Giovanni VoltaAlla scoperta dei valori della fam.

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ALLA RISCOPERTA DEI VALORI DELLA FAMIGLIA

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Parrocchia di Castellucchio-Gabbiana

4 Novembre, 16 dicembre 2007, 10 febbraio, 9 marzo, 20 aprile 2008

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SOMMARIO………….

1, COME GUARDIAMO ALLA FAMIGLIA?

1.1, Noi ci impegniamo a seconda dell’importanza che diamo alla realtà che ci riguarda

1,2, La famiglia, d’altra parte, non è autosufficiente

1,3, Il dare e il ricevere nella vita della famiglia

1,4, Una conseguenza pratica

1,5, Domande per la riflessione di gruppo e nella propria famiglia

Preghiera

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2, AMARE ED ESSERE AMATI, VOCAZIONE FONDAMENTALE DELL’UOMO

2,1, La vocazione originaria dell’uomo

2,2, Donde viene questa vocazione

2,3, Unità e duplicità espressiva dell’amore

2,4, Conseguente significato della sessualità umana

2,5, L’amore è quindi principio di vita e di unità della famiglia

2,6, Grandezza e debolezza dell’amore

2,7, Domande per la riflessione di gruppo e nella propria famiglia

Preghiera

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3. SEGNO E TESTIMONE DELL’AMORE DI DIO

3,1, La storia dell’amore di Dio

3,2, Gesù Cristo ha portato a compimento questa rivelazione

3,3, Il matrimonio è Sacramento

Domande

Preghiera

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4. COME TENERE ACCESO IL FUOCO

4,1, Importanza della realtà quotidiana

4,2, Un aiuto più profondo per un’espressione di amore più piena

4,2,1, La Parola di Dio accolta e pregata

4,2,2, La partecipazione alla santa Messa

4,2,3, La famiglia e gli altri sacramenti

4.2.4. L’esercizio e l’educazione della carità

4.3. La reciprocità in famiglia

4.4. L’apporto specifico della famiglia alla più larga comunità della Chiesa

4.5. Storicità della famiglia

Preghiera

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5. I GRUPPI FAMIGLIARI

5.1. Una forma di relazione della famiglia: il gruppo famigliare

5. 2. Importanza di un fine comune chiaro

5.3. Un esempio concreto di vita di un gruppo di spiritualità famigliare

5.4. I gruppi di spiritualità famigliare e la vita di parrocchia

5.5. Una urgenza: dobbiamo prendere coscienza a livello di società e di Chiesa che la famiglia non è un fatto privato, non è una realtà secondaria.

5.6. Condizione perché si ottengano dei frutti

Preghiera

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1. COME GUARDIAMO ALLA FAMIGLIA?

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Come guardiamo noi alla famiglia, quale valore le riconosciamo? Qualcuno a più riprese ha parlato di morte della famiglia. E numerose notizie di cronaca sembrano dare ragione a questa opinione. Ma è proprio così?

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1.1. Noi ci impegniamo a seconda dell’importanza che diamo alla realtà che ci riguarda.

Se guardiamo alla nostra storia personale e a quella delle persone che incontriamo, ci rendiamo conto dell’importanza nel bene e nel male che hanno avuto le nostre famiglie nella vita di ciascuno.

Per esempio la mancanza di un genitore o la loro divisione o la loro armonia o disarmonia quanto pesano sul futuro di un ragazzo.

La famiglia costituisce la matrice prima dalla quale veniamo (importanza di chi viene prima), che ci accompagna nei primi anni della vita (importanza della continuità), agisce su tutti i nostri interessi con i comportamenti e le parole in un forte vincolo affettivo (prima vera università). Nella famiglia l’uomo mette in gioco la sua vocazione di amore.

Per noi cristiani la famiglia, in forza del sacramento del matrimonio, è “comunità di Chiesa” e perciò con tutte le caratteristiche proprie della Chiesa. Di qui la domanda e quindi l’impegno: che cosa comporta l’essere chiesa da parte della famiglia? E qual è di conseguenza il rapporto tra parrocchia e famiglia secondo il disegno di Dio e non le comodità o le presunzioni dell’uomo?

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1.2. La famiglia, d’altra parte, non è autosufficiente

La famiglia realizza la propria vita e i propri impegni “comunicando”.

La forma “autarchica” nel condurre avanti la famiglia conduce questa alla morte interiore, come sarebbe di un fiore che rifiutasse la luce e il calore del sole, l’acqua del cielo, l’alimento della terra.

D’altra parte pare tante volte gli impegni fuori casa finiscano con l’annullare la coesione della famiglia: al mattino marito e moglie lasciano la casa per ritornarvi a sera, finendo con il trascorrere più tempo con il collega di lavoro che con il proprio coniuge. I figli, a loro volta, dall’asilo nido fino all’Università passano gran parte della loro vita con altre persone, non con la propria famiglia.

Come conciliare i due rapporti: con la propria casa e con la società della scuola, del lavoro, dello sport, della grande chiesa?

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1.3. Il dare e il ricevere nella vita della famiglia

Proprio perché la famiglia vive “comunicando”, per questo essa può venire “invasa” fino a risultare semplice teatro di ciò che accade nella società in cui vive (invasione della televisione, del giornale, del costume degli altri, della mentalità corrente…), oppure “chiudersi” fino a risultare estranea al mondo che la circonda.

Di qui l’importanza del dare e del ricevere all’esterno e al proprio interno. Ma per far questo bisogna avere una propria identità per cui abbiamo degli obiettivi, sappiamo valutare criticamente idee e comportamenti, sappiamo ascoltare e parlar, non ci abbandoniamo all’onda del tempo perché “così fan tutti”.

Anche il mio aiuto in nessun modo vuole sostituire il vostro pensare, le vostre valutazioni, il vostro scegliere, ma solo fornire ragioni e motivi al vostro pensare, valutare, scegliere. Si può fornire il cibo ad una persona, ma non si può mangiarlo e digerirlo al suo posto.

Di qui l’importanza del vostro essere “attivi” perché riflettete sulla vostra esperienza, vi confrontate con gli altri non solo ascoltando, ma anche esponendo pareri, domande, convincimenti. Vi piaccia o non vi piaccia, in pratica siete tutti degli educatori. Tanto vale sforzarci di esserlo il meno peggio possibile.

Essere attivi non significa ripetere discorsi sentiti oppure dire la prima cosa che ci viene in mente con la scusa di rompere il ghiaccio, si afferma spesso, ma riflettere su ciò che abbiamo sentito ed esporre convincimenti che abbiamo maturato o interrogativi che ci portiamo di dentro. Non si tratta di far bella figura, ma di essere veri.

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1.4. Una conseguenza pratica

Io esporrò alcuni punti di riflessione con un loro ordine logico. Su di essi voi dovete poi riflettere e confrontarvi in gruppo in modo che tutti possano intervenire per arricchire la vostra comprensione

delle esigenze, del bene e dei limiti delle vostre famiglie.

Un collaborazione, un confronto che dovrà continuare poi all’interno delle vostre case, anzitutto nel rapporto tra marito e moglie. Ho notato che per una misteriosa forma di pudore circa i propri sentimenti non è facile parlare in famiglia dei valori propri di ogni casa, accontentandosi dei discorsi sulla salute, sul lavoro, sui risultati scolastici.

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1.5. Domande per la riflessione di gruppo e nella propria famiglia

- Che immagine di famiglia ci viene presentata dai giornali, dalla televisioni, quali suoi problemi vengono messi in risalto?

- C’è comunicazione all’interno delle vostre famiglie? Su quali argomenti, in quali occasioni?

- Quali sono i rapporti con le altre famiglie, con la parrocchia, su che cosa? Quali le difficoltà e perché?

- Quali sono le vostre richieste per tener viva la giusta visione della famiglia, le sue possibilità di dialogo?

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Preghiera

Da Dio, secondo noi cristiani, viene l’amore dell’uomo, la vocazione a moltiplicare la vita, la forza per custodirla e farla crescere, perciò a Lui anzitutto ci rivolgiamo:

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Mille voci diverse

per tante vie

mi parlano della famiglia,

tra esse fa che io ascolti la tua voce,

mio Dio e Salvatore,

perché Tu solo

conosci il segreto della nostra vita,

e puoi animare il nostro dialogo,

illuminare i nostri occhi

e infondere forza e speranza

nella costruzione del nostro futuro.………..

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2. AMARE ED ESSERE AMATI,

   VOCAZIONE FONDAMENTALE DELL’UOMO

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Per comprendere come dobbiamo comportarci si deve partire dal dinamismo fondamentale della nostra esistenza (troppe volte ci si pone il problema del comportamento senza tener conto in modo previo della domanda “Chi siamo?”, “A che cosa tendiamo?”)

Le stesse indicazioni psicologiche, sociologiche, della pratica religiosa sono subordinate alla risposta che diamo sul dinamismo profondo della nostra persona.

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2.1. La vocazione originaria dell’uomo

Già nella sua prima enciclica (Redemptor Hominis 1979) Giovanni Paolo II aveva fatto questa importante affermazione: L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non si incontra con l’amore, se non lo esperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (R.H. n.10).

Nella sua esortazione apostolica “Familiaris Consortio” egli aggiunge: “Quanto ho scritto nell’enciclica Redemptor Hominis trova la sua originaria e privilegiata applicazione proprio nella famiglia come tale” F.C. n.18).

Il giovane Marco Riva nella sua lettera di congedo dai suoi: “Quanto avrei voluto amare ed essere amato…ma non mi fu possibile, per questo lascio la vita”.

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2.2. Donde viene questa vocazione

Nella “Familiaris Consortio” lo stesso Pontefice presenta la ragione di questa vocazione fondamentale dell’uomo: perché creato ad immagine di Dio che l’ha chiamato all’esistenza per amore e nello stesso tempo all’amore:

“Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza: chiamandolo all’esistenza per amore, l’ha chiamato nello stesso tempo all’amore.

Dio è amore e vive in se stesso un mistero di comunione personale di amore. Creandola a sua immagine e continuamente conservandola nell’essere, Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione. L’amore è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano” (F.C. n.11).

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2.3. Unità e duplicità espressiva dell’amore

La vocazione all’amore coinvolge tutta la persona umana, anima e corpo, e nello stesso tempo ha due forme espressive secondo la Rivelazione cristiana: il Matrimonio e la Verginità:

“ In quanto spirito incarnato, cioè anima che si esprime nel corpo e corpo informato da uno spirito immortale, l’uomo è chiamato all’amore in questa sua totalità unificata. L’amore abbraccia anche il corpo umano e il corpo è reso partecipe dell’amore spirituale.

La Rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare la vocazione della persona umana, nella sua interezza, all’amore: il Matrimonio e la Verginità. Sia l’uno che l’altra, nella forma loro propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell’uomo, del suo essere ad immagine di Dio” (F.C. n.11).

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2.4. Conseguente significato della sessualità umana

Alla luce di questo principio: l’unità dell’amore della persona, la sessualità umana ha un senso profondo non riducibile a puro fatto biologico, psicologico e di conseguenza esige determinate condizioni per essere autentica espressione della persona, dell’amore della persona:

“Di conseguenza la sessualità, mediante la quale l’uomo e la donna si donano l’uno all’altra con atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l’intimo nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano, solo se è parte integrale dell’amore con cui l’uomo e la donna si impegnano totalmente l’uno verso l’altra fino alla morte.

La donazione fisica totale sarebbe menzogna se non fosse segno e frutto della donazione personale totale, nella quale tutta la persona, anche nella sua dimensione temporale, è presente: se la persona si riservasse qualcosa o la possibilità di decidere altrimenti per il futuro, già per questo essa non si donerebbe totalmente” (F.C. n.11).

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2.5. L’amore è quindi principio di vita e di unità della famiglia

Per questa ragione il principio dell’unità familiare non è il lavoro, non sono i soldi, non è la carriera, ma l’amore che, posto alla radice dell’essere umano, cresce e si sviluppa se coltivato ed esercitato: “L’amore tra l’uomo e la donna nel matrimonio e, in forma derivata e allargata, l’amore tra i membri della stessa famiglia – fra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, tra parenti e familiari – è animato e sospinto da un interiore e incessante dinamismo, che conduce la famiglia ad una comunione sempre più profonda e intensa, fondamento e anima della comunità coniugale e familiare” (ivi).

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2.6. Grandezza e debolezza dell’amore

Per un verso l’amore umano è forte, così che muove la nostra vita. Per un altro verso esso è debole a motivo della nostra fragilità per cui l’amore va custodito, alimentato, vissuto.

Il nostro Papa, Benedetto XVI, nella sua prima enciclica “Deus caritas est” ci ha ricordato che “Sono necessarie purificazioni e maturazioni, che passano anche attraverso la strada della rinuncia” (D.C. n.5) per cui “L’uomo diventa veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unità; la sfida dell’eros può dirsi veramente superata, quando questa unificazione è riuscita” (ivi).

Il rischio fondamentale è ridurre in modo esclusivo l’amore all’ambito del corpo o a quello dello spirito: “Se l’uomo ambisce di essere solamente spirito e vuole rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. Se, d’altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza…non sono né lo spirito né il corpo da soli ad amare: è l’uomo, la persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno parte corpo e anima. Solo quando ambedue si fondono veramente in unità, l’uomo diventa pienamente se stesso. Solo in questo modo l’amore –l’eros- può maturare fino alla sua vera grandezza” (ivi).

L’amore paradossalmente ha bisogno di disciplina per diventare se stesso:

“Questo eros ebbro e indisciplinato non è ascesa, estasi verso il Divino, ma caduta, degradazione dell’uomo. Così diventa evidente che l’eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all’uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell’esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende” (D.C. n.4).

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2.7. Domande per la riflessione di gruppo e nella propria famiglia

- Qual è la concezione corrente dell’amore? Che cosa c’è di vero, che cosa di falso?Oggi perché ci si sposa, perché non ci si sposa?

- Come avveniva, come avviene oggi l’educazione all’amore? A chi spetta? Quali le difficoltà?

- Qual è la visione cristiana dell’amore?

Preghiera

Nell’amore è in gioco la mia vita.

Aiutami a non rimanere prigioniero di me stesso,

convinto che nel donare

si ritrova se stessi,

che solo nella pazienza e nella stima

s’incontra l’altro.

 

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3. SEGNO E TESTIMONE DELL’AMORE DI DIO

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Abbiamo considerato la vocazione fondamentale dell’uomo: amare ed essere amato, che si radica nello stesso atto creativo di Dio.

Abbiamo visto la realizzazione di questa vocazione nel matrimonio: con il cammino di crescita che esige, con la conseguente disciplina che comporta, con la gioia che offre, con le debolezze con cui può essere ferita questa vocazione, come deve costantemente riaversi.

Viene di conseguenza da domandarsi: è possibile per l’uomo un’avventura così ardua? Non siamo forse come un bambino al quale il papà indica la strada da percorrere e poi l’abbandona?

Se da Dio viene questa chiamata, attraverso la nostra natura, come Egli ci sta accanto?

La risposta non sta in un abbassamento della nostra prospettiva, ma in un suo innalzamento.

Potremmo rispondere sinteticamente con questa affermazione: secondo la fede cristiana il matrimonio è chiamato ad essere nella nostra carne segno e testimone dell’amore di Dio.

In questo nostro terzo incontro vogliamo approfondire il perché, il come e la grandezza di questa chiamata di Dio (di Dio, notate bene, non di alcuni uomini, dei preti, della stessa Chiesa).

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3.1. La storia dell’amore di Dio

Dio non solo ha creato il mondo e in esso l’uomo, ma ha continuato a mantenerlo nell’esistenza, e ha accompagnato il suo cammino, addirittura gli si è manifestato a lui in parole e in gesti, si è posto davanti ai suoi occhi come esempio, per cui il precetto di vita dell’uomo prima di tante prescrizioni è il Suo stesso comportamento.

Per questo possiamo parlare non solo di una storia dell’uomo, ma anche di una storia dell’amore di Dio per l’uomo.

Ora per dirci chi è, come ci ama, e di conseguenza come dobbiamo amarci, Dio ha scelto, tra tante altre immagini ( per esempio quella del pastore, del padre, dell’amico), quella dello sposo e perciò dell’amore matrimoniale.

Isaia cap.54: Dio si dichiara Sposo di Israele, e per questo lo rimprovera dei suoi tradimenti, ma nello stesso tempo è disposto a perdonarlo: “Poiché tuo sposo è il tuo creatore, il cui nome è Signore degli eserciti, il tuo redentore è il Santo d’Israele…Sì, come una dona abbandonata e afflitta di spirito, ti chiama il Signore; la donna sposata in gioventù viene forse respinta?, dice il tuo Dio. Ti ho abbandonata per un breve istante, ma ti riprenderò con grande compassione” (54,5-7).

Geremia cap.3: Dio rimprovera Israele fino ad esclamare:”Ora tu hai fornicato con molti amici e vuoi ritornare a me?…Alza gli occhi verso le alture e considera: dove non ti sei prostituita?(3,1-2).

E la esorta: “Ritorna, ribelle Israele…non rivolterò la mia faccia da voi, perché io sono pietoso” (3,12).

Ezechiele cap.16: Dio ha allevato e curato Israele fin da piccolo, l’ha amato come uno sposo ama la sua sposa, ma Israele lo ha tradito, si è prostituito, ha seguito altri dei.

Osea cap. 2: Dio accusa Israele di essere sua sposa infedele, e la richiamerà a sé sbarrando le vie della sua prostituzione: Io sbarrerò con le spine il suo cammino e costruirò una barriera perché non ritrovi i suoi sentieri; lei correrà dietro ai suoi amanti ma non li raggiungerà; li cercherà, ma non li troverà. Allora dirà: -Ritornerò dal mio primo marito perché per me allora era meglio di ora-. Per questo la sedurrò, la ricondurrò al deserto e parlerò al suo cuore” (2,5-9.16).

Il Cantico dei Cantici: un canto d’amore che viene assunto per descrivere l’amore di Dio per l’uomo a somiglianza di quello di un giovane per la sua fidanzata. (cf. F.C. n.12).

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3.2. Gesù Cristo ha portato a compimento questa rivelazione

Gesù Cristo, Verbo incarnato, dona la sua vita sulla croce e nella risurrezione per far vivere ogni uomo della sua vita, del suo amore, Egli si paragona allo sposo della mezzanotte (cf. Mt.25,1-13; Gv.3,29). Rinati in Cristo, noi dobbiamo amare con il suo stesso stile. Si comprende così perché san Paolo ha scritto: “Mariti, amate le vostre moglie come Cristo ha amato la Chiesa e si è offerto per lei…” (Ef.5,25). Naturalmente le mogli devono amare i mariti come la Chiesa deve amare Cristo.

L’amore di Dio, rivelatosi a noi definitivamente in Gesù Cristo, nella sua vita, nella sua passione, morte e risurrezione, si presenta perciò quale modello del cristiano, degli sposi cristiani:

“La comunione tra Dio e gli uomini trova il suo compimento definitivo in Gesù Cristo, lo Sposo che ama e si dona come Salvatore dell’umanità, unendola a Sé come suo corpo.

Egli rivela la verità originaria del matrimonio, la verità del –principio- e, liberando l’uomo dalla durezza del cuore, lo rende capace di realizzarla interamente.

Questa rivelazione raggiunge la sua pienezza definitiva nel dono d’amore che il Verbo di Dio fa all’umanità assumendo la natura umana, e nel sacrificio che Gesù Cristo fa di se stesso sulla croce per la sua Sposa, la Chiesa.

In questo sacrificio si svela interamente quel disegno che Dio ha impresso nell’umanità dell’uomo e della donna fin dalla sua creazione; il matrimonio dei battezzati diventa così simbolo reale della nuova ed eterna Alleanza, sancita nel sangue di Cristo.

Lo Spirito, che il Signore effonde,dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati. L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce” (F.C. n.13).

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3.3. Il matrimonio è Sacramento

Gesù Cristo ha voluto che il matrimonio fosse “segno efficace” dell’amore che intercorre tra Lui e la Chiesa.

“In virtù della sacramentalità del loro matrimonio, gli sposi sono vincolati l’uno all’altra nella maniera più profondamente indissolubile. La loro reciproca appartenenza è la rappresentazione reale per il tramite del segno sacramentale, del rapporto stesso di Cristo con la Chiesa.

Gli sposi sono perciò il richiamo permanente per la Chiesa di ciò che è accaduto sulla croce: sono l’uno per l’altra, e per i figli testimoni della salvezza, di cui il sacramento li rende partecipi.

Di questo evento di salvezza il matrimonio, come ogni sacramento, è memoriale… Come ciascuno dei sacramenti, anche il matrimonio è un simbolo reale dell’evento della salvezza, ma a modo proprio…” (F.C. n.13).

Va notato che il matrimonio in quanto sacramento fa parte della struttura originaria della Chiesa e perciò viene prima delle istituzioni create dai cristiani, come per es. le associazioni. Il suo valore di segno è permanente e la sua funzione è specifica , particolare (come l’unione, la totalità, la fedeltà), e di conseguenza il primo compito degli sposi, della famiglia è di essere se stessi e quindi “segno” dell’amore di Dio nei loro rapporti: marito e moglie, genitori e figli. Questo è il loro primo apporto nella Chiesa, che perciò non va mai disertato per altri compiti.

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Domande:

- C’è coscienza della specifica vocazione della famiglia nella Chiesa e nel mondo? Ostacoli, aiuti al riguardo.

- Abbiamo presente che è un sacramento il matrimonio? Conseguente impegno per tener desta questa memoria. Come?

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Preghiera

Grazie, Signore, per la grandezza della scelta

alla quale ci hai chiamato,

per la pazienza che ci hai usato.

Soccorri la nostra debolezza

e donaci la forza di saper ricominciare ogni giorno a seguirti,

a testimoniarti nella gioia,

fiduciosi nella larghezza del tuo cuore.

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4. COME TENERE ACCESO IL FUOCO

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Un tempo nelle nostre famiglie vi era solo una stanza riscaldata, la cucina, e in questa manteneva il caldo il fuoco del focolare.

Ma questi per continuare a bruciare e dare calore doveva venire alimentato con i trucioli del granoturco, con la legna minuta e con quella grossa. A seconda poi della legna usata c’era più o meno caldo, più o meno lunga la sua durata.

Ebbene anche l’amore in famiglia, per continuare a mantenersi vivo, ha bisogno di essere alimentato, altrimenti si spegne.

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4.1. Importanza della realtà quotidiana

Ho portato l’esempio del fuoco. Anche per tenere acceso l’amore si deve usare “legna minuta” e “legna grossa”. Fuori di metafora l’amore si alimenta non solo con i grandi gesti (come rinunce, grossi sacrifici, scelte molto impegnative), ma anche con i piccoli gesti di ogni giorno (quelli magari che si usavano durante il fidanzamento e che poi tante volte sono scomparsi). Vedi per esempio la cura del vestito da parte della donna, la gentilezza di un regalo da parte del marito, la festa in casa per date e ricorrenze, il rispetto e la gentilezza reciproci, l’attenzione ai gusti dell’altro, il controllo delle parole evitando la facile scusa: ma io sono fatto così, io sono sincero (quando si tratta di offendere gli altri). Una espressione feriale dell’amore è il saper ascoltare l’altro e cercare di capirlo nella sua differenza.

Il rapporto tra i coniugi è determinante per il rapporto tra i genitori e i figli. Non dobbiamo dimenticare che la famiglia se non s’impegna ogni giorno a ricominciare, ad ascoltare, a pazientare, a perdonare, può diventare covo di vipere, come ha scritto un giorno Mauriac, luogo di quotidiane prepotenze. Un antidoto può essere anche un pizzico di autoironia, cercando di comprendere il punto di vista dell’altro. (Alcune persone sono come murate in se stesse: non vedono altro al mondo).

Alla radice sta spesso il fatto che siamo rimasti un po’ bambini, gelosi del nostro piacere, della nostra figura, dei nostri diritti, della nostra libertà. Non abbiamo superato la fase in cui di tutto ciò che ci circondava dicevamo: è mio.

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4.2. Un aiuto più profondo per un’espressione di amore più piena

Come il ramo, la foglia, il frutto non possono dire: faccio a meno delle radici della pianta, così anche l’uomo, la famiglia non possono dire: faccio a meno di Dio.

Il fatto che il matrimonio è un Sacramento non significa che gli sposi vivano solo di eredità.

Ma come possono continuare ad alimentarsi alle “radici” della loro famiglia, e non solo come individui, ma come famiglia?

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4.2.1. La Parola di Dio accolta e pregata

L’amore in casa si nutre e si dona nella comunicazione, ma questo avviene anche con Dio, e perciò la famiglia, chiesa domestica, proprio come famiglia deve nutrirsi della comunicazione con Dio. Ora Dio parla all’uomo per mille vie: attraverso il creato (anche i bambini devono imparare a leggerlo così), attraverso gli altri uomini, all’interno del suo cuore; in modo speciale attraverso la sacra Scrittura, storia dell’amore di Dio e delle infedeltà, dei pentimenti, delle generosità dell’uomo. Recita il Salmo 118: “Lampada ai miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino”.

Non si tratta di tenere la Bibbia come uno dei molti libri da conoscere, da leggere, ma come luogo d’ascolto di Dio, di ciò che Egli ci dice di sé e mezzo per rivolgere a Lui le nostre parole.

Naturalmente dobbiamo farci aiutare in modo da affrontare dapprima le pagine più alla nostra portata, per poi affrontare quelle più dense, e di usarla non solo come “istruzione”, ma anche come mezzo di “preghiera”.

Quand’ero bambino ascoltavo con grande interesse mio padre che raccontava della sua giovinezza, della sua esperienza di guerra. Un raccontare suo e un mio ascolto che mi portava a conoscerlo meglio e ad amarlo di più. Ebbene, anche la Bibbia è come un raccontare da parte di Dio a noi che siamo suoi figli e un insegnarci la parole, le espressioni che possiamo rivolgergli.

Tra l’altro la Bibbia, oltre la sua grande autorevolezza, ci offre molte pagine accessibili anche ai bambini, come la storia di Mosè, di Giuseppe, di Sansone, di Giuditta; come le parabole del Vangelo.

E quando vi trovate insieme per leggere la Bibbia, non cogliete mai l’occasione per fare la predica all’altro, ma di fronte ad essa riconoscete i vostri torti.

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4.2.2. La partecipazione alla santa Messa

La partecipazione alla Messa tante volte è vista solo come un sacrificio necessario e non un bisogno del cuore e un aiuto per il nostro cammino nella vita. Le celebrazione eucaristica invece è come il braciere con il quale siamo chiamati a ravvivare il nostro amore. In essa viene fatta viva memoria di un amore per noi che è giunto fino al dono della vita. Ad essa fanno riferimento le nostre memorie (la Messa è viva memoria), il nostro lavoro, le nostre sofferenze, le nostre speranze, il nostro bisogno di essere amati e di imparare ad amare. Di queste istanze sono intessute ogni giorno le nostre famiglie.

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4.2.3. La famiglia e gli altri sacramenti

Tante volte i sacramenti sono vissuti come un fatto individuale. Nella realtà essi hanno una permanente dimensione comunitaria, anche la confessione pur essendo segreta, e quindi familiare.

Si tratta di evidenziare questo aspetto dei sacramenti. Per esempio il Battesimo (il bambino per esso viene a far parte della Chiesa e quindi in maniera più piena della propria famiglia cristiana), la Cresima con i doni dello Spirito arricchisce la famiglia, la Penitenza ricuce l’unità della casa, il Matrimonio offre un cammino tra memoria e novità, l’Unzione degli infermi mobilita la casa nella preghiera per aiutare chi è nel “combattimento”, l’Ordinazione sacerdotale mostra la vocazione potenziale in ogni credente: dedicare tutta la vita al servizio della Parola di Dio per il bene degli uomini.

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4.2.4. L’esercizio e l’educazione della carità

La virtù e l’esercizio della carità assume particolari accentuazioni in famiglia. La prima sta nell’accettazione e nel servizio reciproco. La confidenza, l’abitudine, l’irritazione non controllata e la costrizione a vivere insieme può mettere a dura prova la benevole attenzione reciproca anche nelle piccole cose in famiglia. C’è poi l’esercizio della carità verso coloro che non appartengono alla famiglia e i conseguenti interrogativi: vengono prima gli altri o la famiglia, anche noi abbiamo tante necessità, il prossimo è tante volte noioso, poco riconoscente, dai un dito e vogliono un braccio. In famiglia è fondamentale l’educazione dei figli a come valutare il denaro, a come guardare il prossimo, i poveri, i più deboli, a come impegnare il proprio tempo, a come guardare non solo a sé, ma anche al mondo che ci circonda e a intervenire con qualche sacrificio personale.

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4.3. La reciprocità in famiglia

Una frequente immagine che si facciamo della famiglia, sconfessata però spesso dalla prassi, è quella che da una parte pone i genitori i quali devono comandare, insegnare, giudicare, lavorare e dall’altra parte pone i figli che devono obbedire, imparare, sottostare al giudizio dei genitori, studiare e giocare. Alle volte si aggiunge anche quella specifica, religiosa: i genitori possono non frequentare la chiesa, i ragazzi invece devono andarci.

Nella realtà in famiglia ognuno è responsabile, pure in forme e intensità diverse, dell’altro, degli altri: tra i coniugi, tra i genitori e i figli, tra gli tessi figli. Per esempio nell’educazione religiosa i figli possono costituire un forte richiamo per i genitori. Sempre i figli possono essere dei portatori di serenità, costituire degli stimoli culturali per i genitori, degli informatori di una certa sensibilità corrente. Tutto ciò dovrebbe favorire il dialogo calmo insieme, convinti gli adulti di dover anch’essi imparare, senza per questo abdicare a determinate loro responsabilità.

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4.4. L’apporto specifico della famiglia alla più larga comunità della Chiesa

Il primo apporto che la famiglia è chiamata a dare alla comunità della Chiesa, della parrocchia non è il suo fare, ma il suo essere. L’essere autentica famiglia cristiana.

In secondo luogo viene il suo apporto di accoglienza, di ascolto e di consiglio, di vicinanza, di aiuto morale e materiale con alcune famiglie della comunità locale.

L’esperienza fatta in famiglia può rifluire nei rapporti umani all’interno della propria professione

(vedi il caso dell’insegnante, del medico, dell’operaio, del dirigente, dell’impiegato, ecc. ecc.) e anche nel servizio diretto all’interno della Chiesa, come l’insegnamento della dottrina, l’animazione del canto e della liturgia in chiesa, l’impegno educativo in oratorio, nella visita agli ammalati, nel lavoro della “caritas” parrocchiale.

E’ significativo che nella società si ricorra alle varie figure della famiglia per qualificare positivamente l’atteggiamento delle persone nella vita sociale, come quando si dice: un dirigente che fu per me come un padre, un collega che fu come un fratello, una sorella, un principiante che si senti nell’azienda come in famiglia. Tutto ciò è segno che la famiglia può risultare un campine di comportamento.…………

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4.5. Storicità della famiglia

Tutto ciò che abbiamo detto finora potrebbe indurci ad un errore di prospettiva, perché abbiamo presentato una immagine statica della famiglia, mentre essa in realtà è fortemente dinamica, in perenne evoluzione in tutti gli aspetti che abbiamo ricordato e nei loro rapporti.

Vedi per esempio il rapporto tra genitori e figli a età diverse (bambini piccoli, adolescenti, giovani, sposati, la presenza dei nipotini), vedi i genitori nel tempo del lavoro e in quello della pensione, nella penuria e nell’agiatezza. All’inizio c’è più un amore immaginato e poi un amore sperimentato e pagato di persona. S’accumulano poi le esperienze (con ripercussioni a volte negative, altre volte positive) di sofferenze, fatiche, paure e sogni, lutti, incontri e scontri, delusioni e scoperte.

Non c’è mai un momento nel quale la vita di una casa sia ferma. Di qui l’importanza d’avere davanti agli occhi i grandi riferimenti dell’esistenza umana, per cui la fede e la speranza cristiane accompagnano questo divenire, impedendogli di deragliare, perché gli mostrano la preziosità, pur cangiante, di ogni momento, assicurando al credente che nulla del bene va perduto, e mai siamo abbandonati da Dio se noi non lo abbandoniamo.

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Preghiera

Tieni sempre desto, Signore, il nostro cuore

perché l’abitudine non l’addormenti,

le difficoltà della vita non lo scoraggino,

le delusioni non lo chiudano in se stesso.

Bussa alla porta della nostra casa

qualora ti avessimo abbandonato,

riaccendi il fuoco del tuo amore

se l’illusione per altre strade l’avesse spento.

Torna ad essere nostro ospite,

perché noi siamo tuoi figli,

e la nostra casa vuol essere anche la tua,

disponibile a condividere il pane della tua gioia

con le persone che incontreremo nella nostra vita.

 

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5. I GRUPPI FAMILIARI

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Nessuno di noi vive e cresce in solitudine. Condizione fondamentale della vita è la comunicazione.

Una legge che tocca la cellula, il fiore, l’animale, la persona umana. E più si sale nella scala degli esseri e più complessa e ricca si fa questa esigenza che riguarda ciascuno in tutte le sue dimensioni: fisica, biologica, psichica, ricreativa, conoscitiva, affettiva, intellettuale, spirituale.

Anche la famiglia, come comunità particolare di persone, è soggetta a questa esigenza di comunicare, condividere, scambiare aiuto per vivere i propri valori. Una condivisione che non si pone in alternativa con quella famigliare, né la deve opprimere, ma anzi che la deve aiutare. E proprio questo risultato: l’aiuto ad essere se stessi, mostra l’autenticità di questa “comunione”.

Nella precedente riflessione abbiamo parlato della “comunione” con Dio in famiglia, perché questa possa rimanere se stessa, perché viva.

Ora vogliamo parlare della famiglia in rapporto alle altre famiglie, tenendo presente che si tratta di un famiglia cristiana e perciò della “chiesa domestica”, come la chiama il Concilio Vaticano II, la quale è chiamata perciò a “scambiare” anche i propri doni di grazia, ad aiutare e a farsi aiutare nella propria vita di credenti.

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5.1. Una forma di relazione della famiglia: il gruppo famigliare

Nella comunicazione reciproca è fondamentale il terreno comune che si condivide. Senza un terreno comune (che può essere di vario tipo come: età, lavoro, studio, interessi sportivi, politici, religiosi, di appartenenza…) non scatta la comunicazione.

Un terreno comune per esempio è costituito dall’appartenenza ad una famiglia e quindi con analoghi problemi circa la vita di coppia, i rapporti tra genitori e figli, la vita di preghiera in famiglia, l’esperienza della gioia e delle sofferenze delle difficoltà di relazione.

Ogni giorno sperimentiamo il sostegno che ci viene dalla vicinanza amica di un altro, il confronto con la sua esperienza, l’incoraggiamento dal suo esempio, il risveglio che ci viene dalle sue richieste, il conforto che paradossalmente ci giunge dal sentire che anche l’altro, gli altri, provano la stessa fatica, le stesse gioie, le stesse delusioni.

Non si tratta in questa vita di gruppo di ascoltare delle prediche (che pure hanno una loro funzione), ma di uno scambio di esperienze “interpretate”, di domande di chiarificazione e di aiuto, di offerta di suggerimenti, nella chiara coscienza di essere tutti in cammino per la stessa strada.

Nel riunirsi in gruppo l’obiettivo non è il gruppo stesso, ma l’aiuto che deve venire alle singole famiglie, per cui dobbiamo preoccuparci non che “resista” il gruppo, ma che “resistano” le famiglie e crescano bene.

Il gruppo, di conseguenza, dev’essere ristretto in modo che nessuno dei suoi partecipanti sia passivo. Vi dev’essere però, proprio perché ristretto, perché “attivo”, una sincera accettazione reciproca. Non si richiede che i suoi membri siano “perfetti”, né che abbiano la stessa età o svolgano la stessa professione, ma che tra essi vi sia una stima reciproca, rispettosa del grado di confidenza degli altri. Se una coppia, dopo qualche incontro non si trova, oppure non ha il tempo necessario per gli incontri, deve sentirsi libera di lasciare il gruppo.

Vi dev’essere uno che faccia da riferimento pratico per il gruppo. Tutte le coppie però si devono sentire corresponsabili per cui, per esempio, non deve succedere che uno manchi senza avvertire, come del resto dovrebbe avvenire in ogni casa normale quando ci si trova insieme per il pranzo o per un incontro.

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5. 2. Importanza di un fine comune chiaro

Ci si può trovare insieme per scopi diversi: per mangiare, per divertirsi, per lavorare…A seconda del fine che ci si propone si devono osservare anche le condizioni.

Nel caso dei nostri gruppi famigliari il fine è quello di aiutarsi a vivere pienamente la propria vocazione di “famiglie cristiane”. In essi, come già abbiamo ricordato tutti devono essere attivi e perciò dare il proprio contributo di esperienza, di domande, di presenza, di collaborazione per l’organizzazione.

E’ opportuno che di norma gli incontri avvengano in casa delle famiglie del gruppo, per sottolineare che non si parla di impegni fuori casa, ma nella propria famiglia. In mancanza di ambienti adatti si potranno fare in Oratorio.

Il gruppo può incontrarsi anche per far festa insieme, non deve però fondare la sua vita su aspetti gastronomici o ricreativi.Ogni coppia deve impegnarsi a partecipare, dando il proprio contributo di esperienza, di idee, prendendo parte alla preghiera comune. Non devono esserci altri vincoli.

La presenza del sacerdote, come in ogni azione di Chiesa, è opportuna, non sempre necessaria. E’ sbagliato ritenere che non si possa fare un discorso cristiano senza il prete, che non si possa pregare, leggere la Bibbia senza di lui. Il sacerdote aiuta con il suo consiglio per non imboccare strade sbagliate, e favorisce l’armonizzazione della vita dei gruppi con la vita della parrocchia.

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5.3. Un esempio concreto di vita di un gruppo di spiritualità familiare

Di media le coppie che formano un gruppo di spiritualità famigliare non dovrebbero essere superiori a sette, per permettere a ciascuno una partecipazione attiva. Gli incontri potrebbero avvenire di norma una volta al mese secondo un calendario deciso dai partecipanti.

Ogni gruppo deve avere un proprio coordinatore che guida l’incontro in modo che tutti con facilità possano prendere la parola e avverta in tempo del giorno, dell’orario e del luogo della riunione.

In ogni incontro ci dev’essere un momento di preghiera, la lettura di un testo biblico, la riflessione comunitaria sul testo ascoltato. Va fissato l’orario non solo dell’incontro, ma anche del suo termine.

Il sacerdote, quando può partecipare, dà il suo contributo alla riflessione, possibilmente dopo l’intervento dei presenti perché alla fine non sia solo lui a parlare.

Un parere: poiché il gruppo è in servizio della vita spirituale delle famiglie, può essere opportuno che la lettura biblica sia presa dalla domenica nella quale si tiene l’incontro, poiché questo metodo (riflettere insieme, marito e moglie) dovrebbe avvenire tutte le settimane nelle singole famiglie (in alcuni casi potranno venire coinvolti anche i figli più grandi). Così l’esperienza di lettura biblica del gruppo potrebbe sollecitare quella delle singole famiglie. Scegliendo i testi della domenica si facilita la scelta dei brani da leggere, si può usufruisce delle spiegazioni sentite alla Messa in parrocchia, alla televisione, alla radio, si cammina sulla strada dell’Anno liturgico.

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5.4. I gruppi di spiritualità famigliare e la vita di parrocchia

I gruppi di spiritualità famigliare non devono nascere per vivere più comodi, ma per impegnarsi più profondamente nella propria vocazione di sposi e di genitori.

Non vivono perciò da estranei alla comunità parrocchiale, ma collaborano alla sua vita vivendo la loro specifica spiritualità e non tanto perché fanno qualcosa d’altro.

Essi contribuiscono alla vita cristiana della parrocchia anzitutto attraverso la loro “esemplarità”: il vangelo vissuto in famiglia, con tutte le virtù che richiede di fede, di speranza, di carità, di pazienza, di costanza, di fortezza…

Essi possono estendere nella parrocchia i doveri che hanno in casa per l’educazione dei ragazzi, per la preparazione dei giovani al matrimonio, per l’attenzione ai più poveri.

La grande ricchezza della famiglia è l’affettività, l’ospitalità, la memoria…qualità che tante volte sono carenti nella nostra società e anche nella Chiesa.

La parrocchia a sua volta può aiutare le famiglie: promovendo incontri formativi per i genitori, soccorrendo chi è in difficoltà (economica, educativa, a motivo di ammalati…), ricordando anniversari per sottolineare l’importanza del sacramento del matrimonio, coinvolgendo le famiglie nel catechismo dei ragazzi, nella preparazione dei ragazzi ai sacramenti, nei corsi per fidanzati, nelle attività dell’Oratorio.

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5.5. Una urgenza: dobbiamo prendere coscienza a livello di società e di Chiesa che la famiglia non è un fatto privato, non è una realtà secondaria

Per molto tempo si è confusa la specificità propria della famiglia e il rispetto dovuto ad essa come se fosse un soggetto privato.

In famiglia si educa nei suoi primi passi, quelli decisivi, sia il cittadino che il cristiano. In famiglia la persona umana vive gran parte della sua gioia e della sua infelicità.

Non si cura una pianta guardando solo alle foglie e al tronco. Si deve aver cura delle sue radici. La famiglia in qualche modo costituisce le radici della società e della Chiesa.

Ecco perché dobbiamo interessarci sul serio di essa. Dei pesi che deve sopportare, delle responsabilità che ha, delle mille potenzialità che possiede, del bene che può compiere.

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5.6. Condizione perché si ottengano dei frutti

A qualcuno può venire da pensare: sarebbe bello seguire questo cammino. Ma è possibile? A quali condizioni questo cammino porta dei frutti nella vita delle famiglie? Una domanda simile se la pone tante volte anche il contadino quando semina: si sarà un frutto di tutto questo lavoro? Gli parrebbe, a prima vista, che la semina sia solo una perdita, non un guadagno.

Come il contadino per ottenere dei frutti non deve accontentarsi solo di seminare (pur essendo la semina la condizione primaria per il raccolto), ma anche coltivare con pazienza e costanza il campo seminato, così deve fare ogni famiglia per continuare a crescere.

La costanza, la continuità è fondamentale perché si sviluppi la vita, ogni vita, e in particolare quella della famiglia così soggetta all’evoluzione, al cambiamento, al variare degli stati d’animo, all’alternarsi della gioia e della tristezza.

Occorre essere costanti anche quando siamo presi dalla stanchezza, o dallo scoraggiamento perché siamo rimasti delusi, o abbiamo trovato poca comprensione attorno a noi.

La perseveranza dell’amore di Dio ci ha salvati; la perseveranza nel nostro amore ci salva. Appoggiamoci alla perseveranza dell’amore di Dio, che non è soggetta a oscillazioni, anche se alle volte pare oscurarsi ai nostri occhi.

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Preghiera

Signore, molte famiglie

hanno fato naufragio

perché avevano pensato il matrimonio

solo come un’avventura;

altre, perché si sono trovate troppo sole;

altre ancora perché si sono dimenticate di Te

e il loro amore si è spento.

Donaci la grazia d’incontrare veri amicifamiglia08

nel nostro cammino

con i quali condividere

la stessa fede e speranza,

e possiamo testimoniare

che la famiglia può essere ancora

una scuola di vita

che orienta la mente

e il cuore dell’uomo.