DENARO E POVERTÀ IN FAMIGLIA

traccia di riflessione

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(per il gruppo-famiglie di Mantova, febbraio - marzo 1986)

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SOMMARIO

1. Alcune domande

2. Recente presa di coscienza della Chiesa

3. Dalla Chiesa a Gesù Cristo

4. Gesù è venuto per i poveri

5. La povertà, l’umiltà, necessarie per avere accesso al regno di Dio

6. La Provvidenza e l’uso delle ricchezze

7. Due amori governano la vita

8. Povertà, libertà e grazia

9. Ricchezza e povertà in famiglia

10. Alcune sentenze del libro dei Proverbi

- Il bene primo non sta nelle ricchezze, ma nella sapienza.

- L’armonia, la rettitudine, l’amore valgono più delle ricchezze

- Il primato della sapienze non esenta però l’uomo dalla laboriosità.

- Il pigro e la formica.

- Come viene considerato il povero dagli uomini

- L’amore verso i poveri.

- Invocazione a Dio

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1. Alcune domande

Come usare il denaro in famiglia? Ha senso parlare di “povertà” in famiglia? Essa è un fatto di scelta solo individuale o anche comunitaria? Alle volte pare che la “povertà” faccia difficili molte cose come la pazienza, la cura dei figli, il tempo libero, il tempo per la preghiera, la dedizione agli altri, la cura della salute, la libertà€delle scelte nella propria vita; altre volte pare che la ricchezza, l’impegno per procurarsela, domini la nostra esistenza, occupi tutti i nostri pensieri, renda conflittuali i nostri rapporti con gli altri ci impedisca di vedere gli autentici valori della vita, ci porti a presumere più di quello che possiamo, ci dia una falsi impressione di autosufficienza.

È bene dunque “avere” o “non avere”? Che senso ha la povertà, secondo il Vangelo? Che senso hanno le cose, il possesso, l’uso delle cose?

Di solito si parla di ricchezza facendo riferimento soltanto alle cose.€Ma vi sono tante altre forme di ricchezza. Per esempio quella della salute, dell’intelligenza, della cultura, della posizione sociale, delle amicizie, degli affetti. E quindi tante altre forme di povertà, quali la malattia, l’ignoranza, l’emarginazione sociale, le solitudine, l’abbandono degli altri.

Possiamo inoltre notare come le stesse cose o doti o condizioni possono venire usate a vantaggio o contro l’uomo: per opprimere o per liberare. Vedi per esempio l’uso che viene fatto del denaro, del potere, della cultura, della propria intelligenza, della propria salute.

Vogliamo valutare la ricchezza e la povertà in famiglia alla luce non semplicemente dei consigli degli uomini, ma alla luce della fede, e perciò della Parola di Dio.

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2. Recente presa di coscienza della Chiesa

Vogliamo fare la nostra riflessione “ascoltando la Parola di Dio” nella Chiesa, luogo adeguato del suo ascolto.

Per questo ci rifaremo ad un testo significativo del recente Concilio Vaticano II in cui ci viene presentato il volto della Chiesa (e perciò anche della “Chiesa domestica” e dei singoli cristiani), quale riflesso del volto di Cristo, della sua vita tra noi:

“Come Cristo ha compiuto la sua opera di redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata e prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza.

Gesù Cristo “sussistendo nella natura di Dio … spogliò se stesso, prendendo la natura di un servo” (Fil.2,6-7) e per noi “da ricco che egli era si fece povero” (2 Cor.8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì per far conoscere, anche con il suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Cristo è stato inviato dal Padre a “dare la buona novella ai poveri, a guarire quelli che hanno il cuore contrito” (Lc.4,18), “a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc. 10,10): così pure la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore povero e sofferente, si premura di sollevarne l’indigenza, e in loro intende di servire a Cristo. Ma mentre Cristo “santo, innocente, immacolato” (Ebr.7,26) non conobbe il peccato (cf. 2 Cor.5,21), ma venne allo scopo di espiare i soli peccati del popolo (cf. Ebr. 2,17), la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento” (Lumen Gentium n.8).

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3. Dalla Chiesa a Gesù Cristo

Sul volto de1la Chiesa, ha scritto il Vaticano II, risplende la luce di Cristo (cf. Lumen Gentium n.1). Essa perciò ci rimanda a Lui, quale suo fondamento, forza ed esemplare.

Come Cristo usò le cose le ricchezze? Quale scelta Egli ha fatto per la sua vita?

Ricordo soltanto alcune tappe significative: la nascita di Gesù a Betlemme (cf. Lc.2,1-20), la sua vita e Nazaret (cf. Mt.13,55-56), l’immagine di Messia che egli propone contro quella che gli suggerisce il diavolo (cf. Mt.4,1-11; Lc.4,1-13), il suo stare anche con i peccatori, con gli emarginati (cf. Lc.5,27-32; le varie guarigioni che Egli opera), l’annunzio della sua futura passione (cf. Lc.9,18-22; 9,44), la sua passione e morte.

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Riprenderà il tema delle scelte di Cristo in ordine al sevizio e alla povertà S. Paolo nell’inno cristologico della sua lettera ai Filippesi (cf. Fil. 2, 5-11), dove il comportamento di Cristo viene proposto all’imitazione dei credenti: Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù... (Fil. 2,5 e segg.).

Pur avendo fatte queste scelte, Gesù partecipa alle feste degli uomini (cf. Gv.2, nozze di Cana; Lc. 5,17-32: mangia con i pubblicani), tiene un cassiere nel gruppo degli apostoli, accoglie a Betania l’omaggio di un profumo prezioso (cf. Gv 12,3; Mt.26,6-7).

Espressamente Gesù ha dichiarato di essere venuto non per essere servito, ma per servire e dà degli esempi in merito (cf. Gv.13: la lavanda dei piedi).

Inoltre Gesù dice ai suoi di seguirlo sulla via della croce, dell’abnegazione (cf. Mt.16,24-27; Mr.8,34-37; Lc.9,23-25) di non comportarsi come gli scribi, i quali “amano passeggiare in lunghe vesti e hanno piacere di esser salutati nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei conviti; divorano le case delle vedove e in apparenza fanno lunghe preghiere” (Lc.20,46-47), di non comportarsi come i re della terra. (cf. Lc. 22,24-27).

Gesù Cristo - parlando del giudizio universale e dichiarando che il codice di giudizio sarà quello dell’amore verso di Lui negli uomini - si è identificato con i poveri, con gli ultimi: gli ammalati, i carcerati, gli affamati, gli ignudi (cf. Mt.25).

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4. Gesù è venuto per i poveri

Ritornato al suo paese, Nazaret, Gesù presenta per così dire la sua carta di identità applicando a sé le parole di Isaia:

“Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore. (Lc.4,18-19) E nelle beatitudini i primi ad essere citati sono i “poveri” (cf. Mt.5,3; Lc.6,2O). Luca, dopo aver proclamata la beatitudine per i poveri, eleva i suoi “guai” per i ricchi, per i sazi (cf. Lc.24-25).

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A proposito del termine “povero” così (al versetto Mt. 5,3) commenta la Bibbia di Gerusalemme: “Il Cristo riprende la parola “povero” con la sfumatura morale già percettibile in Sofonia (cf. Sof.2,3), esplicitata qui, con l’espressione “in spirito”, assente in Lc.6,20. Indifesi e oppressi, gli “umili”, o i “poveri” sono disponibili per il regno dei cieli: tale è il tema delle beatitudini (cf. Lc.4,18; 7,22; Mt. 11,5; Lc. 14,13; Gc.2,5).

La povertà sta alla pari con l’ “infanzia spirituale”, necessaria per entrare nel regno (Mt.18,1 s.; Mc.9,33 s., cf. Lc.9,46; Mt. 19,13 sp; 11,25 sp: il mistero rivelato ai “piccoli” (nèpioi; cf. anche Lc. 12,32; 1 Cor. 1,26 s). Ai poveri, ptòchoi, corrispondono ancora gli umili, tapeinoi (Lc. 1,48.52; 14,11; 18,14; Mt. 23,12; 18,4) gli “ultimi” opposti ai “primi” (Mc.9,35), i “piccoli” opposti ai “grandi” (Lc.9,48; cf. Mt. 19,30 p.; 20,26 p.; Lc.17,10). Sebbene la formula di Mt.5,3 sottolinei lo spirito di povertà, presso il ricco come presso il povero, ciò che il Cristo considera generalmente è una povertà effettiva, in particolare per i suoi discepoli (Mt. 6,19 s.; cf. Lc. 12,33 s.; Mt 6,25 s.; Mt. 21,5; Gv. 13,12 s.; cf 2 Cor.8,9; Fil.2,7s.), e si identifica con i piccoli e gli infelici.” (Mt. 25,45; cf.18,5 s.).

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5. La povertà, l’umiltà, necessarie per avere accesso al regno di Dio

La rivelazione di Dio all’uomo è “dono”, dono d’amore e di misericordia. Essa chiede perciò che l’uomo riconosca se stesso di fronte e Dio per quello che è. (Un giorno, perché l’uomo presunse di diventare come Dio, cf. Gn.1-2, per questo diventò schiavo delle cose e di se stesso.)

Ciò spiega le condizioni poste dal Padre all’uomo perché possa avere accesso al suo regno, perché riconosca la sua manifestazione:

“In quel tempo Gesù disse: “ Ti benedico o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì o Padre, perché così è piaciuto a te.” (Mt. 11.25-26).

E agli apostoli, che sgridavano i bambini che si avvicinavano a Gesù, questi dice: “Lasciate che i bambini vengano a me perché di questi è il regno dei cieli.” (Mt.19.14).

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E Paolo, scrivendo ai Corinti, annota: “Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli; non ci sono tra voi molti sapienti, secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili”. (1 Cor. 1,26).

Alla domanda esplicita degli apostoli su chi è più grande nel regno dei cieli così Gesù ha risposto: “In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: chi è più grande nel regno dei cieli?” Allora Gesù Chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “ in verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perché chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me”. (Mt. 18,1-5; cf. Mr.9,37).

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E nel “Magnificat” esclama Maria:

“ … ha guardato all’umiltà della sua serva …

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore,

ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato a mani vuote i ricchi.”

(Lc. 1,46. 51-52)

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Il possesso di molti beni impedirà un giorno ad un giovane, fedele alla legge, di seguire Gesù:

“Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi.” Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.” (Mc.10,21-22).

Espressamente Gesù dichiara quanto sia difficile per un ricco entrare nel regno dei cieli. Dio però può compiere anche questo miracolo: “Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio”. I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: “Figlioli, com’è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: “E chi mai si può salvare?” Ma Gesù, guardandoli, disse: “impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio.” (Mr. 10,23-27)

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Quando Gesù parla del buon uso del denaro, mette in risalto l’alternativa o Dio o mammona e i farisei, perché attaccati al denaro, lo deridono (l’attaccamento al denaro li rende ottusi rispetto alla Parola di Dio): “I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui”. (Lc. 16,14).

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6. La Provvidenza e l’uso delle ricchezze

Le ricchezze diventano male se dominano l’uomo. Per questo è decisivo, secondo Gesù, l’uso delle ricchezza. Queste sono per l’uomo, e non l’uomo per esse. E l’uomo, a sua volta, è per Dio.

Un Dio che è Padre per l’uomo.

Così Gesù rimprovera ironicamente il ricco che, a motivo delle sue ricchezze, pensa di essere diventato padrone della sua vita, tanto da esclamare: “Anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia.” (Lc.12,19)

Quella stessa notte invece morirà. Continua Gesù: Dio gli disse: “Stolto, questa stessa notte ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio.” (Lc.12,20-21)

Ed elogia, Gesù, coloro che fanno buon uso delle ricchezze.

“Procuratevi amici - dice Gesù - con la disonesta ricchezza” (Lc.16,9); “Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma.” (Lc.12,33); elogia l’obolo della vedova (cf. Lc.21;1-4).

La vita, insiste il Salvatore, è un grande dono di Dio, e noi dovremo rispondere a lui di essa. L’uso delle cose è anzitutto perciò una risposta a Dio e non tanto un consumo per noi stessi.

Al termine di una parabola, così Gesù conclude: “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Lc.12,4B)

Ciò che Dio ci chiede è l’ordine dell’amore: “Poi disse ai discepoli: - Per questo io vi dico: non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete. La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito... Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta.” (Lc.12,22-23.31).

Esempio di due ricchi di fronte alla povertà: il ricco epulone (cf. Lc.16,19-31), che pensa solo a se stesso, dimentico del povero Lazzaro, e il buon Samaritano (cf. Lc. 10,29-37), che s’impegna gratuitamente per quel povero ferito, rapinato dai predoni.

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7. Due amori governano la vita

Quando Gesù vuole indicare l’antagonista dell’amore di Dio, presenta l’amore del denaro: “Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona.” (Mt.6,24).

L’uomo “diventa” ogni giorno, diventa in forza del suo amore; in esso egli gioca tutta la sua vita: “Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”. (Mt.6,21; cf. Lc.12,34).

Per questo la condizione per seguire Gesù è quella di amarlo sopra tutte le cose: “Allora Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e ml segua. Perché chi vorrà salvare a propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. (Mt.16,24-25; cf. Lc,9.23-24).

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8. Povertà, libertà e grazia

La “povertà” nel Vangelo non è frutto di pigrizia, di disimpegno, ma di scelte. Essa vi figura come conformazione a Cristo, che da ricco che era, si è fatto povero; quale affermazione di libertà dalle cose; quale padronanza di esse; quale via di condivisione dei propri beni con gli altri; quale riconoscimento della sovrana potenza della grazia. Essa perciò non è fine, ma via, perciò non è misura, ma è misurata. Essa riguarda ogni forma di ricchezza, e si motiva religiosamente anzitutto con il riconoscimento del “primato” di Dio nella nostra esistenza, quindi del nostro amore verso di Lui e del primato delle persone.

Dobbiamo perciò costantemente chiederci in famiglia se siamo liberi o se siamo schiavi delle cose, del nostro lavoro, dell’affermazione di noi stessi.

Il possesso delle cose, di mezzi, di cultura, può essere liberante, perché ci per:mette di dedicarci a ciò che vale; ma può anche essere “alienante”, in quanto ci può dare l’impressione di false sicurezze, di una falsa riuscita della nostra persona, in quanto dirotta le nostre cure dalle persone alle cose.

Per esempio, il consumismo è un caso tipico di alienazione della vita degli uomini, di cosificazione dell’esistenza.

La povertà va perciò sempre vissuta correlata ai valori ai quali deve dare spazio, poiché da sola è semplice mancanza.

Potremmo dire che in famiglia essa dovrebbe rientrare nell’educazione alla verità delle cose (per cui le persone valgono per quello che sono e non per quello che posseggono), al loro autentico uso, alla condivisione della vita degli altri.

Un’espressione fondamentale della povertà è la “gratuità”. Questa coincide anche con l’atto più libero, a nulla subordinato.

Avviene così che chi ama la sua vita la perde, mentre chi la dona la ritrova (cf. Gv.12,25).

La croce dell’ormai prossima Pasqua costituisce l'esempio più grande di questa povertà, di questo gesto di gratuità di amore, di libertà.

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9. Ricchezza e povertà in famiglia

Nell’orizzonte ampio delle precedenti riflessioni dovremmo ora vedere come quelle indicazioni vadano tradotte nella vita familiare tenendo conto degli aspetti specifici della famiglia:

  • si tratta di un cammino non individuale (com’è per es. della persona celibe) che perciò va sempre raccordato insieme (marito, moglie e figli), facendo conto anche delle famiglie d’origine;
  • si tratta di una comunità responsabile del futuro di chi ancora non è indipendente, o non è in grado di scegliere, i figli;
  • si tratta di una comunità già costituita (i coniugi) che si rapporta ad una comunità che si va costituendo, i figli, e perciò ha un grave compito educativo sull’uso e sulla valutazione delle ricchezze, del lavoro, delle persone degli indigenti;
  • si tratta di una comunità in cui vi è la massima condivisione di tutte le forme della ricchezza e della povertà (casa, vestito, cibo, cultura, posizione sociale, salute e malattia; giovinezza. e vecchiaia, affettività, storia...);
  • si tratta di una comunità dove i ruoli sono diversi (marito, moglie, genitori, figli, fratelli), e che perciò impegna a vivere contemporaneamente la diversità, la complementarietà, in una progressiva evoluzione (per cui, per esempio, chi fu dapprima molto aiutato, come il figlio, può in seguito divenire “aiutante”), con possibili accenti diversi sul modo di intendere l’uso concreto dei beni (chi è per il primato per esempio del bene casa, chi del bene cibo o vestito, chi del bene cultura, chi del bene “rapporti con g1i altri”,ecc. ecc.), con possibili “vocazioni particolari” all’interno della stessa famiglia (esigenza di una determinata testimonianza, di un certo servizio verso gli altri).

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D’altra parte la famiglia esige al proprio interno una certa unità.

Come mettere d’accordo nel suo successivo cammino “gusti”, “ispirazioni”, “possibilità”, “esigenze” diversi, pur riconoscendo una piattaforma di partenza comune? E ciò anche su problemi settoriali come sul criterio di soccorrere gli altri (in tempo e denaro), di fare compere per la casa, per i figli.

Certamente nessun membro della famiglia può operare ignorando gli altri membri, senza per questo esigere una generale conformità di comportamento. Il problema può diventare ancor più difficile se il dissenso tocca le stesse motivazioni del proprio comportamento (vedi per es. i1 caso del figliol prodigo che lascia la propria casa).

Forse può essere utile vedere il camino sull’uso delle ricchezze che ci presenta la stessa Bibbia. Esso può avere un valore pedagogico nella progressiva educazione del nostri ragazzi: dalla sapienza umana, assunta dalla Parola di Dio, alla sapienza del Verbo, fattosi carne, e per noi crocifisso.

10. Alcune sentenze del libro dei Proverbi

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Il bene primo non sta nelle ricchezze, ma nella sapienza

“Preferite la mia dottrina all’argento

e la scienza all’oro fino;

perché la sapienza vale più delle perle

e tutti i tesori non la uguagliano” (8,10-11)

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“È meglio poca roba con il timor di Jahve

che grandi tesori con inquietudine.

È meglio un piatto di erbe dove c’è amore

che un bue ingrassato dove c’è odio.” (15,16-17)

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“Quanto è meglio acquistare sapienza piuttosto che l’oro!

È meglio acquistare prudenza che argento (16-16).

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“Non affannarti per la ricchezza,

smettila di pensarci;

appena la guardi già non c’è più;

perché mette le ali come l’aquila e vola nei cieli” (23,4-5)

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L’armonia, la rettitudine, l’amore valgono più delle ricchezze

“Il buon seme val più delle grandi ricchezze

E la stima più dell’argento e dell’oro.”(22,1)

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“Il povero che procede nell’integrità è meglio

di chi è perverso di labbra e ricco”. (19,1)

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“È meglio un tozzo di pane secco in pace

che una casa piena di conviti e di discordia”. (17,1)

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“Meglio poco e giusto

che molte entrate ingiuste”. (16,8)

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“È meglio un povero che cammina nell’integrità,

che uno di condotta perversa anche se ricco”. (28,6)

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“L’uomo ricco appare saggio ai suoi occhi,

ma il povero intelligente lo scruta a fondo”. (28,11)

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Il primato della sapienze non esenta però l’uomo dalla laboriosità

“Un povero che basta a se stesso

è più di un vanitoso che manca di pane”. (12,9)

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“Chi lavora il suo podere potrà saziarsi di pane,

ma chi insegue vane chimere è privo di senno”. (12,11)

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“Chi è trasandato nel lavoro

è fratello del dissipatore”.(18,9)

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“Il pigro non ara d’autunno;

durante la messe va in cerca, ma inutilmente.” (20,4)

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Il pigro e la formica

“Va’ alla formica o pigro;

considera il suo agire e fatti saggio!

Essa non ha né capo

né ispettore né padrone,

eppure d’estate prepara il suo cibo

e raduna il suo nutrimento durante la messe.

Fino a quando o pigro, starai coricato,

quando ti scuoterai dal tuo sonno?

Un po’ sonnecchiare, un po’ dormire,

un po’ riposare, con le mani in mano:

ti toccherà la miseria d’un vagabondo

e l’indigenza d’un accattone.” (6,6-11)

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Come viene considerato il povero dagli uomini

“Il povero è odioso anche ai congiunti,

ma gli amici del ricco sono molti” (14,20)

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“Le ricchezze attirano molti amici

ma il povero è abbandonato anche dal compagno”. (19,4)

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“G1i stessi fratelli sfuggono il povero;

quanto più gli amici si allontaneranno da lui!'' (1,7)

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L’amore verso i poveri

“Non rifiutare un beneficio a chi ne ha bisogno,

quando sei nella possibilità d*i farlo.

Non dire al tuo prossimo: - Va’, torna,

te lo darò domani - quando ne hai”. (3,27-28)

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“C’è chi dona generosamente e diventa più ricco,

e chi risparmia fuor di misura ed è sempre nell’indigenza”. (11,24}

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“Chi deride il povero insulta il suo creatore;

chi gode dell’altrui sventura non resterà impunito”. (17,5)

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“Fa prestito a Jahve chi ha pietà del povero:

e egli ricompenserà a lui l’opera buona”. (19,17)

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“Non derubare il povero perché è povero

e non opprimere il debole alla porta,

perché Jahve difende la loro causa

e prende l’anima di coloro che li spogliano.” (22,22-23)

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“Chi dona al povero non avrà mal penuria,

ma chi chiude gli occhi sarà coperto di maledizioni. “ (28,27)…………

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Invocazione a Dio

“Due cose ti chiedo,

non rifiutarmele prima che io muoia:

tieni lontano da me l’inganno e la menzogna,

non darmi né povertà né ricchezza;

fammi mangiare il cibo necessario,

per paura che, sazio, non ti rinneghi

e dica: - Chi è Jahve?-.

Oppure, nella miseria non rubi

e profani il none del mio Dio.” (30,7-9)