Giovanni VoltaFam.1996

Vescovo

 

Lettera alle famiglie pavesi

Pavia 1996

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FAMIGLIA! DONA E COLTIVA LA VITA

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SOMMARIO

Un saluto  

La Pasqua: festa della vita

Vincere la paura 

Il fascino dell’onnipotenza    

Saper vedere       

La storia di un ragno    

La famiglia maestra di vita

Annuncia la vita  

Celebra la vita    

Serve la vita        

Alcune iniziative diocesane    

Aiutiamo la famiglia perché possa realizzare la sua missione        

Un augurio e una preghiera

 

 

Un saluto

1. Buona giornata a tutti voi che abitate questa casa, dove vi raccogliete come in un rifugio, perché qui non solo le persone, ma anche le cose e le stesse pareti finiscono per diventare amiche.

Buona giornata a voi, giovani sposi, che con fiducia guardate al futuro, pensando ad una vita feconda. Il Signore dia compimento ai vostri buoni desideri.

Buona giornata a voi famiglie rallegrate da fanciulli e ragazzi, o preoccupate per qualche ammalato, o ferite da qualche lutto, o sofferenti per qualche divisione o incomprensione. Che il Signore vi sia vicino con la sua amicizia, mantenga l’armonia nella vostra casa, vi aiuti a trarre il bene anche dalla sofferenza e soccorra la vostra speranza.

Buona giornata a voi persone anziane, che ancora potete dare molto con la vostra sapienza ed esperienza. Non pensate mai inutile la vostra vita, anche se non avete più il vigore di un tempo.

Buona giornata a voi persone sole, che numerose ho trovato nella mia recente Visita Pastorale. Vivete costantemente alla presenza di Dio che non ci lascia mai soli. Che vi accompagni sempre qualche amicizia.

Buona giornata a voi bambini, che con la vostra voglia di vivere e la vostra gioia rallegrate tutta la casa. Siate sempre efficaci testimoni del bene della vita.

L’apostolo san Giovanni, parlando del Figlio di Dio che si è fatto uomo, ha scritto che in lui era la vita e la vita era la luce degli uomini (Gv. 1,4). Di questa vita che illumina ed anima la nostra vita vorrei parlarvi nella presente mia lettera. Voi famiglie, chiesa domestica, come vi definisce il Concilio Vaticano II, siete le prime interlocutrici del mio impegno pastorale di Vescovo. In voi e da voi prende il via ogni cammino umano. Voi non solo trasmettete la vita, ma siete anche le prime e fondamentali sue educatrici.

 

 

La Pasqua: festa della vita

2. Ho ancora negli occhi le facce festose dei vostri ragazzi che domenica scorsa, il 28 gennaio, sono venuti numerosi nella chiesa del Carmine per invocare e festeggiare la pace e con essa la vita. Ed ora io vengo in casa vostra con questa mia lettera portata dai nostri sacerdoti, per invocare e festeggiare con voi la pace e la vita. Sì, perché la Pasqua, della quale vi reco la benedizione, è la grande festa della pace e della vita, della sua vittoria sulla morte, quando l’amore di Dio ha vinto l’odio, il peccato dell’uomo.

Anche nella famiglia la vita, l’amore e la pace sono come tre splendidi anelli di una stessa catena della quale sono l’orgoglio e lo splendore. Vi è dunque un legame particolare tra la Pasqua del Signore e le nostre famiglie. Da entrambe la vita e l’amore ricominciano, anche se nelle nostre case, a differenza che nella Pasqua di Cristo, può accadere che l’amore si spenga dopo breve tempo perché marito e moglie non vanno più d’accordo, oppure il rapporto tra genitori e figli s’incrina, o la stessa vita viene rifiutata. Ora, mettendo in rapporto la Pasqua con le nostre famiglie, vorrei soffermarmi sul dono e il valore della vita, sulla luce e la forza che le può venire dalla morte e dalla risurrezione del Signore.

In famiglia la vita per vocazione originaria viene generata, accolta, nutrita, educata, protetta, e quando si spegne viene pianta e ricordata con dolorosa nostalgia.

Avviene però anche che la vita non sia sempre compresa e accolta in famiglia, non venga protetta ed educata, non sia difesa adeguatamente.

Ogni giorno ci raggiungono notizie dolorose: aggressioni all’interno stesso delle case, violenze, abbandoni, perfino ferimenti e uccisioni. La famiglia, “casa della vita” per vocazione nativa, può trasformarsi in “casa della morte”.

Ma perché, creati per la vita, può avvenire che scegliamo la morte? Perché, fatti per amare, finiamo tante volte con l’odiarci? Che cosa mostra, che cosa c’insegna la Pasqua?

 

 

Vincere la paura

3. Il dono della vita è così grande che, pur ripetendosi mille volte, sempre stupisce.

Stupisce un fiore che sboccia, lascia sorpresi la vita di una cellula come quella di un animale, ma soprattutto sorprende la vita di una persona - di un bambino, di un giovane, di un anziano –, la loro creatività, la loro intelligenza, la loro capacità d’amore. Nello stesso tempo, però, ci rendiamo conto anche della sua diffusa fragilità.

L’uomo, così grande da poter abbracciare con la sua mente l’intero universo, è anche tanto debole da poter essere ucciso da un piccolissimo frammento di questo universo, da una pallottola, da un urto, da un sasso, da un microbo.

Al suo cammino di crescita nel sapere e nel potere, che tanto l’ha reso orgoglioso delle sue possibilità, si associa la constatazione del suo bisogno di mezzi, di spazi e del limite delle sue risorse e delle sue forze.

Di qui l’insorgenza della paura: paura di trovarsi senza mezzi, paura di essere limitati nella propria libertà, paura anche di non saper educare o di assumere la responsabilità di una vita nuova in un mondo tanto difficile.

Certamente l’uomo deve usare la propria intelligenza per calcolare le possibilità concrete della vita, che non sono infinite, ma che spesso diventano determinanti non tanto per il limite dei mezzi a disposizione, quanto piuttosto per l’egoismo di chi li usa.

Si spendono nel mondo grandi ricchezze ed energie per la difesa e per le guerre, o per una minoranza di persone, mentre poche risorse s’impiegano per la fame e la salute dei molti popoli più poveri.

Ci si appella al bisogno di mezzi per coltivare la vita, e poi si constata che più cresce il benessere e meno di fatto la vita viene partecipata. Lo possiamo vedere anche nella nostra diocesi, che ha raggiunto un triste primato nel calo delle nascite.

Constatiamo che la paura paradossalmente si presenta in molti casi quale primo nemico della vita. Una paura che nasce tante volte dal sentirsi soli e perciò indifesi di fronte ai molti rischi della vita.

Non vorrei che fosse la misconoscenza della paternità di Dio a portarci all’oblio della fraternità umana, fino a farci sentire soli, chiusi nei nostri interessi individuali, così da guardare gli altri come semplici competitori del nostro benessere e della nostra libertà.

 

 

Il fascino dell’onnipotenza

4. L’accoglienza e la custodia della vita trovano poi un altro ostacolo nella tentazione di onnipotenza che può prendere l’uomo, esaltato dalle scoperte della scienza e dalle possibilità della tecnica.

Abituati a riconoscere i nostri limiti dalla resistenza insuperabile delle cose, alcuni sono tentati di far coincidere il “fattibile” con il “morale”, per cui non si accoglie una norma che possa imporsi alla propria libertà e potenza; si accetta solo quella che non siamo in grado di violare senza un immediato danno, o - al limite - quella che vada contro l’espressa volontà dell’altra persona coinvolta.

Si dice: se in base alla scienza e alla tecnica posso fare una cosa che mi interessa, perché devo astenermene in forza di una norma morale astratta, di altri tempi?

Si giunge così a giustificare la soppressione sia di una vita nascente sia di una in declino. Il metro di giudizio? Nel primo caso la volontà di chi ha dato la vita; nel secondo caso la volontà di chi possiede la vita e quindi ritiene di poterne disporre come vuole.

Se poi uno desidera avere un figlio, sempre per far valere la propria volontà può accadere che sia disposto a percorrere qualunque via, lecita o illecita, pur di ottenere il suo scopo.

Ma noi siamo padroni della vita umana? Possiamo disporre di essa come vogliamo? La regola dei nostri comportamenti è data dalle nostre scelte oppure le precede?

In un recente documento sul valore della vita umana il nostro Papa Giovanni Paolo II ha scritto: Ogni volta che la libertà, volendo emanciparsi da qualsiasi tradizione e autorità, si chiude persino alle evidenze primarie di una verità oggettiva e comune, fondamento della vita personale e sociale, la persona finisce con l’assumere come unico e indiscutibile riferimento per le proprie scelte non più la verità sul bene e sul male, ma solo la sua soggettiva e mutevole opinione o, addirittura, il suo egoistico interesse e il suo capriccio. (Enciclica Evangelium Vitae = EV, 25-3-1995, n. 19).

Ben lontana da questa volontà di signoria sulla vita umana è quella di chi l’accoglie, la soccorre, la cura, la difende, la serve, ritenendola un dono prezioso anche quando è debole e ferita, un dono del quale rendere strettamente conto a Dio, autore e sorgente della vita.

 

 

Saper vedere

5. Ma perché l’uomo ha paura di fronte al dono della vita umana fino a guardare il prossimo come un nemico; e perché, d’altra parte, si comporta alle volte di fronte ad essa come se egli ne fosse il padrone?

Troppe volte l’uomo non sa vedere oltre l’immediatezza della realtà che lo circonda e per questo non riesce a leggere il mistero della vita.

Ciò che lo guida è il desiderio del momento e ciò che l’attira tante volte è solo il suo sentimento o l’immediata gratificazione.

Di conseguenza l’uomo resta incapace di spingere il proprio sguardo al cuore della realtà. Se per esempio un bimbo non ha voce, non ha uno sguardo che chiede, a chi gli sta accanto può risultare una “semplice cosa” e non un individuo soggetto di diritti.

Ne è prova anche il fatto che la manifestazione o il nascondimento del volto umano diventa spesso decisivo nel giudizio che si dà sul valore della vita. Succede così che giustamente si protesta energicamente contro la violenza usata verso bambini già nati, mentre tante volte si fa silenzio di fronte all’uccisione di bambini ancora in seno alle loro madri.

Lo stesso interesse per la vita in genere che si è risvegliato in questi ultimi tempi, alle volte risulta ambiguo quando tende a mettere sullo stesso piano la vita degli animali con quella degli uomini.

Venendo meno la visione dei grandi punti di riferimento della nostra esistenza, l’uomo manca di un principio di ordine per valutare i vari fatti della vita, i suoi gradi, i suoi rapporti, il suo destino.

 

 

La storia di un ragno

6. Quand’ero ancora bambino mi è stata raccontata questa bella favola che bene spiega quello che stiamo dicendo. Ve la voglio riassumere.

Un ragno un giorno aveva intessuto una bellissima rete sotto un grande castagno per poter cacciare mosche ed altri insetti. Dopo aver impegnato tutta la giornata per costruire la sua ragnatela, andò a dormire soddisfatto per l’opera compiuta. Il giorno dopo si svegliò di buon mattino per iniziare la sua caccia. Ma prima non poté non fermarsi ad ammirare la sua splendida tela.

Sembrava una trina d’argento. Carica di rugiada, i raggi del sole l’avevano resa splendente come se fosse intessuta di tanti fili di metallo prezioso ornato di mille diamanti. Il ragno, orgoglioso della sua opera, percorse tutte le vie della sua tela, controllò la resistenza dei fili, la loro convergenza al centro e il luogo dove si sarebbe appostato per la caccia. Già pregustava la gioia delle molte prede che avrebbe catturato in quel giorno con una tela così ampia, ordinata e resistente. Un capolavoro. Ma ecco che, alzando gli occhi verso il lato superiore della sua rete, vide un filo che saliva in alto, verso i robusti rami del castagno, fino a nascondersi lassù alla sua vista.

Preso dall’ammirazione della propria opera, il ragno pensò tra sé: ma che ci sta a fare quel filo? Non serve a prendere gli insetti e perciò è inutile, anzi, rifletté, rovina l’estetica della mia bella tela. E con un morso tranciò quel filo che saliva in alto, ma risultava inutile per il suo lavoro. Di colpo però tutta la ragnatela gli cadde addosso, imprigionandolo. Non era inutile quel filo che saliva fin lassù, tra gli alti rami del castagno; esso reggeva tutta la rete che egli con tanta fatica aveva intessuto.

Alle volte accade qualcosa di simile anche per l’uomo. Egli in certi momenti si sente padrone della propria vita e finisce con il pensare che quel filo che lo lega a Dio sia inutile, che gli impedisca il pieno e libero possesso della propria esistenza, e lo tronca, e la vita gli si affloscia addosso.

 

 

La famiglia maestra di vita

7. Ma dove l’uomo impara a riconoscere quel filo che sale in alto, fino a diventare invisibile e che regge tutta la tela della sua vita? Dove viene educato a rispettarlo, anzi a tenersi ben stretto ad esso? In famiglia anzitutto.

La famiglia, comunità di amore e di vita, non solo trasmette la vita, ma poi la educa, la custodisce, l’alimenta. Con la sua fiduciosa dedizione aiuta l’uomo a vincere la paura; con l’esperienza dell’amore reciproco e delle sue mille difficoltà lo premunisce contro ogni ingenua tentazione di onnipotenza; con la sua capacità di ascolto e di attenzione verso l’altro dispone a riconoscere il mistero che sta dentro ogni persona e il suo profondo legame con Dio.

Ha sottolineato il Papa nella sua recente enciclica sulla vita: Nella famiglia ciascuno è riconosciuto, rispettato e onorato perché è una persona e, se qualcuno ha più bisogno, più intensa e più vigile è la cura nei suoi confronti... Essa è veramente il santuario della vita... il luogo in cui la vita, dono di Dio, può essere adeguatamente accolta e protetta contro i molteplici attacchi a cui è esposta, e può svilupparsi secondo le esigenze di un’autentica crescita umana (EV n.92).

E ciò si compie in tutto l’arco dell’esistenza, dalla nascita alla morte.

 

 

Annuncia la vita

8. In famiglia l’uomo fin dall’infanzia impara dai genitori, dai nonni, dai fratelli maggiori, dagli zii il valore della vita, e lo impara anzitutto dall’educazione religiosa.

Dalla presentazione della nascita di Gesù egli apprende il grande valore dell’esistenza umana già nei suoi primi passi.

Nel racconto della vita di Gesù a Nazaret viene illuminato sul valore del lavoro.

Nella descrizione degli incontri di Gesù con gli ammalati, con i bambini, con i poveri riconosce l’importanza della vita anche quando si presenta ferita o debole, e impara che l’amore può trasformare la nostra convivenza umana da aggressiva a fraterna.

Nei tragici eventi della passione e morte del Signore, sani ed ammalati si trovano alla scuola dell’amore e della fortezza che devono guidare i vari momenti della loro esistenza.

Nel racconto della risurrezione del Signore piccoli e grandi apprendono che la vita è in grado di vincere la morte, che l’amore può sconfiggere l’odio, e che perciò essi possono guardare con speranza al futuro. La stessa persona di Gesù e il suo messaggio sono “annuncio della vita”. Egli, infatti, è il Verbo della vita (1Gv. 1,1). In lui la vita si è fatta visibile (1Gv. 1,2); anzi egli stesso è la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi (1Gv. 1,2), ed è venuto perché gli uomini abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza (Gv. 10,10).

Ora la famiglia, annunciando il Signore, annuncia la vita, ce ne mostra con una luce più intensa il valore, e compie questo non solo al proprio interno, ma anche nella società che la circonda, come quando s’accende in casa una lampada ed essa, attraverso le finestre, illumina tutta la zona circostante. Afferma il Papa nel testo già citato: determinante e insostituibile è il ruolo della famiglia nel costruire la cultura della vita (n.92).

 

 

Celebra la vita

9. La vita non è solo annunciata dalla famiglia, ma è anche celebrata quando rende lode a Dio per il dono dell’esistenza dei figli, dell’amore che li unisce, quando chiede a Dio la luce e la forza per affrontare le difficoltà che s’incontrano, quando insieme partecipa alla santa Messa, viva memoria della vittoria della vita sul peccato e sulla morte, quando si riconcilia con Dio e al proprio interno accostandosi al sacramento della Penitenza, quando festeggia i vari anniversari della propria storia.

Celebrare la vita da parte della famiglia significa manifestare all’esterno, con segni di gioia, di riconoscenza e di lode a Dio, i propri sentimenti, ripartendo dai fatti che quotidianamente intessono l’esistenza della propria casa. La stessa celebrazione si compie anche con la partecipazione ai sacramenti, “segni di vita”, con la coscienza del loro rapporto con la propria storia, con le gioie, le sofferenze, il bisogno di riconciliazione e di perdono della propria famiglia.

Tra la celebrazione e l’esperienza della vita quotidiana in famiglia vi è un continuo scambio. Per un verso tutta l’esistenza umana tende alla celebrazione, quale gesto di riconoscenza verso Dio e verso gli uomini, di lode al Signore, di gioia e d’invocazione; per un altro la celebrazione si apre alla vita quotidiana come ispirazione, motivazione ed alimento di una rinnovata energia.

 

 

Serve la vita

10. La famiglia non solo è chiamata ad annunciare e a celebrare la vita, ma anche a servirla, e perciò a mostrare - e non solo a dire - il suo amore per essa. La serve quando la dona, quando l’accoglie, quando la educa, quando l’assiste. In questo la famiglia è una grande scuola per tutta la società, naturalmente quando è fedele alla sua vocazione d’amore. Nei suoi atteggiamenti concreti ci indica come va protetta la vita indifesa dei bimbi, con quale amore si deve guardare il portatore di handicap, con quale premura si deve assistere l’ammalato, quale attenzione va usata verso le persone anziane, come si deve pazientare nell’ascolto di chi si trova in difficoltà.

Il servizio della famiglia alla vita si apre poi anche fuori dai propri confini con varie iniziative: con l’attenzione premurosa e cordiale per le necessità piccole ed umili di ogni giorno delle famiglie del proprio paese o quartiere; con l’accoglienza in casa propria in certi tempi della giornata o in certi periodi dell’anno di bambini che sono soli oppure che hanno un handicap; con la cura di impegni educativi in parrocchia; con la disponibilità all’adozione o all’affido di bambini abbandonati dai loro genitori o impossibilitati a restare con loro.

Quando i problemi sono solo di carattere economico si può anche ricorrere a delle adozioni a distanza.

Oggi questa forma di aiuto alla vita si va diffondendo: si offrono a dei genitori gli aiuti necessari per il mantenimento e l’educazione dei loro figli, senza doverli sradicare dal loro ambiente naturale.

 

 

Alcune iniziative diocesane

11. Varie sono le forme di povertà e di bisogno a cui

vanno incontro le famiglie: divisioni interne, solitudine, carenze educative, ignoranza, presenza di tossicodipendenti, rifiuto per maternità indesiderate, ammalati da assistere, portatori di handicap da accudire.

In ogni espressione della vita umana vi sono luci ed ombre. Sta alla nostra attenzione, al nostro amore alla vita far sì che la luce vinca le ombre.

Vi ricordo per questo alcune iniziative presenti nella nostra diocesi e nella nostra provincia per confortare la vostra speranza e nello stesso tempo per indicare luoghi e soggetti a cui potreste dare una mano. Si sottolinea spesso ciò che manca; ora vorrei ricordarvi invece ciò che c’è.

Già al suo primo sbocciare la vita umana incontra diverse difficoltà: per esempio una ragazza, o anche una sposa, attende un bambino, ma il fidanzato o lo sposo o i loro famigliari vorrebbero che abortisse, oppure un bambino è sieropositivo e non trova una casa con sua madre.

Dove poi chiedere consiglio competente e riservato, dove eventualmente è possibile essere accolti? Per rispondere a questi problemi sono stati istituiti il Consultorio diocesano familiare, il Centro di aiuto alla vita e la Casa dell’accoglienza.

Nello sviluppo di una famiglia possono poi accadere gravi incidenti di percorso. Per esempio un ragazzo comincia a drogarsi e la sua famiglia non ce la fa a recuperarlo, oppure la famiglia già si è sfasciata. Per venire incontro a queste gravi difficoltà delle famiglie è nata la Casa del Giovane.

Sempre nel complesso percorso della sua vita, la famiglia può sentirsi gravata di pesi superiori alle sue forze, come l’educazione e la socializzazione di ragazzi con handicap, la cura in casa di ammalati terminali, l’ospitalità di famiglie che vengono a Pavia per la cura di un loro parente.

Per i ragazzi con handicap vi è l’Associazione Anffas che s’interessa molto di loro e dei problemi delle rispettive famiglie.

Altre Associazioni si dedicano agli ammalati psichici, agli alcolisti, ai distrofici.

Tenendo presenti le condizioni di grave sofferenza di alcuni ammalati terminali, da qualche anno si è costituita nella nostra città l’Associazione Sartori per la cura gratuita del dolore.

Per l’assistenza agli ammalati sotto il profilo religioso è particolarmente attiva l’Unitalsi.

Per l’ospitalità dei famigliari di ammalati che vengono da lontano vi sono vari soggetti - anche se ancora molto insufficienti - che si prestano per la loro ospitalità, come il Gruppo Emmaus, Betania, Cilla, Case di religiose e religiosi e la stessa Casa del Giovane.

Presto si aprirà anche la Casa diocesana della Carità in via Pedotti, proprio per queste varie necessità. Essa però attende ancora l’aiuto dei Pavesi per essere arredata.

Vi è poi il grave capitolo dell’assistenza alle persone sole ed a quelle anziane delle nostre famiglie. Il loro

numero aumenterà sempre più.

Alcune parrocchie e amministrazioni comunali si sono mosse per venire incontro a questi nuovi problemi. Tra il serio e il faceto ho suggerito di costruire degli “oratori” anche per gli anziani.

Non si tratta di dare soltanto un’assistenza materiale alle persone sole e anziane, ma anche di offrire loro ragioni pratiche di vita, proponendo alle più valide impegni proporzionati alle loro attitudini e a tutti occasioni di maggior socializzazione, di cultura religiosa e profana, di preghiera.

La partecipazione numerosa all’Università della Terza Età, agli Esercizi spirituali per anziani, a pellegrinaggi e ad attività di volontariato ci mostra che questa strada di aiuto è percorribile. Ogni momento della vita è prezioso. Dobbiamo coltivarla in tutte le sue stagioni, convinti che la sua qualità prima sta nel rendersi conto del suo valore e nell’amare.

Ricordate quando da bambini a catechismo dovevamo rispondere alla domanda fondamentale: “Per quale fine Dio ci ha creati”? Una domanda sempre attuale.

 

 

Aiutiamo la famiglia perché possa realizzare la sua missione

12. Nella sua enciclica sulla vita il Papa così ha richiamato il dovere dello Stato e della Chiesa di aiutare la famiglia perché possa adempiere alla sua missione: L’avvenire dell’umanità passa attraverso la famiglia… Perché (la famiglia) possa realizzare la sua vocazione di santuario della vita, quale cellula di una società che ama e accoglie la vita, è necessario e urgente che la famiglia stessa sia aiutata e sostenuta. Le società e gli Stati devono assicurare tutto quel sostegno economico che è necessario perché le famiglie posso rispondere in modo più umano ai propri problemi. Da parte sua la Chiesa deve promuovere instancabilmente una pastorale familiare capace di stimolare ogni famiglia a riscoprire e a vivere con gioia e con coraggio la sua missione nei confronti del Vangelo della vita (EV n. 94).

La prima condizione per aiutare la famiglia a realizzare la sua missione credo che stia nell’aver fiducia in essa. Quando manca la fiducia non si chiede, non si attende, non si aiuta.

Chi annaffia un fiore che ritiene già secco, chi coltiva un campo che pensa sterile, chi chiede un aiuto a chi giudica incapace?! Lo vedete anche voi in casa vostra con i vostri figli. Così è anche della pastorale familiare.

La seconda condizione è camminare nella direzione giusta, vale a dire aiutando la famiglia ad essere se stessa, indicandole la sua vocazione specifica secondo il disegno di Dio e non strumentalizzandola per qualcosa d’altro.

Come al sacerdote va chiesto che primariamente faccia il sacerdote e non altre attività che non gli sono proprie, così si deve chiedere anche alle famiglie anzitutto ciò che è loro proprio. Il padre, per esempio, dev’essere anzitutto un buon marito e un buon padre, e analogamente la madre, e non primariamente un buon barista dell’Oratorio, o un abile animatore del coro, o un solerte catechista.

Questi impegni sono credibili ed efficaci se quelli fondamentali vengono adempiuti, altrimenti possono diventare un’evasione dal proprio dovere primario. Fa parte sempre della giusta direzione il riconoscere il compito proprio delle famiglie e perciò stimarle non solo come “oggetto” dell’azione pastorale della Chiesa, ma anche come “soggetto”. Vedi per esempio in ordine alla loro responsabilità nell’educazione dei figli, nella preparazione di questi ai Sacramenti della Confessione, dell’Eucarestia, della Confermazione.

La terza condizione sta nell’essere costanti in questa

pastorale delle famiglie, ricordando la parabola del buon pastore, il quale ha cura sia della pecora sana come di quella ammalata, e la parabola del seminatore che getta
buona semente in tutto il campo, persino tra i sassi e sulla strada, pur sapendo bene che non tutta porterà abbondante frutto.

La quarta condizione è che in questa pastorale le

stesse famiglie devono parteciparvi attivamente e non passivamente. Alle famiglie spetta anzitutto il compito di aiutare le altre famiglie. La condivisione di problemi comuni, la partecipazione reciproca di convincimenti maturati nella propria esperienza di fatica e di grazia, permettono alle famiglie di aiutarsi scambievolmente.

La quinta condizione, che riguarda tutta la pastorale in genere, e che va tenuta bene a mente per non proporsi falsi obiettivi, è che nel tempo non ci sarà mai un traguardo definitivo, raggiunto il quale ci si possa poi riposare. La vita della Chiesa, come quella cristiana di ogni famiglia, deve riprendersi ogni giorno.

Quando si arriva al tetto di una casa si tolgono le impalcature perché la costruzione è finita. Questo però non accade né per la vita della Chiesa né per quella della famiglia. Le impalcature si toglieranno solo nell’altra vita, il giorno della risurrezione.

 

 

Un augurio e una preghiera

13. La vita umana è dunque nello stesso tempo un dono, un impegno e un mistero. Dono, perché non ce la diamo noi, ma ci viene offerta; impegno, perché va coltivata e a sua volta donata per crescere, perché diventi se stessa; mistero, perché ha una profondità che sempre ci stupisce, ha percorsi che ci sorprendono, perché sfugge al nostro possesso. Si tratta di un dono, di un impegno e di un mistero che stanno come alla radice di tutti gli altri doni, impegni e misteri della nostra esistenza.

Ma perché si sveli dev’essere guardata con occhi penetranti, capaci di riconoscerne la dignità e il valore anche sotto i veli della piccolezza, della malattia, della vecchiaia, anche quando non ha voce, o non può difendersi. Perché se ne accolga l’impegno, va vissuta con cuore libero, riconoscente, non ripiegato su se stesso.

Perché se ne riconosca il mistero bisogna ascoltarne le voci più segrete, che ci mettono di fronte ad una realtà che ci supera, e che solo il Padre può illuminare adeguatamente, come fece con la Parola e la vita del suo divin Figlio.

Perché cresca essa ha poi bisogno di essere accolta e custodita con amore. Perché sia rispettata va vista non come cosa nostra, ma quale dono personale di Dio, con un destino eterno fin dal suo concepimento.

Per questo ci rivolgiamo ora nella preghiera a Colui che è la Vita, sorgente di ogni altra vita, della nostra vita, perché ci illumini sul suo mistero, ci rafforzi nel suo amore, ci renda vigili nel suo rispetto, generosi nella sua accoglienza.

 

Preghiera

O Dio Padre,

Dio vivo,

principio e sorgente di ogni vita,

noi ti ringraziamo

perché ci hai chiamati all’esistenza

e possiamo conoscerti, ascoltarti,

rivolgerti la nostra parola

e godere della tua paternità.

 

O Dio Figlio,

donato a noi dal Padre

nella nostra carne,

che per la nostra vita

hai immolato la tua vita,

facendoti luce e forza

di ogni uomo che viene in questo mondo,

rivelaci il tuo volto

in ogni uomo che nasce, che cerca,

che attende, che soffre, che muore.

 

O Dio Spirito Santo,

mandato a noi dal Padre e dal Figlio

perché accogliessimo

e testimoniassimo il Verbo della vita,

dilata il nostro cuore

affinché ogni vita umana

che incontriamo nel nostro cammino

vi trovi accoglienza, amore

e premurosa cura.

 

 

Pavia, 2 febbraio 1996

festa della presentazione di Gesù al Tempio

Il vostro Vescovo

+ Giovanni Volta