Giovanni VoltaFam.1995

Vescovo

 

FAMIGLIA, SPERA! 

 

Lettera alle famiglie pavesi

Pavia 1995

 

SOMMARIO 

La speranza: motore della vita 

La promessa cristiana 

Crisi e ragioni di speranza

     - nell’amore degli sposi

     - nel rapporto con i figli

     - nella prova della sofferenza e della morte

Maria, donna della speranza 

Un impegno e una preghiera

......... 

Sono venuto a trovarvi per parlare un momento con voi. Non è per chiedervi qualcosa come si fa spesso, ma soltanto per stare con voi, condividendo la gioia della nostra comune fede cristiana. La Chiesa è la famiglia di Dio, come già vi ho scritto in una lunga lettera qualche anno fa, e il vescovo ha il grave impegno di rappresentare in essa la paternità divina. Per questo almeno una volta all’anno chiedo di poter entrare in tutte le famiglie della nostra diocesi per porgere il mio saluto e augurio. Non posso farlo con tutti di persona, lo faccio per lettera attraverso i nostri sacerdoti.

 

Lo so che siete molto occupati o stanchi per il lavoro svolto e forse preferite rilassarvi guardando la televisione piuttosto che leggere. Dobbiamo però riconoscere che rischiamo tante volte di trovare il tempo per mille cose urgenti o secondarie e non per quelle necessarie, come ad esempio per interrogarci sul significato della nostra vita. Durante la Visita Pastorale sono entrato in molte vostre case, ho ascoltato numerose persone e ho notato come la domanda sul senso della vita stia nel cuore di tutti, anche se spesso il nostro animo è preso da tante altre cose, per cui la risposta ad essa viene rimandata al futuro. In particolare ho avvertito più di una volta un certo scoraggiamento: chi era preoccupato per l’educazione dei propri figli, chi per il lavoro, chi per la propria solute, chi per l’andamento della società di oggi, chi per l’armonia della propria famiglia messa in rischio da tanti contrasti.

Qualcuno s’interrogava anche sull’utilità stessa della propria vita.

Ho pensato perciò di parlare oggi con voi della “speranza”. Un tema che tocca genitori e figli, ammalati e sani, famiglie numerose e persone rimaste ormai sole.

 

 

La speranza: motore della vita 

Quando uno si mette per strada lo fa perché spera di arrivare, quando inizia un lavoro s’impegna perché pensa di poterlo concludere, quando fa un sacrificio s’attende che abbia un frutto. La nostra vita è continuamente proiettata verso il futuro e il motore che sorregge e guida i progetti che facciamo è la speranza, cioè la fiducia di poter riuscire, di poter arrivare. Allorché questa vien meno il nostro impegno si ferma. Vedi per esempio il ragazzo che, pensando di non potercela fare a scuola, abbandona gli studi, o il genitore che dispera nella sua azione educativa e per questo non parla più al suo ragazzo, o il coniuge che ritiene di non poter più riconciliarsi con il suo partner e finisce con il separarsi da lui. 

Se poi la mancanza di speranza tocca il cuore stesso della vita, per cui si è convinti che non c’è nessuna soluzione ai problemi fondamentali della propria esistenza, allora la tentazione che può prenderci è quella di dedicare tutto il nostro tempo al lavoro per non pensare ad altro, o di evadere in qualche hobby che occupi i nostri pensieri o addirittura di fuggire dal reale per rifugiarci nel mondo fantastico e mortale della droga, o perfino di ricorrere al suicidio. Il giovane Marco Riva, che agli inizi degli anni ottanta si è suicidato a Milano, con queste parole si era congedato dai suoi: “Quanto avrei voluto amare ed essere amato! Non mi uccido perché non amo la vita, ma perché non mi è stato possibile viverla”. 

La speranza costituisce dunque una qualità fondamentale della nostra esistenza e trova nel non senso della propria vita o nell’evento della morte la sua più grave sconfitta. 

Ma è vero che la vita non ha senso e che la morte è in grado di sconfiggere la speranza dell’uomo? È una domanda che interessa ogni singolo uomo, ma in particolare la famiglia, poiché in essa viene trasmessa, custodita e coltivata la vita, e la speranza è legata intimamente a ciò che ci preme, o ciò che si ama.

 

 

La promessa cristiana 

C’è una speranza che è legata alle nostre forze, così che diciamo: posso scalare quella montagna perché sono abile, sono in grado di dare quell’esame perché ho studiato, penso di poter comperarmi un appartamento perché ha trovato lavoro. Ma molte possibilità sfuggono alle nostre capacità, per cui rischiamo di viverle solo come un sogno. Per realizzarle dobbiamo fare i conti con gli altri, con le condizioni di vita in cui ci troviamo. Diverse cose sfuggono al nostro dominio e spesso incontriamo numerosi ostacoli che possono interrompere il cammino intrapreso. In noi stessi, nel nostro spirito, nella nostra volontà incontriamo i primi ostacoli e corriamo rischi. Ci proponiamo per esempio un certo comportamento e poi operiamo in modo diverso, ci impegniamo con promesse e poi le tradiamo. Facciamo conto sulle nostre forze, sulla nostra costanza, sui nostri mezzi, ma questi non sono ancora sufficienti per sostenere adeguatamente la speranza sognata. Se poi il nostro impegno è tanto arduo come la fedeltà ad un amore, l’educazione di un figlio, la coerenza di una vita, allora la nostra speranza risulta particolarmente a rischio.

La speranza è rivolta sempre ad una realtà che ancora non abbiamo, ma che desideriamo possedere. Ecco perché guarda al futuro. E poiché nel nostro futuro sta la morte, interruzione visibile di ogni nostro impegno e progetto, per questo soprattutto con la morte e l’aldilà si scontra la nostra speranza.

A queste domande che nascono dai nostri affanni, dai nostri sogni, dai numerosi fallimenti che ci riserva spesso la vita, a questa nostra necessità di guardare avanti nel tempo per individuare il futuro viene incontro la rivelazione di Dio.

Lo storia quotidiana di queste contraddizioni che ci portiamo dentro, quella delle aspirazioni, delle conquiste e delle sconfitte che constatiamo ogni giorno, la troviamo descritta anche nella vicenda umana che ci viene raccontata e interpretata dalla Bibbia. Vedi il racconto del peccato del primo uomo che guarda con timore al futuro di fronte alla prospettiva della tribolazione, della prevaricazione e della violenza degli uomini, della morte (cf. Gn.1-3), fino alla venuta di Gesù Cristo. Una storia di progetti e di sconfitte, sorretta però dalla promessa di Dio che non avrebbe abbandonato l’uomo, che avrebbe reso fruttuosa anche la sua sofferenza, che avrebbe vinto il peccato e la stessa morte. Un Dio che s’accompagna alla vita dell’uomo nelle sue alterne vicende fino o farsi chiamare l’Emmanuele, il Dio con noi.

Un Dio che è fedele alle sue promesse, le quali si compiono però secondo i suoi tempi e non semplicemente secondo la nostro volontà. È avvenuto così che durante la storia del popolo eletto: si oscurò la speranza tutte le volte che la gente non si fidò più delle parole di Dio, mentre rinacque quando il popolo credette alle promesse del Signore. Vedi per esempio nell’Antico Testamento la travagliata storia del popolo ebraico in cammino dalla schiavitù d’Egitto fino alla terra promessa; vedi nel Nuovo Testamento lo smarrimento degli apostoli quando Gesù viene arrestato e crocifisso e il ritorno della speranza quando Egli appare loro risorto.

Scrive l’evangelista san Luca (cf. Lc.24,13-35) che due discepoli, tristi e angosciati per ciò che era accaduto in quei giorni a Gerusalemme a motivo della passione e morte di Gesù, così avevano manifestato la loro disperazione: “Noi speravamo che fosse lui (Gesù) a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute” (Lc.24,21). Ma il Signore, che misteriosamente si era accompagnato a loro, così ha rimproverato la loro mancanza di speranza per non aver creduto alle promesse di Dio: “Sciocchi e tardi di cuore a credere alle parole dei profeti” (Lc.24,25).

La speranza e la non speranza nella misericordia di Dio furono poi decisive per la sorte di due apostoli che, pure in modi diversi, avevano tradito Gesù: Pietro e Giuda. Pietro, dopo mille promesse, aveva rinnegato Gesù affermando nel cortile del sommo sacerdote che non l’aveva mai conosciuto, ma poi, incrociando il suo sguardo (cf. Lc.22,60), s’era pentito del suo peccato, e credette che Gesù l’avrebbe perdonato. Giuda invece, dopo aver venduto il Signore, provò orrore per il gesto compiuto (cf. Mt.27,3), ma non sperò nel perdono di Gesù e s’andò ad impiccare (cf. Mt.27,5).

 

 

Crisi e ragioni di speranza 

La speranza cristiana abbraccia l’intero della nostra vita; risponde anzitutto alla domanda che riguarda il fine ultimo dell’esistenza umana e poggia non sulle forze dell’uomo, ma sulle promesse e la potenza di Dio (cf. 1Cor.4,4; 15,10; Rom.3,27), pur coinvolgendo la collaborazione degli uomini. Se il fine ultimo della vita verso il quale tende l’esistenza umana, “l’incontro gioioso con Dio e la risurrezione della carne” (cf. Fi1.1,23; 2Cor.5,8; Rom.8) vien meno, tutte le altre speranze restano come decapitate, come quando ci si mette in viaggio e non si arriva alla meta, o si coltiva un albero e non se ne ottengono i frutti, tanto che san Paolo esclama: “Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede” (lCor.15,17), e lo ripete ai Tessalonicesi perché non abbiano ad affliggersi come quelli che non hanno speranza (cf. 1Tes.4,13). 

In questo prospettiva voglio riflettere con voi su alcuni momenti in cui la speranza si esprime o va in crisi nella nostra vita in famiglia.

 

- Nell’amore degli sposi 

Quando due persone si sposano s’impegnano ad amarsi, come dicono le parole del rito, per sempre, nella buona come nella cattiva sorte. Ma come poter rimanere sempre fedeli a quell’impegno nei momenti difficili come in quelli facili? Gli apostoli stessi, quando Gesù ha parlato loro della indissolubilità del matrimonio, che egli era venuto o restaurare (cf.Mt.t9,1-9), avevano detto a Gesù: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi” (Mt.19,10). 

Ma Dio, quando dà un impegno, dona anche la sua grazia per poterlo adempiere (cf. Rom.8,3). La speranza perciò di poter essere sempre fedeli, di saper amare per tutta la vita il proprio coniuge, si fonda non semplicemente sulle nostre forze, ma sull’aiuto che ci viene da Dio, e che Egli ci partecipa mediante la sua Parola, i Sacramenti e il suo Spirito. 

L’amore tra i coniugi cristiani, ci ricorda san Paolo, è chiamato ad esprimere lo stesso amore di Cristo. 

“Voi, mariti - egli scrive agli Efesini - amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei” (Ef. 5,26), e rivolto alle mogli le esorta ad amare i mariti come la Chiesa ama Cristo (cf. Ef.5,24). 

Dal Signore viene a noi questa vita nuova, da Lui ci è data la forza mediante il sacramento del matrimonio per essere fedeli e perciò anche la ragione per poter sperare. 

Come dunque accade che tante volte la nostra speranza viene delusa? Perché non custodiamo, non alimentiamo questa vita che Dio ci ha partecipato. Non diamo tempo all’ascolto della Parola di Dio; non ci accostiamo ai sacramenti, oppure lo facciamo solo per abitudine; preghiamo poco e non coltiviamo la comunione ecclesiale. Ma se non ci alimentiamo alle sorgenti della speranza, il nostro cammino verso il futuro s’inceppa e gli ostacoli diventano insormontabili. E poiché l’impegno d’amore degli sposi unisce i due nel segno di Cristo, essi non solo accolgono dal Signore il dono della speranza, ma la possono anche partecipare l’uno all’altro.  

Come corridori impegnati in una lunga corsa, gli sposi sono chiamati ad aiutarsi reciprocamente nel percorrere le varie toppe della vita fino al suo termine ultimo. Un giorno ho assistito all’aiuto religioso che una sposa dava al suo sposo nella vigilia della sua morte ed ho compreso quanto può essere efficace la condivisione della speranza cristiana tra due coniugi.

 

- Nel rapporto con i figli 

Mentre l’amore di due sposi si apre al futuro, cosa che può mettere in crisi o accrescere la sua forza, nello stesso tempo esso si apre alla possibilità di dar vita ad esistenze nuove. Ma quando una coppia decide di mettere al mondo un figlio, non può farlo che nel segno della speranza. Speranza nella vita, nella condivisione. Per cui mi chiedo se l’attuale grande calo demografico in Italia non si radichi anzitutto in una crisi della speranza. L’altro, la persona nuova che nasce, si dice, potrebbe limitare la mia libertà, darmi preoccupazioni, ridurre il mio benessere. 

Qualche genitore si chiede anche: ma io saprò educare? Il mondo futuro sarà vivibile? Generare non è mettere una persona in rischio? Ora l’egoismo, ora il pessimismo possono diventare ostacolo alla trasmissione della vita, e perciò la sfiducia nella condivisione del bene o nelle possibilità positive dell’uomo stanno spesso alla radice del rifiuto di nuove esistenze. Abbiamo dunque bisogno di fiducia nell’uomo per aprirci alla vita; abbiamo bisogno di speranza in Dio, nella fedeltà alle sue leggi, per andare con coraggio incontro al futuro. Fiducia e speranza che le nostre comunità devono alimentare con i propri comportamenti. Di qui la responsabilità dei mezzi di comunicazione sociale (giornali, rodio, televisione) nell’informare e nel giudicare i fatti, degli operatori economici nel tener conto dei legami e dei doveri familiari, dei politici nella formulazione delle leggi, delle nostre parrocchie e dei nostri vicini di casa nel creare le condizioni di accoglienza e di crescita della vita e di stima per essa. 

La speranza, che sta all’origine della trasmissione della vita, dev’essere poi coltivata ed alimentata via via che il figlio cresce e s’inserisce nella società e fa le proprie scelte.  

Accade spesso che la speranza dei genitori, della famiglia, sia messa a dura prova dai figli durante la loro adolescenza. La preoccupazione per i ragazzi di questa età costituisce l’argomento più frequente dei miei colloqui con i genitori. Cosa pensa dei giovani d’oggi? essi mi chiedono. E ancora: mio figlio avrà perso la fede? Potrà riprendersi un giorno? Forse, aggiungono, se dovesse trovare dei buoni amici, un educatore che lo comprende, potrebbe diventare un buon ragazzo. E mi guardano in attesa di un cenno che li possa incoraggiare.  

Altri invece, proprio per paura di perdere la speranza, non osano guardare in faccia la realtà, e interpretano benevolmente ogni comportamento dei loro figli. Riconoscere le loro bravate, i loro torti, forse può sembrare una confessione della propria inadeguatezza educativa. Per questo chiudono anche due occhi fino a difendere le loro scorrettezze. In questa casa viene coltivata una speranza cieca, che non ha nulla a che vedere con quella cristiana. 

La speranza dell’educatore non chiude gli occhi di fronte al male, non teme di essere messa in questione, non si rifugia nella pigrizia o nella difesa dell’onore apparente della propria famiglia, ma sa guardare in faccia la verità delle cose e s’impegna con costanza e coerenza a mostrare con la vita e con le parole la via da seguire, facendo appello alle potenzialità che stanno nel cuore di ogni ragazzo, di ogni uomo. È attiva la speranza dell’educatore, e tuttavia è capace di attesa; sa scorgere il male là dove c’è, ma non si lascia sopraffare dalla sua presenza; semina con costanza anche se non raccoglie subito.

La speranza cristiana s’ispira al Padre che sta nei cieli, il quale fa sorgere il sole e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (cf. Mt.6,45), lascia uscire il figlio da casa e tuttavia non cessa mai di attenderlo per riabbracciarlo (cf. Lc.15,11-32), imita il contadino che semina buona semente e attende dal suo vigore la futura fioritura (cf. Mr.4,26-29). 

A proposito della speranza cristiana nell’educazione dei figli, vorrei ricordare la testimonianza di una madre, santa Monica. Per molti anni seguì suo figlio, senza essere ascoltata, anzi qualche volta fu da lui anche derisa. Ma non si scoraggiò mai. Pregò e pianse per lui, sempre fiduciosa che il Signore l’avrebbe ascoltata. Alla fine poté vederlo cristiano convinto. Ma per gustare questo giorno dovette aspettare più di trent’anni.

Alle volte però accade anche che la speranza si spenga nel cuore dei figli perché i genitori non si amano, litigano tra di loro, si dividono. I figli, la loro educazione, in questi cosi possono costituire un richiamo perché si riaccenda la speranza nei genitori.

 

 - Nella prova della sofferenza e della morte

Nellafamiglia la speranza è messa a dura prova in particolare dalla sofferenza e dalla morte, perché siamo fatti per gioire e per vivere e la famiglia non è primariamente per la produzione, per la ricerca, per lo sport, anche se può impegnarsi in tutti questi settori, ma per la pienezza della vita. In essa il dolore, la malattia, hanno una forte ripercussione perché colpiscono persone che si amano, con le quali vi è stata una intensa convivenza. La morte poi porta via uno che faceva porte del suo stretto tessuto affettivo.

E proprio perché il dolore e la morte hanno in famiglia tanta rilevanza, per questo esse mettono alla prova e nello stesso tempo in risalto la nostra speranza cristiana. Entrando in una casa provata dal dolore o dalla morte, spesso ho visto quasi in maniera palpabile la presenza o l’assenza della speranza cristiana, per esempio nel modo di ricordare il passato, di guardare al futuro, di vivere il presente. Si vede se per i famigliari il dolore ha un senso e la vita un futuro, oppure se la sofferenza è solo un deserto desolato e la morte un “abisso orrido e buio”, come l’ha chiamata un nostro poeta.

Un giornalista del Corriere della Sera, Luigi Accottoli, provato nella sua famiglia dalla morte di una persona cara e stimolato da questo lutto a ripensare il valore della speranza cristiana, parlando dei compiti fondamentali della Chiesa nel nostro tempo, così ne ha indicato la nota più alta: “Se le Chiese torneranno a gridare, il mondo forse le udrà. Perché l’etica dello stordimento non può impedire all’umanità di vedere i segni della fine del mondo. Che sono gli stessi del Signore che viene. Una predicazione evangelica rifatta radicale sul potere e sulla ricchezza come sulla sessualità, ma prima e sempre sulla vita e sulla morte”. (L. Accottoli, “La speranza di non morire” ed. Paoline, Milano 1988 pp. 9-10).

Anche nel Vangelo l’incontro di Gesù con la morte, con la morte che Lui è venuto o vincere, si compie in un contesto familiare: quando per esempio il Signore incrocia con i suoi discepoli il funerale di un giovanetto, figlio unico di madre vedova, e lo restituisce vivo o sua madre (cf. Lc.7,ll-17); quando entro nella casa di Giairo e dice alla figlia “Fanciulla alzati” (Lc.8,54) e la consegna ai suoi genitori; quando a Betania incontra Marta e Maria e risuscita il loro fratello Lazzaro, suo amico (cf. Gv.11,1-44).

E quando Gesù affronterà la sua morte, anche allora un legame di famiglia sottolineerà la drammaticità di quel momento: la presenza di sua madre, Maria.

Tutti incontri avvenuti sotto il segno della speranza per sostenere la nostra speranza.

 

 

Maria, donna della speranza 

Tante volte ci rivolgiamo alla Madonna per confidarle i nostri affanni, come un povero che si rivolge ad un ricco per averne in dono una moneta, e forse ci dimentichiamo che anch’ella è passata per la nostra stessa strada, per cui possiamo dire che ci è stata compagna di viaggio.

Già all’inizio della sua vita con san Giuseppe la Madonna fu messa alla prova. Aveva un proprio progetto per il futuro, ma Dio le ha proposto il suo, ed ella si è consegnata a Lui con fiducia quando ha risposto all’angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc.1,38).

Si è appoggiata a Dio e non o se stessa, alla sua parola e non ai suoi sogni, in Lui ha riposto il fondamento della sua speranza. Questa l’ha accompagnata sia quando il suo divin Figlio visse nell’oscurità di Nazareth come nella sua movimentata vita pubblica, quando era osannato dalle folle come quando veniva osteggiato e vilipeso. Sempre credette nel suo Figlio, anche se non vedeva dove l’avrebbe portata quella misteriosa storia. Il giorno che lo presentò bambino al tempio, il vecchio Simeone le predisse un difficile futuro: “Egli è per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione... E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc.2,34-35).

Ma ella seppe affrontare sempre gli eventi della sua vita sorretta dalla speranza che riponeva in Dio, nel suo amore, nella sua misericordia, nelle sue promesse. Alle nozze di Cana (cf. Gv.2,1-12) Maria si rivolge al suo divin Figlio per fargli presente la situazione imbarazzante in cui si erano trovati quegli sposi. Non impone il suo disegno, fa però presente le necessità del momento e raccomanda ai servi: “Fate quello che vi dirà” (Gv.2,59). Nel suo Figlio, non in se stessa, ella ripone la sua speranza. Ai piedi della croce, quando pare che ogni speranza si sia oscurata e gli stessi apostoli hanno abbandonato il Maestro, Maria rimane, condivide la sua passione e attende, quasi simbolo di ogni madre, di ogni famiglia che, ferite dalla sofferenza e dalla morte di un figlio, di uno di casa, sanno ancora attendere, non però il silenzio di una tomba, ma la risurrezione, come un giorno lei, la Vergine, aspettò quella di suo Figlio il mattino di Pasqua.

 

 

Un impegno e una preghiera 

Parlando del nostro cammino nella vita, ha scritto mons. Antonio Bello: “La vera tristezza non è quando, la sera, non sei atteso da nessuno al tuo rientro in casa, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita. E la solitudine più nera la soffri non quando trovi il focolare spento, ma quando non lo vuoi accendere più: neppure per un eventuale ospite di passaggio” (T. Bello “Maria donna dei nostri giorni” ed. Paoline, 1993 p.17). 

La vita senza speranza è come una terra che non ha cielo, per cui si presenta piatta e buia, un cammino che non ha una meta e quindi si rivela inutile, un albero che non porta un fiore o un frutto, e di conseguenza si mostra sterile. 

La famiglia, casa della vita, è chiamata ad essere anche luogo privilegiato della speranza, perché Dio l’ha voluta segno tangibile del suo amore, elevando il matrimonio alla dignità di sacramento, e in essa uno può far conto sull’altro. A Cana di Galilea Gesù ha voluto prefigurare la sorte di grazia di ogni matrimonio, di ogni famiglia, con il segno messianico del cambiamento dell’acqua in vino, un gesto di speranza che tocca il destino ultimo dell’uomo e insieme tutte le tappe della sua vita. Basta pensare alla capacità trasformante che ha l’amore umano anche dei gesti più banali della vita di ogni giorno. 

L’amore cristiano degli sposi, dei genitori, dei figli può trasformare l’acqua della loro vita quotidiana con le sue fatiche, le sue gioie, le sue tribolazioni nel vino della salvezza. Per questa via la famiglia diventa nella chiesa e nella società tangibile testimone di speranza sia nei gesti usuali della vita come in quelli straordinari delle grandi scelte e dei momenti della prova. 

Una speranza che va costantemente alimentata dall’ascolto della Parola di Dio, garante del nostro futuro di salvezza, e dalla partecipazione alla celebrazione della santa Messa, quando facciamo memoria della passione e morte del Signore e nello stesso tempo annunciamo la sua risurrezione finché Egli verrà, perché anche noi abbiamo a risorgere come Lui. 

Vi auguro che possiate guardare la vostra vita in questo orizzonte che tutta la può illuminare. Per questo prima di lasciarvi voglio con voi pregare:

 

Preghiera alla Madonna della Speranza

Santa Maria,

Vergine della speranza,

che a Cana di Galilea

hai pregato per una famiglia

nei suoi primi passi di vita,

ottenendo un segno di speranza,

l’acqua cambiata in vino,

torna ad intercedere anche per noi

presso il tuo divin Figlio.

Chiedi

il dono della fiducia e dell’accoglienza

quando nelle nostre case

s’accende una vita nuova,

chiedi

il dono della fede nella vita eterna

quando nelle nostre famiglie

un’esistenza si spegne,

chiedi

il dono di un’attesa paziente

quando nelle nostre case

qualcuno s’allontana,

chiedi

il dono di una misericordia grande

quando qualche offesa

lacera le nostre famiglie.

Vergine della speranza,

ottieni dal tuo divin Figlio

di saper guardare con fiducia

alla nostra famiglia

e di tener desto sempre nelle nostre case

il fuoco della speranza

che scalda il cuore e illumina il futuro,

certi che Dio non ci abbandona

se noi non lo abbandoniamo.

 

Pavia, 5 marzo 1995,

1^ domenica di quaresima