Giovanni Volta2003 Fam. dono e impegno

Vescovo

 

LA FAMIGLIA: DONO E IMPEGNO

Lettera pastorale a tutte le famiglie della Diocesi

 

Pavia 2003

 

SOMMARIO

Tutti le apparteniamo

Dono e impegno

Non è un’isola

La sua spiritualità

Chiesa domestica

L’esemplarità della famiglia di Nazaret

Due storie che s’incontrano nella preghiera

Preghiera

 

La famiglia: dono e impegno

1. Torno a bussare alle porte delle vostre case per incontrarvi, come si torna alle sorgenti, perché in famiglia la vita ricomincia ed esprime i suoi aspetti fondamentali, svelando la sua ricchezza e le sue povertà, il suo dono e le sue attese. Mi confidava un giorno un ufficiale dei carabinieri che quando rientrava in casa sua moglie gli diceva: “levati la divisa, qui sei solo marito e padre”.

Solo marito e padre: poteva sembrare una confessione di povertà, nella realtà quell’espressione voleva richiamare tutte le ricchezze e le preoccupazioni della vita quotidiana e dei rapporti umani che la divisa riduceva solo ad alcune espressioni pure importanti, ma inadeguate ad esprimere tutta l’umanità della persona.

Noi rimaniamo più grandi dei nostri ruoli sociali e la famiglia ci accoglie in tutta la ricchezza della nostra persona e costituisce, potremmo dire, lo spazio nel quale generalmente si dà la maggior condivisione della vita, almeno nei primi tempi dell’esistenza e per questo ne rimaniamo profondamente segnati nei ricordi, negli affetti, nel modo di guardare le cose, e anche nelle amarezze, nelle paure, nelle aspirazioni.

 

 

Tutti le apparteniamo

2. Nel linguaggio corrente solo agli sposati si chiede: che famiglia hai? Quasi che chi non si sposa non abbia una famiglia. Nella realtà tutti apparteniamo ad una famiglia e ce la portiamo di dentro anche quando rimaniamo soli. Non solo le apparteniamo, ma essa continuamente ci accompagna anche quando i famigliari sono lontani oppure già sono morti. La famiglia donde veniamo ci segue nei ricordi, nell’impronta che ci resta nell’animo degli affetti scambiati, nella riconoscenza per il bene avuto o nella ribellione per i torti subiti, nelle abitudini. Spesso con gelosia teniamo desti questi vincoli con oggetti, scritti, fotografie, abitando o tornando a visitare i luoghi che evocano la nostra famiglia, fino all’eccesso da parte di alcuni di lasciare intatte stanze e collocazioni di oggetti per continuare a sentire tangibilmente presenti le persone che li hanno lasciati.

Per questo nella mia lettera mi rivolgo anche alle persone sole, perché anch’esse portano dentro di sé la presenza della loro famiglia, dei genitori, dei fratelli, del marito o della moglie che non sono più tra noi visibili, ma che continuano a vivere presso Dio e ad alimentare qui in terra la loro vita affettiva, ad abitare la loro famiglia, a suscitare emozioni nel bene e nel male.

 

3. Spesso mi accade di fermarmi con persone avanti negli anni, fisicamente sole, ma interiormente dialoganti con genitori e fratelli che non sono più accanto a loro. Mi ha riferito un sacerdote molto vicino a Giovanni XXIII che il Papa teneva presso il suo letto i nomi scritti delle persone della sua famiglia già morte per meglio ricordarle.

Ciò succede anche a chi ha fondato una propria nuova famiglia, ma non cessa per questo di sentire e coltivare i legami con il proprio ceppo d’origine. Oppure in qualche caso ho visto persone orfane dei loro genitori o da essi abbandonate che portavano anche sul volto la tristezza di quella privazione.

Tutto questo ci ricorda che la storia del rapporto con la propria famiglia plasma l’uomo prima del lavoro, dello studio, e condiziona il nostro modo di guardare la vita.

Ricordarla è condizione per capire una persona; curare bene quei rapporti significa garantirne i fondamenti.

 

 

Dono e impegno

4. Quando affermiamo questa importanza della famiglia, la sua priorità nel nostro divenire, non significa che essa di fatto rappresenti per tutti, per così dire, la culla calda della propria vita. Gli studi di psicologia e di sociologia hanno messo in risalto che nelle famiglie possono maturare anche contrasti e gesti atroci. Basta, del resto, che leggiamo la cronaca di ogni giorno per rendercene conto.

La vita umana fin dai suoi primi passi è a rischio. E ciò non solo per la salute fisica, ma anche per l’equilibrio affettivo, per il coraggio nell’affrontare le difficoltà, nel rapportarsi agli altri. Una condizione che permane negli anni, pur assumendo qualità e volti diversi.

Forse la dimenticanza di questa nostra situazione di rischio ci porta a stupirci che possano accadere dissidi per ragioni economiche, comportamenti aggressivi, rotture di affetti, non ricordando che la vita certamente è dono, ma insieme impegno e difficoltà.

A qualcuno può apparire un peso aggiuntivo il proprio rapporto con la famiglia, non perché lo soffoca a causa di genitori ansiosi e possessivi, ma perché l’impegna, e desidera disfarsene, come quando un giovane, a somiglianza del figliol prodigo, desidera godersi la vita senza pensare ad altro, tutto preoccupato di se stesso. Nella realtà l’impegno dà sapore al dono, ne mostra la fertilità e aiuta a scoprirne il senso.

È così vero che non solo il giovane alla fine scopre il vuoto della sua vita quando questa non l’impegna, ma anche la persona anziana sente il bisogno di sentirsi utile, di poter continuare a donare e si offende quando le viene proposto semplicemente di riposare. Ora la famiglia nella varietà dei suoi membri, marito e moglie, genitori e figli, giovani e anziani, sani ed ammalati, continuamente si trova coinvolta i questo costante rapporto tra dono e impegno.

Noi ci troviamo nell’esistenza senza mai essercela meritata e a nostra volta possiamo essere dono per gli altri quando sappiamo stare accanto, ascoltare, servire, comprendere, ammirare, aiutare. Ho sentito un giorno una persona anziana che ha chiesto un bacio prima di morire. Un gesto che la togliesse dalla sua solitudine, che le facesse percepire che valeva per qualcuno.

Di qui il continuo coniugarsi nella vita tra dono e impegno, tra domanda e risposta, tra richiesta e rischio. Possiamo dire che l’alternarsi tra bisogno e dono nell’impegno della reciprocità dei gesti, degli sguardi, degli aiuti può sprigionare in famiglia gioia e tante energie, rivelando e sviluppando la vocazione originaria di ogni persona, quella di amare e di essere amata.

 

 

Non è un’isola

5. La famiglia, come una cellula, ha una vita e una storia proprie. Nello stesso tempo però essa, sempre come una cellula, comunica costantemente con la società e la cultura che la circondano per cui c’è un continuo scambio tra il suo modo di fare e di pensare e quello di chi è fuori casa, degli altri. Di qui nasce la necessità di una continua vigilanza critica in questa costante comunicazione, come del resto accade a livello biologico anche alla cellula. Se manca questo filtro critico la famiglia rimane invasa; se all’opposto si chiude in se stessa muore. Per questo si può dire che la famiglia rispecchia la società in cui vive e nello stesso tempo la influenza sia nei suoi comportamenti, sia negli organismi che la comunità civile si è data per governarsi. Attraverso l’elezione degli amministratori dei comuni, del parlamento, degli organismi di rappresentanza già riconosciuti nella scuola, nel mondo del lavoro e dello sport, mediante le libere associazioni la famiglia può far sentire la sua voce perché l’ordinamento sociale ne riconosca i valori e le esigenze. Una condizione necessaria perché la società non si costituisca estranea oppure addirittura ostile alla comunità familiare.

 

6. Non solo però la famiglia può chiedere, ma anche può dare. Essa costituisce come un micro-laboratorio della società nel quale s’incontrano i vari aspetti e protagonisti della vita in un rapporto in rapida evoluzione. Basta pensare ad alcune sue tappe evolutive come quella dei giovani sposi soli, poi con i figli piccoli, i figli cresciuti, e infine il ritorno ad essere soli e non più giovani, ma con una storia comune che li ha plasmati. Guardando fuori, la famiglia comprende meglio se stessa.

A sua volta, guardando alle proprie esigenze e difficoltà meglio capisce la società. Essa è una vera e propria scuola sperimentale di umanità e del vivere con gli altri. Per esempio l’esigenza e le condizioni della pace, del dialogo, della vita insieme, dell’attenzione ai più deboli, della pazienza e dell’amore verso gli ammalati si toccano con mano ogni giorno in famiglia.

I rapporti in casa, data la vicinanza quotidiana e confidenziale, con difficoltà possono mascherarsi - cosa che invece può accadere nella società - svelandoci i loro meccanismi più profondi. L’affetto poi, che solitamente lega i suoi membri, rende intensa la comunicazione, mentre la priorità dei rapporti umani rispetto a quelli che solitamente avvengono nella società imprime nel ragazzo un’orma che condiziona tutte le sue esperienze successive, come hanno messo bene in risalto anche vari studi in proposito.

 

 

La sua spiritualità

7. A questo punto viene da chiedersi: data la complessità dei rapporti familiari con tanti fattori imprevisti come la malattia, la perdita di persone care, la mancanza di comprensione reciproca, si può parlare di una spiritualità familiare? Comprendiamo facilmente che il monaco, il prete, la suora possano avere la loro spiritualità, ma la famiglia - così coinvolta nelle urgenze della vita di ogni giorno, condizionata nel suo operare dalle impreviste volontà degli altri (il marito che non è praticante, il figlio o la figlia che dicono di non credere) - può vivere una propria spiritualità? E ancor più profondamente: se tanti sono gli oneri di ogni famiglia, è possibile affrontarne l’impegno, oppure si tratta solo di utopia?

Nella realtà questo argomento non è stato molto approfondito nella storia, tanto che troviamo pochissime persone sposate dichiarate sante nella Chiesa. È di un anno fa la canonizzazione di una coppia di sposi, i coniugi Beltrame Quattrocchi. Ma è stato un caso unico. Un motivo in più per riflettere e proporre questo cammino.

 

8. La spiritualità di una persona consiste nel lasciarsi guidare dallo Spirito nelle condizioni in cui ci si trova a vivere. Possiamo dire perciò che la famiglia non è un’isola non solo perché comunica costantemente con la società che la circonda, ma anche perché è chiamata a comunicare con lo Spirito che l’anima e con la Chiesa che accompagna i suoi passi. La santità non è un’opera nostra: uno viene dichiarato santo non in base alle eventuali comunità fondate, alle chiese costruite, ai libri religiosi scritti, alle istituzioni caritative organizzate, ma per la sua fedeltà a Dio vissuta nelle varie condizioni della propria esistenza, e quindi in base all’accoglienza dell’amore del Signore. Sì, perché la santità non parte da noi, ma dallo Spirito Santo dal quale ci lasciamo guidare: questo è il significato di “spirituale” nel linguaggio cristiano.

Abbiamo nella storia della santità degli esempi di persone che non hanno fatto nulla di straordinario nella loro vita, come il nostro san Riccardo Pampuri, o il servo di Dio canonico Pizzocaro, e che tuttavia sono state o saranno riconosciute dalla Chiesa “esemplari” per la straordinarietà con cui sono state fedeli a Dio nella loro vita quotidiana.

 

9. La famiglia esprime questa fedeltà nell’accoglienza reciproca, paziente e gioiosa in casa, nella cura dei più deboli al proprio interno, nelle prove della malattia e della morte che feriscono profondamente l’equilibrio di una casa, nella costanza della preghiera quotidiana, nella gioia e nella fatica dell’educazione, nella pazienza dell’ascolto, nella sua disponibilità all’aiuto di chi ha bisogno anche fuori della sua cerchia, della sua capacità di perdono, in una parola nella sua vita di fede autentica.

Proprio perché la vita di famiglia può assumere mille volti diversi nel suo divenire, anche la sua spiritualità presenta un quadro estremamente vario, che può evolversi nel tempo.

Qui sta anche la ricchezza espressiva e concreta della fede cristiana. Costituendo la culla di ogni esistenza nuova e della sua prima crescita, nascendo da un patto d’amore che impegna tutta la vita, la famiglia si trova a vivere la vocazione originaria dell’uomo, quella di amare e di essere amato, dentro le condizioni più varie dell’esistenza.

Qui sta il suo arduo compito, simile a quello di un musicista che deve suonare una grande musica su vari strumenti che offrono insieme possibilità e resistenze e con orchestrali che cambiano per sensibilità e condizioni, per cui l’intonazione e l’accordo di una famiglia deve costantemente ricostruirsi. Pensate un momento al caso di un marito ammalato, di un figlio handicappato, di temperamenti molto diversi che sono costretti a convivere, alla eventualità di povertà e di malattie che possono colpirla.

 

 

Chiesa domestica      famiglia05

10. Quando Dio ha voluto dire nel nostro linguaggio il suo amore per l’uomo, tra le altre immagini ha usato quella del matrimonio e della famiglia. Con l’avvento di Gesù Cristo il matrimonio è stato reso segno efficace del suo stesso amore (sacramento), per cui il patto nuziale è diventato simbolo dell’alleanza di Dio con gli uomini. Un evento che il sacramento realizza e insieme annuncia.

La famiglia fondata sul sacramento del matrimonio va perciò considerata comunità di Chiesa in senso forte, più di ogni altra forma associativa e per questo il Concilio ecumenico Vaticano II l’ha voluta chiamare “chiesa domestica” (cf. “Lumen Gentium” n. 11; “Apostolicam Actuositatem” n. 11), riprendendo una tradizione antica.

È tornato su questo tema Giovanni Paolo II nella sua esortazione apostolica “Familiaris Consortio”, sviluppandone le implicanze. Come la Chiesa, anche quella domestica, egli afferma, è convocata dalla Parola di Dio e dai Sacramenti e per questa via, come la grande Chiesa, anch’essa diventa maestra e madre (cf. n. 38), nello stesso tempo evangelica ed evangelizzante (cf. n. 53); è chiamata ad essere nel mondo testimone di Cristo, missionaria dell’amore e della vita (cf. n. 54); è invitata alla santità, ispirandosi ai motivi della creazione, dell’alleanza, della Croce e della Risurrezione (cf. n. 56); trova nell’Eucaristia “il fondamento e l’anima della sua comunione e della sua missione” (cf. n. 57). Esposta costantemente al rischio e alle ferite del peccato, essa è chiamata “a fare l’esperienza gioiosa e rinnovatrice della riconciliazione, cioè della comunione ricostruita, dall’unità ritrovata” (n. 21) per cui attraverso il sacramento della Penitenza Dio “ricostruisce e perfeziona l’alleanza coniugale e la comunione familiare” (n. 58).

Come la grande Chiesa, così anche quella domestica è chiamata a diventare ogni giorno ciò che è (cf. n. 17), approfondendo e sviluppando la propria vita di comunione interpersonale (cf. nn. 21. 39. 43), partecipando ed esercitando il compito profetico (cf. nn. 51. 54), sacerdotale (cf. nn. 55. 62) e regale (cf. nn. 63. 64) di Gesù Cristo.

 

11. Dirà qualcuno: si tratta di compiti che ogni cristiano deve realizzare. La famiglia, però, sottolinea il Papa, lo fa avendo un obiettivo particolare da perseguire, quello dell’amore e della vita, e un metodo suo proprio, quello comunitario (cf. n. 20), mentre i mezzi dei quali si serve per ottenere il suo obiettivo sono “quelle stesse realtà quotidiane che riguardano e contraddistinguono la sua condizione di vita” (cf. n. 50). Il compito della famiglia nella Chiesa non è costituito perciò anzitutto dalle attività che può svolgere fuori casa, ma nel suo interno. Essa non deve quindi limitarsi ad essere evangelizzata, ma deve farsi evangelizzante, e questo lo compie non perché semplicemente la mamma o il figlio fanno catechismo in parrocchia, ma anzitutto perché con la fede vissuta dai suoi membri nei rapporti reciproci, all’interno delle condizioni quotidiane e negli eventi gioiosi e tristi che possono accadere loro, mostrano che cosa significa seguire Gesù Cristo.

Non è dunque la famiglia solo oggetto di evangelizzazione, ma anche soggetto e con un obiettivo e una modalità sua propria. Si tratta di una presa di coscienza che deve crescere nelle nostre comunità cristiane poiché partendo da essa va progettata la pastorale delle famiglie, anzi delle nostre comunità cristiane, poiché la famiglia costituisce il passaggio obbligato e fondamentale di ogni uomo. Come una musica suonata da più strumenti risulta più ricca ed efficace che con uno solo, così è anche della famiglia che evangelizza con la vita di tutti i suoi membri. Nello stesso tempo però in famiglia, come in un complesso musicale, ci possono essere stonature, non accordo, silenzi. E questo è il rischio di ogni casa sempre in cerca di un’armonia tra tutti i suoi membri e la varietà delle loro note. La famiglia si trova in tal modo a scorrere come una “sinfonia” tra mille prove, cercando di sintonizzarsi costantemente con le istanze della fede, certa che Dio non l’abbandona anche quando la strada si fa ardua, specialmente nel suo dono più proprio: l’amore e la vita.

 

 

L’esemplarità della famiglia di Nazaret

12. Alle volte ci lamentiamo dicendo: io farei, io direi, io sarei se avessi più mezzi, se fossi in certi posti di responsabilità, se la fortuna mi avesse favorito. È vero, la famiglia incontra tante difficoltà sul suo cammino. basta che ci guardiamo attorno per rendercene conto. Non è facile vivere insieme perché ci si trova tante volte mistero l’una per l’altro anche quando ci si sposa. Poi sopravviene la cura degli ammalati, l’educazione dei figli, l’assistenza agli anziani, le preoccupazioni del lavoro, la diversità dei temperamenti e dei caratteri, la solitudine quando si rimane soli. Mi diceva un giorno una signora sposata: mi trovo in casa a seguire due realtà tanto diverse. Da una parte due giovani figli e dall’altra due genitori anziani. Gran parte della vita va accolta, non costruita; meglio, va gestita in modo da darle pieno senso come fa il pittore che dipinge le sue opere con i colori che trova. Sta qui la sfida, il miracolo della famiglia. trasformare una condizione di disagio in un’occasione d’amore. Un saggio autorevole di questa testimonianza lo troviamo nella stessa famiglia di Nazaret. Tre persone profondamente diverse, nella quali l’ordine d’importanza dal punto di vista sostanziale è l’inverso: il figlio, la madre, il marito. Umanamente, diremmo, quei tre si trovano in una situazione paradossale. Ma nonostante questo essi stanno insieme, si amano. In ciascuno di essi sta un mistero che sfugge alla piena comprensione dell’altro e tuttavia si accettano reciprocamente: san Giuseppe non aveva compreso ciò che era avvenuto in Maria tanto che, scrive l’evangelista Matteo, aveva deciso di licenziarla in segreto (cf. Mt. 1,19); Maria, turbata dall’annuncio dell’Angelo, aveva chiesto: ma come avverrà tutto questo? (cf. Lc. 1,28-29); il vecchio Simeone rivolge alla Vergine, che con Giuseppe presenta Gesù al tempio, un’allarmante profezia: “Egli (il bambino Gesù) è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione… E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc. 2,34-35). Giuseppe e Maria, quando ritrovano dopo un’angosciosa ricerca Gesù fra i dottori del tempio, lo interrogano, ma non comprendono la sua risposta. Ha scritto san Luca: “Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo” Ed egli rispose: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero le sue parole” (Lc. 3,48-50).

13. A ciò si aggiungono le preoccupazioni per il bambino minacciato da Erode e l’umile e silenziosa vita di Nazaret. Quale sproporzione tra la missione per la salvezza di ogni uomo e il silenzio, anzi le difficoltà che circondano quella famiglia! Maria rimarrà poi sola perché Giuseppe è morto e Gesù ha intrapreso la sua vita pubblica per l’annuncio del Vangelo. Rientrerà alla fine in scena, come accade spesso alle madri, nel momento tragico della morte del suo divin Figlio. Essa sta ai piedi della croce e tutto dice che la missione del Figlio è fallita, ma lei ancora crede. E dopo la risurrezione di Gesù andrà con l’apostolo Giovanni, al quale l’aveva affidata Gesù dall’alto della croce. Maria rimarrà quale silenziosa e orante testimone del mistero del suo divin Figlio fino alla propria assunzione al cielo.

 

 

Due storie che s’incontrano nella preghiera

14. Ma la storia della famiglia di Nazaret è così lontana dalla nostra storia? Per esempio nella convivenza tra persone diverse che non sempre riescono a comprendersi, nelle difficoltà ambientali che si possono incontrare cambiando paese, mutando il tipo di lavoro o soffrendo l’ostilità di qualcuno, sperimentando la sordità nel dialogo con i figli, nella dolorosa esperienza della morte dei propri cari?

Possiamo dire che la storia della famiglia di Nazaret è vicina alla storia delle nostre case nei suoi momenti essenziali di fatica, di gioia e di dolore, ma insieme ce ne mostra lo spirito e il frutto. Lo spirito, nel modo di vivere le successive fasi della sua vicenda; il frutto, nel mostrarci la gioia e la pace che già nel tempo Dio dona ai suoi figli e la conclusione nella risurrezione, di cui quella di Gesù e di Maria rappresentano la primizia. Ma come tenere unite queste due storie nelle nostre famiglie, quali aiuti pratici ci possono essere?

 

15. Permettete che mi rifaccia ad una esperienza personale fatta nella mia famiglia d’origine. Tutte le sere, finita la cena, si diceva il rosario. Chi dirigeva la preghiera era mio padre che alle volte sollecitava noi bambini a questa preghiera con piccoli premi. Tutti attorno alla tavola dove avevamo cenato, in ginocchio noi piccoli sulle sedie impagliate che per questo ci segnavano le ginocchia. Allora non comprendevo. Guardavo sfilare i grani del rosario tra le dita di mio padre, osservavo i miei fratelli per vedere come tenevano le mani, correvamo poi fuori a giocare appena era finita la preghiera. Pensando ora a quel momento di vita familiare lo trovo molto significativo anche nel fatto che avveniva in casa, insieme. (Non attendiamoci che i gesti educativi debbano sempre portare frutto il giorno dopo per ritenerli efficaci). La preghiera del rosario è come un riandare con la Madonna, con i suoi occhi e il suo cuore, alle varie tappe della vita di Gesù ripensando a Lui e insieme alla nostra vita, che con Lui non ci appare così sola e senza speranza. Il Papa ci ha raccomandato questa preghiera in modo particolare quest’anno per implorare da Dio la pace e perché impariamo a camminare insieme a Gesù e a sua madre nelle strade della nostra vita con lo stesso loro cuore.

Nel rosario troviamo espressi tutti i diversi momenti della nostra vita: quelli della fatica e quelli del sollievo, quelli della gioia e quelli della sofferenza, quelli dell’umiliazione e quelli della speranza, della gloria. Anzi, in famiglia questi misteri si mischiano perché c’è chi sta vivendo quelli gaudiosi mentre altri vivono quelli dolorosi, come quando per esempio convivono i bambini con gli ammalati nella stessa casa, oppure meditiamo i misteri gloriosi pensando al futuro destino della nostra vita e facciamo memoria dei nostri cari che non sono più visibilmente tra noi.

Accompagniamo poi la nostra contemplazione dei misteri della vita di Gesù con una ripetuta invocazione che mi ha sempre colpito, specialmente nei momenti più gravi della vita, per esempio quando assistetti alla morte di mio padre e di mia madre: “prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”.

 

16. Recitando il santo rosario con un occhio seguiamo le varie tappe della vita di Gesù Cristo e con l’altro guardiamo a quelle dei membri della nostra famiglia, per cui possiamo dire che in esso ogni casa ripercorre l’intero della propria storia.

A ciò va aggiunto che la recita del rosario può svolgersi in qualunque momento della giornata, alla luce e al buio, non ha bisogno di nessun apparato, non richiede letture di testi perché le basta poca memoria, non s’impegna in discorsi complessi, ma solo “contempla” dei fatti che perfino un bambino può capire, anche se occorre una vita intera per comprenderli. Le invocazioni poi che ne accompagnano la memoria sono molto semplici perché fanno leva sul presente e sull’ultimo momento della vita, con la fiducia e l’umiltà di un bimbo: “prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”. Una invocazione piena di speranza nella quale tutta la famiglia può associarsi dal più piccolo al più grande, mentre ripercorre la storia dell’amore di Dio per l’uomo.

Mi auguro che questa bella preghiera sia ripresa non solo nelle nostre chiese, ma anche nelle nostre case, là dove quella storia viene ricordata, contemplata e insieme rivissuta.

E in questo tempo in cui nel mondo tornano a farsi sentire minacce di guerra accanto a guerre già in atto, chiedo in particolare a voi famiglie, che sapete bene la preziosità della vita e l’importanza decisiva dell’amore, di pregare per la pace, condizione e frutto della vita e dell’amore dell’uomo.

 

Preghiera famiglia03

Grazie, Signore,

per la famiglia che ci hai donato,

per l’amore che ci fu testimoniato,

e perdona tutte le volte che non ti abbiamo

riconosciuto nei nostri famigliari

o ci siamo dimenticati di Te.

 

Quando nelle nostre case

i rapporti d’amore s’incrinano,

guarisci il nostro cuore.

 

Quando il dialogo tra noi si fa difficile

perché non riusciamo a comprenderci,

donaci la tua pazienza d’amore.

 

Quando la malattia ci colpisce

o la morte ci toglie le persone amate

aumenta la nostra fede, Signore.

 

L’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

sia dono

che tiene unite le nostre famiglie,

sia motivo d’impegno

per la pace tra gli uomini.

 

Supplemento a “Vita Diocesana” n. 1/2003

Dir. Resp.: Sac. Vincenzo Migliavacca

Aut. Trib. di Pavia n. 352 del 28-10-1988