GIOVANNI VOLTAFam.2001(2)

Vescovo

                     

GESÙ CRISTO: CHI è PER VOI?

Lettera pastorale a tutte le famiglie della Diocesi

Pavia 2001

 

 

SOMMARIO 

Un augurio  

Il protagonista

La domanda di una bambina

Un interrogativo che ci riguarda

Vari cammini d'incontro

La testimonianza di un poeta 

I’esperienza di sant'Agostino 

Episodi del Vangelo 

Condizioni per riconoscere ed accogliere Gesù nella nostra vita 

Come Gesù incrocia le attese dell'uomo 

Gesù e la nostra libertà 

Gesù e la ricerca del senso della vita. 

Come dà senso a fatti che ne sembrano privi 

Gesù e I'amore 

Preghiera

 

 

Un augurio 

1. Come state? Come state nella salute fisica e in quella spirituale? In un anno quante vicende possono accadere nostre case, fino a cambiarne il volto! Avvenimenti gioiosi e tristi tante volte si alternano. La famiglia ora si allarga perché nascono nuovi figli, nipoti, ora si rimpicciolisce perché i figli si sposano e vanno ad abitare altrove, oppure perché qualcuno muore. La nostra vita è come una fiamma sempre esposta al vento. Ora si ravviva, ora si attenua, ora si partecipa e si espande, ora si spegne, lasciando tanto freddo attorno a sé. 

Spero che vi sia pace nelle vostre famiglie e in ciascuno ai voi. Ve l’auguro, perché essa è un bene fondamentale della nostra esistenza, che viene prima del lavoro, della carriera, dei soldi, e che condiziona il godimento di tutti gli altri beni. 

L’auguro non solo alle famiglie, ma anche alle persone rimaste sole; e ve ne sono molte. La solitudine costituisce spesso un ostacolo alla nostra pace interiore. 

Questa è armonia tra noi e dentro di noi, là dove ci confrontiamo con la nostra coscienza e alziamo i nostri occhi spirituali verso Dio. 

È significativo che il primo augurio fatto da Dio agli uomini il giorno della nascita di Gesù sia stato la pace: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc.2,14). E quando Gesù risuscitato è apparso agli apostoli, ancora il primo augurio è stato: “Pace a voi” (Gv.20,21).

Si tratta del dono della Pasqua del Signore che si rinnova ogni anno come preghiera quando vengono benedette le vostre abitazioni.

 

 

Il Protagonista

2. Il dono della pace: un bene che ripropone a noi una domanda che tante volte giace come sopita nel nostro animo e che condiziona il senso dell'augurio pasquale: ma chi ci può dare un tale dono, come ce lo può dare, chi è costui? 

L’anno scorso in tutto il mondo sono stati ricordati i duemila anni dalla nascita di Gesù. 

Penso che avrete visto alla televisione alcune di queste manifestazioni, tra cui quella di due milioni di giovani giunti a Roma da tutte le parti del mondo. Quattrocento di loro, provenienti da diversi luoghi della terra, hanno sostato anche nella nostra città. Forse avete partecipato anche voi al Giubileo nella vostra parrocchia, in città, a Roma, in Terra Santa, in qualche grande Santuario come Lourdes, Fatima, Loreto, Caravaggio. I giornali e la televisione ne hanno parlato a lungo. 

Ora però con voi vorrei intrattenermi non sulla gente accorsa o sui luoghi visitati, ma su Lui, il protagonista, Gesù Cristo. Qualche volta Egli è presente nella nostra vita come un’immagine sbiadita, altre volte è sommerso da tante altre figure e devozioni fino a scomparire, altre volte ancora può risultare una presenza inquietante, che ci interroga scuotendo la nostra coscienza, o una presenza dolce che ci consola. 

Chi è dunque Gesù Cristo per noi, che cosa rappresenta per la nostra vita?

 

 

La domanda di una bambina 

3. Molti anni fa ho conosciuto un uomo che dalla sua fanciullezza non metteva più piede in chiesa. Gli eventi della vita l'avevano portato lontano dalla fede fino alla sua avversione. E con l'avversione alla fede si era sviluppata in lui anche una frequente ostilità verso la gente.  

Quando però è diventato nonno, qualcosa in lui si è sgelato. Può accadere che dei bambini aiutino gli adulti a ricominciare il cammino della loro vita. La nipotina di pochi anni era affettuosa con il nonno e questi, rimasto molto solo per il suo carattere, l'assecondava, l'ascoltava, si intratteneva con lei. Un giorno la bambina, che ancora non conosceva la storia di suo nonno, gli chiese di accompagnarla in chiesa. Vedeva che tanta gente vi andava e poi parlava della chiesa e lei, curiosa, domandò a suo nonno di esservi condotta. 

Entrati, si sono trovati soli, e la bambina cominciò ad interrogare il nonno sui quadri, sulle statue, sui vari oggetti che via via incontravano procedendo verso l'altare. 

Volle anche accendere una candela davanti alla Madonna. E quando giunse in presbiterio, colpita dal luccichio della porticina del tabernacolo, chiese al nonno: in quella casina chi ci sta? 

Il nonno, disarmato da tanta semplicità, rispose: lì ci sta Gesù. Ma la nipotina non si accontentò di quella risposta e aggiunse: ma chi è Gesù? Il nonno cercò con fatica nella propria memoria alcune nozioni che aveva imparato a catechismo quand'era ancora bambino e farfugliò qualche parola per non fare brutta figura con la nipotina. 

Ma poi, tornato a casa, ripeté a se stesso quella domanda che d'improvviso sulla bocca della nipotina gli era parsa come nuova: chi è Gesù?

 

 

Un interrogativo che ci riguarda 

4. Questo accadde ad un uomo avanti negli anni, non più praticante. Ma la stessa domanda può tornare anche nella nostra vita. Il tempo, l'abitudine, la nostra immersione in mille altri interessi possono renderci progressivamente indifferenti, fino a percepire Gesù Cristo come una figura che appartiene ad un tempo ormai tramontato. 

Volendo ora riassumere in una immagine il senso di questa mia lettera, della sua domanda, ho scelto un quadro dipinto tanti anni fa da un famoso pittore fiorentino, Masaccio, dove Gesù con uno sguardo intenso pare interrogarci, mentre gli apostoli Pietro e Giovanni scrutano il suo volto e l'ascoltano. 

Un giorno effettivamente Gesù interrogò i suoi, chiedendo loro: la gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo? E subito dopo: e voi chi dite che io sia, che cosa pensate di me? 

Allora la gente pensava di Lui, dicono gli apostoli, che fosse Giovanni Battista redivivo, altri il profeta Elia scomparso un giorno in un turbine di fuoco, oppure il profeta Geremia o un qualche altro profeta. 

Anche oggi la gente che incontriamo ogni giorno può avere pensieri diversi su Gesù. C’è chi lo ritiene un uomo semplicemente di grande statura morale, altri un ebreo che lottò contro il formalismo di molti suoi correligionari di quel tempo, altri ancora uno tra i tanti profeti. Vedi per esempio il modo di valutarlo da parte di certi “laici”, oppure di ebrei o ancora di musulmani, che naturalmente ritengono però Maometto il più grande dei profeti. 

Ci lasciamoci perciò anche noi interrogare da Gesù: chi sono io per voi, per te? 

Una domanda che s'impone perché riguarda tutti (Gesù è il salvatore di ogni uomo) e mette in gioco la nostra pelle. 

Non è indifferente per noi sapere se la vita continua o no dopo la morte, se la sofferenza ha un frutto, se l'amore ha un senso.

 

 

Vari cammini d'incontro 

5. Un giorno in cui Gesù entrò trionfalmente in Gerusalemme, ci racconta san Giovanni, c’erano presenti tra gli altri alcuni pellegrini che venivano dalla Grecia, i quali chiesero ad un apostolo di poter vedere Gesù (cf. Gv.12,20-21). 

Forse anche a noi può venire questo desiderio. In realtà il Signore si svela all'uomo nel tempo in tanti modi e in forme per noi molte volte sorprendenti.

 

La testimonianza di un poeta 

Per esempio un nostro grande poeta italiano, Giuseppe Ungaretti, il giorno dopo il bombardamento di Roma, avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, così scrisse di Gesù Cristo: 

Fa piaga nel Tuo cuore 

La somma del dolore 

Che va spargendo sulla terra l'uomo; 

Il Tuo cuore è la sede appassionata 

Dell'amore non vano. 

Una tragedia, come un bombardamento aereo, poteva provocare un grido di ribellione e invece ispirò questo canto contemplativo in cui Gesù è visto quale sede dell'amore non vano, di fronte alla vanità di molti amori umani promessi e traditi. 

Guardando all’odio, alla distruzione fisica e morale dell'uomo, il poeta ha visto in quel giorno Gesù Cristo fratello e Dio, Santo e sofferente, vicino ad ogni uomo, al suo pianto, e tuttavia suo salvatore. 

Con queste parole egli concludeva il suo carme: 

Cristo, pensoso palpito, 

Astro incarnato nell'umane tenebre, 

Fratello che t’immoli 

Perennemente per riedificare 

Umanamente I'uomo, 

Santo, santo che soffri, 

Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli, 

Santo, Santo che soffri 

Per liberare dalla morte i morti 

E sorreggere noi infelici vivi, 

D'un pianto solo mio non piango più, 

Ecco, Ti chiamo Santo, 

Santo, Santo che soffri.

 

6.Altre volte accade che il riconoscimento di Gesù avvenga in esperienze di gioia o di stupore di fronte ad un atto di generosità, di amore. Succede che lo si riconosca in brevissimo tempo, come avvenne per san Paolo sulla via di Damasco, oppure dopo un lungo cammino.

 

L’esperienza di Sant' Agostino

Sant’Agostino, per esempio, percorse una lunga strada prima di riconoscerlo e di accettarlo, anche se, egli confessa, dopo la lettura del libro di un pagano, l’Ortensio di Cicerone, s’accese in lui un grande amore per la sapienza. Scrive il santo dottore: “Quel libro, devo ammetterlo, mutò il mio modo di sentire, mutò le preghiere stesse che rivolgevo a te, Signore, suscitò in me nuove aspirazioni e nuovi desideri, svilì d’un tratto ai miei occhi ogni vana speranza e mi fece bramare la sapienza immortale con incredibile ardore di cuore” (Confessioni, III,4.7 ). 

S’era acceso di passione per la sapienza, e tuttavia solo dopo dieci anni egli si arrenderà a Gesù Cristo, quando a Milano ascolterà la predicazione di sant’Ambrogio e sarà mosso dalla testimonianza di vari convertiti. 

Agostino era stato molto colpito dal libro di Cicerone, in esso però non aveva trovato il nome di Gesù Cristo, che invece gli era stato instillato nel cuore da sua madre fin dalla fanciullezza, anche se poi gli era rimasto come in sonno in fondo all'animo. 

Una annotazione importante perché ci ricorda come anche un non cristiano ci possa avviare verso Cristo, pure in forma incompleta, e come l’educazione cristiana dei primi anni di vita si conservi a lungo nella profondità del cuore umano. 

Osserva Agostino: “Una sola circostanza mi mortificava ... l'assenza tra quelle pagine del nome di Cristo, … quel nome del salvatore mio, del Figlio tuo, nel latte stesso della madre, tenero ancora il mio cuore aveva devotamente succhiato e conservato nel suo profondo” (Ibid. III,4.8).

 

Episodi del Vangelo

7. Negli stessi Vangeli troviamo questa varietà di approccio alla persona di Gesù Cristo. Vedi il caso del centurione che ha tanta fiducia in lui da pregarlo: non venire a casa mia, non ne sono degno; dì solo una parola e il mio servo sarà guarito (cf. Lc.7,1-10); la Samaritana che presso il pozzo di Sicar riconosce in Gesù il Messia atteso, quando il Salvatore le mostra di conoscere la sua storia (cf. Gv.4,1-30); la peccatrice che si butta ai suoi piedi per averne il perdono (cf. Lc.7,36-50); il soldato romano che, vedendolo spirare in croce, esclama: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio” (Mr.15,39). 

Vi sono però anche molti contemporanei di Gesù che, pur vivendo nelle stesse circostanze di quelli che hanno creduto, non lo riconoscono come salvatore, e questo accade tra gente semplice come tra persone colte. 

Addirittura avviene che chi indica dove doveva nascere il Messia non vada a venerarlo, mentre lo fanno degli sconosciuti che venivano da oltre i confini d'Israele, i Re Magi (cf. Mt.2,l-I2).

 

 

Condizioni per riconoscere ed accogliere Gesù nella nostra vita 

8. Che cos'è necessario allora per riconoscerlo ed accoglierlo? Ci risponde implicitamente Gesù stesso quando afferma: “Nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio” (Gv.6,65). E dopo la professione di fede in Lui da parte di san Pietro, Gesù commenta: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te I'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt.16,17). 

Come per comprendere una musica occorre avere il gusto musicale, come per valutare un quadro bisogna avere gusto artistico, così per comprendere il mistero di Cristo non è sufficiente avere occhi e udito buoni, bisogna anche essere in sintonia con Dio. Così per comprendere il mistero di Cristo bisogna condividerne la vita. Anche nella nostra esperienza quotidiana vediamo questa esigenza per comprendere i gusti, i sentimenti, la mentalità delle persone con le quali dobbiamo trattare. 

Un’altra condizione previa per accogliere il dono di Dio e viverlo è il senso della propria povertà e piccolezza davanti a Lui, l'umiltà. 

Ne ha dato esplicita testimonianza anche la Madonna quando nell’incontro con la cugina Elisabetta ha toccato questo problema con le parole: “(Dio) ha guardato l'umiltà della sua serva... Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore” (Lc.1,48.51) 

9. All'ultima cena, tornando su questo argomento, Gesù ha detto ai suoi: ora non siete in grado di capire; ma quando vi verrà donato Io Spirito Santo allora comprenderete tutto ciò che vi ho insegnato (cf. Gv.14,26; 15,26). 

Il dono dello Spirito, a sua volta, per essere ricevuto, deve trovare un cuore disponibile. Gesù stesso un giorno disse ai suoi: imparate da me che sono mite ed umile di cuore, e salverete le vostre anime. 

Un grande ostacolo al riconoscimento e all'accoglienza di Gesù sta dunque nell'orgoglio dell’uomo. 

Per una barca a vela non è sufficiente che tiri il vento perché corra sull'acqua, è necessario che abbia anche le vele dispiegate. Così è pure dell'uomo nella sua navigazione sulle tracce di Cristo. 

Nell'Apocalisse queste parole vengono messe in bocca a Cristo: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap.3,20). 

Chiediamoci se certe difficoltà a riconoscere e ad accogliere il Salvatore che noi alle volte solleviamo, accampando motivi teorici, non derivino piuttosto dalla nostra ritrosia ad aprire le porte a Cristo, timorosi che Egli ci impegni, ci privi della nostra libertà, come più volte ci ha ricordato il nostro Papa dall'inizio del suo pontificato.

 

 

Come Gesù incrocia le attese dell’uomo 

10. Come Gesù s’accompagna alla nostra vita, che cosa le chiede, che cosa le offre? Come incrocia le grandi aspirazioni dell’uomo? 

Un timore tante volte ci prende di fronte a Lui: che ci privi della nostra libertà. 

Senza di Lui, credono alcuni, rimaniamo più liberi. Pensano questo tante volte i nostri giovani, che con fatica sopportano delle norme che regolino i loro desideri e che sono tentati per questo di ridurre Gesù ad un ideale astratto, oppure se ne allontanano a somiglianza det figliol prodigo per gelosia della propria libertà. 

Anche però i genitori, presi da mille urgenze e opportunità di realizzazione della loro vita, possono mal sopportare i loro vincoli con Gesù Cristo. 

Gli adolescenti e perfino i bambini possono giudicare la fede in Gesù Cristo un ostacolo alla loro indipendenza. Ma nella realtà il Signore è ostacolo o aiuto per la nostra libertà? 

Un'altra difficoltà può essere rappresentata dal convincimento di alcuni che Gesù Cristo con il suo insegnamento e le sue norme costituisca un impedimento al progresso della scienza. Anche ai nostri giorni più di una voce si è alzata per accusare l'intromissione dell’etica e della religione nello sviluppo della ricerca scientifica. 

Ma è vero che la rivelazione di Dio in Gesù Cristo costituisce un limite al nostro bisogno di sapere, o non ne è piuttosto un soccorso? 

Soprattutto però è in ordine all’amore che viene giocato l’incontro e lo scontro tra l'uomo e Gesù Cristo. Amare: è la forza fondamentale che guida l'esistenza dell'uomo, che ne motiva le scelte e ne condiziona la gioia, che Io spinge ad affrontare difficoltà e a sopportare sofferenze. 

Ora, il Redentore, proponendoci una sua forma d’amore, non ci sbarra il cammino per altre vie che il cuore dell’uomo potrebbe desiderare, verso le quali si sente inclinato? Non è il suo un amore che si fonda su troppe rinunce? 

La persona di Gesù incrocia perciò tre aspirazioni fondamentali della vita umana: quella della libertà, quella della ricerca della verità e del senso alla propria esistenza e quella della sua vocazione all'amore. 

 

Gesù e la nostra libertà 

11. Un giorno in una classe di Liceo ho chiesto quale fosse il principale ostacolo che i ragazzi trovavano nella loro accettazione della fede cristiana. E quasi all'unanimità mi hanno risposto: la messa in rischio della loro libertà. Ma è vero che Gesù ci priva della nostra libertà, o non piuttosto la mette in risalto e ci dà la forza per essere liberi? 

Racconta il Vangelo che Gesù incontrò un giovane al quale chiese di seguirlo. 

Glielo domandò non come un’imposizione, ma come gesto d’amore. Scrive l’evangelista san Marco: “Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: Vieni e seguimi.” 

(Mc.7,21). Ma quegli, annota il Vangelo, si rattristò a quelle parole e se ne andò afflitto. Triste e afflitto perché, avendo tante ricchezze, non seppe dire di sì alla chiamata del Signore. 

La radice della libertà non sta fuori di noi, ma dentro il nostro spirito. È dentro di noi che troviamo i padroni più tremendi, quelli che condizionano le nostre scelte e i nostri stessi desideri. 

Qualche anno fa in piazza Vetra, a Milano, su un muro fu trovata questa scritta: “Mamma, sono qui in piazza Vetra prigioniero dei miei desideri!” Si trattava di un tossicodipendente. 

Ha scritto san Paolo: noi vediamo il bene, ma poi facciamo il male (cf. Rom.7, 18-19), per cui egli si chiede drammaticamente: chi mi libererà da questa condizione di schiavitù? Gesù Cristo sarà la sua risposta. Il Cristo non è come gli altri uomini che sono in grado al massimo di indicare la strada della vita, come può fare una mamma con il proprio bambino, ma dona all’uomo anche la forza per percorrerla mediante il suo Spirito (cf. Rom.8,1-11; Gal.5,13-18). 

E nei suoi comandi Egli non ci opprime, ma ci libera, poiché ci indica un cammino di vita che risponde al bene della nostra persona e non alla sua alienazione. Ad immagine e somiglianza di Dio fummo creati. Gesù, Figlio di Dio, ne è l’espressione più alta nella nostra carne e perciò ci chiama con la sua vita e la sua parola ad essere noi stessi.

  

Gesù e la ricerca del senso della vita 

12. Ma la libertà non si muove mai nel vuoto. Essa è sempre per qualcosa, il suo spazio è il reale, non I'immaginario. Per questo la libertà si associa intimamente alla scoperta della verità, quella che ci riguarda, tanto che quando noi facciamo una scelta sempre ci interroghiamo sul significato e il valore che ha per noi ciò che scegliamo. E allorché si oscura il senso delle cose e della nostra vita, anche la molla della nostra libertà si spegne. Ho visto questo in diverse persone incontrate nella mia vita: o perché un giovane vedeva il vuoto davanti a sé in seguito ad una delusione, o perché un anziano non troavava più uno scopo nella sua vita, o ancora perché la sofferenza gli aveva chiuso ogni orizzonte di speranza. 

Gesù nella sua esistenza e nelle sue parole ci svela il fine ultimo della nostra vita, il senso della gioia e della sofferenza, il valore fondamentale che ha guidato tutti i suoi passi. Per questo il cristiano fa primariamente riferimento non ad una legge scritta su libri o su tavole di pietra, ma alla stessa persona di Gesù Cristo, ai suoi comportamenti, al loro significato e destino che Egli volle fosse anche il nostro. 

E proprio perché la vita stessa di Gesù, prima ancora che le sue parole, ci svela il significato e il valore della nostra esistenza, per questo la sua figura è accessibile nella sua concretezza al bambino e all'adulto, per cui crescendo negli anni I'uomo non deve cambiare il suo punto di riferimento, ma solo deve approfondirlo sempre più. 

Una rivelazione di senso che riguarda anche le realtà più dure da sopportare come la sofferenza e la morte. 

 

Come dà senso a fatti che ne sembrano privi  

13. Una ragazza di ventisei anni, laureanda in medicina, circa quarant’anni fa così scriveva ad un ragazzo che aveva espresso su di un giornale la sua disperazione per una deformazione alla spina dorsale: “Caro Natalino, sulla rivista Epoca è stata riportata una tua lettera. Attraverso le mani la mamma me l'ha letta. Sono sorda e cieca, perciò le cose diventano per me abbastanza difficoltose. Anch'io, come te, ho ventisei anni, e sono inferma da tempo. Un morbo mi ha atrofizzata, quando stavo per coronare i miei lunghi anni di studio... Fra poco io non sarò più che un nome; ma il mio spirito vivrà, qui fra i miei, fra chi soffre, e non avrò neppure io sofferto invano. E tu, Natalino, non sentirti solo. Mai. Procedi serenamente lungo il cammino del tempo e riceverai luce, verità ... Le mie giornate non sono facili; sono dure, ma dolci, perché Gesù è con me, col mio patire, e mi dà soavità nella solitudine e luce nel buio” (Oltre il silenzio, p.86). 

Il grande matematico, filosofo e credente, Blaise Pascal, che tanto soffrì negli ultimi anni della sua esistenza, compose una lunga e splendida preghiera dell’ammalato, a testimonianza di come il cristiano è chiamato a vivere il legame della sua vita con quella di Gesù Cristo e a scoprirne in Lui tutto il senso. 

Vi riporto qui solo il finale di quella lunga preghiera che mostra la vicinanza di Cristo a noi e la vicinanza nostra a Lui nelle condizioni che paiono ai nostri occhi umani solo di sconfitta: quelle della malattia. Pascal si rivolge a Gesù Cristo dandogli del voi, com'era costume antico. 

“E' per i segni delle vostre sofferenze che siete stato riconosciuto dai vostri discepoli (fa riferimento a Gesù che si fa riconoscere dai suoi discepoli mostrando le ferite della crocifissione), ed è per le sofferenze che voi riconoscerete coloro che sono stati vostri discepoli. 

Riconoscetemi dunque per vostro discepolo dai mali che sopporto nel mio corpo e nel mio spirito per i peccati che ho commessi. 

E poiché nulla è accetto a Dio se non è offerto da voi, unite la mia volontà, alla vostra, i miei dolori a quelli che voi avete sofferto. 

Fate che le mie sofferenze diventino le vostre. Unite me a voi, riempitemi di voi e del vostro Spirito Santo. Entrate nel mio cuore e nella mia anima per sostenere il peso dei miei patimenti e per continuare a sopportare in me ciò che vi rimane da soffrire della vostra Passione, che voi compite nelle vostre membra fino alla consumazione perfetta del vostro Corpo (la Chiesa); perché pieno di voi non sia più io che viva e soffra, ma siate voi che vivete e soffrite in me, o mio Salvatore.” (Pascal, Oeuvres Complète, Paris 1964 pp. 607-60g).

  

Gesù e l'amore 

t4. E'importante conoscere il senso della vita e gestirla in libertà. Ma che cosa è determinante per il suo valore? Ha scritto il nostro Papa nella sua prima enciclica: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l'amore, se non s'incontra con I'amore, se non lo esperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (enciclica Redemptor Hominis n.71). 

L’amore: per un verso l'uomo ne riconosce la centralità e per un altro l’intende spesso in modi tanto diversi. 

Gesù Cristo ce ne dà la rivelazione più alta e nello stesso tempo ci coinvolge nella sua esperienza di amore per cui siamo amati da Lui fino al dono della sua vita e siamo chiamati ad amare come Lui ci ha amato. Nel suo incontro con Nicodemo così Gesù ci ha rivelato il segreto della sua missione, della sua vita: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv.3,15-16). 

Un amore che Egli ci ha mostrato vivendo nel silenzio di Nazaret, sedendosi alla tavola dei peccatori, piangendo sulla sua città, compiendo il suo primo miracolo alla festa di due sposi, accogliendo e guarendo ciechi, zoppi, lebbrosi, facendoci conoscere il Padre, soffrendo la sua passione e morte perché noi partecipassimo alla sua vita. 

All’ultima cena poi Gesù ha dato agli apostoli come “suo” comandamento l’amore reciproco, avendo come misura e stile la sua stessa vita: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv.13,14). 

Un amore che dovrà riconoscere nel volto di ogni uomo, anche del più disperato, il segno della sua presenza, tanto che su questo amore concreto un giorno saremo giudicati (cf. Mt.25,31-46). 

Tutte le volte che noi celebriamo l’Eucaristia ripresentiamo l’amore di Cristo per noi e ripartiamo da essa con l'impegno del suo precetto d’amore verso ogni uomo. 

Pensate perciò quanto consolante e impegnativa sia la nostra partecipazione alla santa Messa domenicale!

 

 

Preghiera 

Ogni famiglia sappia attingere con costanza a questo fuoco perché nella propria casa non manchi mai il suo calore. 

La Vergine Maria ci sia maestra e guida nell’accogliere il suo divin Figlio, nel riconoscerlo nelle varie vicende della vita e nel servirlo in ogni forma di povertà, nel seguirlo nei giorni della festa come in quelli del dolore.

 

Signore Gesù, Figlio del Padre  famiglia04

e fratello di ogni uomo, 

che hai conosciuto le sofferenze e le gioie

della nostra umana esistenza,

benedici le nostre famiglie

e rendile fedeli al tuo amore 

a somiglianza della tua famiglia 

di Nazaret. 

Accogli nel tuo regno 

i nostri familiari defunti, 

consola le persone sole, 

dà speranza ai nostri ammalati, 

sapienza ai genitori, 

ardimento ai nostri giovani, 

appassionati educatori ai nostri ragazzi, 

e a tutti noi il dono della Pasqua, 

la tua pace.

 

Pavia, 11 febbraio 2001