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Giovanni VoltaFam.1999

Vescovo

 

PATERNITÀ E MATERNITÀ IN FAMIGLIA

Lettera alle famiglie pavesi

 

Pavia 1999

 

SOMMARIO

Combattuti tra appartenenza e libertà

Storia di una famiglia

Dalla paternità divina a quella umana

I gradi di un legame

Tra possesso e donazione

La trasmissione della fede

Due vie di trasmissione: l’esempio e la Scrittura

Il rimando alla paternità di Dio

Famiglia e società

Alcune conseguenze pratiche

Ripartire dalla paternità di Dio

Insegnare e mostrare

Invocare il Padre

La domanda di perdono

Preghiamo insieme

 

 

1. Sono tornato a trovarvi. Un anno passa velocemente e tuttavia tante cose possono accadere nel frattempo, fino a cambiare profondamente la nostra vita. Molti busseranno alla vostra porta. C’è chi cerca aiuto, chi chiede informazioni, chi ha una notizia bella o brutta da comunicare e c’è chi vuole semplicemente fare una chiacchierata con voi. Può anche avvenire che a qualche porta nessuno bussi. Vorrei che nessuno fosse dimenticato. Io vengo mediante i nostri sacerdoti per portarvi la benedizione pasquale, per esprimere con un piccolo segno il mio ricordo di voi e anche per una breve conversazione su qualche problema che riguarda le nostre case. La preoccupazione per il lavoro, per la salute, per la sistemazione delle nostre abitazioni molte volte ci occupa a tal punto che non troviamo il tempo di riflettere sui valori primari della nostra vita. Diciamo spesso: domani, domani, ma poi, se qualcuno non ci provoca, il rimando a riflettere su certi nostri problemi si prolunga all’infinito.

 

 

Combattuti tra appartenenza e libertà

2. Quest’anno desidero parlare con voi di un’esigenza ricorrente nella vita, un’esigenza che tante volte appare contraddittoria: vogliamo essere liberi, autonomi, e per questo lottiamo e litighiamo per difendere gli spazi di vita che sembra ci vengano negati ingiustamente. Ma poi cerchiamo persone che ci tengano compagnia, che ci proteggano e ci consolino quando siamo in difficoltà. Un bisogno, potremmo dire, di maternità e di paternità che accompagna la nostra vita e nello stesso tempo un’esigenza costante di autonomia e di libertà fino ad entrare in contrasto anche con chi ci sta accanto e ci aiuta.

Quando per esempio il peso dei nostri compiti si fa grande, cerchiamo di scaricarlo su qualcuno, perché graverebbe troppo sulle nostre spalle. Ce la prendiamo così con le autorità pubbliche, con il tessuto dei rapporti sociali, con la televisione, con la scuola, con l’ambiente e l’organizzazione del lavoro, confermando implicitamente il senso di appartenenza che accompagna sempre la nostra vita. Ciò accade nella società, nella Chiesa, mostrando da vicino e nella vita quotidiana ciò che avviene nelle realtà più grandi della convivenza umana. Pensate un momento alle tensioni tra autorità e libertà, tra condizionamenti ed emancipazione che esplodono nella vita di una città, di un paese e anche di una parrocchia e nei rapporti interni di ogni famiglia. Il figlio in certi momenti cerca i genitori, in altri è sfuggente; domanda aiuto, chiede la loro presenza e in altri momenti li accusa di oppressività.

Nei miei incontri con i genitori dei cresimandi mi è capitato di trovarmi con i loro ragazzi e di rivolgere questa domanda: che cosa chiedete ai vostri genitori? Frequentemente mi sono state date queste due risposte: vorremmo essere lasciati liberi, e vorremmo essere maggiormente ascoltati. Nel primo caso reclamavano più autonomia, nel secondo chiedevano più paternità. Vedremo questa tensione in famiglia e da essa trarremo luce anche per il nostro Sinodo diocesano, che è la famiglia locale di Dio la quale s’interroga sul cammino di fedeltà al proprio Signore nel nostro tempo.

 

 

Storia di una famiglia

3. Un giorno il Signore ha raccontato ai suoi in una parabola la storia di una famiglia.

Un padre aveva due figli e il più giovane di questi gli chiese: dammi il patrimonio che mi spetta, e se ne andò per godere in piena libertà quei beni ricevuti.

Notate bene: riconobbe il padre per avere i beni necessari al godimento della sua vita, ma poi si staccò da lui per sentirsi libero. Anche il primo uomo, ci ricorda la Genesi, dopo aver ricevuto da Dio la vita e il giardino dove abitare, pensò d’impossessarsi della propria esistenza, sottraendosi alla paternità divina. Il serpente gli aveva suggerito: Dio sa che quando voi ne mangiaste del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino diventerete come Dio (Cf. Gen. 3,5).

È il dramma che tante volte accade anche in casa nel rapporto tra genitori e figli. Questi sono combattuti tra il “bisogno” delle cose da usare, dell’affetto che li sostenga, della protezione che li difenda e l’ “esigenza” di ottenere una propria libertà, senza dover renderne conto. Bisogno ed esigenza vissuti tante volte in forma antagonistica, ma che nella realtà della vita si richiamano continuamente. La privazione degli affetti, dei rapporti con le persone, dei mezzi di sopravvivenza soffoca il germe di libertà che sta dentro di noi. D’altra parte l’abbondanza dei mezzi e la molteplicità dei rapporti umani senza la libertà di chi li usa e gestisce li lascia realtà morta.

4. In seguito, continua Gesù nella sua parabola, il figlio che aveva spezzato il legame con suo padre per poter essere libero tornò a cercarlo. Egli aveva pensato di realizzare la propria libertà separandosi da lui, ma poi si rese conto che solo dentro quel legame poteva dare compimento al suo sogno di libertà. Come un fiore non sboccia, non celebra la propria libertà di crescita staccandosi dalle proprie radici, ma alimentandosi ad esse, così il figliol prodigo riconobbe che tornando alla sua casa, da suo padre, poteva ritrovare la dignità della sua persona e l’ideale che aveva pensato di realizzare su altre strade. Il Salvatore con quel racconto voleva illustrare un aspetto fondamentale dei nostri rapporti con Dio, mettendo in risalto le contraddizioni che stanno nel cuore dell’uomo e la paternità del Creatore che ci ama fino a lasciarci liberi di dirgli di no, e insieme fino a saperci raccogliere, quando pentiti ci buttiamo nelle sue braccia, così da ritrovare noi stessi ritrovando Lui.

5. Sempre in quella parabola vi è poi una terza figura, quella del fratello maggiore. Questi era rimasto sempre vicino al padre, non gli aveva sbattuto la porta in faccia, come aveva fatto il fratello minore. Nonostante però quella costante vicinanza egli non comprese e condivise le scelte del cuore del Padre. Anzi, si indignò per l’atteggiamento che il padre aveva assunto verso il figlio minore, perché lo giudicò un gesto ingiusto che l’aveva ferito profondamente. “Egli si indignò e non voleva entrare. Suo padre uscì e cercava di convincerlo. Ma egli rispose a suo padre: ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato i tuoi averi con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso” (Lc. 15,28-30). Nel caso del figliol prodigo la libertà era stata ricercata a prezzo del rifiuto del padre, di chi gli aveva dato la vita. Una libertà senza responsabilità, dimentica della verità delle cose, senza l’impegno e il sostegno di dover rispondere della propria vita. Nel caso invece del fratello maggiore la fedeltà al padre fu vissuta senza la partecipazione alla sua libertà, una libertà d’amore, di misericordia, capace di rimettere in piedi una vita che si era spenta allontanandosi dalla propria casa. Anche in questo caso si trattava perciò di un abbandono di quella casa, perché aveva messo in pratica i comandi del padre, ma non il suo amore. L’aveva perciò disertata in ciò che ne costituiva l’anima.

 

 

Dalla paternità divina a quella umana

6. Dentro questo ampio disegno in cui paternità e libertà si aiutano e spesso si scontrano, si oppongono e si ritrovano, sta l’esperienza della paternità umana. L’una e l’altra sono feconde, anche se con una profondità radicalmente diversa; nell’una e nell’altra sono in gioco la libertà e la possibilità di un contrasto tra chi ha ricevuto e chi ha donato la vita e può nascere una lunga storia di avvicinamenti e di allontanamenti, di divisioni e di riconciliazioni. Per questo la paternità di Dio illumina la paternità e la maternità delle nostre famiglie, pur rimanendo sempre unica e infinitamente più grande di noi, e anche il desiderio di autonomia di fronte a Dio trova una certa eco nel desiderio di libertà rispetto ai propri genitori. Unico e irripetibile è il rapporto che ci unisce a Dio. Egli è autore della vita, noi invece semplici suoi trasmettitori; Egli è la norma della nostra esistenza, i genitori invece solo educatori alla sua scoperta e alla sua osservanza; Dio resta sempre sopra di noi, il figlio invece può raggiungere e superare la conoscenza e la perfezione di condotta dei propri genitori.

7. Tuttavia i genitori sono chiamati ad essere immagine della paternità di Dio. Ha scritto san Paolo: “Io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome” (Ef. 3,14-15). E Gesù stesso ha detto: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc. 6,36). I padri e le madri devono dunque ispirarsi nei loro comportamenti a quelli di Dio che prende l’iniziativa e sa attendere, propone la legge e sa perdonare, non ci toglie la libertà per impedirci di peccare, ma ci aiuta perché la nostra libertà positivamente cresca. Gesù ci ha proposto un giorno questo grande impegno: “Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mtt. 5,48). Lo stile, l’iniziativa, la longanimità, l’attesa del Padre che sta nei cieli dovranno perciò ispirare anche i nostri comportamenti, pur coscienti della sproporzione che vi è tra noi e Dio.

 

 

I gradi di un legame

8. Il primo vincolo tra genitori e figli si radica nell’atto generativo. Già a livello biologico e ancora nel seno materno il figlio è “altro” rispetto ai genitori e insieme “dipendente”, ha una propria “autonomia” e nello stesso tempo “comunica”. Quando poi il bambino nasce, all’avvolgente legame fisico subentra quello affettivo che si esprime in mille forme e che investe positivamente o negativamente tutti i rapporti tra genitori e figli, trasmettendo loro nervosismo o tranquillità, fiducia o sfiducia, vivacità oppure sconforto, apertura o chiusura verso gli altri, fino a condizionare l’apprendimento e la stessa memoria.

9. Per questo i genitori aiutano i loro figli a crescere non solo avanti negli anni, quando hanno imparato a ragionare, ma fin dai primi giorni di vita, e lo fanno con la loro presenza, con i loro comportamenti, con la loro emotività.

Alle volte ci prende il convincimento ingannevole che i figli siano aiutati a crescere solo per mezzo di ciò che passa attraverso la loro coscienza. E per questo molti comportamenti, come quelli religiosi, vengono rimandati negli anni. Nella realtà, quando l’uomo prende chiara conoscenza del valore e delle responsabilità della vita, già ha fatto un lungo cammino di apprendimento attraverso il legame affettivo che lo mette in forte comunicazione con i suoi genitori. Di qui l’importanza della presenza di questi presso i figli, del modo con cui li trattano e dell’animo con cui li seguono prima ancora delle parole che possono dir loro. Il fatto che i bambini possono adattarsi a varie forme di vita, fino al distacco dai loro genitori, può trarci in inganno, sottovalutando l’importanza della presenza dei genitori in questa prima stagione della loro vita. Certo, non è sufficiente stare accanto per educare. Occorre essere. Essere pazienti, accoglienti, fiduciosi, costanti, capaci di dominio di sé, credenti per un’adeguata educazione religiosa. Qui sta il segreto e insieme la prima difficoltà per essere buoni educatori. È bello, però, constatare che un genitore aiuta a crescere i suoi figli crescendo egli stesso. Il fatto poi che questa crescita inizi già nei primi passi dell’esistenza e raggiunga la sua maturità quando dall’amore di sé si passa all’amore dell’altro fino al dono di sé, ci mostra come tutta l’esistenza del ragazzo viene disposta o indisposta all’amore ablativo e di conseguenza alla maternità e alla paternità autentica, superando l’ingenua convinzione che basti una informazione fisiologica e sanitaria.

 

 

Tra possesso e donazione

10. Per esperienza, però, noi sappiamo che anche per i sentimenti più grandi dell’uomo nulla può ritenersi ovvio. Così l’amore, che governa la nostra vita, può essere possessivo oppure ablativo, può fare prigionieri oppure rendere liberi. Nulla va considerato scontato in ciò che dipende dalle nostre scelte. La persona umana è come un campo con mille sementi diverse che variamente possono venire coltivate, fino ad ottenere un contrasto tra la sua immagine pubblica e il suo essere affettivo. Avviene così che uno può avere un compito e coltivare invece nella propria vita sentimenti e gesti opposti. Un padre, una madre, che hanno trasmesso la vita al figlio potrebbero coltivarla come un loro possesso, oppure servirsene come di un mezzo, o ancora sfogare nei suoi riguardi i propri risentimenti. Non dobbiamo perciò dare come scontato che l’essere padri o madri coincida automaticamente con la dedizione disinteressata verso i propri figli. La stesse parole che noi usiamo quotidianamente come l’amore, libertà, amicizia possono nascondere i significati effettivi più disparati. Accade per esempio di leggere sui giornali che una persona ha ucciso un’altra per amore.

11. Per questa ragione si diventa padri e madri una sola volta per la generazione fisica, ma poi si è chiamati a diventarlo mille volte con la propria condotta di vita, con i propri sentimenti e pensieri, con la propria cura del figlio. Non è dunque la condizione del genitore un fatto scontato, nè la si vive una volta per tutte e neppure sempre con la stessa modalità e intensità. Si tratta di una relazione che richiede ora tenerezza e ora fermezza, ora vicinanza e ora distacco e si evolve nel tempo fino a rimanere punto di riferimento affettivo che tiene unita una famiglia anche se non dà più aiuti materiali o indicazioni verbali rilevanti. Vedi quando un figlio è piccolo, quando cresce, quando diventa adolescente, giovane, quando lascia la casa per condurre una vita autonoma, con una famiglia propria. Una relazione che resta nell’animo anche dopo la morte dei genitori. Per tutta la vita ciascuna persona porta dentro di sé l’impronta dei rapporti avuti con i propri genitori, con le sue gioie e ferite, con le abitudini e i sentimenti acquisiti nella loro convivenza, con il senso della dipendenza e nello stesso tempo la tensione verso una propria autonomia e responsabilità.

 

 

La trasmissione della fede

12. Il rapporto tra genitori e figli, legato profondamente alla loro comunicazione affettiva, non si esprime nel vuoto, ma con determinati contenuti. La mamma e il papà con le parole e con la vita insegnano al figlio mille cose, gli partecipano i loro gusti, il loro modo di fare e di valutare la vita. In questo contesto prende rilievo l’educazione morale e religiosa della prole, che non sempre è tenuta presente dai genitori sia per difficoltà personali, sia perché si tende a delegare questo compito agli altri. Si pensa per esempio che anche per la conoscenza di Dio, per la preghiera, per l’educazione morale dei figli si debba ricorrere fin dalla loro prima età agli specialisti in materia, quali sono ritenuti i preti e le suore. In questo modo si rinuncia ad una espressione fondamentale della paternità e della maternità, quella che trasmette ai figli insieme alla vita, il suo significato e il suo orientamento, impoverendo lo spessore del loro rapporto. Tutto ciò che viene condiviso in casa, specialmente nei primi anni di vita, si carica dell’affettività primaria della famiglia, accompagnandoci per tutta l’esistenza. Mi dicono che diversi ragazzi in prima elementare sono senza nessuna nozione religiosa, qualcuno non sa farsi neppure il segno di croce, pur provenendo da famiglie ufficialmente cristiane.

13. Qualcuno si scusa dicendo che non è preparato al riguardo, che non ha una cultura adeguata o che non ha tempo, dimenticando che il rapporto affettivo tra genitori e figli dà un notevole peso a tutto ciò che intercorre tra di loro, per cui quello che per altri potrebbe risultare povero, insignificante, se invece viene mostrato e detto dai propri genitori acquista un valore particolare. L’intervento del padre e della madre nel campo religioso e morale prepara il figlio a comprendere che la fondazione dei propri doveri va oltre l’autorità dei genitori e che tutta la famiglia, e non solo i figli, è soggetta alla paternità di Dio, la quale ci supera ed è normativa della nostra umana. Quando un figlio giungendo alla sua adolescenza sentirà il bisogno di una certa emancipazione dai propri genitori, non penserà per questo di rifiutare anche la morale e la religiosità che gli hanno trasmesso, quasi che si identificasse con loro. Questo dialogo tra genitori e figli favorisce poi molti altri discorsi sulla vita che permettono una conoscenza reciproca più approfondita. Per esempio certe pagine del Vangelo o di qualche libro dell’Antico Testamento possono costituire l’occasione per una più estesa riflessione sulla propria esistenza, sui vari fatti che possono accadere ancor oggi e restano un testo autorevole anche avanti negli anni.

 

 

Due vie di trasmissione: l’esempio e la Scrittura

14. In questo impegno di trasmissione della fede vorrei sottolineare due vie: quella dell’esempio e quella della sacra Scrittura. Attraverso la prima il bambino sperimenta una maternità, una paternità e poi una fraternità che l’accompagnano, lo coinvolgono, lo sorreggono, gli indicano in concreto ciò che deve fare, e per questa via può essere introdotto a comprendere la paternità di Dio e la fraternità nella Chiesa. Attraverso la seconda egli viene avviato in forma più diretta alla comprensione della paternità di Dio che si è espressa dentro una vicenda umana, e per questo accessibile anche alla sua giovane età. Raccontare la storia sacra ai propri figli unisce l’amore del padre terreno con quello del Padre nostro che sta nei cieli e offre loro motivi di vita che vanno oltre l’autorità e l’esperienza del padre terreno. Diventando adulto il figlio, e rimasto credente, non dovrà cercare altri fondamenti alla sua vita, perché quei fatti ascoltati all’inizio della sua esistenza rimangono guida per i suoi passi in forza della loro autorevolezza, poiché esprimono l’insegnamento non di un qualunque scritto umano, ma di Dio stesso.

 

 

Il rimando alla paternità di Dio

15. Ma dove il padre e la madre trovano un aiuto per la loro impegnativa missione? Essi partecipano la vita, ma il figlio rimane sempre anche per loro un “dono” e una “sorpresa”. La paternità e la maternità sono alle dipendenze di un’altra, quella di Dio. Essi avvertono di essere non autori, ma trasmettitori di quel dono. E di conseguenza, mentre vivono la loro missione, nello stesso tempo si rifanno alla paternità per eccellenza, quella di Dio, come aiuto ed esempio per il cammino che devono compiere. Se ogni figlio “appartiene” ad una famiglia, genitori e figli appartengono  a loro volta alla paternità di Dio. I genitori spesso s’interrogano sullo stile del loro amore verso i figli, sul modo di conciliare in casa precetto e libertà, sul come vivere le infedeltà del figlio, il suo distacco, il suo eventuale ritorno. Ora, vivendo la loro figliolanza di Dio Padre, i suoi precetti, la sua misericordia, la sua attesa e pazienza, la sua esigenza d’amore, i genitori vengono plasmati e soccorsi per vivere la loro paternità umana. Lungi perciò dall’essere evasivo dalla propria vita particolare, il rapporto con Dio soccorre il nostro rapporto con gli uomini e la paternità umana riconosce nello stesso tempo il proprio valore e i propri limiti. Un valore, perché è un fatto enorme il trasmettere la vita a una persona che ha un destino eterno; i limiti, perché sia da parte dei genitori che dei figli vi è un riferimento superiore e comune, la paternità di Dio, che relativizza le nostre eventuali pretese di padronanza sugli altri o di autonomia da ogni norma.

 

 

Famiglia e società

13. La famiglia non solo fa parte della società e della Chiesa, ma è influenzata da loro e le influenza, particolarmente nella frequente tensione tra appartenenza e libertà. Così il bisogno di sicurezza, di protezione che si vive in famiglia si proietta anche nella Chiesa e nella società, per cui si reclama frequentemente il diritto a farsi servire, mettendo in second’ordine il dovere di servire. L’aspirazione ad una propria autonomia, a non aver vincoli, a sua volta è motivo di tante dispute in casa e si manifesta poi anche nella Chiesa e nella società. Di qui l’importanza di un cammino di aiuto reciproco tra la famiglia, chiesa domestica, e la grande Chiesa, tra famiglia e vita sociale, per evitare che vi sia una paternità senza libertà e nello stesso tempo una libertà senza paternità. Ma poiché dalla famiglia ricomincia la vita, da essa viene anche il primo impulso, la prima educazione alla sperimentazione del dono della paternità e della acquisizione della libertà, del loro equilibrio. Possiamo dire che la famiglia è la prima e fondamentale scuola in cui l’uomo si educa all’appartenenza e alla libertà, sperimenta l’aiuto della paternità che lo precede e lo sorregge e progressivamente cresce nella propria libertà e responsabilità. Tra l’altro mentre nella società e nella Chiesa è più indiretta, lenta e debole la nostra azione (pensate un momento alla dinamica di vita di un paese, all’organizzazione di una parrocchia, per cui ciascuno di noi può dare solo un piccolo apporto), in famiglia, invece, essa dipende molto più direttamente da noi. Vedi i diversi modi d’impostare i rapporti all’interno della propria casa. Naturalmente non si tratta di separare le due realtà famiglia-società e famiglia-Chiesa, ma di mettere in risalto il loro dinamismo e di renderci conto di uno spazio, quello della propria famiglia, nel quale ciascuno ha una sua primaria responsabilità e che segna profondamente il futuro dell’uomo. Per questo l’organizzazione sociale deve riconoscere il primato della famiglia, che viene prima dello Stato, e di conseguenza anche il dovere della famiglia di intervenire per la costruzione dello Stato e delle sue istituzioni, come per esempio la scuola. Noto che non sempre la famiglia ha chiara coscienza dei suoi diritti e doveri nella società e per questo fa poco sentire la propria voce. Nella stessa Chiesa la famiglia deve acquisire un rapporto più attivo e creativo, che dovrà essere tenuto presente nel nostro Sinodo diocesano.

 

 

Alcune conseguenze pratiche

Al termine della nostra riflessione vi propongo alcune conseguenze che riguardano i nostri comportamenti. Non si tratta di comprendere e di accogliere una paternità astratta, ma concretissima, quella di Dio, che investe tutta la nostra vita.

 

Ripartire dalla paternità di Dio

17. Prima di essere artefice di paternità nelle varie espressioni della sua vita, l’uomo è chiamato a vivere e a riconoscere la paternità di Dio nei suoi riguardi. Il dono della vita che sempre ci sorprende, del creato che ci sostiene e ci allieta, delle persone che ha posto accanto a noi, in particolare la compagnia e l’amicizia del suo divin Figlio, il suo perdono tutte le volte che ci siamo pentiti dei nostri errori, la sua parola illuminante e santificante. Una paternità che, lungi dal privarci della libertà, la sostiene, l’aiuta a crescere, come il sole che con il suo calore e la sua luce fa crescere dal di dentro i fiori, l’erba, le piante. Ripartendo dalla paternità di Dio comprenderemo meglio il senso e i compiti della paternità umana.

 

Insegnare e mostrare

18. Quando un papà, una mamma, parlano al loro bambino, al loro ragazzo di Dio (ed è bene che siano loro i primi a farlo), è importante che lo presentino anzitutto nella sua paternità. Si tratta di una visione che bene esprime il volto di Dio che ci è stato rivelato e nello stesso tempo si presenta accessibile anche al bambino, se soprattutto in casa la paternità ha un rilievo positivo. E proprio perché si evidenzi che si tratta non di una scoperta dell’uomo, ma della manifestazione di Dio, va utilizzata in proposito la Bibbia. Accanto al discorso sulla paternità di Dio va poi associata la testimonianza dei genitori, il loro modo di rapportarsi al Signore, di vivere di fronte a Lui, al Padre. I gesti, i comportamenti dei genitori costituiscono la prima scuola anche in campo religioso e morale per i figli. Il Concilio Vaticano II ci ricorda che Dio si è rivelato a noi mediante gesti e parole intimamente connessi tra di loro. Ebbene, questa è anche la forma educativa dei genitori.

 

Invocare il Padre

19. Come in casa la paternità umana viene percepita stando insieme, guardandosi, parlandosi, aprendo il proprio cuore, domandando favori e perdono, facendo delle promesse, ricordando, assumendo degli impegni, così anche la paternità di Dio viene percepita e vissuta parlando, ricordando, domandando, promettendo, ringraziando, lodando. È bello quando la famiglia insieme si rivolge al Padre per lodarlo, pregarlo, per impegnarsi, genitori e figli, davanti a Lui. Allargandosi in questo ampio respiro spirituale le nostre case ritrovano se stesse nel loro valore e nel loro limite, e possono aprire l’animo alla speranza perché fanno conto su di un Dio che non è straniero.  

 

La domanda di perdono

20. È quotidiana la constatazione dei nostri errori, dei nostri peccati. Villanie, prepotenze, offese, viltà, disobbedienze, infedeltà, egoismi sono all’ordine del giorno. Ogni peccato, ci insegna la Chiesa, provoca sempre rottura dei rapporti vitali non solo con Dio, ma anche con gli uomini. Di conseguenza ogni peccato ferisce l’unità d’amore della famiglia. D’altro canto la riconciliazione con Dio, il suo perdono, ricostituiscono questa unità. Se tutti i membri di una famiglia vanno a confessarsi per avere il perdono di Dio, per riconciliarsi con Lui, implicitamente si riconciliano anche tra di loro. Per questa via la paternità di Dio che ci perdona potenzia i vincoli delle singole famiglie, oltre che quelli delle comunità cristiane. Già però questo può avvenire al termine di ogni giornata, se recitiamo tutti convinti la preghiera che ci ha insegnato Gesù; “Padre nostro, che sei nei cieli…rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mtt. 6,9.12). Si tratta di alcune indicazioni fondamentali per le nostre case, ma esse valgono come stile e metodo anche per il nostro Sinodo diocesano.

 

 

Preghiamo insieme

21. Il nostro rapporto più diretto con il Padre è la preghiera. Per questo con essa vogliamo concludere il nostro incontro:

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famiglia01Preghiera

Quando guardo il creato,

penso alla tua bellezza.            

Quando rientro nel mio cuore,

mi stupisco della tua misericordia.

Quando ascolto la tua Parola,

ammiro la tua sapienza

e mi prende la nostalgia di Te.

O Dio, nostro Padre,

continua a mantenere aperti i miei occhi

sulla tua bellezza,

non stancarti mai di perdonare

i miei peccati e di darmi cuore

perché anch’io sappia perdonare.

Ad ogni uomo offri tutti i giorni

il dono del pane e della tua pace.

Non mi prenda mai la noia della tua casa,

perché l’appartenenza a Te

è sorgente della mia libertà.

    

Pavia, 22 febbraio 1999                                                           +Giovanni Volta

   

In copertina:

Diocesi di Pavia, Madonna con il bambino, olio su tela, Autore ignoto, sec. XVII

 

 

Stampa: Tipografia Sigraf di Calvenzano (BG)

 

Supplemento a Vita Diocesana n. 1/1999

Dir. Resp. Sac. Vincenzo Migliavacca

Aut. Trib. di Pavia n. 352 del 28-10-1988.

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