I quaderni del ConsultorioLettereConsultorio

Numero 3 

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GIOVANNI VOLTA

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Lettere alla famiglia

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Prefazione di Roberto Busti

vescovo di Mantova

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a cura di

Gabrio Zacchè

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Centro di Consulenza Familiare

Consultorio Prematrimoniale e Matrimoniale Ucipem, Mantova

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Indice


PREFAZIONE di       Roberto Busti                        


INTRODUZIONE      di Gabrio Zacchè                  


L’AUTORE                                                    


LE LETTERE                     

1. Famiglia, diventa ciò che sei!

2. Famiglia, educa!

3. Famiglia, ama!

4. Famiglia, comunica!

5. Famiglia, dono e impegno

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Prefazione

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Non è certo una novità sapere che l’attenzione pastorale di Mons. Giovanni Volta fosse da sempre rivolta principalmente alla famiglia, intesa come nucleo fondante ogni discorso e prassi educativa umana e cristiana. Credo non sia indifferente ricordare la sua stessa famiglia, che a buon diritto può essere definita ‘patriarcale’: nove figli con quasi vent’anni di differenza tra il primo e l’ultimo, due dei quali morti piccoli o in giovane età. Giovanni Battista era l’ottavo, per cui ebbe modo di crescere tra fratelli e sorelle più grandi, vederli accasarsi e mettere al mondo un considerevole numero di nipoti. Ma soprattutto tracce indelebili sono state impresse dal papà Francesco che leggeva con i figli la Bibbia, narrando loro quelle che definiva le storie più belle e istruttive.


Il vescovo Volta, perciò, credo abbia compreso da subito quanto fosse essenziale alla buona vita cristiana l’alveo protettivo di una famiglia aperta e accogliente, soprattutto nell’epoca in cui cominciava a essere messa in discussione la sua continuità nel tempo, fino a giungere all’attuale confusione di ruoli, quando sembra bastare essere in due a vivere sotto il medesimo tetto per definirsi famiglia.


L’immagine di famiglia, che esce dalle sue lettere pastorali riportate in questo prezioso libriccino, non è ancora quella che oggi suscita tante preoccupazioni non solo di carattere religioso, ma soprattutto di concezione antropologica. Comunque il suo metodo è semplice ed efficace: parte sempre dall’esperienza concreta della vita in famiglia per spargere su di essa la luce della Rivelazione cristiana, tornando infine alla praticità quotidiana suggerendo percorsi, azioni, comportamenti adeguati alla Parola di Dio e all’insegnamento della Chiesa.


Sono pagine che trasudano saggezza, comprensione e accompagnamento sulla strada del bene.

 
Pur essendo trascorso qualche decennio dalla loro prima pubblicazione e pur in mezzo, ora, a problemi concettuali e culturali ben più complessi, mi pare che queste pagine possano risultare ancor oggi molto utili: la semplicità del dire, la sapienza che trascende il tempo, la freschezza del raccontare le rendono ancora fresche ed attuali e si leggono con frutto.


Bene ha fatto il Consultorio a rimetterle in circolo, sia come giusto omaggio al ricordo dell’Autore, sia per il bene che ancora ne può derivare.


              

                             + Roberto Busti  

                               Vescovo di Mantova

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Introduzione

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Aiutare le famiglie è lo scopo primo del nostro Centro di Consulenza Familiare. Si cominciò nel ’68, quando il diffondersi della crisi familiare rendeva a nostro avviso necessaria una modalità di intervento personale e specifico, e si è continuato anche dopo l’istituzione dei consultori pubblici, con un’utenza in continuo aumento.


La specificità nostra non sta solo nella metodologia di lavoro - interdisciplinare, di equipe, con continui aggiornamenti e supervisioni - ma nel riconoscerci tutti nei valori proposti dall’antropologia cristiana e riportati nella Carta dell’Ucipem (Unione Consultori Prematrimoniali e Matrimoniali), che riunisce più di settanta Consultori in tutta Italia.


Per questa condivisione di valori, la nostra attenzione non è rivolta solo agli aspetti sociali, psicologici e medici, ma anche a quelli spirituali della vita di coppia e della generazione in particolare.


Con questa sensibilità abbiamo letto le lettere pastorali che il mantovano mons. Giovanni Volta, per quasi 18 anni vescovo di Pavia, ha scritto per la sua gente.


Si tratta di lettere ispirate, semplici, frutto di esperienza e sapienza, dove i problemi relazionali e sociali sempre attuali sono affrontati con competenza, serenità, in una visione positiva e fiduciosa.


La famiglia è stata per mons. Volta un campo d’interesse che ha caratterizzato tutta la sua lunga vita pastorale.


Tra i suoi scritti sul tema della famiglia abbiamo scelto quelli più significativi, quelli che è bene conoscere, sia come operatori per la famiglia, sia come singoli o coppie che si preparano a costruire una propria famiglia o che già la vivono.  

 

                                                         Gabrio Zacchè

                               Presidente del Consultorio Ucipem di Mantova

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L’Autore

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Giovanni Battista Volta nasce a Gazoldo degli Ippoliti, in provincia di Mantova, il 14 marzo 1928. La famiglia è originaria di Rivarolo Mantovano, nella diocesi di Cremona nella quale è sacerdote il fratello di suo padre, don Andrea. A Cremona Giovanni frequenta il Seminario Minore, per poi proseguire gli studi nel Seminario Maggiore di Mantova.


Ordinato presbitero dal vescovo Domenico Menna il 29 giugno 1952, si trasferisce a Roma (1952-1955) come alunno del Seminario Lombardo per studiare Teologia all’Università Gregoriana. Conseguirà la laurea nel 1957 con una tesi sulla redenzione dalla morte nel pensiero di sant’Agostino.


Nel 1955, rientrato in diocesi, diventa assistente della FUCI (1955-1964) e in seguito dell’Azione Cattolica (1964-1975).


Nel 1955 inizia la sua attività di docente: Filosofia e Teologia nel Seminario di Mantova (1955-1977); Religione al Liceo Ginnasio “Virgilio” (1958-1967); Teologia Fondamentale alla Facoltà Teologica Interregionale di Milano (1969-1986).


In questi anni profonde un particolare impegno per la diffusione e la recezione del magistero del Concilio Vaticano II sia con iniziative di formazione per il clero e per il laicato, sia con scritti in opere collettive e su riviste sui temi della rivelazione, della Chiesa, della famiglia, della pastorale giovanile e della cultura. (Vedi La Scuola Cattolica, Pedagogia e Vita, La Rivista del Clero Italiano ed altre),


E’ rettore del Seminario di Mantova dal 1973 al 1977, anno in cui viene nominato Assistente Ecclesiastico Generale dell’Università Cattolica (1977-1986). Tra le varie attività promosse si segnalano i convegni Giovani cultura e fede (aprile 1983) e I giovani tra fede, ragione e prassi (novembre 1983).


Nominato alla sede episcopale di Pavia il 2 aprile 1986, è ordinato vescovo da mons. Carlo Ferrari il 25 maggio 1986.


Durante il suo episcopato ogni anno scrive una Lettera alle famiglie pavesi che fa recapitare dai sacerdoti in occasione della pasquale benedizione delle case.


Il 9-04-1998 - Giovedì Santo - indice il XX Sinodo diocesano secondo le indicazioni del Vaticano II: un cammino che si concluderà l’8-12-2002. Il precedente Sinodo si era svolto nel 1922.


In qualità di presidente della Commissione Ecclesiale Iustitia et Pax coordina la redazione del documento Educare alla legalità (4 ottobre 1991).


Presidente dell’Istituto di Studi Superiori di Villa Cagnola (Gazzada, Varese), promuove il restauro della villa e nel 2001 ne inaugura il Centro Convegni. Si dimette dall’incarico nel 2008.


Divenuto emerito l’11 gennaio 2004, torna alla casa natale di Gazoldo, proseguendo la sua intensa vita di pastore e di teologo, con una particolare fattiva attenzione alla pastorale della famiglia.


In qualità di incaricato dalla CEL per la formazione permanente del clero, svolge un’assidua opera di predicazione di esercizi spirituali soprattutto per i sacerdoti.


Riprende – tra gli altri - gli studi agostiniani e compone un saggio pubblicato postumo da Città Nuova col titolo: Timore e speranza. La redenzione dalla morte in Agostino.


Muore a Mantova, per improvvisa malattia, sabato 4 febbraio 2012. È sepolto nella Cattedrale di Pavia.


La Fondazione Casa d’Accoglienza di Belgioioso il 26 maggio 2013 gli conferisce alla memoria il Premio in difesa della Vita.

 

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LETTERE ALLA FAMIGLIA

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1. Famiglia, diventa ciò che sei!

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La pace del Cristo risorto sia con voi

Come Gesù Cristo risorto fece un giorno con i suoi apostoli nel cenacolo, così anch’io, entrando per la prima volta nelle vostre case, voglio darvi il suo saluto ed augurio: la pace sia con voi.

Con voi famiglie nuove, tutte protese verso un futuro migliore.

Con voi famiglie “cresciute”, che già avete una lunga storia intrecciata di gioie, di tribolazioni, di sogni, e forse di qualche rimpianto.

Con voi famiglie lacerate da dissensi, incomprensioni, divisioni, o ferite dalla malattia, dalla morte, o afflitte da prolungate solitudini, eppure sempre in cerca di un incontro, di una riconciliazione.

Con voi famiglie umiliate dalla disoccupazione, mortificate dalla mancanza di un’abitazione adeguata, in angustia per il futuro dei vostri figli o - ancor più - angosciate per il loro disorientamento.

Con voi famiglie emigrate qui a Pavia, ancora in ricerca di una vostra ambientazione.

Con voi famiglie che, prese da mille cose e preoccupazioni, forse vi siete dimenticate di Dio, o non osate interrogarvi sulla fede o - colpite da qualche disgrazia o da qualche grave delusione - siete ancora alla ricerca del senso della vita.

La pace che vi auguro non è semplicemente quella della “non ostilità”, o del “silenzio”, ma la pace di Cristo, scaturita dal suo amore per noi, che ci può raggiungere fin nella profondità del nostro spirito, là donde vengono i nostri buoni e cattivi desideri, dove maturano i nostri dubbi e le nostre certezze, da cui nascono gli odi, le liti, le guerre. Dall’amore di Dio che ci perdona, che ci rinnova, facendoci capaci a nostra volta di perdonare, di ricominciare, viene a noi la pace di Cristo.

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La famiglia: segno vivo dell’amore di Dio tra gli uomini

Alla vostra famiglia auguro questa pace, questo rinnovamento, questa capacità di amore e di misericordia, questo ritrovamento della propria sorgente: l’amore.

Ma che cos’è la famiglia? A volte ci sembra semplicemente il luogo dove si mangia e si dorme, dove i figli tornano quando hanno delle necessità, dove si litiga perché ciascuno in essa vuole affermare i propri diritti di autonomia.

Per comprendere che cos’è, noi dobbiamo risalire alle sue origini; per avere un’indicazione per il suo cammino, noi dobbiamo conoscere il suo progetto; per capire il dono della “sua” pace, noi dobbiamo avere davanti agli occhi la sua vocazione.

Da Dio stesso è la famiglia. Fin dal principio Egli creò l’uomo maschio e femmina, e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra e soggiogatela. A sua immagine e somiglianza li creò, dice la Bibbia (cf. Genesi 1,27).

Dio, intelligente, amante, libero, fecondo perché creatore, volle che l’uomo fosse nel mondo sua viva immagine, e perciò specchio della sua intelligenza, del suo amore, della sua libertà, della sua fecondità, e la famiglia luogo privilegiato dell’espressione di queste qualità, della loro educazione.

Il Creatore, poi, non solo fece l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma in quella sua immagine - l’amore dell’uomo e della donna - la famiglia umana continuò ad esprimersi, a dirci chi era Lui per noi.

Sentite questo bellissimo testo in cui Dio paragona il suo amore per il popoloeletto a quello dello sposo per la sposa: Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà, e tu conoscerai il Signore. (Osea 2,21-22).

Anche ad una madre Dio si paragona: Come una madre consola il figlio, così io vi consolerò. (Isaia 66,13).

Dopo averci parlato attraverso l’immagine dell’amore umano, della famiglia, il Figlio di Dio, facendosi uomo, volle anch’Egli far parte di una famiglia, quella di Nazaret, crescendo in essa in sapienza, età e grazia (cf. Lc. 2,52), sperimentando la persecuzione e l’emarginazione (cf. Mt. 2,13-15), le tensioni che possono nascere nei rapporti di ogni famiglia (cf. Lc. 2,48-50), la fatica del lavoro quotidiano di un umile carpentiere (cf. Mc. 6,3).

 Alle nozze di una coppia di sposi Gesù volle compiere il suo primo miracolo, per venire in loro soccorso (cf. Gv. 2,11), quasi a significare con la sua presenza e con quel prodigio la novità di vita che Egli intendeva offrire ad ogni famiglia. E quando ci parlò della sua ultima venuta, Gesù scelse l’immagine dello sposo, quello della mezzanotte, che va atteso con la lampada della fede accesa (cf. Mt. 25,1-10) mentre la Chiesa viene paragonata alla sposa che l’aspetta, che l’invoca (cf. Apoc. 22,17).

Parlando infine di sé, del mistero di Dio, ancora una volta Gesù Cristo ricorre a due parole, a due figure tipiche della famiglia: il Padre e il Figlio, quasi a mostrare che lo stesso mistero trinitario è modello della famiglia umana nella sua unità e nella sua varietà.

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La Chiesa domestica nella grande Chiesa

La famiglia - assunta da Dio quale immagine del suo amore e del suo mistero - è chiamata ad essere nel mondo, nei suoi rapporti tra gli sposi e tra genitori e figli, “simbolo” della Chiesa. Questa è la comunità dei cristiani riuniti dalla Parola di Dio, formata ed alimentata dai Sacramenti. E la famiglia si radica nel Sacramento del Matrimonio, e continua ad essere animata e formata dalla Parola di Dio, dai Sacramenti e dall’esercizio della carità.

A motivo di queste caratteristiche il Concilio Vaticano II ha chiamato la famiglia “Chiesa domestica”, “piccola Chiesa”, mentre a sua volta, per le caratteristiche proprie della comunità cristiana, ha chiamato la grande Chiesa “famiglia di Dio”. Si dà così come una reciprocità tra la famiglia, “piccola Chiesa”, e la più ampia comunità dei cristiani, la “grande Chiesa”, famiglia di Dio. (cf. FC. 48) [1]

La “grande Chiesa” come una madre genera, educa, edifica, cura la famiglia con l’annuncio della Parola di Dio, con la celebrazione dei Sacramenti, con la rinnovata proclamazione del comandamento nuovo della carità (cf. FC. 49). Perciò la famiglia non deve isolarsi dalla parrocchia, dalla diocesi.

La famiglia cristiana, a sua volta, “piccola Chiesa”, propone alla “grande Chiesa” il suo stile umano e fraterno (cf. FC. 64), ispirato dalla gratuità (cf. FC. 43) e particolarmente attento ai più deboli, e propone se stessa quale luogo primo e fondamentale per l’educazione di ogni vocazione, della socialità (cf. FC. 37), dell’amore verso gli altri, dell’evangelizzazione reciproca (cf. FC. 52), dei primi passi nella preghiera (cf. FC. 60).

Non è dunque la famiglia solo “oggetto” dell’azione pastorale, ma anche “soggetto”, poiché porta in sé una vera ragione di Chiesa (cf. FC. 71).

Nella misura perciò in cui vive la propria vocazione specifica, essa concorre all’edificazione della “grande Chiesa”, e non semplicemente perché assume qualche impegno ecclesiale aggiuntivo.

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Momenti significativi della vita familiare

Ma quali sono i momenti in cui la famiglia, “Chiesa domestica”, ha un suo compito specifico, pur non esclusivo, nella crescita e nella storia dell’uomo, del credente?

Vi sono anzitutto alcune tappe della vita in cui la famiglia è chiamata ad essere protagonista, e non semplice spettatrice. Vedi per esempio nella presentazione del bambino alla “grande Chiesa” per il Battesimo, nella preparazione del figlio alla Confessione, all’Eucarestia, alla Cresima, nell’iniziarlo alla preghiera, nella sua educazione al Matrimonio o ad altre scelte vocazionali.

Vi sono poi dei fatti, dei rapporti, dei comportamenti in cui la famiglia ha un ruolo prioritario e privilegiato, poiché insegna non solo con la parola, ma soprattutto con l’esempio, e lo fa nelle condizioni ordinarie della vita, con una propria carica affettiva: per esempio, nel modo di guardare a Dio, al prossimo, ai poveri, alla gioia e al dolore, alla vita e alla morte, alla giustizia e alla misericordia, al lavoro, al denaro, all’amore.

Si tratta di mille occasioni in cui la fede, la dedizione, la solidarietà, il coraggio, la pazienza, la prudenza, sono messe in gioco, provocando dialogo, attesa, confronto, aiuto reciproco all’interno delle singole famiglie e nel loro rapporto con le altre, con la società e con la Chiesa.

Per questa via complessa e mutevole cammina e si realizza ciascuna famiglia, luogo del primo amore sia come dono che come risposta (basti pensare ad una mamma quando guarda il bambino che gli risponde con il suo sorriso) e insieme ambiente dei più grandi rischi, proprio perché plasma la vita umana nei suoi primi passi.

In questa situazione di grandezza e di rischio, influenzate da una società che mette spesso al primo posto la sicurezza e il benessere economico, oppure intimorite dalle difficoltà della vita, le famiglie possono essere facilmente tentate di disimpegnarsi, delegando ad altri i loro compiti, oppure rifiutando i figli, fino alla loro soppressione con l’aborto.

Mi auguro che, sia nella vita civile come in quella ecclesiale, tutte le nostre famiglie abbiano a svolgere completamente la loro missione, e la società e la Chiesa ne riconoscano il ruolo e l’importanza e le aiutino a realizzare se stesse.

Nella sua esortazione apostolica sulla famiglia Giovanni Paolo II espressamente ha dichiarato: Ogni piano di pastorale organica, ad ogni livello, non deve mai prescindere dal prendere in considerazione la pastorale della famiglia. (FC. 70). Deve essere riconosciuto il posto singolare che. . . spetta alla missione dei coniugi e delle famiglie cristiane (FC. 7l).

Un richiamo tanto significativo e impegnativo sia per voi, famiglie, sia per noi sacerdoti.  

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2. Famiglia, educa!

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In questi tempi tutti parlano di ecologia, vale a dire della conservazione e della crescita equilibrata della vita sopra la terra, perché risulta gravemente minacciata. Io stesso ho partecipato a tavole rotonde su questo argomento, ho fatto conferenze, ho scritto.

Ma mi chiedo: e all’ecologia dei nostri ragazzi, alla loro crescita armonica, alla loro educazione chi ci pensa?

Quando incontro la gente nelle parrocchie e ne parliamo, tutti si mostrano preoccupati per i nostri ragazzi. Ma poi, quando si scende al concreto, non è facile trovare la strada giusta. E, quasi per scusarsi, c’è chi dice che la prima responsabilità è della televisione, chi della scuola, chi delle cattive compagnie, e chi anche della Chiesa o della società. Se poi interpello i maestri, i professori, i catechisti, e magari anche i preti, questi dicono che la responsabilità principale l’hanno le famiglie.

Non si tratta di trovare il colpevole, come quando si legge un “giallo”, ma piuttosto di comprendere e di realizzare uno dei compiti più gravi della nostra vita, quello di aiutare a crescere un uomo, una donna.

Per questo, dopo aver parlato con voi della famiglia, che deve ogni giorno “diventare se stessa”, ho pensato di scambiare con voi alcune riflessioni sul grave problema dell’educazione.

La famiglia si pone all’origine di ogni vita umana: è come un campo che cresce bene se viene coltivato con cura; ma se viene trascurato può anche dare solo erbacce.

Certo, la coltivazione di una famiglia è molto più complessa e difficile di quella di un campo. In essa entra sempre il mistero della libertà della persona umana e l’influsso di tanti fattori che accompagnano la vita della casa, come la scuola, la televisione, la radio, i giornali, le compagnie, la società.

Ogni persona poi ha un temperamento proprio che non è sempre facile comprendere, ed anche noi non siamo sempre dello stesso umore, né preparati per questo difficile compito. La stanchezza, il lavoro, le preoccupazioni tante volte ci impediscono di essere disponibili, di capire, di essere tempestivi.

Ma proprio perché è importante e difficile educare, per questo ne dobbiamo parlare. E anch’io mi metto nella vostra stessa fatica, nella vostra trepidazione e ricerca.

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Gli sposi devono aiutarsi a crescere

La famiglia incomincia la sua educazione dagli stessi sposi. Noi solitamente ci poniamo il problema dei figli e non sempre ci rendiamo conto che la loro crescita è legata a quella degli stessi genitori. La persona umana non è mai un progetto definitivamente compiuto. Venuta all’esistenza per un atto d’amore, essa continua a crescere, a svilupparsi in un rapporto d’amore.

Lo sperimentiamo ogni giorno non solo nei nostri ragazzi, ma anche nei nostri vecchi: chi non si sente accolto, capito, amato, chi si sente rifiutato o addirittura combattuto dagli altri tende a chiudersi in se stesso, diventa aggressivo, guarda con pessimismo la realtà. Chi invece viene accolto, stimato, ascoltato, amato, ha fiducia nelle proprie possibilità, comunica con gli altri, si appassiona alla vita, cresce in umanità.

È questa la legge più profonda della nostra esistenza, inscritta in noi fin dall’origine: per amore Dio ci ha creato e redento, perché noi a nostra volta amassimo e in questo trovassimo il compimento della nostra esistenza.

Quando un uomo e una donna si sposano, compiono un passo decisivo in questa chiamata alla vita. La loro vocazione ad amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stessi passa attraverso il loro amore reciproco.

Ve l’hanno detto il giorno del matrimonio: il coniuge è chiamato ad essere “segno” all’altro dello stesso amore di Gesù Cristo. Ed avrete sperimentato come l’amore autentico dello sposo, della sposa, vi abbia aiutato a diventare voi stessi, vi abbia fatto crescere nelle vostre abitudini, vi abbia resi più capaci di voler bene anche agli altri e di meglio intendere l’amore di Dio.

Quando vi siete sposati avete promesso l’uno all’altro un amore fedele in ogni circostanza, felice o avversa, nella buona e nella cattiva salute, perché l’amore umano è sempre soggetto nel tempo alla prova, e in essa cresce o corre il pericolo di morire.

Per questo il cammino di una famiglia vive i suoi rischi e le sue speranze anzitutto nel rapporto d’amore - e quindi educativo - tra gli sposi.

Ricorda papa Giovanni Paolo II che l’uomo, chiamato a vivere responsabilmente il disegno sapiente e amoroso di Dio, è un essere storico, che si costruisce giorno per giorno, con le sue numerose libere scelte: per questo egli conosce, ama e compie il bene morale secondo tappe di crescita. (FC. n. 34).

Non si tratta d’imporre la propria immagine all’altro, ma piuttosto di aiutare l’altro a crescere in quell’immagine che Dio stesso gli ha impresso nel cuore.

Di qui la gioia e la fatica di ogni cammino coniugale. La gioia nel donarsi e nell’accogliere l’altro, nella progressiva comunicazione di due intimità, del segreto della loro vita; e la fatica e la pazienza nel capire, nell’attendere, nell’accordarsi con l’altro, poiché i due vengono da due storie diverse ed hanno temperamenti e sensibilità disuguali: si tratta dell’incontro di due libertà chiamate a camminare insieme.

Con un vivo senso della concreta condizione umana il Papa, nel documento già citato, ricorda: è da tener presente come nell’intimità coniugale sono implicate le volontà di due persone, chiamate però ad un’armonia di mentalità e di comportamento; di conseguenza tutto questo esige non poca pazienza, simpatia e tempo (n. 34).

E proprio perché si tratta di portare a compimento nella storia della propria vita l’immagine impressavi da Dio, per questo l’ascolto della Sua Parola, la preghiera a Dio, l’aiuto delle altre coppie di sposi, anzi dell’intera comunità cristiana, costituiscono la via necessaria perché gli sposi ogni giorno diventino sempre più se stessi.

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L’educazione dei figli

L’amore è sempre creativo, toglie dall’isolamento, ridà coraggio, riabilita, fa crescere. L’amore dei coniugi è tanto creativo da essere in grado di suscitare una vita nuova.

Così il figlio appare agli occhi dei genitori il frutto di un desiderio, di un progetto, di un proprio atto, e insieme una “sorpresa”, un “dono” che li supera, e l’amore coniugale si apre all’amore materno e paterno.

Il figlio viene al mondo inerme, come un progetto vivo che desidera realizzarsi. Egli viene dai suoi genitori, ma è “altro” da loro. Continua a dipendere da loro per il cibo, per l’apprendimento, per l’affetto, e nello stesso tempo, crescendo con il loro aiuto, si fa sempre più autonomo. Frutto del loro amore, il figlio è nello stesso tempo un dono più grande di loro; per questo il padre e la madre sono chiamati ad educarlo non come un loro prolungamento o possesso, ma secondo il disegno di Dio.

Ricorda il Papa: Il compito dell’educazione affonda le radici nella primordiale vocazione dei coniugi a partecipare all’opera creatrice di Dio; generando nell’amore e per l’amore una nuova persona, che ha in sé la vocazione alla crescita e allo sviluppo, i genitori si assumono perciò stesso il compito di aiutarla efficacemente a vivere una vita pienamente umana. (op. cit. n. 36).

Si tratta di un diritto-dovere  

  • essenziale dei genitori, perché legato intimamente alla trasmissione della vita;
  • insostituibile e inalienabile, e perciò mai delegabile totalmente ad altri (per esempio alla scuola, alla parrocchia, al gruppo), ma da altri usurpabile (vedi per esempio le imposizioni di certi Stati totalitari), perché il diritto-dovere educativo dei genitori non nasce da una loro libera scelta, e tanto meno da un incarico dello Stato o della comunità, ma dal loro vincolo generativo.

Il Concilio Vaticano II afferma espressamente che questa funzione educativa è tanto importante che, se manca, può difficilmente essere supplita. (Gravissimum Educationis n. 3).

La famiglia è chiamata perciò ad essere la prima grande scuola di vita dell’uomo, di ogni uomo, dall’operaio al professore, al laico, al sacerdote, al religioso, dal politico all’industriale, allo stesso Papa. Tutte le vocazioni muovono i loro primi passi in famiglia e ne portano l’orma per tutta la vita. E poiché i ragazzi sempre più passano il loro tempo a scuola e all’oratorio, il padre e la madre devono cooperare attivamente all’azione educativa di questi ambienti.

Per i genitori cristiani la missione educativa trova poi una sua nuova e specifica sorgente nel sacramento del Matrimonio, per cui il compito di allevare i figli costituisce per loro un vero e proprio ministero della Chiesa a servizio della crescita dei suoi membri. Non solo però i genitori verso i figli, ma anche i figli verso i loro fratelli e verso gli stessi genitori hanno un certo compito educativo: quello di aiutarli a crescere nella fede, nella speranza, nella bontà, nella fiducia, nel bene. Accade alle volte che un bambino solo con il suo affetto, con la sua spontaneità, sia in grado di rianimare tutta una famiglia.

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A che cosa deve educare la famiglia?

Un tempo i ragazzi vivevano a lungo in famiglia e spesso venivano avviati al lavoro dai loro stessi genitori. Ma ora diversi genitori si lamentano con me: ormai siamo ridotti a provvedere solo al cibo, al vestito e all’alloggio dei nostri figli, che spesso escono di casa al mattino presto, per ritornarvi poi solo all’ora dei pasti e per dormire.

Fuori di casa i ragazzi si divertono e ricevono tutti gli insegnamenti e perciò pare che i genitori siano gli ultimi ad educare i loro figli. Oltre alla scuola tradizionale - che si è oggi prolungata negli anni e che in molti casi si è anche estesa nell’orario giornaliero - vi è la scuola di pianoforte, di flauto, di danza, di nuoto, di karate, di lingue; c’è la partecipazione agli allenamenti sportivi, alla vita dei gruppi e delle associazioni. E quando i ragazzi si fermano in casa – concludono tanti papà e mamme – chi può parlar loro non sono i genitori, ma la televisione.

A molti pare che la famiglia non solo non abbia più un suo spazio per educare, ma che sia stata sostituita da mille altri maestri, per cui ci si chiede: ha ancora senso il suo compito educativo? In queste condizioni che cosa può e deve ancora insegnare la famiglia, a che cosa deve educare?

Proprio perché la famiglia si colloca al servizio della vita umana, che trasmette e che aiuta a crescere - e non al servizio di un suo qualche aspetto particolare come per esempio l’apprendimento di un lavoro o di una scienza - per questo essa è chiamata ad educare anzitutto al senso della vita, che sta al cuore di ogni impegno umano. E compie ciò all’interno dello svolgersi dei comuni impegni di ogni giorno.

Mentre gli altri maestri, potremmo dire, educano ad un settore, ad un aspetto della vita, la famiglia educa alla globalità dell’esistenza, ai suoi valori primari, come la libertà, l’altruismo, la valutazione degli altri e delle cose, del lavoro, del denaro; educa alle verità fondamentali che devono guidare la vita, al senso religioso.

Parlando della vocazione comune di ogni uomo, Giovanni Paolo II così l’ha descritta: L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. (Redemptor Hominis n. 10). In una parola possiamo dire che la famiglia è chiamata ad educare anzitutto all’amore.

Da questa educazione-base si diramano poi tutti i vari possibili cammini della vita. Per questo la prima dote che si richiede ai genitori per educare è anzitutto quella di saper amare. Una qualità che può fare anche di un analfabeta un maestro di vita indimenticabile.

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Ma come educa la famiglia?

La famiglia si distingue nel suo compito educativo non solo perché si prende cura di tutta la persona del figlio, coltivando la sua vocazione fondamentale, quella di amare, ma anche per il modo con cui esercita questo suo compito.

I genitori incominciano ad educare il figlio molto prima che questi prenda chiara coscienza dei propri atti e con anticipo rispetto a tutti gli altri maestri; e lo fanno con i gesti, con l’esempio prima ancora che con le parole, e i loro atti hanno una grande carica affettiva che li imprime profondamente nella sensibilità del bambino.

Il ragazzo avanti negli anni incontrerà molti altri educatori e tuttavia - come hanno mostrato anche recenti studi - la famiglia, per la sua priorità, per la varietà e la continuità con cui agisce sul bambino, per la carica affettiva con cui comunica i suoi comportamenti e i suoi valori, mantiene ancor oggi il primato d’incidenza nell’educazione dei figli.

Può accadere che un atteggiamento, un gesto, una parola, accolti ancora da bimbi tornino anche dopo molti anni nella vita e nella memoria di una persona.

Come, in una semina, all’inesperto pare che il frumento gettato tra le zolle sia perduto perché non germina immediatamente, così tante volte i genitori, gli educatori, sono presi dallo scoraggiamento nel loro compito educativo fino ad essere tentati d’incrociare le braccia, perché non vedono i frutti del loro lavoro.

Dal buon educatore si esige non solo che sappia amare, ma che abbia anche una forte speranza, come accade per il seminatore.

L’educazione in famiglia avviene poi, via via che il figlio cresce, non - come a scuola - mediante delle “lezioni”, ma nella conversazione che s’intreccia con gli avvenimenti del giorno, dando giudizi sui fatti che accadono, raccomandando comportamenti, mostrando atteggiamenti concreti. Ma perché tutto questo avvenga è necessario che vi sia una prolungata convivenza tra genitori e figli, la condivisione di esperienze comuni, e quindi la possibilità di stare e di conversare insieme.

Alle volte il marito, preso dal lavoro, delega alla moglie l’educazione del figlio, oppure tutti e due la delegano a una terza persona. Qualcuno rimanda il colloquio e la vicinanza al figlio a quando sarà grande, a quando, si dice, sarà in grado di capire, e in tal modo perde una delle stagioni più importanti, insostituibili, dell’educazione del figlio.

E quando questi si fa adolescente, giovane - sempre perché presi sia dalle occupazioni, sia dalle difficoltà d’instaurare un dialogo, specialmente quando non è stato avviato nell’infanzia - spesso non si trova il tempo per ascoltarlo e ci si mette a posto la coscienza facendo di tanto in tanto qualche raccomandazione e qualche rimprovero.

Certamente il figlio, man mano che cresce, deve allargare la cerchia dei propri rapporti (vedi il ruolo degli amici, dei gruppi per esempio parrocchiali, dell’oratorio); la famiglia però, come non deve chiudersi in se stessa, così non deve abbandonare i propri figli.

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Un grande insegnamento: la storia della salvezza

Ma dove possiamo trovare un insegnamento autorevole e sicuro sull’educazione in famiglia tra molta gente che ci dà spesso consigli tanto disparati? C’è un’indicazione che valga per i semplici e per i dotti, e che duri nel tempo?

Dio non solo ha creato l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza, ma Lui stesso si è proposto come “educatore” del suo popolo, e perciò come esempio per ogni educatore che porta in sé la sua immagine.

Per amore Egli ha creato e redento l’uomo; prima di proporgli una legge gli ha proposto il suo stesso comportamento come norma del suo operare. Fu accanto al suo popolo durante il lungo viaggio attraverso il deserto. Lo chiamò, gli fu vicino nelle difficoltà, lo rimproverò nelle infedeltà, lo consolò nei giorni dell’abbattimento, sostenne con segni la sua speranza. In Gesù Cristo volle essere accanto ad ogni uomo così da poterci dire: vieni e vedi, vieni e seguimi, ama come io ti ho amato.

Un impegno educativo che ebbe anche numerose sconfitte: vedi per esempio le infedeltà del popolo ebraico, vedi la grettezza dei suoi apostoli, il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro.

E, perché l’immagine di Lui impressa nel nostro cuore trovasse in Dio una più tangibile esemplarità, Egli si è espresso anche con la figura dello sposo e del padre. Uno sposo, un padre, che sa prendere l’iniziativa, che si esprime con atti e con parole fino al gesto di donazione della vita in Cristo, che procede con gradualità, con pazienza e insieme con determinazione, che stabilisce delle norme, che chiede dei sacrifici, che offre anzitutto se stesso, e non primariamente delle cose. Uno sposo, un padre, che spesso non fu corrisposto, e che tuttavia non cessò di attendere e di ricominciare con il perdono.

Rivolgendosi al suo popolo come alla propria sposa, che l’aveva tradito dandosi all’idolatria, così Dio parla per bocca del profeta Osea: L’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore … Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dall’Egitto … Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore (Osea 2,16. 17. 21). Una voce di speranza per la ripresa di un rapporto d’amore attraverso il cammino purificatore del deserto.

E Gesù, tornando sul tema dell’amore divino per noi, paragona Dio a un padre lasciato dal figlio per un’avventura di libertà goduta in piena autonomia (cf. Lc. 15,11-31). Ma il padre, nonostante il suo immenso dispiacere, non si lascia sopraffare dal risentimento, non gli chiude la porta in faccia, ma neppure lo approva per popolarità o per debolezza. Egli attende, l’attende vigilante. E quando l’intravede ancora da lontano gli corre incontro, gli butta le braccia al collo e l’accoglie festoso in casa, nella sua casa, perché quel figlio era morto per la sua famiglia ed era tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.

Il giorno poi in cui Gesù risorto rivede Pietro lungo il lago di Tiberiade, ricordando il suo triplice rinnegamento fatto davanti ai servi del sommo sacerdote nella notte tra il giovedì e il venerdì santo, così per tre volte gli chiede di riparare a quel torto: Simone di Giovanni mi vuoi bene? (cf. Gv. 21,15-17).

Se la vocazione fondamentale dell’uomo è l’amore, quello che viene da Lui e porta a Lui, anche la sua riparazione non può che essere una dichiarazione d’amore.

Così Dio ci ha voluto precedere nel difficile, ma appassionante impegno dell’educazione dell’uomo, facendosi esemplare e insieme dandocene la forza.

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Il prezzo di una grande impresa

Forse più di uno sposo e di una sposa saranno tentati di dirmi a questo punto: ma se è tanto difficile educarsi reciprocamente, vale la pena pretendere d’imbarcarsi in questa avventura?

E da parte di molti genitori: abbiamo già tanti problemi da risolvere: economici, di lavoro, di salute; come possiamo assumerci anche un compito così grave e difficile?

I figli, che in famiglia hanno un compito educativo verso i fratelli e verso gli stessi genitori, diranno: ma non ne abbiamo a sufficienza di badare a noi stessi?

Non dobbiamo meravigliarci che l’educazione costi così tanto.

Si tratta dell’impresa umana più grande. Certo, è importante confezionare vestiti, costruire case e macchine per l’uomo, procurargli cibo e medicine. E tutti questi impegni richiedono preparazione, mezzi, collaborazione tra gli uomini, genialità inventiva.

Ma l’impresa più importante resta quella di “costruire” l’uomo, di farlo capace di coscienza e di libertà, di abilitarlo all’amore secondo la sua vocazione originaria. Non dobbiamo perciò meravigliarci che la più grande impresa umana richieda anche il prezzo più alto, la collaborazione più vasta, e che Dio stesso entri con tanta rilevanza in quest’opera.

La famiglia sta alla base della società e della Chiesa. Se educa, tutta la società e la Chiesa crescono. Se fallisce nel suo impegno di costruzione dell’uomo, il nostro stesso futuro rimane compromesso.

Per questo ho chiesto ai laici, ai sacerdoti e ai religiosi un particolare impegno per aiutare le famiglie a realizzare questo loro importante compito a livello parrocchiale, vicariale e diocesano.

E non vi parlo da estraneo al vostro grave dovere educativo, ma come compagno di viaggio del vostro cammino, poiché anche un vescovo è vicino alle famiglie nel cercare, nel tribolare, nell’entusiasmarsi, nel ricominciare e anche nel fallire, in questa grande impresa dell’educazione umana.

San Giovanni Bosco, grande educatore dei giovani, ancora tanto vivo tra noi pur dopo cent’anni dalla sua morte, educato a sua volta da una madre generosa e sapiente, ispiri sempre lo stile educativo delle nostre famiglie, dei nostri oratori, delle nostre comunità cristiane.

La Vergine Maria, fedele custode della famiglia di Nazaret, sia maestra ed esempio per tutte le nostre case.

 

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3. Famiglia, ama!

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Entrando nelle famiglie, mi è capitato più di una volta di sentirmi dire: non abbiamo molto, ma ci vogliamo bene, andiamo d’accordo e questo è per noi la più grande ricchezza. Altri invece mi dicono: abbiamo una bella casa, un lavoro sicuro, ma non andiamo d’accordo e tutto questo ci amareggia profondamente.

Sant’Agostino, ricordando gli anni della sua giovinezza, così ha espresso il desiderio più profondo suo e di ogni uomo: amare ed essere amato (cf. Confessioni, cap. 3,1).

Del resto, se ci pensiamo, perché uno si sposa, perché mette al mondo un figlio, perché sceglie la vita religiosa, perché lascia la propria terra o vi ritorna, se non perché ama qualcuno o qualcosa? L’amore è come il motore che muove la nostra vita. Se dovesse spegnersi, la vita si fermerebbe. Rifletterci sopra significa perciò guardare al cuore stesso della nostra esistenza.

Ma che cosa significa amare?

“Amare”: una parola che corre sulla bocca di tutti, che riempie di sé tutte le canzoni, che governa la vita di ogni persona e tuttavia, se qualcuno ci chiede che cosa significa, forse ci troviamo impacciati a rispondere. E questo accade sia perché si tratta di una realtà che tocca nel profondo la nostra vita, sia perché all’amore vengono attribuiti mille significati diversi. Leggiamo per esempio sui giornali che delle persone hanno sacrificato la loro vita per amore, mentre altre dicono di essere giunte ad uccidere per amore.

La nostra esistenza si ravviva o declina a seconda dell’intensità dell’amore che l’anima. Così, per esempio, diciamo di un ragazzo che è già un uomo perché sa interessarsi degli altri, sa voler bene, mentre di un adulto anche avanti negli anni, ma che pensa solo a se stesso, diciamo che è ancora un bambino.

Il Signore ci ha annunciato che saremo giudicati sull’amore (cf. Mt. 25, 31-46) e l’apostolo S. Giovanni ha scritto: Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (1 Gv. 4,8).

Che cosa significa dunque amare? Come mai è così importante e insieme ambiguo? Vi sono delle realtà talmente vive e ricche che non riusciamo a spiegarle compiutamente con le nostre parole, e proprio per questo si prestano ad assumere significati diversi. Perciò ho pensato di andare con voi alla scuola di un grande maestro, Sant’Agostino, da lui che fece, potremmo dire, l’esperienza delle più svariate forme d’amore.

Egli scrive che l’amore si comporta nell’uomo come il peso nei corpi. Buttate dalla finestra un oggetto, questo cadrà a terra, perché il suo peso lo porta giù. Orbene, continua Agostino, un comportamento simile accade anche nella vita dell’uomo. C’è come una sorta di legge di gravità in ogni sua espressione, per cui l’occhio cerca la luce, l’orecchio il suono, l’intelligenza la verità.

Ma il guardare, l’udire, il capire, sono sempre atti di una persona concreta, che a sua volta è mossa da un proprio interesse più profondo, da un amore che governa, per così dire, tutti gli altri amori, così che vediamo ciò che ci interessa, ascoltiamo e ricordiamo quello che ci riguarda, studiamo e comprendiamo le realtà che sono congeniali ai nostri gusti.

L’uomo si presenta come un progetto che deve realizzarsi, un seme che germina, un fiore che va sbocciando, ma tutto ciò passa attraverso la sua libertà. Egli riceve la vita come un dono che a sua volta è chiamato a realizzarsi amando. In questo compito la persona gioca tutto il senso della sua esistenza.

S. Agostino, usando il linguaggio della Sacra Scrittura, chiama questo centro che muove tutta la vita dell’uomo “cuore”. E dice, per esperienza, che è inquieto questo cuore, poiché cerca il proprio punto di riferimento in cui riposarsi. Come l’ago della bussola punta sempre verso il nord, verso la stella polare, anche se viene variamente scosso, così anche il cuore dell’uomo si placa solo se riposa in Dio.

In questa espressione tanto sintetica S. Agostino ci presenta la ragione ultima dell’amore dell’uomo e nello stesso tempo ci spiega i suoi travagli, i suoi possibili rischi. Sì, perché il denaro, il piacere, il potere potrebbero darci l’impressione di costituire il bene supremo della nostra vita.

Ma l’approdo dell’amore può essere solo una persona, e il suo termine ultimo è Dio. Da qui nasce il fatto che tutti gli uomini si ritrovano nel riconoscere il valore dell’amore nella vita umana, ma poi si differenziano nell’indicare i traguardi di questo amore, nel chiamarlo col suo nome concreto.

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Grandezza e debolezza dell’uomo

L’amore: lo troviamo dentro di noi, e nello stesso tempo però siamo chiamati a coltivarlo, a governarlo, perché passa per la nostra libertà. Accade così che tutti i giorni siamo impegnati a discernere qual è il bene per la nostra vita e a mettere ordine nelle nostre varie aspirazioni.

Ci succede per esempio che vediamo quello che dovremmo fare, ma poi scegliamo ciò che ci è più comodo o che risponde immediatamente alla nostra passione.

Già un poeta pagano scriveva al tempo dei Romani: vedo il bene e lo approvo, ma poi seguo il male.

Ci può essere una persona che viene tutta presa dal lavoro, un’altra dal divertimento, un’altra ancora dalla carriera, dalla politica, e si lascia talmente assorbire da questi interessi da dimenticare la moglie, il marito, i figli. Il lavoro, il divertimento, la carriera, la politica, sono un bene, ma non sono il bene. E se uno vi impegna tutto il cuore finisce con il perdere la misura della sua vita, le sue proporzioni.

S. Agostino, volendo mettere in risalto come ogni uomo sia un progetto aperto, che decide del proprio destino nel suo modo di amare, ha scritto ancora, commentando la prima lettera di S. Giovanni: Noi diventiamo ciò che amiamo. Nell’amore di ciascuno si esprime dunque la grandezza e la debolezza dell’uomo.

Non per nulla il cristiano s’interroga sull’amore guardando alla rivelazione di Dio, che trasforma ed illumina la vita dell’uomo. Per amore - ci dice la rivelazione - Dio ha chiamato l’uomo all’esistenza e nello stesso tempo lo ha chiamato all’amore. Di conseguenza, l’amore è la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano (FC. n. 11).

E poiché l’uomo è uno spirito incarnato, per questo il suo amore coinvolge l’anima e il corpo in un continuo processo di spiritualizzazione della materia e di materializzazione dello spirito. Così la donazione fisica degli sposi è chiamata ad essere segno e frutto della loro donazione spirituale e personale, l’amore verso il prossimo, verso i poveri, è chiamato ad esprimersi non solo in pensieri e sentimenti, ma anche in gesti concreti di soccorso. Lo stesso peccato è sempre in definitiva un tradimento della vocazione d’amore dell’uomo nei suoi rapporti con Dio, con gli uomini, con se stesso e con le cose.

E così la misericordia di Dio quando ci perdona non cancella semplicemente i nostri torti, ma riaccende nel cuore umano la capacità di amare secondo il suo disegno e il suo precetto.

Non per nulla il perdono scaturisce dalla stessa morte in croce di Cristo, l’espressione più alta dell’amore di Dio per noi.

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La famiglia luogo privilegiato delle varie espressioni dell’amore

La famiglia - luogo primario della partecipazione della vita - è anche il luogo primo delle varie espressioni dell’amore, da quello sponsale a quello materno e paterno, a quello fraterno, all’amore filiale. Come la vita, così anche l’amore, che ne è l’anima, trova in Dio la sua sorgente, il suo modello, la sua forza, il suo termine. In maniera significativa Dio volle esprimere il suo amore per noi e tra di noi assumendo come immagine questi nostri modelli di amore.

L’amore materno per esempio, per cui è giunto a dirci: se anche una madre dovesse dimenticarsi di suo figlio, io non ti dimenticherò mai (cf. Is. 49,14-15).

L’amore paterno, per cui Gesù ci ha insegnato ad invocare Dio come Padre, la cui volontà è il primo nostro bene, e al quale domandiamo il perdono, il pane quotidiano, la forza per vincere le difficoltà della vita (cf. Lc. 11,1-4).

L’amore filiale espresso da Gesù, che si rivolge al Padre in piena obbedienza alla sua volontà (cf. Gv. 4,34).

L’amore fraterno che portò Gesù Cristo ad identificarsi con i più poveri, con gli affamati, gli assetati, gli ammalati, perfino i carcerati (cf. Mt. 25, 31-46), e ad intercedere per noi presso il Padre quale nostro fratello.

L’amore sponsale con cui Dio si è rivolto ad Israele nell’Antico Testamento quale sposo del suo popolo (cf. Os. 1,2; 2,4. 7. 16-19. 21 s; 3,1; Gr. 2,2; 7,18) e che ha portato all’identificazione di Gesù con lo sposo (cf. Mt. 9,15; 25,1-13; Gv. 3,29).

Come Dio ha espresso il suo amore per l’uomo attraverso le molte immagini della vita familiare, così la famiglia, a sua volta, è chiamata a testimoniare l’amore di Dio nella varietà dei suoi ruoli.

Possiamo dire che l’amore in famiglia è destinato ad essere “sinfonico” perché è vario e complementare tra gli sposi e tra i genitori e i figli, assume mille timbri diversi e si snoda dentro una vicenda dove le note tornano e insieme cambiano.

I figli crescono e a loro volta diventano genitori; i genitori dapprima danno soprattutto ai loro figli, mentre - diventati anziani - tante volte attendono da loro. Gli stessi fratelli ora aiutano ed ora vengono aiutati per il variare delle condizioni di vita di ciascuno.

Nello stesso tempo l’amore in famiglia più di una volta viene messo a dura prova. Non è sufficiente il vincolo del sangue perché vi sia amore tra le persone, anzi la stretta convivenza senza un’accoglienza interiore può trasformarsi in astiosità reciproca fino all’odio. Il corpo può esprimere e favorire l’amore, ma può anche esserne ostacolo quando segue una propria logica autonoma.

Di qui la necessità di custodire e tenere sempre vivo l’amore in famiglia attingendo al fuoco dell’amore di Dio.

Al riguardo vorrei sottolineare come la Celebrazione Eucaristica si pone al centro della vita di ogni famiglia cristiana. Sull’altare si celebra la testimonianza più alta dell’amore nella carne e nel sangue di Cristo; di esso noi ci nutriamo per essere in grado di vivere quello stesso mistero di donazione nella nostra esistenza.

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L’educazione all’amore

L’amore è come una fiamma, vive se brucia, cioè se continua a donarsi. L’abitudine, la lontananza, la passione esclusiva per il proprio lavoro, la superficialità dei rapporti, le difficoltà della vita lo possono affievolire fino a spegnerlo. Qualche volta possono anche tramutarlo in rancore. Anima della nostra esistenza, l’amore va custodito, alimentato, coltivato, educato.

L’amore è in perenne cammino. Gli sposi sono in esso impegnati nelle successive tappe della loro esistenza: prima giovani e soli, poi con i figli piccoli e dopo grandi, e infine di nuovo soli perché i figli hanno fondato una loro casa.

Come si tiene acceso il fuoco alimentandolo costantemente con la legna, così gli sposi nell’intero arco della loro vicenda devono ogni giorno alimentare il loro amore ed esprimerlo con mille attenzioni reciproche, condividendo gioie, preoccupazioni e progetti, mettendo in conto i loro limiti temperamentali, non accampando mai solo i propri diritti, anzi riconoscendo esplicitamente nella preghiera davanti a Dio i propri torti, tramutando anche i loro disagi in motivo d’amore reciproco, coltivando ogni giorno la loro amicizia con il Signore.

L’armonia tra gli sposi, il loro rispetto ed amore reciproci, suscitano a loro volta l’equilibrio, la gioia, la capacità d’amore dei figli. È amando che noi educhiamo ad amare. Ma può accadere che si amino i figli come se fossero una proprietà, oppure che nulla si chieda loro per non angustiarli, accontentando così tutti i loro desideri, o anche che si chieda loro senza dare. Può succedere che si diano più cose che affetto, più parole che ascolto. In casi molto difficili ma non infrequenti i genitori possono essere tentati di chiudere il cuore esasperato fino a rompere i ponti con i loro figli. Teniamo sempre davanti agli occhi la parabola evangelica del padre che con speranza continua ad attendere il figlio che ha lasciato la casa. Il sacramento del Matrimonio rende i genitori testimoni dell’amore longanime di Dio anche verso i loro figli lontani.

Via via poi che i ragazzi crescono, la loro educazione all’amore coinvolge la parrocchia, il gruppo, la scuola, l’ambiente di lavoro, investe sempre più profondamente la loro personalità e s’intreccia con il loro cammino sacramentale, richiedendo un impegno che riguarda contemporaneamente la loro conoscenza, affettività, sessualità, volontà e libertà, il loro comportamento.

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La testimonianza della famiglia

Mentre la famiglia si educa all’amore e lo vive, nello stesso tempo ne mostra il valore nella società.

Parlando dei compiti della famiglia cristiana, il papa Giovanni Paolo II ha sottolineato che la sua missione è di custodire, rivelare e comunicare l’amore, quale riflesso vivo e reale partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità e dell’amore di Cristo Signore per la Chiesa sua sposa (FC. n. 17).

La famiglia rivela l’autenticità dell’amore nel riconoscimento al proprio interno del primato della persona, nella sua attenzione ai più deboli, nella sua capacità di convivenza tra diversi, piccoli e grandi, maschi e femmine, nella sua abilità nel trasformare anche i gesti più umili di ogni giorno in atti affettivamente rilevanti, nel valutare gli altri partendo dal fatto previo dell’appartenenza alla stessa famiglia e non da un atteggiamento di estraneità.

In maniera significativa la società, tutte le volte che vuol sottolineare un rapporto amichevole dei suoi membri, ricorre ad immagini tratte dalla vita familiare, dicendo per esempio: quell’autorità, quel professore, si comportano come un padre, quel ragazzo agisce come un figlio, quelle persone sembrano fratelli, sorelle.

Si tratta di un impegno tanto difficile: testimoniare i diversi volti dell’amore nelle loro espressioni più tipiche ed educare l’amore dell’uomo nei suoi primi passi. Ma se tanto viene chiesto alla famiglia, molto dev’essere anche dato ad essa dalla società e dalla Chiesa perché possa essere fedele alla sua missione.

Non è semplicemente un ruolo privato il suo, come potrebbero far pensare scelte comportamentali e anche legislative della nostra società. Se in essa stanno le sorgenti della vita e dell’amore, più l’aiuteremo ad essere se stessa e più la società e la Chiesa saranno da lei rivitalizzate.

 

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4. Famiglia, comunica!

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Dalla mia esperienza di questi giorni

Sto facendo la Visita Pastorale e vi scrivo tra un incontro e l’altro con le nostre comunità cristiane, con i giovani, con le famiglie, con i bambini, con gli ammalati, con le persone anziane e con quelle sole. Una larga e complessa esperienza di umanità.

Ciascuno cerca dapprima di mostrarmi le cose belle e riuscite di casa sua, ma poi mi parla anche dei propri guai. Una esigenza profonda ho notato in tutti, nei bambini, nei giovani, negli adulti: poter comunicare. I bambini che mi volevano vicino, i giovani che mi parlavano del loro trovarsi insieme, gli ammalati e le persone anziane che mi accoglievano come una grazia insperata, le famiglie che mi rivelavano la loro gioia o la loro pena nella concordia o nella discordia di casa. Le nostre condizioni di vita sono molto migliorate rispetto al passato. Ho visto tanti appartamenti confortevoli che mi venivano mostrati con un certo orgoglio. Ma, tutte le volte che si approfondiva il discorso, la gioia più profonda che emergeva era quella derivante dall’armonia della famiglia, mentre la pena più grande risultava la discordia con i propri famigliari o la perdita di qualcuno di loro.

Una mamma anziana, sola, ormai cieca, mi diceva: “Aspetto sempre mio figlio che non viene mai a trovarmi”. Un altro anziano trovava ogni giorno la sua gioia nel comunicare con un altro anziano vicino di casa. Ho visto molti bambini riaccendere il sorriso sul volto dei loro nonni, e un novantenne, riconoscente per essere stato accolto nella casa del figlio, e tuttavia ancora triste per aver perduto da poco la propria sposa.

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Gioia e difficoltà del comunicare

Il comunicare con le persone amate è una delle gioie più grandi dell’uomo. Chi non comunica intristisce e muore nel suo spirito. E la casa è il primo luogo della comunicazione umana.

La famiglia nasce perché un ragazzo e una ragazza si sono incontrati, hanno provato simpatia l’uno per l’altro, si sono parlati, si sono accolti, hanno condiviso progetti e speranze. Il dialogo ha investito tutta la loro persona. Un dialogo che si è poi allargato nei figli.

La loro esistenza viene dall’incontro d’amore dei genitori e continua ad alimentarsi a quel rapporto, tanto che l’accordo tra il papà e la mamma dà serenità e sicurezza ai figli. I genitori, a loro volta, traggono gioia e ragioni di vita non solo dai loro rapporti ma anche da quelli con i figli.

Se il comunicare è una ragione fondamentale di vita, nello stesso tempo però esso presenta mille difficoltà, e questo anche là dove il dialogo costituisce il tessuto quotidiano dell’esistenza: in famiglia. Basta pensare ai possibili fraintendimenti nei rapporti tra marito e moglie, agli ostacoli che incontra il dialogo tra genitori e figli e tra gli stessi fratelli.

Alle volte sbagliamo la parola, il gesto, il tempo scelto per comunicare; altre volte, più profondamente, è il nostro animo che non è disposto a comunicare, a capire, ad attendere. Altre volte ancora, addirittura, vogliamo ferire l’altro con le nostre parole, con i nostri gesti, con la nostra comunicazione, perché ci lasciamo invadere dal risentimento o dall’ira.

Così la famiglia diventa luogo privilegiato d’incontri e tante volte però anche di scontri, di comunicazione e di fraintendimenti. Pare questa la condizione originaria della vita, della sua riuscita: il comunicare, e nello stesso tempo è il luogo del suo possibile fallimento.

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Dalla comunione personale di Dio a quello tra gli uomini

Per noi cristiani la comunicazione trova in Dio stesso la sua più alta espressione: il mistero della Santissima Trinità è costituito dalla comunicazione più perfetta e profonda tra il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo.

Ma Dio non tenne solo per sé tale mistero e volle parteciparlo agli uomini. Per questo creò l’uomo e più volte gli parlò con gesti e parole dentro la sua storia, per ammetterlo alla comunione personale con sé (cf. Dei Verbum n. 2), tanto che il Vaticano II propone la “comunione personale” che è in Dio quale esempio per la stessa convivenza tra gli uomini che credono in Lui (cf. Gaudium et Spes n. 24). Una “comunione” che passa attraverso la “comunicazione”, e che nello stesso tempo si esprime e si alimenta in essa.

In tale quadro va vista sia la vicenda della famiglia umana nella storia della salvezza, sia l’espressione d’amore tra gli sposi, sia la comunicazione tra genitori e figli. Più volte la Scrittura presenta l’amore coniugale e quello paterno quale immagine dell’amore di Dio. Come lo sposo ama la sposa, così Dio ama il suo popolo, dice la Scrittura. Come il padre e la madre comunicano con i loro figli, così Dio comunica con Israele.

Le stesse difficoltà di rapporto in famiglia, gli stessi contrasti, come l’infedeltà del coniuge o la disobbedienza dei figli, sono assunte dalla Scrittura quale esempio di difficoltà e di rottura dei rapporti tra Dio e l’uomo, per cui Israele risulta nei riguardi di Dio come una donna infedele o come un figlio dimentico del padre.

Non solo però nei rapporti tra Dio e il popolo d’Israele prendono rilievo le possibilità e le difficoltà di comunicazione, ma anche nella storia delle singole famiglie che sono state protagoniste nella vicenda del popolo eletto: vedi per esempio le famiglie di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosè, la famiglia di Davide, fino a quella dei Maccabei, nelle quali troviamo amore e incomprensioni, comunicazioni e contrasti, fino all’odio nei rapporti tra i membri della stessa casa.

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La testimonianza della famiglia dì Nazaret 

Ma in modo particolare è nella famiglia di Nazaret che troviamo messe in luce le possibilità e le difficoltà di comunicazione sia tra Dio e gli uomini, sia di questi tra di loro.

Sarà la comunicazione di Dio a Maria nel giorno dell’annunciazione, per esempio, a sconvolgere la sua vita, a farle chiedere: “Che senso ha questo saluto? E come avverrà tutto ciò che tu mi dici?” Una comunicazione che pone a Maria non solo il problema personale di “capire” quell’annuncio e di “operare” secondo le sue indicazioni, ma anche quello delle sue comunicazioni con San Giuseppe, il quale si chiede: “Che cosa è successo? come devo comportarmi? che cosa dirò ora?”

Questo problema del comprendere le comunicazioni degli altri e del regolarsi nelle comunicazioni interne alla propria famiglia si porrà anche alla nascita di Gesù, alla sua presentazione al tempio, in occasione del suo smarrimento e ritrovamento a Gerusalemme.

Le comunicazioni all’interno della famiglia di Nazaret venivano sollecitate anche dai fatti o dalle parole che accompagnavano la sua vita, e Maria andava meditando dentro di sé tutti questi eventi e parole per sempre meglio comprenderli. Annota per esempio l’evangelista san Luca che, in seguito ai fatti accaduti con la nascita di Gesù, Maria, da parte sua, osservava tutte queste cose meditandole in cuor suo (Lc. 2, 19).

E quando il Signore viene presentato al tempio, annota sempre san Luca, suo padre e sua madre rimasero meravigliati da quanto era stato detto di Lui (Lc. 2,33). Accadde perfino che Maria e Giuseppe non comprendessero il comportamento e le parole di Gesù quando questi fu ritrovato nel tempio. Scrive san Luca: nel vederlo essi furono stupiti e sua madre gli disse: “Figlio perché hai fatto questo? Ecco tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo” Ma egli rispose loro: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io mi devo occupare di quanto riguarda il Padre mio?”.

Essi però non compresero ciò che aveva detto loro (Lc. 2,48-50).

Si trattava di una difficoltà di comprensione che non nasceva dall’orgoglio del figlio o dalla cocciutaggine dei genitori, ma dalla loro diversità: quella del Figlio di Dio fattosi figlio dell’uomo, e di Maria e di Giuseppe “creature” custodi di un mistero più grande di loro.

Troviamo poi nella vita pubblica di Gesù due altri momenti importanti di comunicazione tra il Signore e sua madre: a Cana di Galilea e sul Calvario.

A Cana di Galilea Gesù con sua madre va alle nozze di amici, e durante la festa Maria si accorge che ormai non c’è più vino. La madre ne parla al Figlio e poi dice ai servi di fare ciò che egli dirà. Una parola in cui la Madonna esprime la sua preoccupazione per quegli sposi e tuttavia sta in attesa delle decisioni del Figlio, non s’impone a lui, anzi propone ai servi l’obbedienza a lui.

E il venerdì santo, quando anche gli amici più intimi sono scappati, la madre segue il Figlio fino ai piedi della croce, in un muto dialogo di sguardi, ed ascolta in silenzio le misteriose parole che le rivolge Gesù dalla croce in un gesto di distacco e di dono: Donna, ecco tuo figlio; figlio, ecco tua madre.

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La comunicazione nelle nostre famiglie

Ho voluto ricordare la storia della salvezza e le vicende della famiglia di Nazaret non solo perché ad esse si alimenta spiritualmente la nostra vita, ma anche per renderci conto delle possibilità e delle difficoltà legate alla comunicazione.

Se in persone così grandi vi furono non solo esperienze tanto intense ma anche momenti difficili, non dobbiamo meravigliarci che anche nelle nostre case risulti insieme difficile e bello comunicare.

La “comunicazione” in famiglia si compie attraverso tante piccole cose: una parola, un gesto, un bacio, un biglietto, un regalo, una carezza, una presenza, un’attesa silenziosa. Ma essa deve sempre essere interpretata perché si compia, per cui ci chiediamo: che cosa voleva dirci per esempio nostro fratello, o nostra madre, con quelle parole, con quel gesto, con quel regalo?

La comunicazione acquista valore non per la sua consistenza materiale, ma per ciò che riesce a trasmetterci. Così un semplice biglietto può rallegrarci molto perché ci svela l’amore della madre, di un fratello, dello sposo, mentre un regalo prezioso potrebbe anche offenderci se significasse estraneità o tentativo di corruzione da parte del donatore.

Da qui l’importanza sia di ciò che si vuol partecipare nella “comunicazione”, sia della capacità e delle condizioni per cogliere ciò che viene comunicato. Si può parlare per svelare, ma anche per nascondere. Si possono comunicare tante cose senza mai manifestare se stessi.

Così, benché insieme ogni giorno, si può rischiare di diventare nella stessa casa estranei gli uni agli altri e perciò soli.

Tante volte un genitore s’interroga a lungo su che cosa passa per la mente e per il cuore del proprio figlio pur avendolo tutti i giorni sotto gli occhi. Questo può accadere anche tra moglie e marito.

Una famiglia può disgregarsi non solo perché i suoi membri si allontanano fisicamente, ma anche perché ad esempio marito e moglie diventano forestieri l’uno all’altro pur vivendo insieme. La persona, il suo mondo interiore, con i suoi sentimenti, le sue aspirazioni, costituisce il contenuto primo della comunicazione che tiene unita la famiglia, l’arricchisce e la fa crescere.

Dio stesso nella sua rivelazione e nei sacramenti è a noi esemplare nel dare e nel comunicare anzitutto sé, pur in gesti e parole semplici e poveri come per esempio nell’Eucaristia.

D’altra parte la comunicazione in cui primeggia lo svelarsi della persona, come dev’essere anzitutto in famiglia, per potersi compiere esige ascolto benevolo e tempo. La persona si manifesta se non incontra ostilità, se si sente accolta e riconosciuta nella propria individualità e capita. In queste condizioni è disposta a rilevare anche i propri torti, le proprie debolezze.

E, poiché ogni famiglia ha una propria storia con meriti e torti, la comunicazione in essa ha bisogno di perdono reciproco per riprendere a circolare, vincendo resistenze e ostilità. Anche in questo il comportamento di Dio nei nostri riguardi ci è di guida: vedi per esempio come il padre andò incontro al figliol prodigo che gli voleva confessare tutta la sua storia, e come Gesù guardò Pietro che l’aveva tradito, quando nella notte del giovedì santo attraversò il cortile del sommo sacerdote.

A volte nelle nostre famiglie la comunicazione si è interrotta perché si era inaridita la misericordia.

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Il mistero di ogni persona

Per quanto però cerchiamo di comunicare, di capirci, qualcosa di noi rimarrà sempre “misterioso” agli occhi degli altri, anche nella famiglia più affiatata. Qualche volta siamo tentati di sentire come un’offesa questa profondità, questo mistero dell’altro, che ci sfugge.

Accadde anche a Maria e a Giuseppe di sperimentare la profondità e la sorpresa del mistero di Gesù. Ma l’accettarono, meditando nel cuore ciò che accadeva loro.

Il mistero di Dio ha un qualche riflesso nel mistero che sta nel cuore di ogni uomo, della sua vita. Riconoscere non significa rinunciare a capire, ma piuttosto accettare i propri limiti e stare in ascolto, perché non possiamo mai pretendere che la novità dell’altro, fratello, sposo o sposa sia esaurita.

È proprio della famiglia sperimentare ogni giorno questa vicinanza e insieme questa possibile distanza interiore dell’uno dall’altro, questa possibilità di una incessante scoperta reciproca, se si riesce a comunicare dicendo se stessi e non semplici parole e gesti di maniera.

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Condizioni del comunicare

Ma per poter comunicare e giungere ad intravedere il “mistero” che sta nascosto nell’altro bisogna saper attendere, ascoltare, condividere, fare silenzio. Occorre saper amare.

Molte volte, per esempio, presi dalla fretta, ci esprimiamo in maniera rozza e superficiale, e nello stesso tempo richiediamo dagli altri un’attenzione e una risposta che non hanno avuto il tempo di maturare. Strappiamo così risposte in parole e in atteggiamenti solo convenzionali, oppure provochiamo reazioni ostili di difesa o silenzi risentiti.

Quando poi l’altro - fratello o figlio, o coniuge, o genitore - si rivolge a noi, dobbiamo avere la pazienza dell’ascolto, evitando il facile rischio di presumere d’aver già tutto capito, fino a non permettergli neppure di terminare il discorso. Tante volte è alla fine del suo discorso che chi si rivolge a noi ci dice la cosa più importante.

Ma per saper ascoltare va dato tempo all’altro, vanno dimenticati per un momento i propri problemi per dare spazio ai suoi, occorre mettersi in qualche modo nei suoi panni. Non si può comprendere nei suoi desideri, nelle sue sofferenze, nelle sue condizioni di vita chi sentiamo completamente estraneo.

La Sacra Scrittura ha pagine illuminanti su questa condizione del comunicare e del comprendere. All’ultima cena, dopo tre anni trascorsi insieme, Gesù dice ai suoi: non avete ancora capito il mio insegnamento, la mia vita, le mie parole. E subito aggiunge: quando però verrà a voi il mio Spirito, allora comprenderete tutto ciò che ho fatto e che vi ho detto.

Non si può comprendere se non si coglie l’ottica dell’altro, l’ispirazione dei suoi atti, la condizione della sua vita. Se però mille voci ci raggiungono e noi passiamo incessantemente dall’una all’altra, senza scegliere, senza sostare in nessuna di esse, come in una girandola di colori, allora ci limitiamo a tante successive impressioni, senza mai riuscire a comunicare veramente. Così si trova una persona in mezzo a tanta gente che parla; così può accadere in famiglia quando la televisione e le persone parlano contemporaneamente.

Per comunicare paradossalmente bisogna saper creare spazi di silenzio intorno alle parole e ai gesti, perché acquistino nitidezza e profondità, perché ci possano svelare tutta la loro ricchezza. È significativo il fatto che, quando comunichiamo con particolare intensità in occasione di una grande gioia o di un grande dolore, i gesti e le parole sono avvolti di lunghi silenzi. Per poter trasmettere e comprendere è necessario infine soprattutto amare.

Chi ama sa attendere, mette a suo agio l’altro perché accetta di condividerne la condizione, è capace di silenzio per dar spazio al suo interlocutore, infonde fiducia a chi gli rivolge la parola, riesce a leggere anche i segni più impercettibili della persona amata. Guardate per esempio una mamma che dialoga con il proprio bambino ancora piccolo: non corre tra loro una sola parola, eppure già si intendono. Un dialogo fatto di piccoli segni, che poi continuerà anche avanti negli anni, e che tornerà particolarmente vivo tra le persone che si amano nei momenti intensi della malattia o della paura o della gioia.

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Il dialogo con Dio e quello con gli uomini 

Anche il dialogo di Dio con gli uomini è fatto di tanti piccoli segni che noi riusciamo a leggere solo se sappiamo attendere, se abbiamo la costanza di ascoltare, se condividiamo il dono del suo Spirito, se facciamo silenzio nella nostra vita, se - vincendo il nostro egoismo - siamo disposti ad amare.

C’è come una misteriosa reciprocità tra il dialogo con Dio e quello con gli uomini, e vi sono anche comuni condizioni di ascolto. In modo significativo il Signore Gesù ci indicò nell’amore verso gli uomini la via per l’amore verso Dio (cf. Mt. 25, 3l-46), e nell’amore di Dio la ragione più profonda per l’amore verso gli uomini (cf. Gv. 13,34).

Capire la Parola di Dio rivolta all’uomo ci introduce perciò alla comprensione non solo di Lui, ma anche dell’uomo stesso, delle sue aspirazioni, delle sue debolezze e delle sue possibilità, e quindi delle sue espressioni; mentre il dialogo con gli uomini, le loro parole, le loro comunicazioni, ci possono aprire la strada all’ascolto di Dio, alla comprensione della sua Parola.

In famiglia queste due comunicazioni, quella di Dio e quella delle varie componenti di casa, sono destinate ad intrecciarsi ogni giorno.

 

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5. Famiglia, dono e impegno

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Torno a bussare alle porte delle vostre case per incontrarvi, come si torna alle sorgenti, perché in famiglia la vita sempre ricomincia ed esprime i suoi aspetti fondamentali, svelando la sua ricchezza e le sue povertà, il suo dono e le sue attese.

Mi confidava un giorno un ufficiale dei carabinieri che quando rientrava in casa sua moglie gli diceva: levati la divisa, qui sei solo marito e padre. Solo marito e padre: poteva sembrare una confessione di povertà; nella realtà quellespressione voleva richiamare tutte le ricchezze e le preoccupazioni della vita quotidiana e dei rapporti umani che la divisa riduceva solo ad alcune espressioni pure importanti, ma inadeguate ad esprimere tutta lumanità della persona. Noi rimaniamo più grandi dei nostri ruoli sociali.

La famiglia ci accoglie in tutta la ricchezza della nostra persona; essa costituisce, potremmo dire, lo spazio nel quale generalmente si dà la maggior condivisione della vita, almeno nei primi tempi dellesistenza, e per questo ne rimaniamo profondamente segnati nei ricordi, negli affetti, nel modo di guardare le cose, e anche nelle amarezze, nelle paure, nelle aspirazioni.

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Tutti le apparteniamo

Nel linguaggio corrente solo agli sposati si chiede: che famiglia hai? Quasi che chi non si sposa non abbia una famiglia. Nella realtà tutti apparteniamo ad una famiglia e ce la portiamo di dentro anche quando rimaniamo soli.

Non solo le apparteniamo, ma essa continuamente ci accompagna anche quando i famigliari sono lontani oppure già sono morti. La famiglia donde veniamo ci segue nei ricordi, nellimpronta che ci resta nellanimo degli affetti scambiati, nella riconoscenza per il bene avuto o nella ribellione per i torti subiti, nelle abitudini di casa. Spesso con grande premura teniamo desti questi vincoli mediante oggetti, scritti, fotografie, abitando o tornando a visitare i luoghi che evocano la nostra famiglia, fino alleccesso da parte di alcuni di lasciare intatte stanze e collocazioni di oggetti per continuare a sentire tangibilmente presenti le persone che li hanno lasciati.

Per questo nella mia lettera mi rivolgo anche alle persone sole, perché anchesse portano dentro di sé la presenza della loro famiglia, dei genitori, dei fratelli, del marito o della moglie che non sono più tra noi visibilmente, ma che continuano a vivere presso Dio e ad alimentare qui in terra la loro vita affettiva, ad abitare la loro famiglia, a suscitare emozioni nel bene e nel male.

Spesso mi accade di fermarmi con persone avanti negli anni, fisicamente sole, ma interiormente dialoganti con genitori e fratelli che non sono più accanto a loro. Mi ha riferito un sacerdote molto vicino a Giovanni XXIII che il Papa teneva presso il suo letto uno scritto con i nomi delle persone della sua famiglia già morte per meglio ricordarle.

Ciò succede anche a chi ha fondato una propria nuova famiglia, ma non cessa per questo di sentire e coltivare i legami con il proprio ceppo dorigine. Oppure in qualche caso ho visto persone orfane dei loro genitori o da essi abbandonate che portavano anche sul volto la tristezza di quella privazione.

Tutto questo ci ricorda che la storia del rapporto con la propria famiglia plasma luomo prima del lavoro, dello studio, e condiziona il nostro modo di guardare la vita. Ricordarla è condizione per capire una persona; curare bene quei rapporti significa garantirne i fondamenti.

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Dono e impegno

Quando affermiamo questa importanza della famiglia, la sua priorità nel nostro divenire, non significa che essa di fatto rappresenti per tutti, per così dire, la culla calda della propria vita. Gli studi di psicologia e di sociologia hanno messo in risalto che nelle famiglie possono maturare anche contrasti e gesti atroci. Basta, del resto, che leggiamo la cronaca di ogni giorno per rendercene conto.

La vita umana fin dai suoi primi passi è a rischio. E ciò non solo per la salute fisica, ma anche per lequilibrio affettivo, per il coraggio nellaffrontare le difficoltà, nel rapportarsi agli altri. Una condizione che permane negli anni, pur assumendo qualità e volti diversi. Forse la dimenticanza di questa nostra situazione di rischio ci porta a stupirci che possano accadere dissidi per ragioni economiche, comportamenti aggressivi, rotture di affetti, non ricordando che la vita certamente è dono, ma insieme impegno e difficoltà.

A qualcuno può apparire un peso aggiuntivo il proprio rapporto con la famiglia, non perché lo soffoca a causa di genitori ansiosi e possessivi, ma perché limpegna, e desidera disfarsene, come quando un giovane, a somiglianza del figliol prodigo, desidera godersi la vita senza pensare ad altro, tutto preoccupato di se stesso. Nella realtà limpegno dà sapore al dono, ne mostra la fertilità e aiuta a scoprirne il senso.

È così vero che non solo il giovane alla fine scopre il vuoto della sua vita quando questa non limpegna, ma anche la persona anziana sente il bisogno di sentirsi utile, di poter continuare a donare, e si offende quando le viene proposto semplicemente di riposare. Ora la famiglia - nella varietà dei suoi membri, marito e moglie, genitori e figli, giovani e anziani, sani ed ammalati - continuamente si trova coinvolta i questo costante rapporto tra dono e impegno. Noi ci troviamo nellesistenza senza essercela meritata e a nostra volta possiamo essere dono per gli altri quando sappiamo stare accanto, ascoltare, servire, comprendere, ammirare, aiutare. Ho sentito un giorno una persona anziana che ha chiesto un bacio prima di morire. Un gesto che la togliesse dalla sua solitudine, che le facesse percepire che valeva per qualcuno.

Di qui il continuo coniugarsi nella vita tra dono e impegno, tra domanda e risposta, tra richiesta e rischio. Possiamo dire che lalternarsi tra bisogno e dono nellimpegno della reciprocità dei gesti, degli sguardi, degli aiuti può sprigionare in famiglia gioia e tante energie, rivelando e sviluppando la vocazione originaria di ogni persona: quella di amare e di essere amata.

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Non è unisola 

La famiglia, come una cellula, ha una vita e una storia proprie.

Nello stesso tempo però essa, sempre come una cellula, comunica costantemente con la società e la cultura che la circondano: cè un continuo scambio tra il suo modo di fare e di pensare e quello di chi è fuori casa, degli altri.

Di qui nasce la necessità di una continua vigilanza critica in questa costante comunicazione, come del resto accade a livello biologico anche alla cellula. Se manca questo filtro critico la famiglia rimane invasa; se allopposto si chiude in se stessa muore. Per questo si può dire che la famiglia rispecchia la società in cui vive e nello stesso tempo la influenza sia nei suoi comportamenti, sia negli organismi che la comunità civile si è data per governarsi.

Attraverso lelezione degli amministratori dei Comuni, del Parlamento, degli organismi di rappresentanza già riconosciuti nella scuola, nel mondo del lavoro e dello sport, mediante le libere associazioni, la famiglia può far sentire la sua voce perché lordinamento sociale ne riconosca i valori e le esigenze. Una condizione necessaria perché la società non si costituisca estranea oppure addirittura ostile alla comunità familiare.

Non solo però la famiglia può chiedere, ma anche può dare. Essa costituisce come un micro-laboratorio della società nel quale sincontrano i vari aspetti e protagonisti della vita in un rapporto in rapida evoluzione. Basta pensare ad alcune sue tappe evolutive come quella dei giovani sposi soli, poi con i figli piccoli, i figli cresciuti, e infine il ritorno ad essere soli e non più giovani, ma con una storia comune che li ha plasmati. Guardando fuori, la famiglia comprende meglio se stessa.

A sua volta, guardando alle proprie esigenze e difficoltà meglio capisce la società. Essa è una vera e propria scuola sperimentale di umanità e del vivere con gli altri. Per esempio, lesigenza e le condizioni della pace, del dialogo, della vita insieme, dellattenzione ai più deboli, della pazienza e dellamore verso gli ammalati si toccano con mano ogni giorno in famiglia.

In casa, data la vicinanza quotidiana e confidenziale, i rapporti difficilmente possono mascherarsi (cosa che invece può accadere nella società) svelandoci i loro meccanismi più profondi. Laffetto poi, che solitamente lega i suoi membri, rende intensa la comunicazione, mentre la priorità dei rapporti umani rispetto a quelli che solitamente avvengono nella società imprime nel ragazzo unorma che condiziona tutte le sue esperienze successive, come hanno messo bene in risalto anche vari studi in proposito.

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La sua spiritualità

A questo punto viene da chiedersi: data la complessità dei rapporti familiari, con tanti fattori imprevisti come la malattia, la perdita di persone care, la mancanza di comprensione reciproca, si può parlare di una spiritualità familiare?

Comprendiamo facilmente che il monaco, il prete, la suora possano avere la propria spiritualità, ma la famiglia - così coinvolta nelle urgenze della vita di ogni giorno, condizionata nel suo operare dalle impreviste volontà degli altri (il marito che non è praticante, il figlio o la figlia che dicono di non credere) - può vivere una propria spiritualità? E ancor più profondamente: se tanti sono gli oneri di ogni famiglia, è possibile affrontarne limpegno, oppure si tratta solo di utopia?

Nella realtà questo argomento non è stato molto approfondito nella storia, tanto che troviamo pochissime persone sposate dichiarate sante nella Chiesa. È di un anno fa la canonizzazione di una coppia di sposi, i coniugi Beltrame Quattrocchi. Ma è stato un caso unico. Un motivo in più per riflettere e proporre questo cammino.

La spiritualità di una persona consiste nel lasciarsi guidare dallo Spirito nelle condizioni in cui ci si trova a vivere. Possiamo dire perciò che la famiglia non è unisola non solo perché comunica costantemente con la società che la circonda, ma anche perché è chiamata a comunicare con lo Spirito che lanima e con la Chiesa che accompagna i suoi passi.

La santità non è unopera nostra: uno viene dichiarato santo non in base alle eventuali comunità fondate, alle chiese costruite, ai libri religiosi scritti, alle istituzioni caritative organizzate, ma per la sua fedeltà a Dio vissuta nelle varie condizioni della propria esistenza, e quindi in base allaccoglienza dellamore del Signore. Sì, perché la santità non parte da noi, ma dallo Spirito Santo dal quale ci lasciamo guidare: questo è il significato di spirituale nel linguaggio cristiano.

Abbiamo nella storia della santità degli esempi di persone che non hanno fatto nulla di straordinario nella loro vita - come san Riccardo Pampuri, o il servo di Dio canonico Pizzocaro - e che tuttavia sono state o saranno riconosciute dalla Chiesa esemplari per la straordinarietà con cui sono state fedeli a Dio nella loro vita quotidiana.

La famiglia esprime questa fedeltà nellaccoglienza reciproca, paziente e gioiosa in casa, nella cura dei più deboli al proprio interno, nelle prove della malattia e della morte che feriscono profondamente lequilibrio di una casa, nella costanza della preghiera quotidiana, nella gioia e nella fatica delleducazione, nella pazienza dellascolto, nella sua disponibilità allaiuto di chi ha bisogno anche fuori della sua cerchia, della sua capacità di perdono, in una parola nella sua vita di fede autentica.

Proprio perché la vita di famiglia può assumere mille volti diversi nel suo divenire, anche la sua spiritualità presenta un quadro estremamente vario, che può evolversi nel tempo. Qui sta anche la ricchezza espressiva e concreta della fede cristiana. Costituendo la culla di ogni esistenza nuova e della sua prima crescita, nascendo da un patto damore che impegna tutta la vita, la famiglia si trova a vivere la vocazione originaria delluomo, quella di amare e di essere amato, dentro le condizioni più varie dellesistenza.

Qui sta il suo arduo compito, simile a quello di un musicista che deve suonare una grande musica su vari strumenti che offrono insieme possibilità e resistenze e con orchestrali che cambiano per sensibilità e condizioni, per cui lintonazione e laccordo di una famiglia deve costantemente ricostruirsi. Pensate un momento al caso di un marito ammalato, di un figlio handicappato, di temperamenti molto diversi che si trovano a convivere, alla eventualità di povertà e di malattie che possono colpirla.

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Chiesa domestica

Quando Dio ha voluto dire nel nostro linguaggio il suo amore per luomo, tra le altre immagini ha usato quella del matrimonio e della famiglia. Con lavvento di Gesù Cristo il matrimonio è stato reso segno efficace del suo stesso amore (sacramento), per cui il patto nuziale è diventato simbolo dellalleanza di Dio con gli uomini. Un evento che il sacramento realizza e insieme annuncia.

La famiglia fondata sul sacramento del matrimonio va perciò considerata comunità di Chiesa in senso forte, più di ogni altra forma associativa e per questo il Concilio ecumenico Vaticano II lha voluta chiamare “Chiesa domestica (cf. Lumen Gentium n. 11; Apostolicam Actuositatem n. 11), riprendendo una tradizione antica.

È tornato su questo tema Giovanni Paolo II nella sua esortazione apostolica Familiaris Consortio, sviluppandone le implicanze. Come la Chiesa, anche quella domestica, egli afferma, è convocata dalla Parola di Dio e dai Sacramenti e per questa via, come la grande Chiesa, anchessa diventa maestra e madre (cf. n. 38), nello stesso tempo evangelica ed evangelizzante (cf. n. 53); è chiamata ad essere nel mondo testimone di Cristo, missionaria dellamore e della vita (cf. n. 54); è invitata alla santità, ispirandosi ai motivi della creazione, dellalleanza, della Croce e della Risurrezione (cf. n. 56); trova nellEucaristia il fondamento e lanima della sua comunione e della sua missione (cf. n. 57).

Esposta costantemente al rischio e alle ferite del peccato, essa è chiamata a fare lesperienza gioiosa e rinnovatrice della riconciliazione, cioè della comunione ricostruita, dallunità ritrovata (n. 21) per cui attraverso il sacramento della Penitenza Dio ricostruisce e perfeziona lalleanza coniugale e la comunione familiare (n. 58).

Come la grande Chiesa, così anche quella domestica è chiamata a diventare ogni giorno ciò che è (cf. n.17), approfondendo e sviluppando la propria vita di comunione interpersonale (cf. nn.21. 39. 43), partecipando ed esercitando il compito profetico (cf. nn. 51. 54), sacerdotale (cf. nn. 55. 62) e regale (cf. nn. 63. 64) di Gesù Cristo.

Dirà qualcuno: si tratta di compiti che ogni cristiano deve realizzare. La famiglia, però, sottolinea il Papa, lo fa avendo un obiettivo particolare da perseguire, quello dellamore e della vita, e un metodo suo proprio, quello comunitario (cf. n. 20). E i mezzi dei quali si serve per raggiungere il suo obiettivo sono quelle stesse realtà quotidiane che riguardano e contraddistinguono la sua condizione di vita (cf. n. 50).

Il compito della famiglia nella Chiesa è costituito perciò anzitutto non dalle attività che può svolgere fuori casa, ma da quelle che svolge al suo interno.

Essa non deve quindi limitarsi ad essere evangelizzata, ma deve farsi evangelizzante, e compie questo non perché semplicemente la mamma o il figlio fanno catechismo in parrocchia, ma anzitutto perché con la fede vissuta dai suoi membri nei rapporti reciproci, allinterno delle condizioni quotidiane e negli eventi gioiosi e tristi che possono accadere loro, mostrano che cosa significa seguire Gesù Cristo.

Non è dunque la famiglia solo oggetto di evangelizzazione, ma anche soggetto con un obiettivo e una modalità suoi propri.

Si tratta di una presa di coscienza che deve crescere nelle nostre comunità cristiane: è partendo da essa che va progettata la pastorale delle famiglie, anzi delle nostre comunità cristiane, poiché la famiglia costituisce il passaggio obbligato e fondamentale di ogni uomo.

Come una musica suonata da più strumenti risulta più ricca ed efficace che con uno solo, così è anche della famiglia che evangelizza con la vita di tutti i suoi membri. Nello stesso tempo però in famiglia, come in un complesso musicale, ci possono essere stonature, non accordo, silenzi. E questo è il rischio di ogni casa sempre in cerca di unarmonia tra tutti i suoi membri nella varietà delle loro note. La famiglia si trova in tal modo a scorrere come una sinfonia tra mille prove, cercando di sintonizzarsi costantemente con le istanze della fede, certa che Dio non labbandona anche quando la strada si fa ardua, specialmente nel suo dono più proprio: lamore e la vita.

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Lesemplarità della famiglia di Nazaret

Alle volte ci lamentiamo dicendo: se avessi più mezzi io farei, se fossi in certi posti di responsabilità, se la fortuna mi avesse favorito io direi, io sarei... È vero, la famiglia incontra tante difficoltà sul suo cammino: basta che ci guardiamo attorno per rendercene conto. Non è facile vivere insieme perché ci si trova tante volte mistero luna per laltro anche quando ci si sposa. Poi sopravviene la cura degli ammalati, leducazione dei figli, lassistenza agli anziani, le preoccupazioni del lavoro, la diversità dei temperamenti e dei caratteri, la solitudine quando si rimane soli.

Mi diceva un giorno una signora sposata: mi trovo in casa a seguire due realtà tanto diverse. Da una parte due giovani figli e dallaltra due genitori anziani.

Gran parte della vita va accolta, non costruita; meglio, va gestita in modo da darle pieno senso, come fa il pittore che dipinge le sue opere con i colori che trova. Sta qui la sfida, il miracolo della famiglia: trasformare una condizione di disagio in unoccasione damore.

Troviamo un saggio autorevole di questa testimonianza nella stessa famiglia di Nazaret. Tre persone profondamente diverse, nella quali lordine dimportanza dal punto di vista sostanziale è linverso: il figlio, la madre, il marito. Umanamente, diremmo, quei tre si trovano in una situazione paradossale. Ma, nonostante questo, stanno insieme, si amano. In ciascuno di loro sta un mistero che sfugge alla piena comprensione dellaltro e tuttavia si accettano reciprocamente.

San Giuseppe non aveva compreso ciò che era avvenuto in Maria tanto che, scrive levangelista Matteo, aveva deciso di licenziarla in segreto (cf. Mt. 1,19); Maria, turbata dallannuncio dellAngelo, aveva chiesto: ma come avverrà tutto questo? (cf. Lc. 1,28-29); il vecchio Simeone rivolge alla Vergine, che con Giuseppe presenta Gesù al tempio, unallarmante profezia: Egli (il bambino Gesù) è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione … E anche a te una spada trafiggerà lanima (Lc. 2,34-35).

Giuseppe e Maria, quando ritrovano dopo unangosciosa ricerca Gesù fra i dottori del tempio, lo interrogano, ma non comprendono la sua risposta. Ha scritto san Luca: Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo Ed egli rispose: Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?. Ma essi non compresero le sue parole (Lc. 3,48-50). A ciò si aggiungono le preoccupazioni per il bambino minacciato da Erode e lumile e silenziosa vita di Nazaret. Quale sproporzione tra la missione per la salvezza di ogni uomo e il silenzio, anzi le difficoltà che circondano quella famiglia! Maria rimarrà poi sola perché Giuseppe è morto e Gesù ha intrapreso la sua vita pubblica per lannuncio del Vangelo.

Rientrerà alla fine in scena, come accade spesso alle madri, nel momento tragico della morte del suo divin Figlio. Sta ai piedi della croce e tutto dice che la missione del Figlio è fallita, ma lei ancora crede. E dopo la risurrezione di Gesù andrà con lapostolo Giovanni, al quale laveva affidata Gesù dallalto della croce.

Maria rimarrà quale silenziosa e orante testimone del mistero del suo divin Figlio fino alla propria assunzione al cielo.

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Due storie che sincontrano

La storia della famiglia di Nazaret è così lontana dalla nostra storia? Per esempio nella convivenza tra persone diverse che non sempre riescono a comprendersi, nelle difficoltà ambientali che si possono incontrare cambiando paese, mutando il tipo di lavoro o soffrendo lostilità di qualcuno, sperimentando la sordità nel dialogo con i figli, o nella dolorosa esperienza della morte dei propri cari.

Possiamo dire che la storia della famiglia di Nazaret è vicina alla storia delle nostre case nei suoi momenti essenziali di fatica, di gioia e di dolore, ma insieme ce ne mostra lo spirito e il frutto. Lo spirito, nel modo di vivere le successive fasi della sua vicenda; il frutto, nel mostrarci la gioia e la pace che già nel tempo Dio dona ai suoi figli e la conclusione nella risurrezione, di cui quella di Gesù e di Maria rappresentano la primizia. Ma come tenere unite queste due storie nelle nostre famiglie, quali aiuti pratici ci possono essere

Permettete che mi rifaccia ad una esperienza personale fatta nella mia famiglia dorigine. Tutte le sere, finita la cena, si diceva il rosario. Chi dirigeva la preghiera era mio padre che alle volte sollecitava noi bambini a questa preghiera con piccoli premi. Tutti attorno alla tavola dove avevamo cenato, in ginocchio noi piccoli sulle sedie impagliate che per questo ci segnavano le ginocchia. Allora non comprendevo. Guardavo sfilare i grani del rosario tra le dita di mio padre, osservavo i miei fratelli per vedere come tenevano le mani, correvamo poi fuori a giocare appena era finita la preghiera. Pensando ora a quel momento di vita familiare lo trovo molto significativo anche nel fatto che avveniva in casa, insieme. (Non aspettiamoci che i gesti educativi debbano sempre portare frutto il giorno dopo per ritenerli efficaci).

La preghiera del rosario è come un riandare con la Madonna, con i suoi occhi e il suo cuore, alle varie tappe della vita di Gesù ripensando a Lui e insieme alla nostra vita, perché impariamo a camminare insieme a Gesù e a sua madre nelle strade della nostra vita con lo stesso loro cuore.

 

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In copertina disegno di Francesco Colpani

I testi qui pubblicati sono stati editi a Pavia dal 1987 al 2003 come supplemento alla rivista “Vita Diocesana”. 

Si ringraziano mons. Giovanni Giudici Vescovo di Pavia e i nipoti di mons. Giovanni Volta per l’autorizzazione accordata.

Della stessa collana

Numero 1. La maternità difficile.

L. Benevelli, N. Chizzola, P. Gibelli, C. Mortari, G. Odini, A. Ollago.

Numero 2. Salute e stili di vita. Quale consapevolezza e quale responsabilità?  

E. Bacchi, C. Baraldi, M. C. Bassi, G. De Donno, G. Giannella, P. Gibelli, A. Savignano.

Stampato in proprio nel giugno 2013 presso la sede delCentro di Consulenza Familiare - Consultorio Prematrimoniale e Matrimoniale Ucipem - Viale Pietro Albertoni 4/C - 46100 Mantova - tel: 0376 323797

 

[1] FC. = Familiaris Consortio, esortazione apostolica di Giovanni Paolo II sui compiti della famiglia cristiana (22 novembre 1981).