l’abitazione, l’attesa, una pena o una gioia. Si tratta di una condizione comune dell’esistenza, necessaria per la stessa sussistenza della vita. E tuttavia spesso siamo tentati di rifiutare la condivisione perché costa, perché limita la nostra libertà, perché ci costringe a portare i pesi degli altri.

Lo stesso corpo umano ci offre un significativo esempio di condivisione per cui per esempio l’occhio aiuta i piedi a camminare, le mani servono la bocca per mangiare, e i vari organi che lo compongono lavorano l’uno per l’altro, e non soltanto per se stessi, in servizio dello stesso bene comune: la vita.

Da questa condizione del corpo umano S. Paolo ha voluto trarre un esempio per il comportamento dei cristiani nella Chiesa scrivendo: “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui” (1 Cor.11,26). L’apostolo scriveva queste cose ai cristiani di Corinto perché, pur chiamati dalla loro fede a condividere la vita della Chiesa, dando ciascuno il proprio apporto, in realtà essi si erano divisi in gruppi, fino ad opporsi gli uni agli altri.

Ci sono dunque delle esigenze e delle difficoltà nella condivisione delle varie espressioni della vita. Pensate per esempio alla gioia di avere un figlio da parte di due sposi e nello stesso tempo all’onere che questa condivisione della vita comporta; pensate al bisogno che una mamma può provare di stare vicina al proprio figlio ammalato e insieme alla pena che questa vicinanza le può procurare.

Chi condivide dona, e perciò può temere d’impoverirsi; chi condivide si addossa la fatica e le pene degli altri e non solo le loro gioia, e perciò può essere tentato di non caricarsi delle loro tribolazioni. D’altra parte chi condivide non solo dona, ma nello stesso tempo riceve .

Gesù stesso ci ha ricordato che il dono della vita è la strada per ritrovarla. E Lui ce ne ha dato l’esempio più alto. (Cfr. Lc.17,33)

Là dove vien meno la condivisione la vita tende a spegnersi. E la famiglia, luogo privilegiato della trasmissione della vita e della condivisione dell’esistenza, si presenta nella società quale impegnativo esemplare di questa vocazione particolare dell’uomo, con tutte le difficoltà, i rischi e le potenzialità che l’accompagnano.

 

 

LA CONDIVISIONE ALL’INTERNO DELLA FAMIGLIA

Già la decisione di sposarsi rappresenta una scelta di condivisione. Nel rito del matrimonio così viene espressa questa scelta: “Io prendo te come mia sposa (mio sposo) e prometto di esserti fedele in ogni circostanza, felice o avversa, nella buona o nella cattiva salute...”, e perciò i due s’impegnano in una costante condivisione dell’esistenza, anche quando questa fosse aggravata dalla malattia o dalla povertà. Gli sposi, condividendo la vita, a loro volta la partecipano ai figli, associandoli alle loro vicende, ai loro sentimenti e progetti, al cammino e alle condizioni della loro esistenza.

Una condivisione dunque che partendo dai coniugi si estende ai figli, passando per la vita e quindi per tutte le sue espressioni materiali e spirituali, fisiche ed affettive, e per i luoghi, i tempi e i mezzi necessari al suo svolgimento.

Una condivisione che ha proporzioni e gradi diversi a seconda che si tratti dei rapporti tra i coniugi, tra i genitori e i figli o anche tra i genitori e i figli e i nonni e gli zii; una condivisione che ha una certa evoluzione nel tempo a motivo dello sviluppo dell’età dei suoi membri. Vedi per esempio la diversa condivisione di vita che s’instaura tra genitori e figli quando questi sono ancora piccoli e quando solo adolescenti o giovani.

Avviene addirittura che qualche volta i figli assumano nei riguardi dei loro genitori molto anziani un ruolo materno e paterno, quasi a restituire una cura che da essi avevano ricevuto da piccoli.

Vediamo ora alcune espressioni di questo impegno di condivisione.

 

 

Condivisione dello spirito e dei progetti

Per vivere e camminare insieme e aiutarsi l’un l’altro a crescere è necessario anzitutto condividere alcuni valori fondamentali dell’esistenza. Una condivisione che va ben verificata fin dall’epoca del fidanzamento, quando si pongono le fondamenta del matrimonio futuro, e continuamente coltivata e promossa nella vita della famiglia attraverso il dialogo, l’assunzione d’impegni comuni e l’ascolto assiduo della Parola di Dio. Non dobbiamo mai dimenticare che il marito e la moglie, in forza del sacramento del matrimonio, hanno la grande responsabilità non solo della crescita umana e cristiana dei figli, ma anche quella di loro due e che la condivisione tra i coniugi tocca la stessa profondità del loro spirito, là dove la persona è più se stessa, si pone in ascolto di Dio e decide gli orientamenti fondamentali della sua vita. Gli sposi devono trovare il tempo per tener desta questa comunione di vita con Dio e tra di loro, resistendo alla pressione degli impegni urgenti che sembrano travolgerli e alla facile tentazione del rimando: domani, domani, si dice, e non ci si decide mai.

Dentro il clima di questa condivisione affettiva e spirituale vanno discussi e scelti i progetti che riguardano l’intera famiglia, come l’impostazione dell’andamento della casa, la generazione responsabile dei figli e la loro educazione, lo sviluppo della vita di coppia, il tenore economico della famiglia, il luogo e la casa dove abitare, la scelta della vicinanza o della coabitazione con i genitori anziani.

Spesso però gli eventi s’impongono alla famiglia così che essa non sceglie, ma può solo adattarsi. Tuttavia anche in questi casi è importante che la famiglia affronti tali difficoltà in un rapporto di condivisione.

All’interno dei progetti che toccano l’intera famiglia si pongono poi le scelte dei singoli suoi membri, come quelle dei coniugi per esempio a proposito del lavoro (come: quale lavoro scegliere, chiedere il part-time, mettersi in aspettativa, iniziare il pensionamento, sottostare alle condizioni della carriera ?), e quelle dei figli in vista del loro futuro (come:quale indirizzo di studi scegliere, in che modo impiegare il tempo libero, verso quale gruppo ecclesiale di riferimento indirizzarsi, ecc.).

 

 

Condivisione della propria storia, delle esperienze, della sofferenza e della gioia, della fatica.

Ciascuna persona ha una propria storia personale e familiare che motiva tante volte o spiega i suoi atti, i suoi gusti, le sue scelte, le sue paure e aspirazioni. Non si può di conseguenza condividere adeguatamente la vita di una persona se non si conosce anche la sua storia, se non si è cercato di comprenderla dal di dentro, guardandola in qualche modo con gli occhi dell’altro. Una condivisione che si compie nell’ascolto paziente e interessato tra i due coniugi, e che va partecipata anche ai figli, i quali dalla storia della loro famiglia meglio comprenderanno se stessi, le difficoltà, la fatica, le gioie, le speranze che hanno preparato e accompagnato i primi tempi della loro esistenza.

Il fare memoria poi di ricorrenze e di date, che ricordano avvenimenti particolari riguardanti la famiglia o qualche suo membro, faciliterà la condivisione di una comune storia composta di gioie e di sofferenze. Così pure il festeggiare eventi gioiosi della casa come battesimi, prime comunioni, cresime, lauree, matrimoni, può essere occasione di una partecipazione più intensa alla vita di casa.

Soltanto una parte dell’esistenza viene però condivisa in famiglia. Ogni suo membro trascorre molte ore fuori di casa per ragioni di lavoro, di studio, di divertimento, di impegno associativo, di volontariato. Se tuttavia ogni componente della famiglia comunica agli altri la propria esperienza, allora l’ambito della condivisione s’allarga, le conversazioni si arricchiscono, la vita di ognuno dà un suo apporto a quella dell’altro.

Anche i più piccoli con il racconto delle loro esperienze fatte fuori casa portano vivacità in famiglia e l’aggiornano sui problemi delle nuove generazioni, mentre con le loro domande tante volte sollecitano riflessioni e approfondimenti.

Accade per esempio che i ragazzi che si preparano ai sacramenti della Penitenza, dell’Eucarestia e della Confermazione, tornando da catechismo abbiano a porre ai genitori domande che li spingano ad approfondire le ragioni della loro fede. Così il loro interesse si può partecipare ai genitori. Oppure gli stessi ragazzi tornando dalla scuola fanno presente in famiglia le aspettative, i comportamenti e i problemi dei giovani del proprio tempo.

Naturalmente questa condivisione cresce più s’instaura un’accoglienza reciproca tra tutti i membri della famiglia.

La vita di famiglia non è fatta però solo di progetti, di feste, di confidenze, di incontri, ma anche di fatica. Vi sono mille necessità pratiche in casa che vanno dalla spesa al riassetto delle camere, dalla preparazione dei pasti alla pulizia e a mille altri lavori domestici che possono occupare diverse ore. Fa parte della condivisione della vita familiare anche la ripartizione di tutti questi impegni di lavoro tra gli sposi e fra i genitori e i figli, secondo il tempo e le attitudini di ciascuno. Pure la cura dei figli piccoli deve coinvolgere non solo la mamma, ma anche il papà e i fratelli. È proprio della famiglia possedere questa varietà di bisogni, di espressività, di ricchezze; parteciparvi significa viverne tutta la pienezza. Per i figli, tra l’altro, questa partecipazione attiva costituisce una via fondamentale per la loro educazione, per la loro crescita armonica.

 

 

Condivisione della fede

Una condivisione infine è particolarmente importante nella vita della famiglia, quella della fede. Questa costituisce come l’anima di tutte le altre condivisioni. Essa scaturisce da Dio come un dono gratuito, una chiamata d’amore, e tende a parteciparsi a tutti gli uomini.

La condivisione della fede in famiglia si nutre e si esprime nell’ascolto insieme della Parola di Dio, nella preghiera, nell’amore cristiano reciproco, nella valutazione cristiana dell’esistenza e dei fatti del giorno, e in particolare nella partecipazione all’Eucarestia, sacramento dell’unità e della carità della Chiesa. Essa può essere sollecitata dai genitori oppure dai figli; può partire dalla moglie oppure dal marito; può esprimersi con parole o anche semplicemente con gesti e atteggiamenti. È proprio della famiglia parlare più con i comportamenti che con le parole.

I modi espressivi di questa condivisione possono variare a seconda della cultura dei genitori, del loro temperamento e delle loro tradizioni, dell’età dei figli, della varietà dei componenti della famiglia.

Per esempio dapprima il bambino guarda i genitori e i fratelli e li imita; poi li sollecita anche con le sue domande e con le sue richieste. In seguito, via via che cresce, la cerchia dei suoi rapporti si allarga, perché il fanciullo va in chiesa, a catechismo, in oratorio. Tuttavia la testimonianza familiare rimane nel suo animo come un punto di riferimento con il quale egli sempre si confronta. Quando poi il ragazzo diventa adolescente, la condivisione della fede della propria famiglia tende a farsi in lui più critica e personalizzata. La novità del suo mondo emotivo e affettivo, il suo bisogno di indipendenza, le difficoltà a vivere coerentemente la propria fede, sollevano nella vita dell’adolescente domande nuove e l’aspirazione ad uno stile di vita diverso, anche se ancora tanto indeterminato ai suoi occhi. La casa in questa stagione della vita dei figli diventa spesso luogo di confronto e di dissenso; qualche volta anche di scontro.

Ugualmente però è importante in queste condizioni mantenere vivo il dialogo, sapendo ascoltare con pazienza l’altro e nello stesso tempo sapendo parlare con verità e amore sia da parte dei genitori come dei figli. Non si tratta d’imporre l’uno all’altro il proprio modo di vedere la vita, ma di cercare insieme il senso che Dio ha posto in essa. Anche questo faticoso dialogo rientra nella condivisione della fede e delle sue difficoltà in famiglia. Esso solitamente richiede di venire integrato da persone che sono fuori della famiglia E che siano non solo maestri, ma anche testimoni.

Può avvenire che non se ne vedano immediatamente i frutti. Dobbiamo però ugualmente avere fiducia nella forza della verità e dello Spirito Santo che opera nel cuore dell’uomo.

(Su questo terna particolare vedi il mio documento pastorale del 1992: “Indicazioni per la pastorale dei ragazzi”).

Alcune forme pratiche di condivisione della fede cristiana in famiglia potrebbero essere:

- leggere durante la settimana i testi biblici della domenica e parlarne insieme per applicarli alla propria vita familiare;

- recitare da parte dei due sposi o dell’intera famiglia qualche Salmo intonato alla Liturgia del tempo oppure alle condizioni particolari della propria casa;

- impegnarsi per qualche atto di carità che mobiliti tutti i membri della famiglia;

- dire il Rosario guardando ai misteri della vita di Cristo come a una luce proiettata sulla propria esistenza;

- partecipare alla Messa domenicale insieme;

- confessarsi tutti in certe occasioni come gesto di riconciliazione non solo con Dio e con la Chiesa, ma anche all’interno della propria famiglia;

- legare, di comune accordo, alcuni impegni pratici a nostri gesti religiosi per sottolineare la profonda unitarietà della nostra vita di credenti;

- coinvolgere religiosamente l’intera famiglia in occasione di particolari eventi di casa come l’anniversario del matrimonio dei genitori, la celebrazione dei Battesimi, delle prime Comunioni e delle Cresime, dell’Unzione degli infermi ad un ammalato in casa oppure l’amministrazione a lui della santa Comunione.

 

 

LA CONDIVISIONE DELLA FAMIGLIA FUORI  CASA

La famiglia vive come una cellula una propria condivisione interna e nello stesso tempo sviluppa una condivisione con il mondo che la circonda, in un continuo scambio di dare e di avere. Essa è in rapporto con il mondo della parrocchia, della scuola, del lavoro, della sanità, del divertimento e dello sport, del volontariato, dell’amministrazione pubblica e della politica. Un rapporto che ora coinvolge direttamente tutta la famiglia, ora invece solo indirettamente attraverso uno dei suoi membri. Un rapporto che riguarda azioni particolari, come per esempio specifici impegni di lavoro, oppure tocca invece l’esemplarità di un comportamento, come per esempio lo stile di convivenza in famiglia e nella società circostante.

 

 

Condivisione reciproca tra società e famiglia

La famiglia si distingue anzitutto per l’affettività che lega tutti i suoi membri, una ricchezza che fa da motore a tutte le sue azioni e per il primato che in essa tende ad avere la persona. Al centro della sua attenzione non sta il più forte, il più colto, ma il più debole, come il bambino, l’ammalato, mentre nella società, dove la persona viene

stimata primariamente per il posto sociale che occupa, le persone più deboli tante volte sono poste ai margini. Nel suo rapporto con la più vasta comunità degli uomini la famiglia presenta perciò uno stile di convivenza che tende ad integrare quello rigido, di potere, della società. E’così presente questo confronto che a titolo di elogio si dice spesso: quel professore è come un padre con i suoi alunni, quell’impiegato mi ha trattato come un fratello, quel medico si è comportato con noi come uno di casa. Un anziano, un bambino, un ammalato, un giovane in difficoltà possono richiamare un’immagine familiare e quindi ridestare sentimenti analoghi a quelli che si vivono in casa. La famiglia costituisce la prima scuola di socializzazione dell’uomo, del suo modo di vedere e di trattare gli altri e di convivere con essi. Una scuola non teorica, ma esperienziale. Per questo la maniera di vivere delle famiglie può influenzare i rapporti umani all’interno della società sia con i suoi membri che operano fuori di casa, sia con l’esemplarità dei suoi comportamenti. Nello stesso tempo però la famiglia ha bisogno dell’apporto delle altre famiglie e della società per l’educazione dei figli, per la cura dei suoi ammalati, per risolvere i suoi problemi economici, per non sentirsi sola nei momenti della sventura e del dolore. L’istituzione di piccoli gruppi di famiglie con l’intento di aiutarsi spiritualmente secondo un preciso programma d’impegno è risultata spesso fruttuosa, specialmente per le giovani coppie.

Paradossalmente la famiglia, proprio perché costituisce la prima grande scuola ed esperienza della condivisione, ha bisogno di molti aiuti per poter realizzare il suo grave compito.

Non si tratta di sostituirsi ad essa, come hanno tentato di fare molte volte nella storia gli stati totalitari, ma di soccorrerla perché diventi sempre più se stessa. Come un fiore per sbocciare necessita di adeguate cure, cosi la famiglia per crescere secondo la sua vocazione originaria ha bisogno delle cure della società e della Chiesa. Accade però spesso che si chieda molto ad essa, mentre le si dà poco.

Più la società riconoscerà i valori propri della casa, superando l’angusta prospettiva di un progresso affidato solo alla tecnologia e al cumulo del denaro, e più presterà attenzione ed aiuto alla famiglia.

 

 

Ospitalità e visita ai poveri

La famiglia ha un suo mondo che le permette una certa autosufficienza, come una casa, una mensa, una varietà di persone strette da un legame affettivo e che valgono primariamente per se stesse e non per il loro posto sociale. La sua ricchezza perciò non può essere trasferibile, come per esempio si può fare di una conoscenza del denaro, di una particolare abilità acquisita, e perciò di un ruolo. La ricchezza di una famiglia sta nelle persone che la compongono, nelle loro relazioni interne, nel loro mondo affettivo e perciò la maniera più propria della sua condivisione sta nell’ospitalità, cioè nell’accoglienza amica al proprio interno di una persona fuori della sua cerchia per farla partecipe non solo della propria mensa, ma anche dell’ambiente spirituale, affettivo, con una propria storia e fortemente personalizzato della propria casa.

Mi ha colpito il fatto che nella Bibbia la salvezza sia stata presentata anche con l’immagine dell’ospitalità.

All’ultima cena Gesù ha parlato agli apostoli della casa del Padre, dove sono preparati tanti posti per i suoi (cfr. Gv.14.2-3) e pregato per la loro comunione con sé e con il Padre (cfr. Gv.l7.22-23) e quindi della loro accoglienza nella familiarità di Dio. Anzi il Signore stesso si presenta come ospite che bussa al cuore dell’uomo, per farsi a sua volta suo amico, e perciò ospitarlo nel suo amore: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, e cenerò con lui ed egli con me” (Apoc.3.20). Così il mistero trinitario, come insegna il Concilio Vaticano II, (cfr. “Gaudium et Spes” n. 24) si presenta non solo come primo dono personale all’uomo, ma anche come esemplare del suo comportamento, e il rapporto di ospitalità ne risulta un segno particolarmente significativo.

Ma l’ospitalità non è solo accoglienza, ma anche offerta di una propria presenza amica, come ci ricordano i testi citati. Così la famiglia può condividere il proprio bene con gli altri accogliendo in casa propria persone sole o lontane dai propri familiari in occasioni particolari; può ospitare bambini orfani fino a giungere all’adozione, oppure parenti di ammalati o ammalati convalescenti che non trovano facile alloggio nella nostra città. Essa però può anche condividere il suo bene di salute, di serenità, di competenza e di mezzi visitando persone e famiglie ammalate, o sole, o bisognose, o provate da qualche sventura fisica oppure morale. Si tratta di gesti di condivisione che possono presentare mille forme espressive e sono in grado di coinvolgere non solo gli adulti della casa, ma anche i ragazzi e perfino i bambini, educandoli fin dai loro primi passi nella vita alla solidarietà. Nella mia esistenza ho incontrato diverse persone debitrici nel bene a queste loro esperienze di carità cristiana fatte già nei primi anni della loro fanciullezza.

 

 

Famiglia e vocazioni

La famiglia, chiamata a condividere le gioie, i dolori e le fatiche di tutti i suoi membri, è impegnata particolarmente nell’accogliere e coltivare le doti e le possibilità di ciascuno di essi. La sua chiamata alla condivisione, che trova il suo momento fondamentale nella celebrazione del sacramento del matrimonio e nella generazione dei figli, si sviluppa poi nel riconoscimento e nella cura delle qualità e delle aspirazioni di tutti i suoi componenti, vale a dire della loro vocazione. Questa ha una piattaforma comune, secondo il Vangelo, per cui ogni uomo si ritrova pienamente solo attraverso il dono sincero di sé (cfr. Lc.17.33; “Gaudium et Spes” n.24). Ogni persona umana è chiamata dunque da Gesù Cristo non a conservare gelosamente se stessa, ma a spendersi per ritrovarsi. E la famiglia, in forza della sua missione a condividere la vita, è tenuta anche a coltivare la vocazione fondamentale dei suoi membri con il proprio stile di vita e con la parola.

All’interno di questa vocazione fondamentale di ogni uomo si distinguono varie chiamate particolari. Tra queste vorrei ricordarne una in particolare: quella al sacerdozio. Attraverso questa vocazione Dio chiama alcuni uomini a servirlo direttamente nella condivisione del dono della sua Parola, della sua vita, della sua misericordia. Si tratta di una chiamata che solitamente matura in un ambiente di ascolto di Dio e di donazione di sé agli altri, condizioni di vita che dovranno sempre accompagnare la vita del prete. Vi chiedo: se Dio chiamasse un vostro figlio per questa strada, non opponetevi; anzi pregate perché il Signore chiami qualcuno dei nostri ragazzi per questo servizio a Dio e agli uomini. Anche questa disponibilità costituisce una nota fondamentale dell’apertura familiare alla condivisione.

Se però ora confrontiamo l’ideale che ci presenta Gesù Cristo con la debolezza che constatiamo ogni giorno nella nostra vita, forse siamo tentati di scoraggiarci. Per questo vogliamo terminare la nostra riflessione con una preghiera:

 

Preghiera

Signore Gesù,

che hai voluto condividere

la nostra vita umana

con le sue pene, le sue gioie e le sue fatiche

nella famiglia di Nazaret,

che hai assunto la nostra natura

per parteciparci la tua,

dona alle nostre famiglie

di saper condividere il tuo dono di grazia

nella buona come nella cattiva sorte,

e di essere con la loro vita

testimoni nel mondo

di solidarietà, di accoglienza, di speranza,

disposte ad accogliere e coltivare

nei propri figli

ogni chiamata di Dio.

 

Pavia, 28 febbraio 1993,

1^ domenica di quaresima