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Giovanni Volta2009 Preghiera in famiglie e della famiglia

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LA PREGHIERA IN FAMIGLIA E DELLA FAMIGLIA

(Suzzara 12-XII- 2010 ore 16,30)

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INDICE

1. Importanza dell’ottica con cui si guarda

2. Alla radice: chi è l’uomo?

2.1. Nessuno può vivere solo

2.2. La creazione dell’uomo e della donna secondo la Bibbia

2.3. La nostra appartenenza

3. Modelli di preghiera nell’Antico Testamento

4. Gesù prega e insegna ai suoi a pregare

4.1. La preghiera di Gesù

4.2. L’insegnamento di Gesù

5. La preghiera della prima comunità cristiana

6. La preghiera in famiglia e della famiglia

6.1. La sua fondazione teologica

6.2. La temporalità

6.3. L’ispirazione e la mediazione nella preghiera

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Vi offro solo una traccia meditativa perché ciascuno in casa la possa poi riprendere e approfondire, la confronti con la propria vita e la metta in pratica: infatti, come non è sufficiente seminare per avere i frutti, poiché occorre poi coltivare la vita suscitata dalla seminagione, così non è sufficiente “sentire” se poi non “interiorizziamo” le indicazioni accolte, ripensandole e vivendole giorno per giorno e chiedendo per questo il dono dello Spirito Santo. Per dono suo, ha scritto san Luca, la Parola, il Verbo si è fatto carne e nello stesso modo ancora nel tempo il Vangelo si fa carne nella nostra vita, nei nostri comportamenti.

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1. Importanza dell’ottica con cui si guarda

Per seminare con frutto – o per ben costruire - è necessario liberare il terreno dai vari impedimenti come sassi e rovi - o come rovine antiche o costruzioni fatte male - che possono ostacolare la crescita di una vita nuova oppure la solidità delle fondamenta di un nuovo edificio. Anche per la preghiera, anche per il soggetto della preghiera (nel nostro caso, la famiglia) è importante sgombrare anzitutto il terreno dagli eventuali fraintendimenti che possono essersi sedimentati nella nostra vita, nel nostro modo di valutare i nostri comportamenti. Modi e concezioni che possono agire in noi a livello inconscio. Vedi per esempio un certo modo di guardare alla preghiera come una moneta, una tassa da pagare a Dio, oppure come un obbligo sociale perché apparteniamo a una religione, o come consuetudine perché così fanno gli altri o così è tradizione della nostra famiglia, o ancora come semplice richiesta di aiuto nei momenti difficili della vita.

Ma nei riguardi della famiglia la preghiera non è come lo zucchero con cui rendiamo gradevoli alla vista le nostre torte, bensì come lo zucchero - per rimanere nell’immagine - che addolcisce dal di dentro la torta.

In tutti questi modi di considerare la preghiera la preoccupazione dominante non è Dio, ma il nostro tornaconto, la nostra figura, le nostre paure.

Guardate al grande modello che ci ha presentato Gesù Cristo nella preghiera del Padre nostro: il primo sguardo è al Padre e poi all’uomo; l’invocazione prima nasce dallo stupore di fronte a Dio che ci è Padre e perciò imploriamo il suo regno; solo dopo viene l’invocazione per l’uomo, per le sue debolezze materiali e spirituali, per le sue paure guardando al futuro.

E nell’ambito del matrimonio, della famiglia, quante volte la pratica religiosa è vista come un aspetto della vita, come una comunione di “interessi” periferici della persona o comunque dipendenti solo dall’arbitrio, dai desideri delle sue componenti, senza nessun riferimento a Uno che sta sopra di noi, dal quale veniamo, al quale andiamo e che costantemente ci accompagna perché a Lui, al suo amore noi apparteniamo.

In questo modo di vivere e di pensare, Dio viene relegato fuori casa, solo sulla porta, come un forestiero da invocare quando ci manca qualcosa oppure ci sentiamo in pericolo.

Ma per noi cristiani il matrimonio è “segno” dell’unione di Cristo con gli uomini e perciò del suo amore, del suo stile di vita. Cristo si presenta a noi quale modello ed esempio di obbedienza al Padre e di amore all’uomo sia lo spirito, sta nella carne, come documentano i miracoli di Gesù.

Il modo di vivere e di intendere il matrimonio e la famiglia che costantemente ci viene presentato dai giornali, dalla televisione, dai moderni mezzi di comunicazione sociale, specchio e mezzo di divulgazione della società di oggi, in genere non ha presente quest’ottica. La visione cristiana è condivisa da una netta minoranza, che pare vada restringendosi ulteriormente. Dobbiamo per questo non solo riprendere e approfondire le ragioni dei nostri comportamenti, ma anche aiutarci reciprocamente per vivere coerenti ai nostri convincimenti di fede, ben sapendo che non è facile vivere da cristiani, come già scriveva l’autore dello scritto a Diogneto, in un mondo che propone idee e stili di vita tante volte opposti.

Quando si canta è importante farlo con persone intonate; quando si lavora o si corre è di aiuto l’esempio e l’entusiasmo di chi ci sta accanto. Anche per il vivere cristiano la “comunione”, il camminare insieme è di grande aiuto per rimanere fedeli e provare gioia. Lo ricordava già l’Apostolo Giovanni nel prologo della sua prima lettera: vi comunico chi ho visto, chi ho ascoltato, chi ho toccato, il Verbo della vita, perché siate in comunione con il Padre e il Figlio suo e in comunione con noi e la vostra gioia sia piena. Il grande apostolo Paolo ricorda alle comunità cristiane, che egli aveva fondato, che la loro fede, la loro fedeltà al Signore era motivo per lui di grande gioia.

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2. Alla radice: chi è l’uomo?

Proprio perchè viviamo in un mondo che non condivide la nostra fede è importante per noi e per il nostro confronto con gli altri affrontare anzitutto la domanda radicale - chi è l’uomo? quali sono le condizioni elementari della sua vita? - per renderci conto se la preghiera sia istanza solo di alcune persone oppure di ogni uomo, di ogni donna.

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2.1. Nessuno può vivere solo

Nessun vivente può vivere senza comunicare. Naturalmente la comunicazione è proporzionata al soggetto che comunica. Anche il mondo vegetale vive comunicando. La stessa singola cellula vive comunicando (vedi il processo osmotico).

E anche l’uomo, che porta in sé il “vegetativo” e l’ “animale”, vive per questo comunicando. Ha bisogno di cibo, di sole, di aria, di guardare, di sentire, ha bisogno degli altri. Ma l’uomo in maniera sua propria ha bisogno di relazioni personali. E ciò accade nel bimbo come nel giovane, nell’anziano. Alcune persone in coma hanno avuto il loro primo risveglio nell’udire la voce di una persona amica. Una relazione che non è data neppure primariamente dalla parola, ma dal contatto. Vedi l’ammalato grave che si sente confortato dalla presenza, dal contatto della mano di uno di casa sua. E anche la voce stessa consola prima ancora che per il contenuto, perché svela la presenza di una persona amata.

C’è dunque una intima relazione tra “essere” e “comunicare”. Una relazione che cresce e si approfondisce via via che si esercita, per cui ci sentiamo sempre più debitori verso gli altri e nello stesso tempo più cresciuti nella nostra personalità (naturalmente quando gli altri non ci hanno dominato con la loro relazione fino a limitarci o addirittura a soffocarci nelle istanze della nostra personalità).

Anche la cellula muore sia quando è “invasa” dalla realtà che la circonda, sia quando “esce totalmente da sé”, poiché vive in un movimento simile a quello del cuore: diastole e sistole.

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2.2. La creazione dell’uomo e della donna secondo la Bibbia

Quando la Bibbia nella Genesi ci parla della creazione dell’uomo afferma che Adamo pure in mezzo a una natura lussureggiante e a tanti animali si sentiva solo, e per questo Dio creò la donna, simile a lui.

“E il Signore disse: “Non è bene che l’uomo sia solo, voglio fargli un aiuto che gli corrisponda” Allora il Signore plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo … Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame … Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola che aveva tolto all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta” (Gen.2,15-23).

Solo dunque con la comunicazione con un’altra persona simile, perchè umana, l’uomo può uscire dalla propria solitudine. La comunicazione interpersonale è dunque, secondo la Scrittura, costitutiva dell’essere umano come il cibo per la sua vita fisica, come il respiro e l’aria (che impressione di morte quando vien meno il respiro!)

Dopo la creazione la Genesi parla dell’unione dei due: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne” (Gen. 2,24).

Si tratta, come si ricava da queste parole, di un rapporto di particolare intensità, permanente, che riguarda la persona dei due soggetti.

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2.3. La nostra appartenenza

Prima però della relazione con le altre persone umane l’uomo e la donna si trovano in una relazione costitutiva del loro stesso essere, e non solo del loro divenire, con Dio.

Una relazione costitutiva, fatta d’amore e di libertà, e che perciò richiede nell’uomo una risposta simile scaturente dal suo stesso essere.

L’uomo primariamente appartiene a Dio e secondariamente a sé stesso, anche se la presa di coscienza del suo appartenere a Dio viene dopo quella delle altre appartenenze.

Di qui il permanente richiamo della Bibbia all’uomo - ascolta, obbedisci, riconosci, ringrazia - e la preghiera come costante sguardo rivolto a Dio ora come ascolto, ora come lode, ora come invocazione, ora come ringraziamento, ora come domanda di perdono. Dio risulta il primo e costante interlocutore dell’uomo.

L’uomo appartiene a una famiglia nelle sue gioie, nelle sue attese, nelle sue sofferenze, nella varietà delle sue vicende. In essa l’uomo affonda le proprie radici e continua ad alimentarsi, e perciò la sua preghiera risente di tutte le sue voci e vibrazioni di casa sua.

L’uomo appartiene ad un popolo e all’umanità intera; il cristiano appartiene alla Chiesa, corpo di Cristo, per la salvezza del mondo. Va perciò riferito anche alla preghiera in famiglia e della famiglia ciò che afferma il Vaticano II del discepolo di Cristo: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (Gaudium et Spes, 1).

Come un sismografo il credente è chiamato a registrare nel proprio cuore tutto ciò che si muove nella Chiesa e nel mondo e a farne suo alimento e atto di preghiera.

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3. Modelli di preghiera nell’Antico Testamento

Ma chi è Dio al quale si rivolge l’uomo? Chi è l’uomo che osa rivolgersi a Dio?

Abbiamo visto questo rapporto nelle sue linee essenziali; vediamolo

ora nel concreto di un tratto tanto significativo della storia della salvezza.

Le preghiere che troviamo nell’Antico Testamento ci sono presentate nel contesto di una storia che progressivamente rivela chi è Dio e chi è l’uomo, chi è Dio per noi e chi siamo noi per Lui.

Vi mostro qui per questo alcuni esempi, come un piccolo assaggio, tratti dai Salmi, il libro per eccellenza delle preghiere per l’ebreo credente, in modo da invogliarvi a leggerli per intero nella Bibbia, insieme a tanti altri esempi di preghiera.

Vedrete in queste preghiere, pur sempre rivolte allo stesso Dio, una varietà di toni, perché riflettono le diverse condizioni dell’uomo che le esprime: ora gioioso, ora angosciato, peccatore, riconoscente, stupito, oppresso da nemici, ammalato, felice per gli amici, vittorioso, sconfitto.

Esse hanno il pregio non solo di esprimere i sentimenti dell’uomo, ma soprattutto di essere “ispirate” da Dio stesso.

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Lo sguardo a Dio:

“Alzo gli occhi verso i monti

Da dove mi verrà l’aiuto?

Il mio aiuto viene dal Signore:

egli ha fatto cielo e terra” (Sal. 121 -120-,1-2)

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“A te alzo i miei occhi,

a te che siedi nei cieli.

Ecco, come gli occhi dei servi

alla mano dei loro padroni,

come gli occhi di una schiava

alla mano della sua padrona,

così i nostri occhi al Signore nostro Dio,

finché abbia pietà di noi.”(Sal. 123 -122,1-2)

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“Gloriatevi del suo santo nome:

gioisca il cuore di chi cerca il Signore.

Cercate il Signore e la sua potenza,

ricercate sempre il suo volto.” (Sal.105 -104-,3-4)

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“Se il Signore non costruisce la casa

invano si affaticano i costruttori.

Se il Signore non vigila sulla città,

invano veglia la sentinella.” (Sal. 127 -126-,1)

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La lode a Dio nello stupore:

“O Signore, Signore nostro,

quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!

Voglio innalzare sopra i cieli la tua magnificenza”. (Sal.8,2).

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“I cieli narrano la gloria di Dio,

l’opera delle sue mani annunzia il firmamento.

Il giorno al giorno ne affida il racconto,

e la notte alla notte ne trasmette notizia.

Senza linguaggio, senza parola,

senza che si oda la sua voce,

per tutta la terra si diffonde il loro annuncio

e ai confini del mondo il loro messaggio” (Sal.19 -18-,1-5)

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“Lodate servi del Signore,

lodate il nome del Signore.

Sia benedetto il nome del Signore,

da ora e per sempre.

Dal sorgere del sole al suo tramonto

Sia lodato il nome del Signore.” (Sal. 113 -112-,1-3)

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“Non a noi, Signore, non a noi,

ma al tuo nome dà gloria,

per il tuo amore, per la tua fedeltà” (Sal.115 -114-,1)

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“Renderò grazie al Signore con tutto il cuore,

tra gli uomini retti riuniti in assemblea.

Grandi sono le opere del Signore:

le ricerchino coloro che le amano.

Il suo agire è splendido e maestoso,

la sua giustizia rimane per sempre.” (Sal.111 -110-,1-3)

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“Saldo è il mio cuore, o Dio,

saldo è il mio cuore.

Voglio cantare, voglio inneggiare:

svegliati mio cuore,

svegliatevi arpa e cetra,

voglio svegliare l’aurora.

Ti loderò fra i popoli, Signore,

a te canterò inni fra le nazioni” (Sal.108 -107-,1-4)

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“Rendete grazie al Signore, perché è buono,

perché il suo amore è per sempre” (Sal.106 -105-,1)

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“Benedici il Signore, anima mia,

quanto è in me benedica il suo santo nome” (Sal.103 -102-,1)

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“Benedici il Signore, anima mia!

Sei tanto grande, Signore mio Dio!

Sei rivestito di maestà e di splendore.” (Sal. 104 -103),1)

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Dio fortezza e rifugio dell’uomo:

“Nel Signore mi sono rifugiato. Come potete dirmi:

fuggi come un passero verso il monte?” (Sal.11 -10-,1)

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“Ascolta, Signore, la mia giusta causa,

sii attento al mio grido.

Porgi l’orecchio alla mia preghiera:

sulle mie labbra non c’è inganno” (Sal.17 -16-,1)

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“Liberami, Signore, dall’uomo malvagio,

proteggimi dall’uomo violento …

So che il Signore difende la causa dei poveri,

il diritto dei bisognosi.” (Sal.140 -139),2.13)

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“Ti amo, Signore, mia forza,

Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore,,

mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio;

mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo” (Sal.18 -17-,1-3)

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La domanda del perdono:

“Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;

nella tua grande misericordia

cancella la mia iniquità …

Contro te, contro te solo ho peccato,

quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto …

Crea in me, o Dio, un cuore puro,

rinnova in me uno spirito saldo …” (Sal. 51 -50-, 2.6.12)

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“Dal profondo a te grido, o Signore;

Signore, ascolta la mia voce.

Siano i tuoi orecchi attenti

Alla voce della mia supplica.

Se consideri le colpe, Signore,

Signore, chi ti può resistere?

Ma con te è il perdono:così avremo il tuo timore---

L’anima mia è rivolta al Signore

Più che le sentinelle all’aurora.” (Sal.130 -129-, 1-3.6)

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Nel giorno della sofferenza:

“Nell’angoscia mi hai dato sollievo;

pietà di me, ascolta la mia preghiera.”( Sal.4,2)

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“Porgi l’orecchio, Signore, alle mie parole:

intendi il mio lamento” (Sal.5,2).

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“Pietà di me, Signore, sono sfinito;

guariscimi, Signore: tremano le mie ossa.

Trema tutta l’anima mia”( Sal.6,3-4)

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“Perché, Signore, ti tieni lontano,

nei momenti di pericolo ti nascondi?” (Sal.10 -9-,1)

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“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Lontano dalla mia salvezza le parole del mio grido! ...

In te confidarono i nostri padri,

confidarono e tu li liberasti” (Sal.22 -21-,2.5)

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Preghiera a Dio guardando all’uomo fedele:

“Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,

la luna e le stelle che tu hai fissato,

che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,

il figlio dell’uomo perché te ne curi?

Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,

di gloria e di onore lo hai coronato.” (Sal.8,4-6)

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“Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,

non resta nella via dei peccatori

e non siede in compagnia degli arroganti,

ma nella legge del Signore trova la sua gioia,

la sua legge medita giorno e notte.

E’ come albero piantato lungo corsi d’acqua,

che dà frutto a suo tempo” (Sal. 1,1-2)

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“Beato l’uomo che teme il Signore

e nei suoi precetti trova grande gioia.” (112 -111-,1)

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Preghiera dell’uomo offeso e perseguitato:

“Salvami, Signore! Non c’è più un uomo giusto;

sono scomparsi i fedeli tra i figli dell’uomo.” (Sal.12 -11-,2)

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“Signore, mio Dio, in te ho trovato rifugio:

salvami da chi mi perseguita e liberami.” (Sal.7,2)-

………………….

“Dio della mia lode, non tacere,

perché contro di me si sono aperte

la bocca malvagia e la bocca ingannatrice,

e mi parlano con lingua bugiarda.

Parole di odio mi circondano,

Mi aggrediscono senza motivo. …

Io sono povero e misero,

dentro di me il mio cuore è ferito …

Aiutami, Signore mio Dio,

salvami nel tuo amore” (Sal.109 -108-,1-3.22.26).

………….

Preghiera nella prova:

“Signore, quanti sono i miei avversari!

Molti contro di me insorgono …

Ma tu sei mio scudo, Signore,

sei la mia gloria e tieni alta la mia testa” (Sal.3,2.4)

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“Signore, ascolta la mia preghiera,

a te giunga il mio grido di aiuto.

Non nascondermi il tuo volto

nel giorno in cui sono nell’angoscia.

Tendi verso di me l’orecchio,

quando t’invoco, presto, rispondimi …

Resto a vegliare:

sono come un passero

solitario sopra il tetto” (Sal.102 -101-,1.7)

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4. Gesù prega e insegna ai suoi a pregare:

Da questo popolo come un virgulto è venuto a noi il Salvatore, Figlio del Padre e figlio di Maria, della stirpe di Davide.

E Gesù non cancella, ma porta a compimento quella lunga storia e quindi anche le preghiere del suo popolo.

Un compimento che si realizza nella sua vita e nelle sue parole. Anche la sua vita fu attraversata dalla gioia e dalla sofferenza, dall’accoglimento e dal rifiuto, provò perfino l’angoscia e la paura.

Il Figlio di Dio si è fatto veramente uomo rimanendo Figlio di Dio. Un evento che ci dà le vertigini.

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4.1. La preghiera di Gesù

………….

Gesù pregava:

Un esempio: al termine di una giornata molto intensa, dopo aver moltiplicato il pane per sfamare cinquantamila uomini, senza contare le donne e i bambini, Gesù “costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.” (Mt.14,22-23) Fino a quando? Fino all’alba: “Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare” (ivi 24).

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Gesù pregava nella solitudine:

“Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare” (Lc.9,14). Era la vigilia di un giorno importante, quello della professione di fede dei suoi in lui.

Molti lo cercavano, ma egli si ritirò in luoghi deserti a pregare: “Di lui si parlava sempre di più, e folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro malattie. Ma egli si ritirava in luoghi deserti a pregare” (Lc.5,15-16).

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Gesù prega in occasione di eventi particolari:

  • Quando viene battezzato dal Battista: “Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera …” (Lc.3,21). Alla preghiera segue il dono dello Spirito e la voce del Padre.
  • Prima della scelta dei dodici apostoli: “In quei giorni egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli” (Lc.6,12).
  • Al momento della trasfigurazione: “Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante” (Lc.9,29).
  • Prima che Gesù insegni il Pater noster: “Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”(Lc-11,1).

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Gesù prega durante la sua passione

I quattro Vangeli dedicano tutti un ampio spazio alla passione e morte di Gesù: è il momento più intenso della sua vita terrena e anche la sua preghiera in quei momenti assume accenti di particolare intensità.

………….

- La preghiera di Gesù all’ultima cena

Nel racconto di san Giovanni molto tempo è dedicato al dialogo di Gesù con i suoi nell’ultima cena; la sua conclusione sarà la più lunga preghiera del Salvatore di cui abbiamo notizia.

Gesù si rivolge al Padre e gli chiede che i suoi discepoli e chi crederà alla loro predicazione siano una cosa sola, come lui è una cosa sola con il Padre:

“Così parlò Gesù. Poi alzati gli occhi al cielo, disse: - Padre è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te … Questa è la vita eterna: che conoscano te, unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo…

Io prego per loro, non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi…

Ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia.…

Consacrali nella verità. La tua parola è verità…

Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una cosa sola; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv.17,1-3.9-10.13.17.20-21)

………….

Il dramma della passione e la morte imminente non strappano Gesù dalla sua comunione con il Padre.

- La preghiera di Gesù nell’orto del Getzemani (Mc.14,36)

Alla preghiera di Gesù nel cenacolo segue quella nell’orto degli ulivi. La preghiera nell’angoscia. Scrive san Luca:

“Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: - Padre, se puoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà-.

Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra” (Lc.22,41-44).

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L’apostolo Matteo così racconta lo stesso fatto:

“E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: -La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me-. Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: -Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!- Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: - Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole.- Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: - Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà.- Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. (Mt.26,37-44).

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Il racconto di san Marco:

“Giunsero a un podere chiamato Getzemani ed egli disse ai suoi discepoli: - Sedetevi qui mentre io prego.- Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: -La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate-. Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: -Abbà, Padre! Tutto è possibile a te; allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu-. Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: - Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole. Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti e non sapevano che cosa rispondergli” (Mr.14,32-40).

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- La preghiera di Gesù in croce

- La preghiera di Gesù in croce nel racconto di Marco:

“Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò a gran voce: -Eloi, Eloi, lemà sabactàni?-, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?-. Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: -Ecco, chiama Elia! -. Uno corse ad inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: -Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere-. Ma Gesù, dando un forte grido, spirò” (Mr.15,13-17).

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- La preghiera di Gesù in croce nel racconto di Matteo

L’evangelista Matteo racconta come Marco (Mt.27.45-50).

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- La preghiera di Gesù in croce nel racconto di Luca

“Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: -Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno.- (Lc.23,33-34)

“Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempo si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: -Padre nelle tue mani consegno il mio spirito-. Detto questo spirò” (Lc.23,44-46).

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- La preghiera di Gesù in croce nel racconto di Giovanni

Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: -E’ compiuto!-. E, chinato il capo, consegnò lo spirito” (Gv.19,30)-

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4.2. L’insegnamento di Gesù

Il Battista aveva insegnato ai suoi a pregare e per questo i discepoli di Gesù gli chiedono: e tu non ci insegni a pregare?

Gesù risponderà proponendo loro il “Padre nostro”.

Colpisce che Gesù abbia proposto ai suoi discepoli una preghiera tanto breve. Eppure essa, nella sua brevità, esprime il canovaccio di ogni preghiera.

La preghiera proposta da Gesù si svolge in due parti.

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Prima parte: lo sguardo è rivolto a Dio che è Padre (non forestiero, non motore immobile, non anonimo, impersonale, non semplice giudice, ma Padre, che perciò si prende cura di noi con amore, mentre noi ci rivolgiamo a lui come figli), che ci riguarda perché “nostro”, la sua non è una paternità generica.

Nostro, ma nello stesso tempo così più alto di noi, perché sta nei cieli. Come figlio gioisco di Lui e imploro perché ogni uomo lo riconosca, l’accolga, perché la sua vita divenga la nostra vita.

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Seconda parte: lo sguardo dell’orante, dopo aver gioito del Padre e contemplato e invocato la sua vita, il suo regno, si posa sull’uomo, sulle sue povertà, le sue ferite, le sue paure.

L’uomo ha fame, ha bisogno delle cose e le chiede al Padre.

L’uomo è ferito nel suo stesso cuore, ha peccato, e per questo chiede il perdono, brama riconciliarsi con Dio, ma da solo non è in grado se il Padre non si piega su di lui per rinnovargli la vita.

Ma, se chiediamo al Padre il suo amore rinnovatore, non possiamo non impegnarci a viverlo poi anche noi nei riguardi del nostro prossimo. Sarebbe come chiedere una vita che noi poi neghiamo.

Rimane però nel nostro animo ancora un timore e una aspettativa che riguarda il nostro futuro: come una nave che affronta il mare aperto noi ci interroghiamo: ci travolgeranno le onde? Resisteremo alle mille insidie che ci riserva il futuro? Padre, stai accanto e noi, non abbandonarci e liberaci dal male.

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Voi dunque pregate così:

Padre nostro che sei nei cieli,

sia santificato il tuo nome,

venga il tuo regno,

sia fatta la tua volontà,

come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano,

e rimetti a noi i nostri debiti

come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,

e non abbandonarci alla tentazione,

ma liberaci dal male” (Mt.6,9-13).

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Pensate a come in famiglia questa preghiera può coinvolgere tutti, dal più piccolo al più grande, unire la lode alla domanda, il presente al futuro, spingere i suoi componenti a impegnarsi con Dio e con gli uomini, diventando visione integrale della vita in una prospettiva tanto grande e comprensiva e confortante: Dio Padre.

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5. La preghiera della prima comunità cristiana

Nella prima comunità cristiana torna l’argomento della preghiera come legame con Dio e all’interno della Chiesa, corpo di Cristo, preghiera di lode e di invocazione.

Per non dilungarmi troppo (lasciando perciò a voi l’impegno e la gioia della ricerca), mi soffermerò solo sul rapporto che intercorre tra Spirito Santo e preghiera nel cristiano, così come ce ne parla san Paolo in due testi: nella lettera ai Romani e in quella ai Galati.

Nella lettera ai Romani al capitolo ottavo l’apostolo parla della vita del cristiano secondo lo Spirito, e si chiede: ma come pregare? Sappiamo che cosa possiamo chiedere a Dio? Con quali parole? Conosciamo noi il nostro futuro per poter pregare Dio con pertinenza?

La condizione dell’uomo che Paolo ha presente è quella della tensione delle cose e dell’uomo verso un futuro intravisto solo nella speranza. A queste domande Paolo risponde che lo Spirito viene incontro alla nostra debolezza e così sostiene la nostra speranza e la nostra preghiera:

“Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati … Anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza: non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio” (Rom.8,22-24.26-27).

E’ lo Spirito Santo, dice Paolo, che è in grado di sintonizzare l’uomo con Dio in modo che possa ascoltare e dire nel suo rapporto con Lui. La Spirito Santo, aveva già detto Paolo, è garante della nostra speranza perché ci è stato donato non quale semplice descrizione, ma come radice vitale della nostra speranza: “La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rom.5,5).

Il pregare cristiano, di conseguenza, prima di essere merito è dono e può giungere a non trovare parole per esprimersi, non però per povertà, ma per ricchezza traboccante.

Anche nei nostri rapporti umani può succedere questo. Vedi per esempio quando incontriamo un parente, un amico che non vedevamo da molto tempo e le parole ci muoiono in bocca perché sono inadeguate; vedi il dialogo muto che tante volte intercorre tra una madre e il proprio bambino.

Sempre in forza del dono dello Spirito noi - resi simili a Gesù Cristo e perciò figli - possiamo rivolgerci a Dio chiamandolo Padre (dimensione trinitaria della preghiera cristiana). Scrive Paolo ai Galati: “Ma quando venne la pienezza del tempo Dio mandò il suo Figlio … perché ricevessimo l’adozione a figli. E che siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: -Abbà! Padre! “ (Gal.4,4-6).

 

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6. La preghiera in famiglia e della famiglia

Abbiamo visto i mille volti della preghiera che riflette nello stesso tempo il mistero di Dio e la condizione dell’uomo: come una pianta affonda le radici nella grazia di Dio la quale s’impasta con i nostri sentimenti, lievita i nostri pensieri, i nostri affetti, la nostra volontà, è segnata costantemente dalla nostra storia.

Questo naturalmente avviene anche per la preghiera della famiglia e in famiglia, perché - pur essendo essa rivolta a Dio - porta l’impronta, le condizioni, i legami, le gioie e le sofferenze, i sentimenti, le preoccupazioni di chi la compie.

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6.1. La sua fondazione teologica

Il matrimonio cristiano è sacramento, vale a dire segno efficace e specifico dell’amore di Cristo, della sua vita; segno efficace permanente. Scrive san Paolo nella lettera agli Efesini che lo sposo e la sposa devono amarsi come Cristo amò la Chiesa, e come la Chiesa è chiamata ad amare Cristo. Dunque essi sono segno l’uno all’altro di Cristo e della sua Chiesa nel loro particolare amore matrimoniale. L’uno responsabile verso l’altro non solo del benessere fisico, psichico, spirituale nel tempo, ma anche della fede e della vita eterna. Un rapporto che, dopo quello con Dio, è primario rispetto a tutti gli altri rapporti.

La vita nuova, che ci è stata donata mediante il Battesimo, si specifica in questa particolare dimensione, e con essa anche la preghiera.

Ma noi veniamo da un lungo cammino come “battezzati” e il passaggio a come “sposati” esige uno sviluppo non solo psicologico, ma anche spirituale, e richiede tempo, come accade in tutti gli sviluppi vitali.

Al riguardo ci troviamo di fronte ad un primo impegno e a una implicita difficoltà: da un passo a uno ad un passo a due, con il rischio di una dissociazione: spiritualmente da soli, insieme fisicamente e psichicamente, o addirittura insieme solo fisicamente.

Non si tratta semplicemente di condividere alcuni gesti, alcune preghiere, ma di vivere uno spirito e un atteggiamento comuni, e ciò esige un cammino di crescita insieme, nel reciproco dono. Questa condivisione, nella differenza dello spirito e della carne dei due, trova sollecitazione e impulso dagli avvenimenti gioiosi e tristi delle vita della famiglia (come del resto anche l’amore di Cristo fu sollecitato da eventi diversi e in essi variamente si è manifestato: vedi per esempio nell’incontro con persone che l’hanno accolto e con persone che l’hanno rifiutato, oppure di fronte ai peccatori, ai ciechi, ai lebbrosi, nell’acclamazione e nella condanna, di fronte alla sofferenza e alla morte ).

Qualcuno dirà: ma marito e moglie sono spesso molto diversi anche spiritualmente! Il traguardo è: diventare non uguali, ma complementari. E’ una ricchezza la diversità, se non si tramuta in ostilità, in invidia, in semplice competizione. Dio non si ripete mai, pur seguendo un disegno unitario, per cui potenzia ogni identità via via che ogni persona è sempre più fedele alla sua parola.

E la preghiera, se per un verso è l’atto più personale, più coinvolgente la specificità di ciascuno, insondabile per il soggetto stesso (vedi san Paolo lettera ai Romani cap.8), per un altro verso esprime il bisogno segreto che sta nell’animo di ogni uomo (ha scritto Agostino che il cuore dell’uomo è inquieto finché non riposa in Dio).

Il sacramento del matrimonio qualifica i due sposi e i coniugi con i figli come “comunità cristiana”, vale a dire come “chiesa” e perciò con un riferimento particolare alla Parola di Dio e alla celebrazione eucaristica che fanno la Chiesa e l’alimentano costantemente.

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6.2. La temporalità

Non c’è, però, solo uno sviluppo d’incontro nella diversità quando due sposi pregano, quando pregano con i loro figli, ma anche una evoluzione temporale con modulazioni diverse.

La temporalità segna costantemente non solo le cose, i vegetali, gli animali, ma anche l’uomo. E nel regno umano la famiglia è il luogo dove la temporalità assume particolare rilievo. La temporalità delle singole giornate, la temporalità della vita.

Nella scuola, nell’ambiente di lavoro, si raccolgono i tempi “efficienti” della vita umana. In famiglia sono presenti tutti i tempi: l’anziano che non va più al lavoro, il bambino che non va ancora a scuola, il sano e l’ammalato. Le condizioni dei tempi di ciascuno cambiano, si alternano tra un membro e l’altro. Come su di un terreno scosceso scorre l’acqua della preghiera in famiglia, dal balbettio del bimbo, alle parole misurate dell’anziano, al lamento dell’ammalato, alla gioia del giovane.

Come su tanti strumenti diversi e perciò con timbri, espressioni, stati d’animo vari rimbalza la sonorità della preghiera, formando in casa come un concerto.

La famiglia è il soggetto sociale ed ecclesiale più segnato dalla temporalità. Tante altre strutture sociali escludono diverse note della temporalità perché per varie ragioni hanno una propria specificità di scopi e di funzioni. Per esempio in alcune non entrano i bambini o non entrano gli anziani, in altre ci si riunisce secondo il criterio della competenza, del tipo di lavoro, o per età e salute.

L’appartenenza invece alla famiglia è totalizzante e non ha scadenze, pur evolvendo nelle sue modalità espressive. Quando una persona invecchia, o addirittura rimane sola, o si sposa, rimane appartenente alla sua famiglia d’origine. Mi ha colpito, assistendo persone nelle ultime ore della loro vita, sentirle invocare la loro mamma che già era morta da anni, tanto è forte quella appartenenza.

La preghiera vive inoltre in casa la contemporaneità in maniera più frequente ed intensa che in tutte le altre forme associative: il dolore e la gioia, la preoccupazione e la speranza, l’attesa e il compimento trovano voce nelle incerte parole del bambino e in quelle pensose dell’anziano. Una vera e costante “polifonia”.

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6.3. L’ispirazione e la mediazione nella preghiera

La preghiera si esprime con parole e gesti e tuttavia può anche dirsi nel silenzio.

Ha bisogno di tempo e tuttavia non può essere misurata dal tempo: l’intensità è la sua misura.

La preghiera si serve di libri, è aiutata dall’ambiente, ha bisogno di alimenti, ma non è proporzionata ai libri letti, non è legata a un ambiente, anche se questo la può favorire. Perfino i sacramenti possono rimanere “cosa” pur essendo segni efficaci della grazia, dell’amore di Dio per l’uomo.

Abbiamo bisogno di gesti, di parole, di immagini, di buone abitudini, di luoghi per essere aiutati a pregare, per esprimerci anche con Dio.

Questa fu anche la via da Lui scelta per venirci incontro, per parlarci. Queste vie espressive non devono però essere troppo enfatizzate per non deviare per altre strade il nostro cuore, come la dominanza dell’estetico, la nostalgia del passato, la preziosità degli oggetti. Come la preghiera non è autentica semplicemente perché pronunciata o svolta bene se il cuore è assente; così non è vera se non

va oltre l’immagine, la parola, la musica, il luogo.       

Di qui il problema delicato dell’educazione, della coltivazione della preghiera, della sua pratica. Di qui anche il rapporto in essa tra ispirazione e mediazione, tra abitudine e autenticità, tra ambienti e luoghi e mezzi e l’indipendenza, la libertà del nostro incontro con Dio. Di qui il rapporto tra gli stati d’animo dell’uomo (gioia, dolore, speranza e preoccupazione) e la preghiera: l’abbiamo visto nei Salmi e nella vita stessa di Gesù Cristo.

Paradossalmente, mille strade possono portare alla preghiera, essa può assumere tanti volti, e tuttavia alla fine ci troviamo a non saperla definire adeguatamente, non perché “vana”, quasi fosse una pittoresca e inconsistente bolla di sapone, ma perché sta alla radice della vita, la anima tutta, ma non resta prigioniera di nessun gesto, di nessuna parola che l’esprime.

Essa è forte e indefinibile (san Paolo giunge a dire in Rom. 8,26, come abbiamo visto: “non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente” e aggiunge “lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili”), é esposta a mille fraintendimenti, può crescere, può spegnersi, mai però le sue radici possono venire estinte. Essa è una qualità fondamentale dell’amore. Con esso vive e con esso muore.

Il nostro rapporto con Dio è misura e ideale di ogni altro rapporto interpersonale, di ogni amore. Poiché infatti la preghiera vive ed esprime la radice più profonda della nostra persona e si rivolge a Colui che è vita della nostra vita, per questo si presenta come modello e ispirazione per tutti gli altri nostri rapporti umani. Per questo la preghiera – ben lungi dell’essere estranea, forestiera alla vita umana - ne esprime l’esigenza più profonda.

Comprendete per questo come la preghiera sia scuola ed alimento della vita di ogni famiglia, fondamento e garanzia della autenticità del reciproco amore.