GIOVANNI VOLTA

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TRASMISSIONE ED EDUCAZIONE

DELLA FEDE IN FAMIGLIA

(Castellucchio, 6 marzo 2010 ore 17)

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Sommario

1. La condizione della persona umana

2. La fede cristiana

3. Condizione particolare della famiglia nella trasmissione e nell’educazione della fede.

4. Esigenze per realizzare questo compito

5. Tempi e modalità

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Una tendenza è spesso diffusa tra gli uomini, specialmente quando un impegno costa molto, è continuo e non presenta un tornaconto immediato: quella di delegare ad altri. Ciò accade, per esempio, nel campo dell’educazione, tanto che molte volte ci si palleggiano le colpe: spetta alla scuola, si dice, spetta al prete, spetta alla televisione, spetta all’ambiente di lavoro, spetta alla società (come se noi non ne facessimo parte). E ciò accade o per comodità (riducendo così i nostri molteplici compiti), o per motivi di competenza (si pensa spesso che - nel nostro caso - spetti solo al prete e ai religiosi la trasmissione e l’educazione della fede), o per sfiducia nella famiglia (si dice: sarebbe bello, ma la famiglia oggi si trova inadeguata ad affrontare questo grave compito).

Ma ai genitori spetta solo generare, nutrire, senza “formare” le persone? Nell’educazione prevale l’aspetto della tecnica educativa? Che cosa significa trasmettere la fede cristiana, educare alla fede? Quali ne sono le condizioni e i modi? La fede non sta alla periferia della vita, ma ne costituisce il cuore che l’alimenta, la motiva, la orienta; è una visione globale della vita che illumina tutti i suoi aspetti e fornisce il criterio del loro valore; è un impegno totalizzante che coinvolge tutta la persona nella sua globalità.

Vi sono tante ‘fedi’, cioè realtà alle quali è attribuito il massimo valore e a cui viene subordinato ogni altro aspetto della vita: per esempio, chi crede che il denaro sia la cosa più importante valuta il proprio tempo e le proprie azioni secondo il tornaconto economico che ne può trarre; oppure chi ritiene la carriera valore per lui più alto giunge a trascurare la propria famiglia, i propri amici e perfino la propria salute: sacrifica tutto al dio-successo professionale.

La fede non è semplicemente credere in qualcosa, ma riconoscere un valore o una persona per i quali valga la pena di dedicare la propria vita.

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1. La condizione della persona umana

L’uomo, via via che cresce, cerca rapporti che alimentino la sua vita e motivazioni che orientino le sue scelte: quando è piccolo sono gli altri a scegliere per lui, ma poi diventa progressivamente egli stesso scegliente; da dono, diventa donante. Uno snodo che accompagnerà sempre la sua esistenza, pur con proporzioni diverse. L’educazione è un accompagnarlo in questo suo cammino, tenendo conto anzitutto delle ricchezze e delle virtualità presenti nella persona dell’altro, ma anche delle sue debolezze, delle sue stanchezze, delle sue precedenti esperienze e scelte.

E come si compie questo cammino? Comunicando. La comunicazione è sempre un ricevere e un dare. Chi non comunica muore a tutti i livelli: quello fisico, quello psichico e affettivo, quello spirituale.

La comunicazione ha poi modalità diverse. Noi tante volte la riduciamo alle parole di indicazione, di richiamo, di correzione, d’incoraggiamento. Nella realtà la prima comunicazione è quella del nostro “essere”, una comunicazione che vien prima del nostro parlare. Pensiamo alla presenza intenzionale, e perciò non semplicemente materiale (ad esempio, quella di una persona amica che l’ammalato desidera vicino lo rasserena; quella della mamma accanto al suo bambino lo fa sentire amato); al gesto (come il bacio, l’abbraccio, il sorriso, l’attenzione…); pensiamo al lavoro per un altro (la mamma, il papà che lavorano per la famiglia). Non solo: il nostro operare parla anche a seconda dei modi che usiamo (per esempio il rapporto cortese o villano tra i coniugi, il loro modo di pregare, i motivi delle loro preoccupazioni… fino al modo, per esempio di stare a tavola).

La comunicazione del sentirsi accolti o rifiutati è la prima nella vita,perché inizia già nel seno materno, e si svilupperà poi con altre espressioni articolate quali il gesto, la parola, il sorriso e il pianto.

E - poiché la vita si svolge non per somma di fatti, ma quale graduale sviluppo dell’identico soggetto - ciò che accade all’inizio condiziona i successivi rapporti e le conseguenti comunicazioni della persona. (Uno scrittore polacco ha scritto un romanzo dal significativo titolo: “I nostri atti ci seguono”).

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2. La fede cristiana

Come entra la fede in questa dinamica della persona umana? Non è sufficiente conoscere lo strumento musicale, occorre conoscere anche la musica da suonare con esso. Di qui la prima domanda: che cos’è la fede?

In forma sintetica potremmo rispondere: la fede cristiana è la condivisione dell’essere, del vedere, del comportarsi di Gesù Cristo. Insegna il Concilio Vaticano II che nell’obbedienza della fede “l’uomo si abbandona a Dio tutto intero liberamente, prestando il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà a Dio che rivela” (Dei Verbum n.5). Essa, come del resto ogni rapporto personale, è misurabile non quantitativamente, ma qualitativamente, anche se nella nostra condizione umana il quantitativo può alimentare il qualitativo. (Vedi per esempio chi serve poche volte o molte volte gli altri, o chi impegna per la preghiera pochi minuti o molti minuti).

Va poi rilevata subito una caratteristica particolare della fede cristiana: essa nasce per iniziativa di Dio e non dell’uomo, come invece ci sembrerebbe. Sant’Agostino, parlando del cammino della sua vita, si sofferma sull’origine della sua fede cristiana e scrive: “io ti ho cercato, Signore, perché tu per primo mi hai cercato”.

Questo fatto proprio della fede cristiana implica mille conseguenze pratiche per la trasmissione e l’educazione della fede. Per esempio:

- se la fede è dono di Dio - e non nostra conquista - essa va implorata nel nostro impegno educativo (nessuno può credere senza l’aiuto dello Spirito Santo);

- poiché la fede ci viene da Dio, quando è proposta agli altri essa esige fedeltà a Colui che ce la comunica;

- la proposta della fede deve avvenire non come l’offerta di partecipazione ad un bene che viene da noi, come se fosse un nostro possesso, ma come condivisione di un dono di Dio che è per noi e per l’altro.

Nel caso dei nostri bambini è importante che percepiscano questa derivazione gratuita, di amore, da parte di Dio. E, poiché la fede è dono di Dio per la salvezza di tutti gli uomini, essa va proposta ed educata secondo il suo orizzonte che abbraccia ogni uomo.

Se noi guardiamo alla storia della salvezza che ci presentano l’Antico e il Nuovo Testamento, osserviamo che Dio per sua iniziativa di amore, non per tornaconto e neppure per merito, chiama alla salvezza per primo il piccolo popolo d’Israele, s’accompagna a lui come lo sposo alla sposa che si è scelta, lo educa, gli si propone come modello.

L’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, è chiamato a rassomigliargli nelle sue scelte, nei suoi comportamenti, nella sua vita. (Vedi i testi di Osea cap.2 e 11: Dio sposo di Israele; e di Isaia Il libro della consolazione cap.40 ss.).

Poi, in Gesù Cristo la chiamata alla salvezza si estende ad ogni uomo e Cristo stesso – in quanto chiamata del Padre rivolta ad ogni uomo – ci si propone anche come risposta intrepida del Figlio di Dio, fattosi figlio dell’uomo, al Padre, e perciò come esemplare della nostra fede. Gesù Cristo perciò è il modello della nostra fede.

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3. Condizione particolare della famiglia nella trasmissione e nell’educazione della fede.

Il rapporto dei genitori verso i figli è particolare ed unico perché

- già a livello inconscio - viene prima degli altri rapporti;

- ha una forte carica affettiva;

- è continuativo;

- attiva tutti i gradi e le forme della comunicazione (presenza intenzionale, affettiva, gestuale, esemplare, verbale, comunitaria).

Il rapporto dei genitori con i figli non ha solo una priorità umana, ma anche ecclesiale, in forza del sacramento del matrimonio.

C’è da chiedersi se noi abbiamo coltivato questa decisiva presa di coscienza o se, date le molte difficoltà che si incontrano, abbiamo preferito, sacerdoti e laici, bypassarla.

Va poi osservato che la fede cristiana, se per un verso è un impegno personalissimo (e a questo dobbiamo educare i nostri ragazzi, dominati troppo spesso dalle mode, dal modo di fare dei propri compagni di scuola, di gioco, di lavoro), per un altro essa è debitrice alla testimonianza della comunità credente (vedi la visione della Chiesa che presenta san Paolo quale corpo di Cristo) e ad essa è chiamata ad aprirsi, in forza del dinamismo stesso della fede.

Una dimensione questa della fede

- che si regge sull’appartenenza a Cristo e alla sua Chiesa,

- che va coltivata già nei primi passi della vita cristiana dei nostri ragazzi,

- e che naturalmente sarà da loro compresa se la vedranno vissuta dai loro genitori.

Vi sono anche dei gesti che possono aiutare questo atteggiamento, quando per esempio dei ragazzi di più famiglie si mettono insieme per aiutare altri ragazzi, o per visitare persone anziane o inferme, per informarsi della vita dei nostri missionari facendo anche qualcosa per aiutarli.

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4. Esigenze per realizzare questo compito

Se si vuol trasmettere bisogna saper mostrare. Di qui il gravoso impegno dei genitori: mostrare con la propria vita che cos’è la fede, cosa comporta, come essa modella la nostra esistenza. Si tratta di una trasmissione e di una educazione silenziosa, ma primaria, e recepibile già nell’infanzia. Essa si manifesta nella preghiera in casa e in parrocchia, nelle immagini sacre in casa, nei gesti di carità, per esempio verso i poveri, nell’insegnamento delle preghiere, nel riferimento esplicito all’insegnamento di Gesù. Per trasmettere ed educare è necessario vivere ciò che si propone, ma perché ciò avvenga pienamente occorre anche conoscerlo in modo adeguato.

Ora ci domandiamo: conosciamo noi i Vangeli, l’intera Sacra Scrittura? Abbiamo imparato a leggerla, a comprenderla? Essa è come la lettera di amore che Dio ha voluto indirizzare agli uomini perché conoscessero chi Egli è e chi è l’uomo e imparassero la strada da seguire nella vita.

   Il racconto della sacra Scrittura ai figli ha il valore e l’autorevolezza dell’essere espressione della Parola di Dio (per cui da adulti ancora quelle parole varranno per loro, perché non sono favole) e nello stesso tempo didatticamente offre una notevole varietà di episodi, con aspetti anche avventurosi che possono colpire la fantasia del bambino (per esempio la storia dei patriarchi, la liberazione del popolo ebraico dall’Egitto, la storia di Sansone, di Davide, di Giona, di Ester, di Tobia, di Giuditta… Ed episodi e parabole del Vangelo, fatti della vita di Gesù…).

Naturalmente in questo accostamento si esige gradualità, scelta di testi adatti e l’aiuto di una persona competente. Si potrebbe organizzare qualche incontro in parrocchia per avviare questo genere di esperienze.

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5. Tempi e modalità

Un altro aspetto importante per l’intervento dei genitori nell’educazione dei figli è quello di individuare i tempi più opportuni. Vi sono momenti in cui sono i figli stessi nelle diverse tappe della loro vita a chiedere ai genitori l’ascolto dei loro interrogativi e dei loro problemi. E ci sono anche situazioni particolari in cui la famiglia è chiamata a partecipare unita, come la preparazione all’ammissione dei figli ai Sacramenti o la celebrazione dei Sacramenti in casa quando c’è qualche ammalato.

Si trasmette la fede e si educa mostrando e poi dicendo, ma anche impegnando i ragazzi a partecipare e a “fare” essi stessi.

Ancor piccoli, i ragazzi possono essere avviati all’esercizio della carità sia verso chi bussa alla porta, sia andando a trovare, con persone adulte, ammalati o persone anziane, o lavorando per le missioni.

Infine, un altro aspetto talora sottovalutato è quello di insegnare ai ragazzi a giudicare secondo un’ottica cristiana ciò che avviene nella nostra società o quello che si vede alla televisione: si guarda, si ascolta e si commenta insieme, mettendo a confronto i diversi modi di vivere e di vedere il mondo.

Verrà a voi da dire: abbiamo già tante cose da fare, tanti problemi da affrontare. Come possiamo badare a tutto? Tra l’altro, molte cose non le sappiamo. Non si tratta di diventare professori nell’arte di educare, ma di vivere fino in fondo ciò in cui crediamo. I genitori devono stimare di più il loro compito e per questo devono cercare di aiutarsi l’un l’altro.  Tutto ciò costa tempo ed energie. Anche quando andiamo a far spesa se vogliamo merce di buona qualità dobbiamo essere disposti a pagare di più. Ma quale “merce” è più preziosa dei figli?  L’impegno del nostro tempo e delle nostre energie è regolato dai gradi del nostro amore.

Ce l’ha insegnato il Signore Gesù in tutta la sua vita, fino al dono di sé.