Giovanni VoltaFam.1997

Vescovo

 

IL CORAGGIO DELL'AMORE

Lettera alle famiglie pavesi

 .........

Pavia 1997

.........

SOMMARIO

Nel ricordo delle vostre domande

Guardando a Nazaret

Gioie e interrogativi guardando il futuro

Alcuni esempi biblici

Desiderio e difficoltà della comunicazione

La comunicazione nella Sacra Famiglia

Gesù e gli apostoli

L’impegno di educare: generare una seconda volta

L’educazione del fanciullo Gesù

Le ristrettezze, la malattia e la morte

Gesù e le ferite della famiglia

Un nostro impegno pastorale

Il coraggio nelle difficoltà

Preghiamo

 

 

Nel ricordo delle vostre domande

1. Come state? Sono venuto a trovarvi.

Da undici anni ormai busso, in occasione della Pasqua, alla vostra porta. È per farvi gli auguri, per portarvi la mia benedizione.

Ma tante volte mi sono reso conto che, più che ascoltare, sentite il bisogno di parlare. Diversi vivono soli per gran parte del loro tempo perché i figli, il marito o la moglie, il fratello, la sorella, sono assenti oppure non sono più, e per questo aspettano sempre qualcuno che li ascolti. Altri portano nel cuore gioie oppure guai che non sanno come comunicare, perché ritengono di non essere capiti. Anche ai giovani, ai ragazzi può capitare questo. Altri ancora vorrebbero sfogarsi, trovare qualcuno che condivida la loro condizione, senza giudicarli, oppure che possa incoraggiarli.

Nella mia visita pastorale ho raccolto spesso questi sfoghi ora gioiosi, ora sofferenti.

Che mistero il cuore dell’uomo! Sente il bisogno di comunicare, di amare e di essere amato, e tante volte si scontra proprio con le persone che ha più vicine. Sogna un futuro di gioia, di dedizione, ma poi I’impatto con il reale lo scoraggia fino a togliergli la speranza, e ciò che costituiva il suo sogno si trasforma alle volte in motivo di amarezza.

 

Guardando a Nazaret

2. Per questo, dopo aver bussato alla vostra porta, vorrei ascoltarvi come si può fare con una lettera, rievocando espressioni udite più volte nelle mie visite alle famiglie e guardando con voi ad alcuni incontri simili, che pure troviamo nel Vangelo. Sì, perché anche la famiglia di Nazaret ebbe i suoi progetti, le sue difficoltà, le sue gioie e delusioni. Noi la guardiamo tante volte ritratta in quadri dove ci pare senza pensieri. Nella realtà anch’essa attraversò momenti molto difficili. Pensate per esempio a quando Maria si recò al tempio per offrire Gesù bambino a Dio e il vecchio Simeone, dopo aver tessuto gli elogi di quel bimbo, rivolto alla Madonna, le rivolse quella tremenda profezia: “E anche a te una spada trafiggerà l’anima" (Lc. 2.33).

Gesù poi, a sua volta, durante la vita pubblica incontrò più volte le persone in famiglia. Le ha ascoltate, consolate, qualche volta le ha anche guarite. Una sera Egli stesso ricevette conforto da persone amiche incontrate in famiglia, quando, qualche giorno prima della sua passione e morte, “Egli andò a cena in casa dell’amico Lazzaro, a Betania (cf. Gv. 12.1-11).

 

Gioie e interrogativi guardando il futuro

3. La famiglia, proprio perché è un impegno d’amore ed è aperta alla trasmissione della vita, si trova costantemente a fare i conti con il futuro.

Chi ama si lega alla persona amata e guarda al futuro come a un possibile compimento e insieme a una eventuale minaccia.

Sogna, progetta e si rallegra di ciò che già immagina per il futuro. Di queste previsioni sono spesso piene le conversazioni dei fidanzati o dei giovani sposi. Nello stesso tempo però chi ama non si nasconde la possibilità che il futuro riservi pericoli e difficoltà che possono mettere in pericolo il proprio rapporto con la persona amata. Per questo egli cerca tante volte di premunirsi, stabilisce delle condizioni e s’interroga sulla fondatezza dei propri sentimenti e di quelli della persona amata. Chi si sposa si apre alla trasmissione della vita, per cui lo sguardo sul futuro non riguarda il suo rapporto solo con il proprio partner, ma anche con i figli. Ci si interroga: come nasceranno, sani o ammalati?

Come cresceranno? Come affronteranno la società di oggi? Benediranno o malediranno la loro esistenza? Come sarà la propria vita con loro? Un pensiero che può diventare persino ostacolo alla stessa generazione. Ho sentito degli sposi affermare: non vogliamo rischiare! Parrebbe un atto di altruismo: non voler mettere in pericolo altre persone. Ma è proprio così? Vi sono perfino dei ragazzi e delle ragazze che non si sposano perché non vogliono mettere in rischio il loro amore, e preferiscono ridurre questo alla provvisorietà di ogni giorno. Ma ciò significa salvare l’amore oppure rinunciarvi? si tratta in questo caso della salvaguardia di un bene oppure del pauroso atteggiamento dell’uomo, di cui parla Gesù nella parabola dei talenti, che invece di trafficare il talento ricevuto, l’ha seppellito per terra per non perderlo? (cf. Mt. 25,14-30)

 

Alcuni esempi biblici

4. Come ci parla il Vangelo della nostra vocazione ad amare dentro le possibilità e il rischio del futuro, una condizione permanente della nostra vita, delle nostre famiglia? Alcune figure possono essere indicative anche per noi oggi. Vediamo per esempio la storia di Zaccaria e di Elisabetta che nella loro vecchiaia, quando ormai non speravano più nella prole, hanno avuto un figlio Giovanni il Battista. Osserviamo poi la sorte del Battista: egli annuncia ed indica Gesù ai suoi contemporanei e poi viene ucciso da Erode proprio all’inizio della vita pubblica di Gesù. Pare un fallimento la sua missione, nella realtà quel fatto tragico ha dato pienezza alla sua testimonianza. Un altro episodio: la vita della Madonna. Lei aveva un suo progetto, s’era fidanzata con Giuseppe. Ma Dio è entrato nella sua esistenza come un turbine. Di fronte all’annuncio dell’angelo ella non chiede: avrò o non avrò interesse a dire di sì? quale futuro mi sarà garantito? ma desidera solo accertarsi che quella sia la volontà di Dio. Resa certa del volere divino, risponde: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc.1,38).

Una cosa ha cercato anzitutto nel suo futuro: essere fedele a Dio. In questo legame pose il fondamento di ogni sua speranza.

Un pensiero che l’ha accompagnata per tutta la vita, anche ai piedi della croce, che come un muro le s’era parata di fronte. Non smise neppure in quel momento di sperare.

Come un bimbo che mette la sua piccola mano in quella robusta di suo padre, così la Madonna si lasciò guidare da Dio anche in quella tragica ora.

San Giuseppe, a sua volta, resta turbato per ciò che è accaduto a Maria dopo l’annunciazione e progetta un nuovo futuro per sé. Ma Dio gli svela in sogno il suo disegno, e Giuseppe, destatosi dal sonno, si affida alla parola di Dio: “fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore" (Mt. l, 24). Anche lui affronta il futuro appoggiandosi alla volontà di Dio. Egli non sa dove lo condurrà Iddio, sa però che Dio è fedele e non abbandona chi si lascia guidare da Lui.

La sacra famiglia di Nazaret camminerà così verso il suo futuro con la certezza della vicinanza, della fedeltà di Dio, e nello stesso tempo con l’incertezza dei modi e delle forme attraverso cui Egli la condurrà.

Queste chiamate si ripeteranno per gli apostoli, che lasciano reti e mestiere per Lui e per il loro futuro avranno solo una garanzia: il Signore sarà con loro, non li abbandonerà.

Da tutti questi fatti si comprende come sia diverso andare incontro al futuro da soli oppure con Dio, riponendo la speranza soltanto nelle proprie forze o facendo conto in Colui che ha dato la vita per noi e che sta nel nostro avvenire.

 

Desiderio e difficoltà della comunicazione

5. La famiglia, mentre si muove verso il suo futuro e in parte lo costruisce con le sue scelte, è messa sempre in gioco dal dialogo dalla comunicazione e comprensione dei suoi membri. Si tratta del rapporto tra marito e moglie, tra genitori e figli. Ci si sceglie tra marito e moglie, e tuttavia può risultare faticoso il dialogo. Si è legati da un vincolo di sangue, di affetto, di convivenza tra genitori e figli e tuttavia accadono spesso incomprensioni reciproche. Ma se in famiglia non si comunica, non ci si accetta, non ci si comprende, si può ancora parlare di comunità familiare?

Capirsi! Nell’Antico Testamento è scritto che un abisso è il cuore dell’uomo. Un abisso che non si è mai finito di sondare e di comunicare. A volte ingenuamente si pensa che basti conoscere le parole e i gesti per poter comunicare. Ma nella realtà non è così. Ci sono per esempio delle famiglie in cui tutti i membri sono colti, ma non per questo essi sanno comunicare tra di loro, mentre per esempio un bambino può comunicare alla madre certi suoi stati d’animo anche quando è ancora molto piccolo. Così non tutti i momenti sono adatti per intendersi. Il comunicare con un’altra persona esige non solo una comunanza di linguaggio, ma anche un sentire comune, degli uguali punti di riferimento e una reciproca disponibilità ad accogliersi. Per questo in famiglia il dialogo interpersonale è favorito. In essa solitamente vi è la condivisione di una storia, di interessi e di sentimenti, tanto che quando una persona rientra in famiglia si esprime con più libertà che fuori casa, fino a manifestare senza timore anche le proprie debolezze. La vicinanza, la preoccupazione per la stima reciproca, il timore di un rimprovero da parte della persona amata o della sua invadenza intempestiva nel proprio mondo privato possono però costituire un ostacolo alla comunicazione in casa.

Accade così che in famiglia ci si senta attratti a comunicare e nello stesso tempo si provi difficoltà a dialogare, a capirsi, così da giungere a separarsi, disperando di poter riprendere e sviluppare i legami di un tempo. Colpiti da questa esperienza gli sposi si lasciano, non sanno tornare sui loro passi, i figli rifiutano i genitori, i genitori si sentono forestieri nei riguardi dei loro figli; ci si lascia prendere dallo scoraggiamento di fronte alla difficoltà di capirsi, di accogliersi.

 

La comunicazione nella Sacra Famiglia

6. Anche nel Vangelo si parla della comunicazione e delle sue difficoltà tra le persone, cominciando dalla famiglia. Già abbiamo ricordato l’esempio di Maria e di Giuseppe all’inizio del loro matrimonio: l’intervento di Dio aveva creato problemi nella comunicazione tra di loro, come del resto ancor oggi creano tante volte problemi di comunicazione in famiglia certe chiamate di Dio. Le difficoltà di comunicazione, di comprensione nella famiglia di Nazaret sono continuate anche dopo quei primi passi. Per esempio quando nasce Gesù a Betlemme, Maria – scrive l’evangelista san Luca – vedendo ciò che era accaduto e ascoltando ciò che era stato detto, sente il bisogno di riflettere per comprendere, per cui “da parte sua serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore" (Lc. 2,19).

Quando poi Giuseppe e Maria hanno presentato Gesù al tempio, essi – annota lo stesso evangelista - “si stupivano delle cose che si dicevano di lui”(Lc. 2,33); e poi, allorché hanno trovato Gesù nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, ancora “al vederlo restarono stupiti (Lc. 2,48) e, nonostante la spiegazione che Gesù aveva dato del suo gesto, “non compresero le sue parole" (Lc.2,50).

Non solo dunque nelle nostre famiglie, ma anche in quella di Nazaret vi furono problemi di comprensione. Gesù era tanto vicino a Maria e a Giuseppe, ma il suo mistero superava la loro capacità di comprensione. Per questo i gesti e gli eventi della sua vita più volte li stupirono, ma non li scoraggiarono nel loro cammino di comprensione e di accoglienza. Essi non imposero a Gesù le loro misure, come pretesero fare con Lui tante volte i farisei, ma seppero sostare e attendere davanti al mistero della sua persona.

 

Gesù e gli apostoli

7. Anche gli apostoli prima di Pentecoste non capirono fino in fondo il senso dei discorsi e dei comportamenti di Gesù. Ce lo ricorda lo stesso apostolo san Giovanni quando riporta le parole di Gesù all’ultima cena (cf. Gv.16,12).

La comunicazione e la comprensione esigono non solo la condivisione del linguaggio e dei gesti, ma anche quella della vita.

Quando condividiamo gli stessi interessi, gli stessi gusti, ci comprendiamo anche solo a un cenno. Se invece viviamo su sponde opposte, allora anche un intero discorso può risultare incomprensibile, e il linguaggio facilmente assume più il tono della sfida che quello della partecipazione. Accade così che tante volte noi parliamo più per nascondere che per svelare, più per difenderci che per condividere. Parlando con Nicodemo Gesù aveva detto che chi fa il male odia la luce perché non siano svelate le sue opere (cf. Gv.3,20-21), e di conseguenza tenderà ad ingannare. La comunicazione in famiglia (e non solo in famiglia) è legata sia al riconoscimento del mistero che sta in ciascuna persona, per cui si scolta sul serio e non si dà per scontato ciò che l’altro ci vuol dire, sia alla rinuncia di nascondersi perché si teme che l’altro scopra la nostra identità.

Bisogna accettare questa fatica, queste condizioni, questo laborioso cammino se vogliamo comunicare con verità in famiglia. Fu questo anche l’itinerario della famiglia di Nazaret.

La condivisione della stessa fede e della comune fatica, il riferimento allo stesso Padre che sta nei cieli, la coscienza non solo dei meriti, ma anche dei propri torti, favoriscono il dialogo in casa e la comprensione reciproca.

 

L’impegno di educare: generare una seconda volta

8. Un impegno in particolare affatica e sprona la famiglia nel suo divenire: l’educazione dei figli. Quando ci sono dei ragazzi in casa il discorso solitamente verte principalmente su di loro, sulla loro educazione. Essa rappresenta come la seconda generazione, così che la prima senza la seconda risulta tante volte irrilevante per la nostra storia personale. Ma mentre la generazione del corpo è inscritta nella natura per cui, nonostante sia tanto complessa, si compie automaticamente, quella invece della "personalità" dell’uomo esige intelligenza, amore, attenzione, tempo, pazienza, fortezza e molte altre qualità.

Per questo la famiglia di fronte all’impegno educativo dei figli si sente spesso impari, per cui ricorre facilmente alla delega: della scuola, dell’oratorio, dei gruppi associativi, e perfino della televisione. La nostra organizzazione del lavoro, d’altra parte, non facilita il compito educativo dei genitori, che sono costretti a star lontani dai figli per molte ore continuative anche quando questi sono ancora in tenera età. L’azione educativa, quella che riguarda l’orientamento della persona, la sua coscienza e lo stile della vita inizia molto presto, si avvale non solo delle parole, ma anzitutto della presenza dei genitori e produce i suoi frutti molte volte avanti negli anni. Ma noi vorremmo veder subito i risultati dei nostri interventi, delle nostre parole. L’attesa ci porta tante volte a sottovalutare il presente, quando i figli sono piccoli, oppure ci scoraggia, quando sono grandicelli, fino ad ingenerare un certo pessimismo, perché ci vien da pensare che sia inutile ogni nostro intervento. Ho sentito dei genitori dirmi sconsolati: non c’è più niente da fare!

Ma è giustificato questo pessimismo? Qual è quel contadino che semina oggi e già domani pretende raccogliere i frutti del suo lavoro?

 

L’educazione del fanciullo Gesù

9. Torniamo a Nazaret e alla vita di Gesù. Qualcuno dirà: ma per Maria e Giuseppe le cose dovevano essere ben facili con un tal figlio. È vero. Nonostante questo però essi incontrarono ugualmente delle difficoltà.

Sentite quello che Maria dice a Gesù quando lo ritrova, ancora ragazzo, tra i dottori nel tempio: "Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io angosciati ti cercavamo" (Lc.2,48). E Gesù le risponde: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?" (Lc. 2,49).

L’evangelista aggiunge poi che Gesù tornò con loro a Nazaret ed era ad essi sottomesso. Tutto ciò, tuttavia, non avrà impedito che Giuseppe e Maria s’interrogassero: come dobbiamo comportarci, che cosa gli dobbiamo insegnare, vivendo il proprio compito di genitori e insieme rispettando il mistero della sua vita?

Gesù poi, a sua volta, esercitò il suo compito di educatore nel gruppo, nella "famiglia" dei suoi apostoli vivendo con loro, mostrando, insegnando, rimproverando, attendendo. E anche a Lui non sempre andò bene.

Pensate un momento ai comportamenti di Pietro che Gesù aveva scelto come capo dei suoi discepoli. Interrogato, egli risponde a nome di tutti: "Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente" (Mt.16,16). Ma subito dopo pretende di insegnare a Gesù come deve comportarsi (cf. Mt.16,22), così che il Maestro lo caccia come fosse il diavolo: "Lungi da me, satana!" (Mt. 16,23). All’ultima cena Pietro dice a Gesù che è disposto a dare la vita per Lui e in quella stessa notte lo rinnegherà invece tre volte (cf. Mt. 26.33-35. 69-75).

Pensate ancora al tradimento di Giuda, che pure era stato scelto ed educato da Gesù con tutti gli altri apostoli.

È il possibile rifiuto che può venire dalla libertà dell’uomo ad ogni proposta di un qualche bene, pur essendo il nostro cuore fatto per "il bene".

Gesù ricorderà questo dramma anche in una sua celebre parabola, quella del figliol prodigo (cf. Lc.15,11-32), nella quale troviamo i successivi tempi di tante persone: il desiderio di una libertà senza regole per godere pienamente la propria vita, l’esperienza della povertà che subentra a quel sogno quando la realtà lo dissolve, la nostalgia della sicurezza e dell’amore della propria casa d’origine e la permanente attesa vigilante e misericordiosa del padre.

La risposta ai preoccupati interrogativi che tanti genitori mi rivolgono circa l’educazione dei loro figli sta tutta in quella pagina: dobbiamo aver fiducia nel bene seminato nel cuore dell’uomo, anche se non ne vediamo sempre i frutti. Gesù ci ha insegnato che anche Dio attende, con un cuore di padre.

 

Le ristrettezze, la malattia e la morte

10. I motivi immediati più diffusi che mettono in angustia le famiglie mi sono parsi poi la malattia, la morte e tante volte anche I’assillo per la casa insufficiente o che non si trova, e per il lavoro non adatto, perduto o che non si riesce a trovare.

Quotidianamente mi vengono partecipate queste difficoltà.

Il legame affettivo personalizza tutto ciò che negli altri, fuori di casa nostra, può apparire come un semplice dato oggettivo.

Così la difficoltà per esempio a trovar casa mette in grave crisi una famiglia, perché le vien meno lo spazio necessario in cui s’incontra e vive ciò che le è più proprio, l’intimità.

La mancanza di lavoro, oltre che privare di un aiuto economico la famiglia, svuota la vita di una persona, la fa sentire inutile di fronte agli altri membri di casa. Credo che questa sia la ragione prima per cui si rivolgono a me e ai sacerdoti, che non siamo né imprenditori edili, né industriali, diverse persone in cerca di casa e di lavoro. Non si tratta di una esigenza solo economica, ma anzitutto umana.

Soprattutto però la malattia e la morte colpiscono profondamente le famiglie, fino a minacciarne l’equilibrio e a riproporle le grandi domande sul senso della vita.

La famiglia è la casa della vita, dell’amore (almeno questa è la sua vocazione originaria) e la malattia e la morte feriscono direttamente la vita, colpiscono i suoi rapporti fondamentali, la provocano in maniera tale da spingere a riscoprirne il valore oppure da lasciarsi prendere dalla disperazione.

Mi dicono che quando viene amputato un arto ad una persona, questa in certi momenti sente dei dolori che appartenevano all’arto che non ha più. Accade un fatto simile anche quando qualcuno di casa muore. Si vede un oggetto di casa e si pensa a chi l’ha usato e non è più presente; si va in un posto e viene d’istinto di riferire ai congiunti che non sono più ciò che abbiamo visto o provato.

La malattia, a sua volta, spesso svela o potenzia l’unità di una casa, oppure al contrario ne rivela l’inconsistenza. Quando uno si ammala ha particolare bisogno degli altri non solo per le cure mediche, ma anche per il sostegno morale di chi gli è accanto. Per questo la malattia mette alla prova la famiglia nella sua dedizione e nella sua comprensione, la fa crescere oppure ne può rivelare i limiti, fino a metterne a rischio l’unità. Ho visto famiglie ricomporsi per aiutare un loro congiunto ammalato.

Altre invece disfarsi perché le sue componenti si sono messe a lesinare l’aiuto che dovevano dare alle persone bisognose della casa.

 

Gesù e le ferite della famiglia

11. Anche nel Vangelo troviamo che i motivi principali che spingevano la gente a ricorrere a Gesù erano le necessità materiali, la malattia e il timore della morte. E Gesù non si mostrò mai forestiero a queste pene dell’uomo. Egli si commuove fino al pianto quando incontra Marta e Maria che gli parlano della morte del fratello Lazzaro (cf. Gv. 11,1-44), che poi risuscita; entra nella casa di Giàiro e fa risorgere la figlia dodicenne, quando ormai tutti disperano (cf. Mc.5,21-24. 35-42); guarisce la suocera di Pietro che egli trova in casa ammalata (cf. Mc.1,29-31); prova compassione per la vedova di Nain e le risuscita il figlio (cf. Lc.7,11-17); entra nella casa di Zaccheo e vi porta la salvezza (cf. Lc.19,1-10). Alla vigilia ormai della sua passione e morte Gesù è ospite di una famiglia amica e vi riceve I’omaggio di una libbra di olio profumato in vista della sua sepoltura (cf. Gv.12,1-11).

Non solo dunque Gesù fu accanto alle famiglie per aiutarle nel loro cammino, ma Egli stesso volle essere debitore nella sua umanità del loro conforto. Infine sul calvario non solo fu vicino, ma condivise la sofferenza più grande che può accadere in una famiglia: la morte del figlio sotto gli occhi della madre. Nessuna famiglia per questo può dire, pure nei momenti della più grande desolazione: Egli ci è lontano. E condivise per amore la nostra morte perché non venisse meno la nostra speranza, che fu quella di Maria in quel giorno: la vittoria della risurrezione e la fecondità per tutti gli uomini di quell’evento di apparente sconfitta.

Così Gesù Cristo s’accompagna ad ogni famiglia in tutti i momenti della sua vita per essere solida ragione del suo coraggio, della sua speranza. Questo vuol significare la benedizione pasquale portata dal sacerdote alla vostra famiglia.

 

Un nostro impegno pastorale

12. E se Gesù con tanta larghezza di cuore ha accolto le famiglie, ha condiviso le loro pene, è venuto incontro alle loro necessità, anche le nostre comunità parrocchiali devono saper accogliere, aiutare, accompagnare le nuove famiglie che dovessero entrare in parrocchia. Lo Stato deve fare il suo dovere nel favorire gli alloggi, specialmente per le giovani coppie, creando servizi che possano aiutare la vita sociale delle famiglie, e svolgendo una politica che favorisca il lavoro per tutti.

La Chiesa, a sua volta, deve mettere a loro agio i nuovi venuti, impedire che si sentano sole le famiglie provate da povertà o da malattie, che vi sia collaborazione nell’educazione dei ragazzi. In alcune parrocchie, nelle quali è significativa l’immigrazione di nuove famiglie, ho proposto che tutti gli anni si tenga la giornata dell’accoglienza in cui la comunità parrocchiale incontra i nuovi venuti e che si promuovano iniziative in aiuto a quelle famiglie che avessero al loro interno qualche handicappato o persone anziane e sole.

La presenza di Gesù Cristo agli uomini, la sua accoglienza va costantemente testimoniata dai cristiani nei loro comportamenti.

Per questa via la Chiesa si fa segno credibile del suo Signore.

 

Il coraggio nelle difficoltà

13. Ho voluto farmi eco in questa mia lettera di tante difficoltà e domande che ho raccolto entrando nelle vostre case, parlando con la gente per strada. Con voi ho cercato delle risposte nella vita e nelle parole del Signore. Sì, perché in Lui, nei suoi comportamenti, nel suo insegnamento, si svela il mistero della nostra esistenza. Egli non ha vissuto una vita determinata perché noi potessimo viverne un’altra, ma affinché avessimo a seguirlo nel suo cammino. Qui sta la ragione per cui dobbiamo conoscere Lui per conoscere noi stessi e sapere quale strada percorrere per la riuscita della nostra vita. Qui sta il motivo del nostro doverci fare partecipi della sua vita per poterla imitare. Un giorno il Signore, per spiegare agli apostoli la necessità di questa novità di vita per poter portare i suoi stessi frutti, ha detto loro: "Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla." (Gv.15, 4-5).

Qualche volta pensiamo ingenuamente di poterci ritagliare uno spazio in cui sottrarci ad ogni possibile difficoltà. C’è chi lo cerca chiudendo gli occhi sulla realtà, chi inseguendo i propri sogni fantastici quasi che il reale fosse come un programma televisivo cambiabile a piacere, e chi evadendo dalla vita con la droga. Ma non c’è questo spazio.

A noi è dato di affrontare la vita nell’intrigo di gioie e di sofferenze, di fatiche e di gratificazioni, di accoglienze e di rifiuti. Per questo è necessario il coraggio. Una qualità della vita che tante volte vien meno anche in forza della menzogna di un ideale spesso sbandierato, che nasconde la fatica, l’invecchiamento, il dolore e la morte. Il coraggio scaturisce da un ideale fondato e trova le sue radici nell’amore. Solo per ciò che amiamo abbiamo coraggio. E il Signore è venuto per accendere in ogni uomo, in ogni famiglia questo coraggio dell’amore.

 

Preghiamo

E proprio perché crediamo che da Dio, dalla sua infinita misericordia, ci può venire il coraggio dell’amore che ci rende capaci di guardare con fiducia al futuro, di comprenderci e di accoglierci pur nella diversità delle persone, di far crescere chi ci sta accanto, di sperare anche quando le prove della vita ci opprimono, voglio concludere il mio incontro con voi con questa fiduciosa preghiera:

Nel nostro cammino verso il futuro

donaci, Signore, di non smarrire la meta,

 

nel nostro bisogno di comunicare

dacci un cuore che sappia pazientare e comprendere;

 

nel nostro impegno di educare

tieni desta la nostra speranza;

 

nelle ristrettezze, nelle malattie,

nelle prove della vita

accendi nel nostro cuore

il coraggio dell’amore.

 

Pavia, 2 febbraio 1997

festa della presentazione di Gesù al Tempio

Il vostro Vescovo