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Giovanni VoltaFam.1994

Vescovo

FAMIGLIA, CREDI!

Lettera alle famiglie pavesi

 

Pavia 1994
 

SOMMARIO

La fede nelle famiglia di Nazaret

Presenza e nascondimento del Signore

La prova della croce

La fede nelle nostre case

Nel rapporto tra gli sposi

Nel rapporto tra genitori e figli  

Momenti particolari della vita di fede in famiglia

Sacramenti e Parola

Fede e dissenso

La prova della sofferenza  

La nostra invocazione

  

Permesso? Buono giornata alla vostra famiglia e anche s voi che vivete soli. 

Dopo circa un anno torno a trovarvi per parlare un momento con voi. La famiglia è il luogo dove s’intrecciano i discorsi sulle curiosità del giorno con quelli riguardanti i valori fondamentali dello vita. Anzi in famiglia si fa la prima e fondamentale esperienza di questi valori, del loro ritrovamento e dello loro perdita, quali l’amore e l’abbandono, la libertà e la dipendenza, la salute e la malattia, il senso religioso e il vuoto morale. Per questo considero la comunità familiare la prima interlocutrice del mio ministero di vescovo. E, poiché non posso venirvi a trovare tutti di persona, cerco d’incontrarvi ogni anno almeno per lettera. 

Lo so che siete molto occupati, e dopo il lavoro a lo studio desiderate trascorrere qualche ora di sollievo e non di ulteriore fatica nel riflettere. D’altro porte capire ciò che ci accade e comprendere dove ci porta la vita non è un lusso, un optional che possiamo comperare o non comperare come si fa per la cucina o per lo macchina, ma uno necessità se vogliamo vivere da persone coscienti e libere. 

Facendo la Visita Pastorale sono entrato in molte case delle nostre parrocchie per incontrare le persone ammalate o molto anziane, e mi son sentito rivolgere tante domande. Chi mi chiedeva di pregare per loro e chi del senso dello sofferenza; chi si mostrava preoccupato per lo mancanza di fede dei propri nipoti a dei figli e chi si trovava lui stesso in difficoltà nella proprio fede. Pensavo che la stagione dei “perché” appartenesse solo all’ infanzia, e invece mi sono reso ancora una volta conto che non finisce mai, anzi può crescere con il passare degli anni, concentrandosi poi sempre più sui problemi essenziali dello vita. 

Insieme alle domande ho ascoltato però anche molte constatazioni positive. Mi ha detto, per esempio, un giorno una mamma: Se non avessi avuto la fede non avrei tirato avanti nella mia vita”. E un padre di famiglia: “Lo fede è stata la luce della mia esistenza”. E un giovane: “La fede è la mia forza”. 

Ma che cosa significo credere, aver fede in famiglia ?

 

 

La fede nella famiglia di Nazaret 

Per rispondere ho pensato di riandare con voi alla vita della famiglia di Nazaret, l’esemplare di ogni casa credente. Il Vangelo è molto sobrio nel narrarci la sua storia. 

Tuttavia ce ne dà alcune indicazioni fondamenti che possono illuminare la vita di fede delle nostre famiglie. 

Come accade per le persone, così anche per le famiglie la manifestazione delle virtù e dei difetti, del giudizio sulla vita, e quindi anche della fede, avviene nei rapporti con gli altri, nei momenti del dolore e della gioia, nel modo di ricordare e valutare il passato e di progettare il futuro, nella maniero di trattare con le persone.

 

 

Presenza e nascondimento del Signore 

Noi, per esempio, ci saremmo aspettati che nello famiglia di Nazaret, avendo con sé lo stesso Figlio di Dio fattosi uomo, non ci fossero ansie, tribolazioni, fatica come in tutte le altre cose. E invece leggiamo che la Madonna provò turbamento già nel giorno dell’annuncio dell’angelo (cf. Lc.1,29), all’inizio perciò dello sua vita di famiglia, e san Giuseppe, a sua volta, rimase sconcertato per quello che era capitato a Maria (cf. ML 1,19-20). 

Vi fu poi lo gioia dello nascita di Gesù con l’accoglienza festosa dei pastori (cf. Lc. 2,8-20), anche se in condizioni di disagio, “perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc.2,7). Ben presto poi accanto agli annunci di gioia vi furono anche quelli dello tribolazione. Quando lo Madonna ha presentato Gesù al Tempio, il vecchio Simeone, dopo aver ringraziato Dio perché i suoi occhi avevano visto la salvezza d’Israele (cf. Lc.2,29-32 ), annunciò che una spada le avrebbe trafitto l’anima (cf. Lc.2,35). La sacra famiglia doveva credere che con lei c’era il Salvatore del mondo e tuttavia questa presenza non l’ha sottratta alla fatica del lavoro, alla pena delle contrarietà e delle persecuzioni (Mt. 2,13-18), alle varie prove dello vita. Forse a noi sarebbe venuto da dire: “Signore mostrati, dacci una mono, rendici più focile l’esistenza!”. E invece Gesù stette con Moria e Giuseppe, condivise la loro umile esistenza a Nazareth, senza però sottrorli alla fatica e alle tribolazioni. In che cosa consisteva dunque la loro fede e i suoi frutti ? 

Elisabetta quando accolse in casa sua la Madonna, che era andato a trovarla mentre attendeva la nascita di Giovanni Battista, le disse raggiante: sei “beata” perché hai creduto nell’adempimento delle parole del Signore (cf. Lc.1,45), e non perché era giovane, sana, perché aveva fatto carriera a aveva accumulato tanti soldi. E Maria, in risposta alla cugina, aveva spiegato che lei era piena di esultanza perché Dio aveva guardato all’umiltà della sua serva (cf. Lc.1,47-48). Dunque era l’amicizia del Signore la fonte della sua gioia. La fede della famiglia di Nazareth stava in questo: che Dio l’aveva amata ed essa si era abbandonata a Dio come può fare un bimbo che si lascia prendere per mano da sua madre e la segue con fiducia e con gioia, certo che lo stare con lei è il suo bene più grande.

Perfino la comprensione del comportamento del proprio figlio Gesù presentò delle difficoltà a Maria e a Giuseppe. Quando essi lo hanno ritrovato nel Tempio a Gerusalemme gli chiesero addolorati: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”.

(Lc. 2,48 ). E Gesù rispose loro appellandosi alla volontà del Padre. Ma essi, annato son Luca, “non compresero le sue parole” (Lc.2,50). E tuttavia, pur non comprendendo fino in fondo il mistero del loro Figlio, si sottomisero al progetto della sua vita.

 

 

La prova della croce 

Ma il momento più difficile per la fede di Maria fu quando i capi degli ebrei catturarono Gesù, lo fecero condannare a morte, e la Vergine si trovò impietrita dal dolore sotto lo croce del Figlio. In quel momento pareva che tutto fosse crollato nel vuoto: le parole di suo Figlio, i miracoli, il suo amore per la salvezza degli uomini, le sue promesse. Ma anche ci piedi della croce, pur con lo strazio nel cuore, ella credette. Credette che quella morte non era inutile, ma era l’espressione dell’amore definitivo di Dio per l’uomo; che con la morte del Signore non finiva lo storia della salvezza, come avevano pensato alcuni discepoli di Gesù; che, dopo lo morte, suo Figlio sarebbe risorto. E si unì a Lui nella sua offerta, certa dell’amore di Dio pure in quel terribile strazio. 

Tra queste luci ed ombre si svolse la vita della famiglia di Nazareth vicino al Signore, e tuttavia tante volte all’oscuro dei suoi progetti; certa che Lui era il Salvatore, ma non per questo sottratta alle fatiche e alle angosce di tutti gli altri uomini; cosciente della propria debolezza e tuttavia sempre fiduciosa in Dio; provata dalle persecuzioni e dal dolore, ma mai disperata; testimone della morte di suo Figlio, senza però dubitare della sua futura risurrezione.

 

 

La fede nelle nostre case 

Per la stessa strada sono chiamate a camminare le nostre famiglie. Anche a noi, come alla famiglia di Nazaret, la fede viene offerta come un annuncio e come un dono. Annuncio e dono che si esprimono nella predicazione e nei sacramenti, nella parola e nella testimonianza degli sposi, dei genitori, dei figli. Anche per noi la fede è caratterizzata dalla coscienza e dall’accettazione della presenza di Dio in casa nei momenti dello gioia come in quelli del dolore e dal contrasto tra il suo essere un dono tanto gronde come l’amicizia di Dio e la pochezza di una vita quotidiana spesso monotona nella quale quel dono si esprime. 

In famiglia la fede si caratterizza per la sua manifestazione nelle condizioni ordinarie della vita e nel rapporto interpersonale attraverso i canali propri dell’affettività e della cura reciproca. 

 

Nel rapporto tra gli sposi 

In forza del sacramento del matrimonio il marito e la moglie sono segno l’uno all’altro dell’amore redentivo del Signore e nello stesso tempo sono impegnati ad aiutarsi reciprocamente per essere sempre più simbolo dell’amore sponsale di Cristo. 

Scrive san Paolo che le mogli devono amare il proprio marito come lo Chiesa ama Cristo (cf. Ef.5,22-24) e che i mariti, a loro volta, devono amare le mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa. (cf.5,25-26). Gli sposi cristiani non s’impegnano perciò solo nell’aiuto reciproco materiale e affettivo, ma anche in quello spirituale. L’uno risponde della vita cristiana dell’altro di fronte a Dio. 

In questa prospettiva i rapporti tra i coniugi si fanno molto più ricchi sia nel modo di guardare l’uno all’altro che nelle manifestazioni dello loro vita comune. Se lo sposo e la sposa sono segno reciproco dell’amore di Dio, la lora persona assume una dignità più gronde e la cura reciproca investe tutte le manifestazioni della vita coniugale, perché riguarda anche lo spiritualità dell’altro. La preghiera, l’accostamento ai sacramenti, quali per esempio quelli dell’Eucarestia e della Penitenza da parte di un coniuge coinvolgono sempre l’altro coniuge, anche se egli non vi partecipa. Come il peccato dello sposo a della sposa ferisce sempre, pur indirettamente, il rapporto con l’altro coniuge, così il dono di grazia di uno di essi, come la riconciliazione con Dio mediante il sacramento dello penitenza a il fervore di carità derivante dalla partecipazione al sacrificio eucaristico, si fa proposta e soccorso all’altro.

Da questa visione di fede derivano varie indicazioni pratiche per la vita di ogni giorno come la condivisione non solo delle proprie esperienze di lavoro, ma anche di quelle spirituali, la preghiera in comune in certi momenti della giornata a della vita, la lettura di qualche pagina per esempio del Vangelo per scambiarsi i pensieri che essa può aver suscitato in ciascuno, la partecipazione insieme ad una predicazione e anche ad un Corso di Esercizi spirituali, l’iniziativa nell’assistenza religiosa nel caso della malattia di uno degli sposi. 

Più di una volta ho potuto constatare l’aiuto spirituale dato da un coniuge all’altro, anche nel caso in cui uno di essi era lontano dalla pratica religiosa. La pazienza, la costanza, lo misericordia, l’amabilità, la fedeltà nella propria vita cristiana rendono credibile la fede del coniuge fino a comunicare questa all’altro. Non dobbiamo mai dimenticare che la fede porta contemporaneamente l’orma della croce e della risurrezione. E per questo essa deve costantemente alimentarsi alla croce e alla risurrezione del Signore. 

 

Nel rapporto tra genitori e figli 

L’amore umano e cristiano degli sposi si apre a quello dei figli coinvolgendo in una nuova dimensione la loro fede.

Mentre però tra i coniugi l’impegno reciproco in ordine alla fede è tra due adulti, che si sono scelti, nel caso invece del rapporto dei genitori con i figli l’impegno cristiano passa per una gamma varia, con possibilità ed esigenze di intervento molto diverse: dalla cura del bambino nei suoi primi anni di vita, quando egli dipende moltissimo dai suoi, alla sua fanciullezza, all’adolescenza, alla giovinezza, alla maturità. All’inizio della vita del figlio la fede non solo nella sua natura intima, ma anche nei suoi segni visibili appare dono. Dono nel sacramento del Battesimo domandato dai genitori alla Chiesa, nella testimonianza di vita dei famigliari che presentano al bambino lo stile della vita cristiana, dono nelle prime indicazioni che il papà e la mamma danno al figlio del mistero di Dio, nel balbettio delle prime preghiere che vengono o lui suggerite dai grondi.

In seguito il ragazzo sarà sempre più attivo nell’espressione dello sua fede e, allargando la cerchia dei suoi rapporti con i coetanei, con la comunità ecclesiale, con la scuola, con la società, troverà per la sua fede sollecitazioni, aiuti e ostacoli nuovi. Una novità che egli a sua volta porterà in casa in varie forme: ora come domanda, ora come obiezione fino alla polemica, ora come arricchimento di comprensione. Si stabilisce così in famiglia come una progressiva reciprocità tra genitori e figli in rapporto allo loro vita di fede. In alcuni casi le richieste del bambino, il suo comportamento, o le domande dei figli già grandi svegliano la fede dei genitori a dei famigliari fino a coinvolgerli in una ripresa dello loro vita cristiana. Altre volte le difficoltà e il disinteresse che si vanno affermando tra i figli possono portare l’interafamiglia ad un generale decadimento della sua vita di fede. L’esistenza religiosa di una famiglia viene tenuta perciò fiorente dal contributo di tutti i suoi membri, anche se può accadere che una persona sola tengo viva in una casa il senso della presenza di Dio, del suo amore. 

In ogni caso la prima esperienza di fede dell’uomo nella sua infanzia resta fondamentale per il suo futuro, com’è decisivo per i frutti di un campo la sua prima semina. In diversi casi, per ragioni di lavoro o per altri motivi, viene trascurata l’educazione religioso dell’uomo in questa prima stagione della sua vita. Si accampa spesso il motivo che il bambino non ragiona ancora a questa età, non comprende, dimenticando che le vie di crescita del bambino non vanno dalle ragioni agli atti, ma da questi alle loro ragioni.

 

 

Momenti particolari della vita di fede in famiglia 

La vita di fede in famiglia non ha sempre lo stesso ritmo e le stesse condizioni. Essa si trovo ad essere sollecitata da eventi portacolori di carattere, per esempio, religioso (vedi il caso della prima Comunione o della Cresimo del figlio); altre volte invece si scontra con scelte diverse all’interno della stessa casa (è il caso del figlio adulto che sceglie altre strade rispetto a quelle tradizionali della propria famiglia, oppure dello sposo che non condivide la religiosità dello sposo); in altri casi ancora s’imbatte in qualche grande prova dolorosa (quando ad esempio, entra la malattia a la morte in famiglia).

 

Sacramenti e parola 

La fede, già l’abbiamo ricordato, è anzitutto un dono, un dono di Dio, per cui non solo ci lasciamo condurre da Lui, ma da Lui riceviamo una vita e una luce nuova che ci permettono di vedere e di percorrere la via che Egli ci indica negli eventi della nostra esistenza. 

La vita cristiana di una casa si alimenta perciò anzitutto con l’ascolto dello parola di Dio e con i Sacramenti, dai quali genitori e figli traggono l’indicazione e la forza per il loro commino e nello stesso tempo s’incontrano con Colui che costituisce il vincolo più profondo del loro rapporto di comunione. 

Di qui l’importanza che si trasmetta in famiglia la Storia Sacra quale riferimento comune per i comportamenti della propria esistenza e si vivano i Sacramenti non come un fatto privato, ma come incontro con Dio che provoca un legame più profondo anche all’interno della stessa casa.

Al riguardo possono acquistare un particolare valore anche sotto il profilo familiare il Battesimo, l’Eucarestia, la Penitenza. Nel Battesimo il bambino viene inserito pienamente nella sua famiglia “cristiana”; nella partecipazione all’Eucarestia il ragazzo viene ammesso alla tovola propria della comunità cristiana, e perciò della sua casa credente; nella cerebrazione del sacramento dello penitenza non abbiamo solo la riconciliazione dell’uomo con Dio, ma anche con la Chiesa, e perciò anche con i membri della propria famiglia, chiesa domestica.

E poiché i sacramenti ci uniscono a Gesù Cristo, è importante che ad essi si leghi nella vita familiare la narrazione e la spiegazione della Storia Sacra, vale a dire della storia d’amore di Dio per l’uomo, esplicitazione del contenuto dei sacramenti e indicazione del cammino che deve percorrere ogni uomo credente.

I comportamenti che verranno proposti al ragazzo in famiglia non risulteranno così un insegnamento solo moralistico, fondato semplicemente sull’autorità del padre e della madre, ma la conseguenza della vita nuova che Dio ci ha partecipato, alla quale anche i genitori devono fare riferimento nelle scelte della loro vita.

La stessa preparazione dei figli a qualche sacramento molte volte diventa motivo di un ripensamento sul piano religioso degli stessi genitori e degli altri membri della casa.

  

Fede e dissenso 

La vita di fede in famiglia è però soggetta tante volte a contrasti. Contrasti all’interno della vita dei suoi membri, poiché l’opposizione alla fede è sempre in agguato nell’animo dell’uomo a motivo della sua pigrizia e della sua cecità e della volontà sempre viva in lui di poter misurare con la propria intelligenza tutto ciò che gli accade e di non accettare nulla che la superi. Possono poi accadere dei contrasti tra i vari membri della stessa casa perché alle volte è la sola moglie che crede, oppure è il solo marito. In molti cosi vi è dissenso con i figli a motivo del loro allontanamento dalla pratica religiosa. Comportamenti che spesso feriscono il cuore dei genitori. Altre volte vi possono essere dei figli credenti, mentre i genitori non lo sono. Avviene così che il figlio o addirittura il nipotino siano con la loro condotta e le loro domande un richiamo per la fede assopita dei loro genitori a nonni. 

In ogni casa noi non dobbiamo mai dimenticare alcuni esempi significativi che troviamo nei Vangeli, come, per esempio, la paziente ed operosa attesa del padre nei riguardi del figliol prodigo, che aveva lasciato la sua casa dissipando tutti i suoi averi (cf. Lc.l5,1l-32); l’incomprensione che gli apostoli ebbero della vita di Cristo, in particolare dello sua passione e morte (cf. Mt. 16,2I-23; Lc.24,13-32 ); l’angoscia che prese Maria e Giuseppe quando smarrirono Gesù a Gerusalemme e la difficoltà che incontrarono a comprendere il suo comportamento e le sue parole (cf. Lc. 2,48). 

La fede, il credere all’amore misericordioso e redentore di Dio rivelato a noi in Gesù Cristo, che ha voluto restare tutti i giorni con noi (cf. Mt.28,20) non è una nostra conquista, ma un grande dono gratuito del Signo-re, per cui mentre ce ne rallegriamo, lo custodiamo e cerchiamo di viverlo con coerenza, e nello stesso tempo desideriamo non imporlo agli altri, ma condividerlo con loro. Qui sta il segreto della fedeltà riconoscente alla fede che Dio ci ha donato e il motivo della pazienza attiva che dobbiamo avere verso i non credenti, per cui desideriamo condividere con loro la nostra fede, e perciò la proponiamo loro e nello stesso tempo sappiamo attendere il suo germogliare nel loro cuore. A proposito dell’annuncio evangelico ha detto Gesù: “Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa” (Mr.4,26-27). Non dobbiamo poi scordare i tempi e i modi con cui Gesù Cristo ha seminato la sua parola. Qualche volta ci dimentichiamo che la semina è avvenuta mediante la croce e non furono sempre immediati i suoi frutti. Noi non possiamo pretendere di percorrere delle strade più brevi e facili rispetto alle strade battute da Gesù Cristo. 

 

La prova della sofferenza 

Ma noi ci sentiamo fatti per la gioia, non per la sofferenza, destinati alla libertà e non alla costrizione. 

Nel mio contatto con le famiglie ho notato che generalmente i giovani avvertono come ostacolo alla loro vita di fede il desiderio di una piena autonomia, di una libertà senza regole, per cui è importante per loro scoprire che il Signore non è oppressore dell’uomo, ma suo liberatore. 

Nelle persone adulte invece o anziane o ammalate o comunque provate da sventure ho rilevato frequente soprattutto l’obiezione della sofferenza di fronte alla fede. 

Una obiezione che qualche volta colpisce però anche i nostri ragazzi se la loro esperienza li ha portati ad incontrare il dolore. 

Un giorno, in un incontro con dei cresimandi, mi sono sentito rivolgere da una dodicenne questa grave domanda: perché Dio, che è onnipotente e buono, permette tanta sofferenza nel mondo? Era uno ragazzino normale, come tutti i presenti, ma in casa sua, come seppi dopo, c’erano molti motivi di sofferenza. I suoi compagni mi avevano chiesto: come passa il tempo libero? per quale squadra di calcio tiene? si emoziona quando cresima? Lei invece, pur ancora tanto giovane, mi avevo posto quel problema cruciale. 

Sia nell’aiuto come nell’ostacolo alla fede, in casa si partecipa ad un certo clima comune che coinvolge tutti i suoi componenti. E la sofferenza, il dolore per una malattia, per una morte, tante volte segnano l’indurimento del cuore o lo conversione di una famiglia. Le sofferenze e le disgrazie degli altri ci colpiscono, ma generalmente non perdurano nel nostro animo, quelle invece di casa nostra non ci lasciano mai. E quando accadono, la nostra vita di fede è, per così dire, rimessa in questione. Succede allora come quando sul fuoco del nostro caminetto mettiamo un grosso pezzo di legna. Dapprima pare che il fuoco, soffocato da quel legno, si spenga; e questo qualche volta accade, se le fiamme non riescono ad intaccare la nuova legna. Ma poi tante volte il fuoco invece riprende con maggior vigore, alimentato proprio da quel pezzo di legna che minacciavo di soffocarlo. Così accade spesso anche nel rapporto tra la vita di fede e la sofferenza. La fede cristiana porta dentro di sé l’impronta della morte e della risurrezione del Signore e perciò è in grado di alimentarsi anche con il duro legno della sofferenza. 

Ha scritto san Paolo che noi siamo rinati alla vita nuova partecipando alla morte e alla risurrezione del Signore nel Battesimo (cf. Rom.6,3-9). Questa condizione accompagna tutta la nostra vita di credenti. Per questo il dolore e la sofferenza possono spegnere o ravvivare la fede a seconda che sappiamo o non sappiamo animare con il nostro amore cristiano, come fece Gesù sulla croce, tutto ciò che ci accade, anche le avversità. 

E poiché scrivo a voi famiglie su di un problema tanto arduo per il nostro cuore, voglio concludere chiedendo in prestito ad una madre di famiglia, che nella vita fu provata anche dalla morte di due sue figlie, le parole che ha rivolto ai suoi figli, congedandosi da loro. Così ella ho scritto nel suo testamento: “Il mio primo desiderio è di dirvi di conservare in voi sempre pura la fede, in essa troverete la forza per superare le immancabili prove della vita, la speranza della vita eterna; la fede vi farà convinti che avrete grande merito presso Dio dalle tribolazioni di quaggiù. Ricordatevi che l’inestimabile dono della fede è grande e vi renderà contenti anche nel dolore perché saprete che esso purifica”

 

 

La nostra invocazione 

È dono di Dio la fede; è dono di una vita nuova che investe tutti i nostri atti e li mobilita. Esso è uno sguardo nuovo sul mistero di Dio e sulla nostra esistenza, è incontro, accoglienza e sequela di Gesù Cristo. La famiglia è chiamato a viverla e a testimoniarla in mille prospettive e condizioni diverse, come abbiamo ricordato, nei rapporti tra gli sposi, tra i genitori e i figli, tra la comunità familiare e la società e la parrocchia, nella gioia e nella sofferenza, all’alba come nel declino dell’esistenza. 

E proprio perché “dono” vogliamo insieme pregare Iddio, come un giorno hanno fatto i ciechi, i sordi, gli zoppi, i malati di Palestina, perché anche a noi sia dato di poter vedere come vide Gesù Cristo, di ascoltare e comprendere la sua parola e in essa la nostra vita, di seguirlo nel suo cammino, di vivere con il suo stesso cuore e di rendergli testimonianza con i nostri comportamenti.

 

Signore Gesù,

che hai condiviso le gioie, i timori e le angosce

della tua famiglia di Nazaret,

accompagna sempre con la tua amicizia

le nostre famiglie.

Come il cieco di Gerico

anche noi ti chiediamo : “Fa che io veda”,

e scopra la misteriosa presenza del tuo amore

nella nostra vita;

come gli storpi di Palestina

ti domandiamo : “Fa che io cammini”,

e segua sempre Te

che sei la Via;

come Marta e Marta

di fronte alla tomba del fratello Lazzaro

fa che crediamo alla vittoria della vita sulla morte;

come quel padre del Vangelo

ti imploriamo: accresci la nostra fede.

Nelle nostre case

rendi i coniugi testimoni del tuo amore sponsale,

i genitori segno dell’amore del padre,

gli ammalati uniti alla tua sofferenza redentrice,

i ragazzi e i giovani tuoi fedeli discepoli,

capaci di guardare oltre l’immediato

e d’impegnarsi con Te.

Dona, o Signore,

a tutti i componenti delle nostre famiglie

la pace operosa che viene

dalla tua presenza salvatrice.

 

Pavia, 20 febbraio 1994, l^ domenica di quaresima