"Tra passato e futuro: il nostro cammino diocesano"

                 

Relazione conclusiva del Convegno diocesano

"Confrontarsi nella Chiesa per meglio comprendere"

                        

Certosa di Pavia, 11 settembre 1999

                                                              

SOMMARIO

1. Dall'orizzonte dell'Europa e dell'Italia a quello della nostra diocesi

2. Continuità e tensione tra passato e futuro

3. La domanda su due punti focali

4. Ottica nell'affrontare il problema

5. La evangelizzazione

5.1. L'unità e la varietà espressiva della evangelizzazione

5.1.1. La Liturgia

5.1.2. L'omelia e la catechesi

5.1.3. La testimonianza della vita e delle opere di carità

5.2. Possibilità e ostacoli all' evangelizzazione

5.3. Ambienti e strumenti di evangelizzazione

5.4. L' orizzonte dell' evangelizzazione

6. Gli evangelizzatori

6.1. Difficoltà e segni di speranza

6.2. Unità e varietà degli evangelizzatori

6.3. Una recente proposta; le unità pastorali

6.4. La formazione de gli evangelizzatori

7. Un invito

                                                                                                     

Con mons. Aldo Giordano abbiamo allargato il nostro sguardo sull'Europa, con s.e. mons. Ennio Antonelli l'abbiamo ristretto sull'Italia e in modo particolare sulla evangelizzazione in essa, ora vogliamo puntare l'attenzione alla nostra situazione diocesana, tenendo presente il nostro cammino sinodale che insieme vuole ricordare e progettare.

                             

1. Dall'orizzonte dell'Europa e dell'Italia a quello della nostra diocesi

Come un aereo planando lentamente verso terra passa da quote alte ad altre sempre più basse, fino ad individuare campi, strade e case, così nel nostro Convegno siamo passati dalla visione della pastorale in Europa a quella in Italia ed ora a quella nella nostra diocesi.

Noi apparteniamo alla storia, alla cultura, all'economia, alle comunicazioni, alla spiritualità dell'Europa e dell'Italia, per cui non possiamo prescindere da esse se vogliamo capire noi stessi. D'altra parte noi abbiamo una nostra storia, una nostra individualità che nessun altro può sostituire. Per questo dobbiamo guardare contemporaneamente sia l'orizzonte più ampio in cui ci moviamo, sia le condizioni proprie della nostra terra.

Rifacendomi alle due precedenti relazioni, della prima ricordo in particolare l'accento posto sul problema dell'unità nella diversità all’interno della Chiesa cattolica, nel rapporto con le altre Chiese cristiane, con le altre religioni, con ogni uomo e i suoi interrogativi sul senso della vita; della seconda voglio rilevare la sottolineatura del rapporto nuovo e problematico tra fede e cultura nel nostro tempo (vedi il Convegno nazionale ecclesiale di Palermo) e dei vari gradi e modi d'impegno dei laici nella vita della Chiesa.

Problemi che stanno sullo sfondo anche del nostro quadro pastorale e che aumenteranno in futuro nella nostra terra a motivo della crescente convivenza di persone di cultura e di religione diverse, del cambiamento in atto della mentalità della gente, del lavoro, della scuola, della diffusione dei mezzi di comunicazione sociale che allargano sempre più il nostro orizzonte conoscitivo, della diminuzione dei sacerdoti, delle religiose e dei religiosi.

                         

2. Continuità e tensione tra passato e futuro

Ma come guardare alla vita della nostra diocesi per meglio comprenderne il dinamismo e la direzione. La Chiesa non è una realtà ferma, come una grande cattedrale seppure in perenne restauro, ma come un corpo vivo in costante evoluzione. Di conseguenza una fondamentale prospettiva per comprenderla è quella di osservarla nel suo divenire, e perciò tra passato e futuro.

Del resto è questo un atteggiamento comune in ogni tipo di valutazione della nostra esistenza. quando giudichiamo un qualche comportamento, facilmente ripartiamo dalla nostra esperienza storica. Si spiega così come alle volte noi non accettiamo il "nuovo" solo perché non corrisponde ai nostri ricordi o alle nostre abitudini o ci scomoda, altre volte perché la nostra esperienza ci dice che quello è un modo di pensare o di fare sbagliato. In altri casi noi siamo spinti a rincorrere il "nuovo" per il disagio in cui ci troviamo a vivere, oppure perché il futuro, non essendo presente, ce lo immaginiamo bello, senza ostacoli, o ancora perché siamo convinti che esso rappresenti un bene per noi e per gli altri.

Si danno così frequentemente delle tensioni nel nostro cammino verso il futuro sia a motivo della domanda: qual è la concreta strada giusta da percorrere? quale futuro costruire? sia perché vi possono essere in noi delle resistenze psicologiche a percorrere nuove vie. Per essere corretti nelle nostre valutazioni non dobbiamo perciò guardare soltanto la realtà che ci sta di fronte, ma prendere coscienza anche dei nostri atteggiamenti interiori che ci possono condizionare sia nei giudizi come nelle nostre scelte.

Parlando poi della Chiesa, del suo divenire non dobbiamo mai dimenticare la sua natura "misterica", perché opera di Dio e dell'uomo, visibile e invisibile, costante memoria di un passato e nello stesso tempo tutta tesa all'avvenire, santa per l'azione di Dio accolta nella nostra vita e peccatrice per le proprie infedeltà. Per questo una semplice sua analisi sociologica non è in grado di coglierne la natura profonda, come la misurazione del peso e dell'altezza di una persona è inadeguata a definirne il valore.

Con questa coscienza dobbiamo accingerci a guardare e valutare il passato e il futuro anche della nostra Diocesi.

                     

3. La domanda su due punti focali

Già nella lettera d'illustrazione dei fini del Sinodo ("In cammino per essere fedeli a Dio nel nostro tempo" l998 pp.13-18) ho indicato come punti focali sia dell’indagine come delle nostre proposte la "evangelizzazione" e gli "evangelizzatori". Questi due temi li tratterò anche nell'attuale mia relazione perché li ritengo non solo centrali nella vita della Chiesa per la sua natura, ma anche urgenti per le condizioni della pastorale nel nostro tempo, come già avevo osservato nella mia lettera alla città dopo la Visita Pastorale (cf. "Per camminare cristianamente insieme" 1997 pp.25-26)

Al riguardo il Concilio Ecumenico Vaticano II ci ha offerto una luce particolare approfondendo il senso e il modo con cui Dio si è rivelato all'uomo (contenuto e modello di ogni evangelizzazione) e il dovere di tutti i battezzati (e non solo dei preti e dei religiosi) di rendergli testimonianza con la vita e con la parola. La chiarezza dell'indicazione di principio lascia però aperta la domanda sul come nel nostro tempo dobbiamo servire e rendere testimonianza alla rivelazione di Dio, momento sorgivo della fede e della Chiesa, e come coinvolgere oggi più operai a lavorare nella vigna del Signore, senza per questo attribuire ai laici il ruolo dei sacerdoti, ricadendo così in una nuova forma di clericalismo.

In tutte le sue manifestazioni la Chiesa tende a misurarsi su queste due domande. Dai genitori, ai sacerdoti e alle religiose, agli insegnanti ogni giorno mi sento chiedere: come parlare, come educare, come convincere i ragazzi, i giovani d'oggi a credere e a comportarsi da cristiani? Anzi: come interessare gli uomini d'oggi alla fede cristiana? E ancora mi viene domandato: quando ci manda un sacerdote, un curato, alcune suore, che abbiano cura della nostra parrocchia, dei nostri ragazzi? Ci può essere in queste domande una certa ingenuità oppure una tendenza al disimpegno; tuttavia credo che esprimano, aldilà dei possibili fraintendimenti, un problema reale, anzi un problema urgente: come evangelizzare gli uomini d'oggi? Chi deve impegnarsi in questa evangelizzazione?

                                 

4. Ottica nell'affrontare il problema

Di fronte all'attuale situazione di grande cambiamento si danno reazioni diverse. Chi vorrebbe ricostituire l'ordinamento del passato e valuta il presente solo in riferimento alla situazione di un tempo. Quante volte si sente dire: ma un tempo si faceva così e così ed ora non più. E c'è chi vorrebbe cambiare come si fa nel mondo del commercio, pur di vendere, pur di avere il consenso della gente, adottando magari metodi uguali. Ma il problema non è semplicemente quello di ricostituire costumi e modi di un tempo, né di rincorrere il consenso degli uomini adottando forme di vita nuove che siano gradite. Non si tratta di vendere della merce, né di costringere ad un consenso come si può fare con la pubblicità. La proposta cristiana, che viene dalla libera iniziativa di Dio, fa appello alla libertà dell'uomo e riguarda il suo destino che dà luce ad ogni suo passo.

L'impegno del cristiano è quello di vivere nel proprio tempo la Chiesa voluta da Gesù Cristo, testimoniata dalla Scrittura, animata dal suo Spirito, guidata dai successori degli apostoli in comunione tra di loro e con il Papa. Il riferimento primario di chi evangelizza non è perciò né un modello del nostro passato, pure autorevole, né il bisogno del consenso della gente, che pure va cercato come risposta a Cristo, ma l'originaria proposta evangelica da vivere e riproporre nel proprio tempo. Queste due fedeltà a Gesù Cristo e al proprio tempo costituiscono il costante motivo del rinnovamento e dell'identità della Chiesa.

                                                        

5. La evangelizzazione

Precisato lo spirito e il modo di guardare il passato e il futuro della nostra Chiesa particolare, vogliamo concentrare la nostra attenzione sul compito primario della Chiesa e perciò anche della nostra Diocesi: l'evangelizzazione.

Questa, come risulta dalla missione data da Gesù Cristo ai suoi (cf. Mr. 16,15.20) e dall’insegnamento della Chiesa (cf. "Lumen Gentium" nn.12,25,35; "Apostolicam Actuositatem" n.6; "Evangelii Nuntiandi") costituisce non uno dei compiti della Chiesa, ma il suo compito per eccellenza. Ha scritto il nostro Papa nella sua prima enciclica: "Il compito fondamentale della Chiesa di tutte le epoche e, in particolare della nostra, è di dirigere lo sguardo dell'uomo, di indirizzare la coscienza e l'esperienza di tutta l'umanità verso il mistero di Cristo" ("Redemptor Hominis" n. 13).

Di conseguenza la comunità cristiana trova qui il criterio valutativo per la scelta, la modifica o l'abbandono di certi suoi impegni pastorali, il principio operativo unificante la sua vita nel mondo e per il mondo: proporre di vivere l'esistenza umana come l'ha vissuta Gesù Cristo. Questo costituisce il nocciolo dell'evangelizzazione (cf. G. Colombo "Sulla evangelizzazione" ed. Glossa, Milano 1997).

Si tratta di un convincimento decisivo sia per dare unità alla vita cristiana delle nostra comunità, della nostra Diocesi, sia per avere un criterio unitario nel valutare le nostre attività, nel celebrare il nostro Sinodo, nel formularne le proposte.

L'evangelizzazione, presentazione del mistero di Cristo, non ha però una sola forma espressiva. Ci ha ricordato il Concilio Vaticano II che Dio si è manifestato a noi in Gesù Cristo con gesti e parole, con la vita, la morte e la risurrezione, con i suoi miracoli, con tutta la sua presenza (cf. Dei Verbum nn.2-4). Di conseguenza l'evangelizzazione si compie in varie forme: con gesti e parole, con esempi, con la vita e con la morte, con la propria presenza, ma sempre quale segno ed espressione di Lui. Come in certi mosaici bizantini il volto di Cristo è rappresentato da tante pietruzze (dette tessere) di colore diverso, ma complementari tra di loro, così nella Chiesa il mistero di Cristo viene ripresentato dai vari segni convergenti come la liturgia, la predicazione, il catechismo, la vita di povertà, di castità, di obbedienza per amore di Dio, i gesti di carità, la sofferenza e la gioia vissute con i sentimenti del Salvatore. Si veda la sorprendente evangelizzazione di Gesù nei trent'anni trascorsi a Nazaret. (Una importante traduzione di questa evangelizzazione ce l'ha mostrata nel nostro tempo padre Charles de Foucauld (cf. Pierangelo Sequeri "Ripartire da Nazareth? Appunti su Charles de Foucauld e la nuova evangelizzazione" in "La Rivista del clero Italiano" 1996 n.9, pp.567-587).

                        

5.1. L'unità e la varietà espressiva della evangelizzazione

Se l'evangelizzazione costituisce il compito della Chiesa e si manifesta in una varietà espressiva, dobbiamo interrogarci se i nostri segni, i nostri gesti hanno manifestato Gesù Cristo, se le parole sono state fedeli al suo messaggio, se la nostra vita gli ha reso testimonianza nel concreto quotidiano della nostra esistenza.

                             

5.1.1. La Liturgia. Uno dei segni più intensi dell'annuncio del mistero di Cristo e della sua presenza operante tra noi è dato dalla Liturgia, dalla celebrazione dei Sacramenti, in particolare dalla celebrazione dell'Eucarestia. Si tratta tra l'altro dell'annuncio più partecipato da parte dei fedeli rispetto ad altre attività pastorali. Il Concilio Vaticano II è giunto a dire che "l'Eucarestia si presenta come fonte e culmine di tutta l'evangelizzazione" ("Presbyterorum Ordinis" n.5), poiché ripresenta nella forma più intensa la morte e la risurrezione di Gesù Cristo per la salvezza degli uomini.

Ora ci chiediamo: queste celebrazioni mostrano ciò che significano, oppure si riducono a gesti rituali quasi fossero una moneta da pagare a Dio a somiglianza di una tassa. Pensate un momento al valore e al significato del Battesimo (la rinascita in Cristo e la conseguente accoglienza nella comunità dei credenti), al dono sorprendente della misericordia di Dio nel sacramento della Penitenza, alla viva memoria della morte e della risurrezione del Signore nella santa Messa, e al modo con cui celebriamo questi Sacramenti. L'Anno Liturgico, a sua volta, grande scuola ed esperienza della sequela di Gesù Cristo, dove la vita del Figlio di Dio è scandita nei tempi della vita dell'uomo, non va ridotto ad un semplice seguito di feste. Esso rappresenta la grande scuola di spiritualità dell’intero popolo di Dio (cf. "Spiritualità cristiana: esperienza, interpretazione, educazione" in "Vita Diocesana" 1998 pp. l8-34). Quali indicazioni dare per una maggiore valorizzazione dell'Anno Liturgico, della Domenica, della Settimana Santa?

I ricchi testi biblici proclamati durante tutto l'Anno Liturgico come vengono compresi dalla nostra gente, quando vengono spiegati? Non si tratta in questo caso di fare delle cose nuove, ma di celebrare e spiegare più adeguatamente ciò che da secoli si va facendo, tanto più che sono stati compiuti molti passi avanti rispetto al passato nell'evidenziare i segni liturgici e nell'arricchirli con abbondanti testi scritturistici. Il Sinodo dovrà sottolineare l'impegno della nostra Chiesa particolare nell'ambito della vita liturgica, nel renderla "parlante". Al riguardo già sono state emanate delle norme e direttive diocesane per i sacramenti del Battesimo (cf. "Le direttive pastorali del Vescovo durante l'incontro di aggiornamento culturale per il clero sul tema del Battesimo" in "Vita Diocesana" 1997 pp.27-34), della Cresima (vedi i quattro incontri con i catechisti fatti nei Vicariati nel settembre-ottobre 1997 su: "Dal Battesimo alla Confermazione: alcuni riferimenti teologici", "La preparazione al sacramento delta Confermazione", "La celebrazione della Confermazione", "L'educazione dei cresimati"), dell'Eucarestia (cf. "La celebrazione della santa Messa: orientamenti e norme" in "Vita Diocesana" 1989 pp.228-235; "Decreto su le sante Messe dei gruppi particolari nei giorni festivi" e "Decreto circa la riduzione delle sante messe in città" in "Vita Diocesana" l998, pp.l54-155 e pp.257-260), della Penitenza (vedi documento dell'episcopato lombardo "Cammino di conversione e sacramento della riconciliazione" ed. Centro Ambrosiano, 1998), per i fotografi durante le celebrazioni ("Alcune norme per fotografi e cineoperatori nelle celebrazioni liturgiche" in "Vita Diocesana" 1996, pp.339-341).

Lo stesso modo di celebrare le varie forme di preghiera in parrocchia (come novene, Via Crucis, Rosario, processioni) può sottolineare oppure oscurare il loro diverso ordine d'importanza e il loro rapporto con Gesù Cristo. Anche la cura dei luoghi, come il battistero e il presbiterio e i confessionali, e degli oggetti sacri, come 1'altare, il tabernacolo, i libri liturgici e gli arredi per le funzioni e la stessa collocazione di statue e di quadri costituiscono una importante forma di catechesi.

                              

5.1.2. L'omelia e la catechesi. Fa parte della celebrazione liturgica dei sacramenti l'omelia del celebrante, che ha il compito di spiegare i testi letti e di evidenziare l'azione religiosa che si sta svolgendo. Al riguardo si pone il problema non solo della fedeltà al testo biblico, ma insieme quello dell’incrociare le domande dell'uomo d'oggi. In alcuni casi per facilitare questo compito l'omelia è stata preparata con la collaborazione dei laici durante la settimana.

Accanto all'omelia vanno ricordate le varie forme di catechesi, da quella ai bambini a quella per i ragazzi, i giovani e gli adulti. Fino agli undici, ai dodici anni la frequenza è buona, in molti casi raggiunge il 99, il 100 per 100. Una frequenza che però lascia intatta la domanda sul nostro modo di fare catechismo, sul coinvolgimento dei genitori, su la preparazione dei catechisti e la cura degli ambienti in cui si tiene il catechismo.

Il problema non solo del modo, ma anche della frequenza nasce però poi in tutte le parrocchie per i ragazzi che già hanno ricevuto il sacramento della Cresima. In diverse comunità parrocchiali si è costituito per questo il gruppo dei ragazzi del post-cresima. Una iniziativa che ha avuto un certo frutto. Io stesso ho scritto per questi ragazzi un libretto per orientare il loro cammino: "Verso il mare aperto" 1993.

Segue poi 1'età dell'adolescenza e della giovinezza, tempo difficile ma insieme tanto importante per il futuro dei nostri ragazzi. Essi stanno interrogandosi sul loro futuro, sul senso della vita, sulla loro vocazione. Anche per costoro ho dato delle indicazioni pastorali: "Indicazioni per la pastorale dei ragazzi", 1992, e ancora "Esame e proposta di un cammino: il nostro impegno nella pastorale giovanile" 1994. Guardando al presente e al futuro resta però sempre la domanda che si ripropone ad ogni cambio generazionale: come parlare ai giovani, come accostarli a Gesù Cristo, come educarli? Un impegno che fa appello alla preparazione e alla presenza di appassionati educatori.

Che indicazioni vanno fatte, quali attività vanno intraprese per la formazione degli educatori, tenendo conto delle esperienze già svolte nel passato? Per quanto riguarda l'evangelizzazione e la catechesi degli adulti dobbiamo riconoscere che il problema si presenta quasi dovunque molto grave. Nel passato vi è stato un lungo periodo in cui la catechesi degli adulti si teneva tutte le domeniche ed era frequentata. Ora essa non si fa più, almeno in quella forma. È vero che a differenza del passato oggi gli adulti partecipano a momenti di catechesi in occasione dei sacramenti dei figli, oppure attraverso la radio o la televisione. Si tratta però di aiuti troppo discontinui. In alcune parrocchie l'istituzione di centri di ascolto e la collaborazione dei laici ha permesso di raggiungere più persone. Così periodici incontri biblici hanno ottenuto un discreto interesse.

Anche alcuni gruppi di laici (associati e no) si sono impegnati con continuità a meglio conoscere il mistero cristiano. Si tratta però sempre di numeri molto esigui. Ma se gli adulti non vengono catechizzati, essi a loro volta non potranno spiegare il vangelo e la vita cristiana ai loro figli in famiglia. L'annuncio e la spiegazione del mistero cristiano agli adulti è "urgente" perché essi portano nella famiglia e nella vita civile le principali responsabilità educative, di studio e professionali. Anzi, gli stessi laici adulti possono dare un contributo prezioso alla catechesi sia perché sono aggiornati testimoni delle difficoltà e degli interrogativi degli uomini del loro tempo, sia perché accostano molto più del sacerdote ambienti vari e con essi anche i così detti "lontani". Il Sinodo potrà indicare alcuni compiti dei cristiani laici in questo impegno (come catechisti, lettori, ministri straordinari dell'Eucarestia, assistenti di Oratorio, animatori di gruppi familiari, aiuto ai missionari, operatori della Caritas; cf. P. Vanzan - A. Auletta "La parrocchia per la nuova evangelizzazione: tra corresponsabilità e partecipazione" ed. AVE, Roma 1998 pp.66-82).

In alcune nostre parrocchie da qualche anno con frutto sono stati avviati dei centri d'ascolto tenuti con la collaborazione di laici adulti. Una esperienza positiva sviluppata in tante Diocesi (cf. G. Macchioni "Evangelizzare in parrocchia" ed. Ancora, Milano 1998).

                                        

5.1.3. La testimonianza della vita e delle opere di carità. C'è un'evangelizzazione primordiale, facilmente intelligibile e alla portata di tutti: la testimonianza della vita e delle opere di carità. Questa evangelizzazione parla anche quando si tace e dà credibilità a quella delle parole. Essa si esprime nelle relazioni interpersonali, là dove non si vede solo il dono offerto, ma anzitutto la persona che lo offre, la sua gioia e la sua tristezza. Un luogo privilegiato e quotidiano di questa evangelizzazione è dato anzitutto dalla famiglia, poi dalla parrocchia, dalla vicinanza negli ambienti di studio, di lavoro, di gioco. Non dimentichiamo mai la scelta fatta da Gesù Cristo di trent'anni di vita trascorsi a Nazareth, trent'anni fondamentali per la nostra salvezza.

E poiché si tratta di presentare, pur in modi diversi, lo stesso Signore Gesù, l'evidenziare la stretta unione tra Liturgia, annuncio, catechesi e testimonianza della vita significa rendere più tangibile e credibile la "buona notizia cristiana".

Ciò mette in luce l'importanza e il valore della evangelizzazione che la comunità parrocchiale può compiere e l'importanza del ruolo di ciascuno, dal bambino all'anziano, dal sano all'ammalato, da parte di chi parla e di chi lavora, da parte del sacerdote e del laico, come la varietà degli strumenti di una orchestra che, suonando in armonia tra loro lo stesso spartito musicale, nel nostro caso il Vangelo, ne mostrano tutta la ricchezza.

                         

5.2. Possibilità e ostacoli all' evangelizzazione

La missione e l’importanza dell'evangelizzazione non pone però solo il problema dell'incontro con le persone, ma nello stesso tempo anche quello dell’impatto con la mentalità corrente, con la dominanza nella cultura contemporanea della "soggettività" nel valutare la verità, con la conseguente mancanza di un riferimento ad un ethos comune, condiviso, con la frammentazione del sapere, con il pluralismo delle prospettive religiose in cui ci troveremo sempre più immersi e con il rischio di subordinare la rivelazione di Dio alle misure dell'uomo, dei suoi desideri (vedi le relazioni del prof. Gabriele Calvi e di padre Bartolomeo Sorge dell'aprile scorso, vedi anche le relazioni di questi giorni di mons. Aldo Giordano e di s.e. mons. Ennio Antonelli).

Di qui l'importanza dell'educazione di una fede cristiana più adulta, cosciente delle proprie motivazioni e capace di dialogo e di discernimento nella società multiculturale e multietnica nella quale anche a Pavia sempre più vivremo.

Tra l'altro i canali informativi vanno moltiplicandosi (radio, televisione con molti canali, internet) per cui l'evangelizzazione può avere sempre maggiori possibilità di contenuti e di estensione, ma nello stesso tempo può spingere gli uomini ad un certo eclettismo, senza nessun approfondimento. Un problema si pone perciò al nostro impegno di evangelizzazione: come utilizzate tutti questi mezzi e insieme come educare alla loro lettura critica? Come presentare il mistero cristiano a livelli vari (persone colte, meno colte, con retroterra di vita non omogenei) e con metodi diversi, data la diseguaglianza delle persone adulte alle quali ci si rivolge?

Nella società attuale non c'è un pluralismo determinato solo dalle emigrazioni o dai mezzi di comunicazione sociale, ma anche dai gradi diversi di sviluppo culturale legati alle varie forme di appartenenza. Una situazione che condiziona profondamente il problema educativo (cf. Antonio Perotti "Il pluralismo culturale in Europa e i suoi processi educativi" in AA.VV. "Legalità e solidarietà in un'Europa interculturale" ed. Dehoniane, Bologna 1993 pp. i63-187).

Il Sinodo potrebbe dare indicazioni pratiche in proposito attingendo all'esperienza fatta sul territorio sia nell'uso dei mezzi di comunicazione sociale, sia nei rapporti con persone di estrazione culturale ed etnica diversa. Un saggio di questa varietà d'approccio è rinvenibile anche nel Concilio Vaticano II quando si rivolge ai credenti e quando parla a tutti gli uomini (vedi per esempio nella "Lumen Gentium" quando parla ai cattolici e nella "Gaudium et Spes" quando si rivolge anche ai non cristiani). Anzi, nella stessa Chiesa apostolica troviamo due esempi significativi: quando san Pietro parla agli Ebrei a Gerusalemme il giorno di Pentecoste e quando san Paolo parla ai pagani ad Atene nell'Areopago. La problematica e le dimensioni della evangelizzazione nel mondo contemporaneo sono state messe ben in chiaro dall'importante documento di Paolo VI "Evangelii Nuntiandi" (8-12-1915) al termine di un Sinodo episcopale svolto sul tema della evangelizzazione. Un documento ancora di grande attualità.

Cosciente di queste difficoltà Giovanni Paolo II, parlando recentemente ai vescovi lituani, così si è espresso: "Di fronte ai problemi così gravi, occorre riproporre con forza l'autentico umanesimo incardinato sulla legge morale universale e illuminato dal messaggio evangelico. Ma questo - lo sappiamo – è andare 'contro corrente'. Come farci ascoltare, come parlare alle coscienze, quando tutto sembra muoversi in altra direzione? C'è bisogno per questo che la Chiesa abbia un sussulto di entusiasmo e di fervore, lasciandosi invadere dallo Spirito come nella prima Pentecoste" ("Osservatore Romano" 19-9-1999 p.7). Quali indicazioni possono venire a noi per l'evangelizzazione della nostra Diocesi da questo contesto sociale e culturale?

                     

5.3. Ambienti e strumenti di evangelizzazione

L'evangelizzazione generalmente si svolge in questi quattro ambienti: in famiglia, in parrocchia, nel gruppo o associazione, negli incontri diocesani. Ciascuno di questi ambienti ha una propria tonalità o per il legame affettivo che lo caratterizza, o per la priorità in cui si compie l'evangelizzazione, o per il legame che essa presenta con la Liturgia, la catechesi e l'impegno pratico, o per l’omogeneità e la continuità di partecipazione delle persone tra cui si svolge, o per la pienezza di segno della Chiesa in cui viene comunicato il vangelo.

Trattandosi dell'annuncio del Vangelo da parte della Chiesa, e non di persone singole e autonome, è necessario ottenere un coordinamento dell’evangelizzazione fatta in questi vari ambienti e la garanzia della sua autenticità in modo che, come ha scritto di sé san Paolo, non si abbia a correre invano, vale a dire in modo difforme dalla rivelazione di Dio.

Al riguardo è necessario il riferimento ai libri che la Chiesa ha approvato siaì per la Liturgia che per la Catechesi e la comunione effettiva con le indicazioni del Papa e l'insegnamento e le disposizioni del Vescovo nella propria Diocesi. Ma come favorire praticamente questa unità nella diversità degli ambienti e delle attitudini nella nostra Diocesi'? Come conciliare l'iniziativa e l’obbedienza, la varietà delle proposte con la scelta di un comune cammino?

Ha scritto Papa Paolo VI: “La forza dell’evangelizzazione risulterà molto diminuita se coloro che annunziano il Vangelo sono divisi tra di loro da tante specie di rottura”. E si chiede: "Non starebbe forse qui uno dei grandi malesseri dell’evangelizzazione oggi?” (Evangelii Nuntiandi n. 77 ).

Nella nostra Diocesi per favorire questa comunione sono state costituite delle Commissioni diocesane nei settori per esempio della pastorale giovanile, familiare e catechistica, con rappresentanti dei vicariati e dei gruppi ecclesiali, ma ciò non pare sufficiente per ottenere una più stretta collaborazione. Quali sono le cause? Vi sono suggerimenti in proposito?

Così per esempio a livello di Consiglio Presbiterale sono stati discussi vari problemi e il verbale delle riunioni fu tempestivamente pubblicato sul nostro settimanale e sulla "Vita Diocesana", ma da diversi interventi letti in vista del Sinodo mi risulta che queste notizie non erano conosciute. Come risolvere queste difficoltà?

Quanto ai mezzi di comunicazione sociale al servizio della evangelizzazione noi abbiamo un settimanale diocesano, una radio diocesana, una rivista diocesana che riporta sia le attività come le principali direttive pastorali della nostra Chiesa particolare; abbiamo il quotidiano cattolico "Avvenire". Sappiamo usare questi nostri mezzi? Li conosciamo? Vi collaboriamo? Le notizie e i messaggi da essi trasmessi arrivano a destinazione? come li vorremmo?

                         

5.4. L' orizzonte dell' evangelizzazione

Ma qual è l'orizzonte dell'evangelizzazione? Potrebbe sembrare una cosa ovvia, ma, subito dopo aver accettato il principio che l'Evangelo si rivolge a tutti, è per ogni uomo, siamo tentati di renderlo prigioniero del nostro gruppo, della nostra parrocchia, del nostro personale interesse. Così basta che vi sia una difficoltà, che si richieda una qualche rinuncia, perché il credente si ritiri nella propria famiglia, nel proprio ambiente, non accetti di cambiare per aiutare altri.

È difficile per esempio che si dia una mano alla parrocchia vicina per la catechesi, per il canto, che si abbia attenzione per i nuovi venuti nel proprio paese o quartiere, che si accetti di spostarsi in un ambiente nuovo per non interrompere le proprie abitudini, che si guardi con attenzione partecipativa alla povertà spirituale di altri popoli.

Noi a Pavia abbiamo una lunga storia d'impegno missionario. Dobbiamo tenerlo desto con scelte concrete sia nella collaborazione inter-parrocchiale e diocesana, sia aprendoci alle terre di missione.

                            

6. Gli evangelizzatori

Non c'è evangelizzazione se non vi sono gli evangelizzatori. Un dato ovvio, ma che tante volte in pratica viene sottovalutato per cui si fanno dei progetti senza tener conto di questa premessa fondamentale. E non si tratta semplicemente di avere delle persone disposte ad evangelizzare, poiché occorre che queste siano "competenti", dato che si tratta di annunciare il mistero salvifico di Dio all'uomo d'oggi e di conoscere i propri interlocutori. Esse devono poi essere anche "mandate" da Cristo mediante la sua Chiesa, poiché come 1'autorità di Gesù Cristo gli derivava dall'essere mandato dal Padre, così l'evangelizzatore trova la sua autorevolezza dall'essere mandato da Gesù Cristo.

Da Lui gli viene la verità da annunciare, il modo e la missione a farlo e perciò chi evangelizza deve operare in obbedienza e in fedeltà a Lui. Chi annuncia il Vangelo deve inoltre vivere ed operare come "appartenente" alla Chiesa, perché la Chiesa porta noi, non noi la Chiesa, e perciò non può comportarsi come un camminatore solitario, ma come un operatore "con" la comunità cristiana e perciò in complementarietà con tutti gli altri segni che propongono lo stesso vangelo. Di qui il senso dell'espressione ribadita ancora trent'anni fa dal "Documento base" per la catechesi in Italia: soggetto della evangelizzazione è la comunità cristiana con tutti i suoi vari ministeri e carismi.

Già abbiamo ricordato che il Concilio Vaticano II (cf. "Lumen Gentium" cap. IV; "Apostolicam Actuositatem") ha sottolineato che in forza del Battesimo: noi non solo siamo rinati in Cristo, ma siamo chiamati anche a rendergli testimonianza con la vita e con la parola. In particolare nel Concilio e nel post-Concilio è stato ribadito il ruolo primario della famiglia nell'educazione dei figli e perciò anche nella loro formazione morale e religiosa. Si tratta solo di un fatto obbiettivo, o 1'accompagna anche una presa di coscienza esplicita ed efficace?

                         

6.1. Difficoltà e segni di speranza

Come già abbiamo accennato, sono diminuiti di numero sia i sacerdoti che le religiose. Nel giro di l3 anni i sacerdoti sono diminuiti di circa il 16 %, passando da 161 a 142: le religiose sono diminuite dal 14% circa, passando da 393 a 220; le parrocchie con il parroco non residente in loco erano l1 su 99 nel 1986, mentre ora sono 28 su 99, avendo noi molte parrocchie piccole, tanto che la popolazione di queste 28 parrocchie è complessivamente di circa 11.000 abitanti.

(Per un confronto a livello europeo le parrocchie senza il parroco residente sono - secondo l'Annuario Pontificio del 1991 - in Italia 15 %, in Francia il 66.2 %, in Spagna 47.9 %, in Germania 34,3 %, in Portogallo 34.3 %, in Belgio 33.3 %, in Austria 19.8 %, in Olanda 17.9 %).

Se gli evangelizzatori fossero solo i sacerdoti, i religiosi e le religiose ci sarebbe da scoraggiarci. Ma la realtà della Chiesa non è così, perché ogni battezzato è un potenziale evangelizzatore Di fatto noi constatiamo ogni giorno la presenza attiva dei cristiani laici nel servizio alla liturgia (ministranti, lettori, cantori, ministri straordinari dell'Eucaristia), nell'impegno catechistico ed educativo in famiglia, in parrocchia, in oratorio. nelle attività caritative promosse dalla Caritas, dalla san Vincenzo, da vari gruppi e associazioni, dai singoli, nell'aiuto generoso alle Missioni, nell'azione educativa all'interno di gruppi e associazioni, nella presenza coerente dentro i vari settori della vita sociale, incominciando da quello della scuola fino al mondo politico.

La fede è come il lievito nella massa di farina: nulla è ad essa estraneo nella vita dell'uomo, perché tutta la riguarda, tutta la fermenta.

                       

6.2. Unità e varietà degli evangelizzatori

In ogni annuncio c'è tutto Gesù Cristo, perché diviso non sarebbe più lui. D'altra parte ogni segno, ogni parola, ogni gesto nella Chiesa ne mette in risalto un aspetto. per cui dalla loro unione la figura del Salvatore risulta più piena.

Per questo più ciascuno in famiglia, in diocesi, in parrocchia, nel gruppo vive il proprio ruolo e più la Chiesa particolare esprime e manifesta le sue virtualità e testimonia i vari aspetti del nostro Salvatore. L'unità nella Chiesa non è sinonimo di uniformità, come l'obbedienza non è abdicazione al nostro specifico dono di grazia, ma via per il suo compimento.

Al riguardo nasce però il problema della collaborazione di più persone con ruoli e competenze diversi e perciò con l’esigenza di particolari strutture organizzative per poter comunicare e operare in armonia. Una via in servizio della "comunione", ma che tante volte è fonte di tensioni a motivo dell'egoismo con cui gestiamo queste strutture. Nella storia della Chiesa, per esempio, sono nate successivamente varie strutture per favorire l'evangelizzazione e la comunione ecclesiale, come le parrocchie, i Vicariati, gli Uffici di Curia, le Commissioni, le Associazioni, i Consigli pastorali, gli Ordini e le Congregazione religiose. Strumenti di evangelizzazione e di comunione che però più di una volta sono diventati motivo di attrito, di rivalità, oppure si sono rivelati inadeguati alle nuove condizioni storiche della Chiesa. Un fatto che ci ricorda come le 'strutture' devono sempre essere animate dallo spirito cristiano per realizzare la loro funzione e modellarsi costantemente sulle finalità primarie della Chiesa.

A questo criterio di lettura della nostra situazione e delle proposte pastorali dovrà ispirarsi anche il nostro Sinodo sia nel conservare come nell’innovare. Un cammino che ci richiama alcune condizioni fondamentali per poter collaborare tra persone e strutture diverse, come l'attenzione agli altri e non solo a se stessi, la competenza nel lavoro al quale si collabora per dare un valido apporto, la costanza e la fedeltà per risultare affidabili, il riconoscimento del primato di Cristo e della sua Chiesa nel proprio impegno pastorale per non rimanere prigionieri del proprio gruppo o della propria parrocchia, chiusi nella preoccupazione del tornaconto personale, seppure spirituale.

Ha scritto san Paolo ai Filippesi: "Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,, (Fil.2,3-4).

                        

6.3. Una recente proposta: le unità pastorali

La collaborazione tra più parrocchie, oltre alla denominazione tradizionale dei "vicariati" (porzione di territorio con una certa omogeneità sociale e culturale, nella quale tradizionalmente i sacerdoti della zona si ritrovavano periodicamente per aggiornamenti e anche per attività pastorali comuni) da circa dieci anni ha assunto anche un'altra forma più ridotta, incentrata sull’attività pastorale, quella delle così dette "unità pastorali". Ancora una volta si tratta di una zona territoriale con più di una parrocchia, retta da uno o più preti con collaboratori laici e religiosi, nella quale non si vive solo 'accanto', ma seguendo un programma pastorale comune. Una scelta che non moltiplica le forze, ma le coordina, che fa appello allo spirito di collaborazione, ad una pastorale più di 'comunione' perché risulti più 'credibile' prima che operativamente forte.

Ha scritto un parroco e studioso di sociologia religiosa: “Lo sfondo della questione del rapporto fra le unità pastorali e il territorio va al di là dell’esigenza di considerare l'uomo, la storia, le tradizioni, l’ambiente di vita. Va pure al di là del problema indubbiamente importante della diminuzione del numero dei sacerdoti. La riforma del tradizionale assetto parrocchiale e la configurazione di nuove forme di comunità cristiana appaiono sempre più necessarie, anche per il contesto italiano, in rapporto all'interesse prioritario dell’evangelizzazione. E' questo lo sfondo più profondo della questione: -L’evangelizzazione è la questione più cruciale per la Chiesa oggi - (G. Ambrosio, Nuove forme e figure della comunità cristiana in rapporto al territorio" in, "Orientamenti pastorali" 1999 n.7-8 p.l8).

C'è chi ritiene che tre siano gli elementi qualificanti le unità pastorali: “1'attenzione a ciò che caratterizza un territorio all’interno del quale si inscrivono più parrocchie chiamate ad esprimere un’azione pastorale adeguata e unitaria; la conduzione partecipata dell’unità pastorale con il presbitero che non monopolizzi, ma che si esprima nel suo proprium; la valorizzazione di forme diverse di ministerialità" (Valentino Grolla, “Rapporto sui dati raccolti con un sondaggio nelle diocesi” in “Orientamenti pastorali”, cit. p.9).

Osserva un pastoralista: "Il necessario superamento del modello tridentino di pastorale territoriale non è richiesto dalla penuria di clero, né da improbabili deduzioni ecclesiologiche, ma dalla modificazione del rapporto persona/religione, dalla modificazione del rapporto persona/territorio (Sergio Lanza, “Le ‘conversioni pastorali’ richieste dall’attuazioni delle unità pastorali” in “Orientamenti pastorali” cit. pp.29-30).

Un teologo milanese sottolinea poi l’esigenza, 'anzitutto', di una coraggiosa pastorale d'insieme per creare le condizioni reali delle unità pastorali, altrimenti queste finiranno con il nascere morte (F. Giulio Brambilla, "La prospettiva del futuro, i problemi del presente" in "Verso le unità pastorali", ed Centro Ambrosiano,1998, pp.22-24). E un vescovo, che fa riferimento all’esperienza della sua diocesi d'origine, Novara, osserva che è necessario un convincimento diffuso a lavorare insieme e una formazione a questa nuova mentalità che egli chiama ‘sinodale’ perché possano costituirsi e funzionare le unità pastorali. (Germano Zaccheo, "La conduzione partecipata delle unità pastorali; compiti dei presbiteri", in "Orientamenti pastorali" cit. pp. 29-30)

Si tratta perciò di coltivare un più uno spirito di comunione per saper lavorare insieme da cristiani. Per questo motivo delle situazioni che ci mettono a disagio, come la diminuzione dei sacerdoti, la mobilità della gente, il moltiplicarsi dei canali di comunicazione, possono diventare un richiamo e uno stimolo a vivere con più intensità la vocazione originaria della Chiesa che è la 'comunione' e la 'missionarietà' e non la chiusura su se stessi.

Mi chiedo se alcuni passi più decisi non si possano fare nella direzione del camminare insieme per la pastorale giovanile, per quella familiare, per quella catechistica, per gli animatori di oratorio, evitando frammentazioni logoranti e discontinue e avendo presenti le indicazioni del cammino diocesano, che costituiscono un fattore importante della comunione ecclesiale. L’analisi delle difficoltà e delle disponibilità alla collaborazione riscontrate nei Vicariati, nelle Commissioni diocesane e nella nostra vita personale ci possono aiutare a capire in che cosa dobbiamo cambiare e in che direzione muoverci. Vedo che frequentemente confondiamo le nostre affermazioni con la nostra condotta. Chiediamo per esempio di lavorare maggiormente insieme, ma poi andiamo per nostro conto. Credo che il vedere la Chiesa come opera di Dio e non come nostra impresa costituisca la condizione prima per essere liberi di rinnovarci perché non attaccati alle nostre opere. Anche nel caso delle unità pastorali da questa esigenza dobbiamo ricominciare, iniziando per esempio a lavorare insieme a sacerdoti e laici per comuni interessi pastorali di più parrocchie, come già si cerca di fare in alcuni casi.

                           

6.4. La formazione de gli evangelizzatori

Non è però sufficiente fare appello a nuovi collaboratori per la catechesi e per l'educazione cristiana. Bisogna che gli "evangelizzatori" siano competenti, duttili e capaci di aggregazione. Competenti, perché si tratta di annunciare e spiegare la Verità che salva, e non una propria opinione personale; duttili, perché varia è la gamma delle persone alle quali ci dobbiamo rivolgere e la mentalità della nostra gente e dei ragazzi è in forte evoluzione; capaci di aggregazione, perché l'accoglienza della Verità è sì un fatto personale, ma viene favorita dalla sua condivisione con altri.

Quali strumenti stabili per la cultura religiosa, noi abbiamo in diocesi l'Istituto di Scienze Religiose che in un triennio dà una formazione ordinata di carattere teologico (più numerosi potrebbero essere i suoi frequentatori, vista l'ignoranza religiosa che vi è nelle nostre comunità); la Scuola di Teologia del Seminario ai cui Corsi si può accedere, impegnandosi a frequentare con regolarità (rari sono quelli che chiedono di partecipare). Vi sono poi incontri e Corsi per catechisti a livello diocesano (con buona frequenza), vicariale (con buona frequenza) e parrocchiale là dove il parroco riunisce periodicamente i propri catechisti. Si sono tenuti degli incontri diocesani per la formazione degli educatori e di Corsi per la formazione dei cantori e degli animatori liturgici. Il Vescovo rivolge quindi ai pavesi questa domanda: quali osservazioni e suggerimenti vengono proposti guardando al nostro futuro?

                           

7. Un invito

Stiamo vivendo una grande stagione della Chiesa. I molti cambiamenti in atto prima di sconcertarci dovrebbero rallegrarci, perché vediamo come la Chiesa sia chiamata a rinnovarsi continuamente e Dio chiami anche noi a cooperare al suo disegno di salvezza. Notate bene: Dio ci chiama, non una qualunque persona, e cammina davanti a noi. È vero, la società di oggi ci presenta mille mali, ma nello stesso tempo anche mille possibilità di bene. (Cf. S. Fausti, "Elogio del nostro tempo" ed. Piemme, Casale 1996). Sta a noi sfruttarle, coltivando i talenti che Egli ci ha dato. Una parola di speranza non verrà agli uomini primariamente dai nostri lamenti, ma dalla nostra vita, dal nostro modo di ritrovarci, di riconoscere Dio e di servire l'uomo. Non dimentichiamo mai la risposta che Gesù ha dato a Nicodemo che l'aveva interrogato sul senso della sua vita e del suo insegnamento: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui" (Gv.3,16-17). Qui sta la radice di continuità nella diversità tra passato e futuro nella Chiesa. È significativo che i due ultimi grandi Papi, Paolo VI e Giovanni Paolo II, abbiano aperto il loro pontificato con due documenti che, pur diversi nello stile e nei temi esplicitamente affrontati, si richiamano profondamente e costituiscono una voce di grande speranza per gli uomini, senza perdere la chiara coscienza dei mali che ci affliggono.

Nel primo caso l'accento è stato posto sulla Chiesa in dialogo con ogni uomo, anche con i non credenti, per annunciar loro il mistero di Cristo ripartendo dalle comuni e fondamentali domande sull'esistenza (vedi la prima l'enciclica di Paolo VI: "Ecclesiam Suam"). Nel secondo caso l'accento è posto su Gesù Cristo rivelatore di Dio all'uomo e dell'uomo all'uomo (vedi la prima enciclica di Giovanni Paolo II: "Redemptor Hominis").

Nella linea di questo solco chiedo il contributo di sapienza, di esperienza, di arditezza cristiana dei laici, dei religiosi e delle religiose, dei sacerdoti al Sinodo che stiamo preparando, ripetendo a tutti i pavesi le parole che Gesù ha messo in bocca al padrone nella parabola del regno, immaginato come una vigna: venite anche voi, anche voi che forse eravate in attesa, oppure scoraggiati e delusi, o disimpegnati o ancora in cerca di un motivo per impegnare la vita, venite anche voi a lavorare nella vigna del Signore (cf. Mt.20,4). Sottolineo: del Signore, non mia, non vostra, e tuttavia cercata inconsciamente o consciamente da ogni cuore.

Basilica della Certosa di Pavia. venerdì 11 settembre 1998

                            

Bibliografia su la parrocchia e le unità pastorali

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L. Pezzi, "Francia: nuova mappa delle parrocchie" in "Il Regno" 1999 n.6, pp.148-150.

"Orientamenti Pastorali" numero speciale 7/8-1999. Atti del Convegno promosso dal COP sul tema "Unità pastorali 2: dalla necessità alla progettualità" Bertinoro 1998. (Nel 1993 era stato tenuto un Convegno ad Assisi sempre sulle unità pastorali).

(A conclusione del Convegno Pastorale diocesano, Vita Diocesana, 1999, pp.198-214)