Relazione conclusiva al Convegno Pastorale diocesano

Parola di Dio e carità

Dall’accoglienza di Dio all’accoglienza dell’uomo:

un impegno per ogni comunità cristiana   

                                        

Cattedrale, venerdì 14 settembre 1990

                       

..........Duomo, interno

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SOMMARIO

1. Dal samaritano

2. Il senso e le condizioni dell’amore cristiano al giudizio del Figlio dell'uomo

3. L'incontro di Dio tra gli uomini

4. Unità nelle varietà di precisi impegni

5. La «Caritas» in ogni parrocchia

6. Un invito ad impegnarsi nella Chiesa diocesana

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Ieri sera abbiamo ascoltato la parabola del buon Samaritano, cercando di rileggerla nella storia della nostra città. Una rilettura svolta da alcuni di voi, laici, religiosi, sacerdoti, che in vario modo hanno fatto questa esperienza del Samaritano che incontra dei feriti lungo la strada. E non si tratta di considerare soltanto gli altri come feriti, perché può accadere anche a noi di trovarci feriti lungo quella strada, in attesa di qualcuno che ci venga in soccorso. Per questo voglio ringraziare quelli che hanno accettato di renderci la loro testimonianza, rilevando inconvenienti, ma anche i piccoli passi che andiamo facendo, perché l'insistenza sulle denunce non abbia a scoraggiarci, spingendoci ad incrociare le braccia. Da cristiani dobbiamo essere gente che vede i guai e le difficoltà, ma non per questo si ritira dal campo di lavoro, come invece fecero il levita e il sacerdote nella parabola del Buon Samaritano.

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1. Dal samaritano al giudizio del Figlio dell'uomo.

Stasera dalla parabola del Buon Samaritano siamo passati al giudizio del Figlio dell'uomo sulla nostra esistenza. Sentivo, per così dire, il silenzio, mentre ascoltavo quelle gravi parole di Gesù sul giudizio, che ci riguardano tutti, e che sono così decisive per ciascuno di noi. Dalla rassegna delle nostre povertà e delle nostre esperienze caritative, vogliamo passare stasera alla scoperta delle ragioni della nostra carità, e con esse del suo senso nella nostra vita.

Il testo che abbiamo ascoltato di Matteo è tratto dal cap.25. Nella prima parte del capitolo ci viene presentata la parabola delle dieci vergini che attendono lo sposo della mezzanotte, ma che poi si addormentano. Gesù insiste: la vita di fede è caratterizzata anzitutto dalla vigilanza. È facile addormentarsi nello spirito, anche per i preti e per i religiosi. Non c'è una medicina che automaticamente ci salva da questo rischio. Addormentarsi significa per esempio non saper vedere la povertà degli altri, non commuoversi, addormentarsi significa rimanere prigionieri della routine, non saper comprendere.

Nello stesso capitolo S. Matteo, facendo sempre riferimento al giudizio finale, riporta questa parabola di Gesù: «Un padrone lascia la casa e affida ai suoi servi alcuni talenti. Al suo ritorno chiede loro: che frutto ne avete ratto?». Mentre nella parabola delle dieci vergini Gesù Cristo ci richiama alla vigilanza, qui ci ricorda la responsabilità. Un discorso molto attuale. In una società che tende a proteggerci, è tanto facile che subentri in noi il senso della irresponsabilità. Il figlio che cresce fino a 25, 26 anni senza avere mai avuto un compito preciso, può alla fine risultare inadatto ad ogni tipo d'impegno, per cui afferma: la colpa è del tale, è del talaltro. Molte volte in queste proteste ci pare di fare dei discorsi da adulti, di fatto invece li facciamo un po' da bambini, perché è proprio del bambino ritenere che la colpa sia sempre degli altri, senza mai ritenersi responsabile.

La terza. parte è costituita dal testo che abbiamo ora ascoltato. Tutti e tre riguardano il compimento della nostra esistenza, tutti e tre sottolineano un aspetto fondamentale della nostra vita. Ma il più decisivo è quello che abbiamo ascoltato stasera. In questo testo Gesù pone l'accento non tanto sulla vigilanza o sulla responsabilità, quanto sulla stessa misura della vita: l’amore. Egli ci chiederà conto di come abbiamo amato. Può sembrare strano che il termine della vita sveli a noi pienamente il suo senso. Ma è proprio alla fine che noi vediamo ciò che rimane e ciò che non resta. È nel termine che noi abbiamo la prospettiva più vera per valutare il senso di tutto il cammino. Così il discorso di Gesù non ci porta fuori dalla vita, ma piuttosto al suo stesso cuore. Che cosa vale? Gesù che già aveva detto che l'amore di Dio e del prossimo è il compi-mento della legge, ora ci ricorda che saremo giudicati sull'amore. Ci chiediamo tante volte: la mia vita è riuscita? E spesso ci sentiamo rispondere: la tua vita riesce se arrivi a laurearti, oppure se potrai costruirti una casa, se giungerai a far carriera, se potrai formarti una famiglia, se sarai in grado di accumulare tanti soldi. Ma è questa la misura della vita? Eppure tante volte ci angustiamo su queste misure, o addirittura su delle misure ancora più esigue. Così ci angustiamo o ci rallegriamo per poveri risultati, quasi definissero completamente la nostra esistenza e il suo valore. La risposta invece di Gesù è questa: la tua vita è riuscita se in essa avrai saputo amare.

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2. Il senso e le condizioni dell’amore cristiano

Di quale amore parla Gesù? Potremo dire che tutti i giorni questa parola corre sulla bocca dei credenti e dei non credenti. Se dovessimo togliere questa parola da tutte le canzoni in circolazione ben poco rimarrebbe delle loro parole, tanto quel termine è ricorrente. Ma chi dobbiamo amare? Come dobbiamo amare? Perché dobbiamo amare? Non sono domande indifferenti, perché sull’amore avverrà il giudizio. Renderci conto di esso significa renderci conto del senso della stessa vita.

Qualcuno arriva addirittura a farsi questa domanda: ma è possibile amare? Ricordate la lettera di congedo di un giovane milanese, Marco Riva, che nell’ 80 si tolse la vita a vent'anni, come alcuni hanno fatto recentemente anche nella nostra provincia? Prima di uccidersi aveva scritto ai suoi genitori in una tragica lettera di congedo: «Quanto avrei voluto amare ed essere amato». Ma gli parve che questa strada gli fosse sbarcata e perciò si tolse la vita. L'amore costituisce nell'uomo la possibilità del compiersi della sua esistenza.

Sant'Agostino, commentando la prima lettera di S. Giovanni, ha questa bellissima espressione che mi pare ben definisca il cammino della vita: «Noi diventiamo ciò che amiamo». Nelle nostre scelte d'amore giochiamo dunque la nostra esistenza. Non possiamo perciò lasciarci semplicemente vivere; dobbiamo vivere, dobbiamo scegliere. E qui si pone il problema grave del discernimento dell’oggetto del nostro amore, che sta sempre oltre l'immediatezza. Noi non sappiamo discernere l'oggetto del nostro amore tutte le volte che restiamo prigionieri dell’immediatezza; per esempio di ciò che subito piace, oppure che non costa fatica; di ciò che è a portata di mano o che rende in giornata.

Se noi viviamo nell'orizzonte ristretto dell’immediatezza daremo il nome d'amore e di carità anche a molti gesti egoistici. Per scoprire l'oggetto e il senso dell'amore bisogna che noi sappiamo andar oltre l'immediatezza. Ma com'è possibile questo? Poveri, come possiamo donare? Con una vita breve, quale interesse possiamo avere a guardar lontano? Governati dalla sensibilità, come possiamo lasciarci guidare da ciò che non si vede? Alla luce di queste domande vogliamo ora ascoltare la risposta che ci dà Gesù nel Vangelo ascoltato. Il Signore per primo riconosce la nostra debolezza, che noi non siamo in grado di metterci in cammino per questa impresa solo con le nostre forze. San Giovanni nella sua prima lettera ci ricorda come la carità sta in questo, che Dio per primo ci ha amato. E continua: noi dobbiamo amare perché Lui ci ha amato. È l'amore di Dio che accende, per così dire, nel cuore dell'uomo, il suo amore, e lo rimette in cammino. E se vogliamo far riferimento al Vangelo di ieri sera possiamo dire che Gesù è il Buon Samaritano che si piega sulla debolezza dell'uomo, che per-corre le sue strade, si ferma accanto a lui variamente ferito dalla disperazione, dal peccato, dalla paura, dalle malattie, dal dolore, dalla solitudine. Egli per noi si è fatto viandante come il Samaritano e paga in anticipo per la nostra guarigione.

Ecco perché in queste due sere abbiamo posto il Vangelo ai piedi della Croce. Questa non è qualcosa di diverso dal Vangelo, ma piuttosto la sua espressione più alta. L'amore di Cristo, che si è espresso nella donazione totale di sé sulla Croce, non fu verso un amico, ma verso un nemico per farlo divenire amico; non verso uno sano, ma per risanarci; non in risposta a un dono nostro, ma per renderci capaci di dono. Il nostro impegno non riguarda perciò anzitutto il fare qualcosa, ma l'attingere a questa sorgente. Di qui il senso del titolo del Convegno: «Parola di Dio e Carità». A quella sorgente noi dobbiamo attingere; fortificati da essa dobbiamo impegnarci per gli altri.

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3. L'incontro di Dio tra gli uomini

La Chiesa, fedele a questa scoperta, a questa grande verità, sempre nella storia ha voluto associare l'esercizio delle opere di carità alla ripresentazione più alta dell'amore di Dio per noi, la Celebrazione dell'Eucarestia, in cui facciamo viva memoria della morte del Signore, vale a dire del dono della sua vita per noi e di conseguenza l’impegno di tutti a un dono verso il prossimo che si ispiri alla stessa misura. Dio però non solo ha preso l'iniziativa per amarci, ma volle essere accanto ad ogni uomo. Anche agli uomini mendicanti, emarginati, condannati. La pagina evangelica che abbiamo ascoltato stasera con tanta autorevolezza e con tanta novità ci dice che ogni uomo, incominciando dal più povero, dal più diseredato, anche dal condannato, è in mezzo a noi segno della sua misteriosa presenza. Una presenza velata, che 1'amore raggiunge se va oltre l'immediatezza. Così il cristiano scopre con gli altri uomini la comune dignità umana e in questo trova spazio per tutte le collaborazioni. Ma la carità, cristiana va oltre, poiché l'amore che dobbiamo portare agli altri ha una sorgente più profonda del cuore dell'uomo, attingendo allo stesso cuore di Dio. E il suo termine, anche nell'uomo, è Dio stesso. Risponde il giudice a chi gli chiede: «quando abbiamo fatto questo per te?»« Tutte le volte che l'avete fatto a costoro l'avete fatto a me. Qui sta la «comunanza» e la «differenza» nel nostro impegno con gli altri per l'uomo. Per il non credente l'orizzonte più ampio e profondo è l'uomo, per il cristiano è Dio. Un Dio che ci viene incontro per vie, modalità e intensità diverse. Per esempio nella sua Parola come luce e forza, nell'Eucaristia come corpo donato per noi, nel povero come «domanda» al nostro amore.

Per questo chiedo ad ogni parrocchia di vivere insieme e con costanza questi tre momenti: l'ascolto della Parola di Dio, la celebrazione del mistero cristiano e l'esercizio della carità. Si tratta come di un unico cristallo, quello dell'amore di Dio, a tre facce. E poiché molte sono le povertà, numerose e varie devono essere anche le risposte. Ma nessuno da solo è in grado di far fronte a tutte queste necessità. La Chiesa, in forza della Parola che la riunisce e dello Spirito che l'anima, fatta simile a un corpo vivente con la vivacità e la pluralità complementare di tutti i suoi doni, è in grado di rispondere a queste molteplici attese.

Pensate ai mille bisogni di una parrocchia: ragazzi, anziani, handicappati, ammalati, persone sole. Soltanto se gli aiuti sono vari, numerosi e coordinati è possibile venire incontro a tante necessità. E proprio perché i bisogni sono molti e diversi, per questo c'è posto per tutti, dai bambini agli anziani. Nessuno «dà soltanto», come nessuno «riceve soltanto». Un giorno al Cottolengo a Torino ho visto un cieco portare un vedente zoppo. L'uno offriva la validità delle sue gambe, l'altro la luce dei suoi occhi, così tutti e due potevano mettersi in cammino.

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4. Unità nelle varietà di precisi impegni

Ma per ottenere questo bisogna che lavoriamo insieme, che ci aiutiamo, in altre parole che ci sentiamo membri della stessa famiglia. Nelle mie direttive pastorali ho indicato quattro cammini fondamentali: la cura dei giovani perché sappiamo bene che se una pianta all'inizio è ben coltivata può sperare nel suo futuro, ma se è trascurata all'inizio c'è da disperare per il suo futuro. I giovani, i ragazzi, sono il nostro futuro.

L'impegno per la famiglia e della famiglia, proprio perché in casa inizia la vita e da essa vengono i primi grandi orientamenti. La famiglia resta come la coscienza più profonda di ogni persona, per questo dobbiamo aiutarla ad essere se stessa e coinvolgerla in ogni impegno della Chiesa.

La catechesi e la liturgia: ho voluto associarle perché l’una è intimamente legata all’altra,anzi sempre la liturgia è anche catechesi, e questa si apre all'accoglienza del mistero, di cui ho parlato, nella liturgia, nel sacramento La parola di Gesù acquista pienezza di senso in quanto spiega chi è Lui, mentre il suo essere dà peso e consistenza piena alla sua Parola e analogamente alla vita della Chiesa.

Avvertiamo tante volte nel nostro tempo questa caduta della presa di coscienza della nostra fede. Sappiamo tante cose, ma così poco del mistero di Dio.

E infine l'esercizio della carità.

Questi cammini non possono mai ignorare i riferimenti fondamentali ricordati: la Parola di Dio e la Carità. Non ci può essere per esempio cura dei giovani se non nell'ascolto della Parola, nella partecipazione al mistero del Cristo, nell'esercizio dell’amore donando sé e non semplicemente conservandosi.

La famiglia non può vivere fedele all'amore attivo di Dio se non nella luce e nella forza della sua Parola.

La catechesi e la liturgia a loro volta si aprono alla carità, anzi sono portatrici della carità, rivelano e donano a noi la carità e l'amore di Dio. E l'esercizio della carità, se interrompe la comunicazione con le sue sorgenti, l'amore di Dio, come può pensare di rimanere duraturo, autentico, vitale? Come un fiume, che si separasse dalle sue sorgenti diventerebbe inquinato ed arido, così l'esercizio della carità se si stacca dalle proprie sorgenti.

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5. La «Caritas» in ogni parrocchia

E perché l'impegno all'esercizio della carità abbia un segno tangibile e permanente, chiedo che in tutte le parrocchie si istituisca la Caritas quale strumento di animazione e di coordinamento dei gesti di carità sul posto. Non si tratta di fondare una nuova associazione, ma di coordinare le opere di carità senza mortificare impegni già in atto, si tratta di aver occhio per tutte le povertà, quelle che riguardano lo spirito, l'educazione, la casa,la salute, le necessità materiali e morali e tutte le altre sue possibili espressioni di amore verso il prossimo. È importante che ogni parrocchia abbia questa coscienza. Per tale ragione ho voluto che in ogni vicariato vi fosse un solo un sacerdote coordinatore per la pastorale giovanile, un altro per la famiglia, e un altro ancora per la catechesi e per la liturgia , ma anche uno che si dedicasse particolarmente all'esercizio della carità. E che questo fosse lo stesso Vicario foraneo proprio per l'importanza della carità nella vita della Chiesa. La carità sta al cuore della liturgia, della catechesi, della vita della famiglia, e insieme è la vocazione fondamentale di ogni uomo e perciò con essa deve confrontarsi ogni persona. È facile lasciarsi prendere dalla tentazione di vivere separatamente questi momenti. C'è chi ha per esempio simpatia per la liturgia, chi per la cura degli handicappati, e chi per la catechesi, ecc. Certo non possiamo tutti dedicarci a tutto. Questi vari momenti devono però comunicare tra di loro nella vita di ciascuna parrocchia. Vi ho ricordato sopra che il mistero cristiano è come un cristallo a tre facce. Per questa ragione ho voluto scrivere una lettera pastorale per tutti: fedeli, laici, religiosi, sacerdoti, che raccogliesse le indicazioni pastorali proposte in questi ultimi anni, in modo da aiutare i singoli e le parrocchie a vivere «in comunione» il loro cammino pastorale, pur con compiti diversi. Contemporaneamente in questa lettera ho voluto guardare avanti, alla visita pastorale. Già altre volte vi ho detto la mia intenzione di venire a farvi visita nelle parrocchie, nelle vostre case, per trovarvi, per annunciarvi il Vangelo, per pregare con voi. E siccome i tempi saranno limitati, ecco perché ho voluto farmi precedere da questa lunga lettera, che voi avrete modo di leggere pian piano, magari insieme nelle parrocchie. Si tratta di renderci conto di come dobbiamo intendere e vivere il mistero cristiano nel mondo di oggi, cercando di scoprirne i punti di riferimento essenziali. Per questo ho scelto una prospettiva che mostrasse in sintesi sia il nostro rapporto con Dio che quello con gli uomini, e fosse facilmente intellegibile: «La Chiesa: famiglia di Dio».

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6. Un invito ad impegnarsi nella Chiesa diocesana

Vorrei infine concludere questo nostro incontro con un appello, analogo a quello che fece il padrone di casa nella parabola degli operai mandati nella vigna (cf . Mt. 20, 7-16): venite tutti i lavorare nella vigna del Signore, nella sua Chiesa. C'è posto per tutti, dal bambino al vecchio, dal sano all'ammalato, perché nel regno di Dio vale anzitutto la «dedizione», della persona, non la grandezza dell'opera. Lo so che molti già sono «impegnati», so però anche che molti altri ancora aspettano chi li ingaggi. C'è posto per impegni saltuari e per impegni continuativi. Anche il Papa nella sua recente lettera «Christifideles laici» ha rivolto a tutti i cristiani l'invito: «Venite a lavorare nella vigna del Signore»! Vi ho ricordato un'espressione di Helder Camara scritta al «Banco della Provvidenza» situato sotto la Cattedrale di Rio de Janeiro: «Non c'è nessun ricco che non abbia bisogno di qualcosa, non c'è nessun povero che non possa donare».

Del resto credo che tutti noi abbiamo qualche volta fatto questa esperienza di donare e nello stesso tempo di ricevere. Gesù ha detto un giorno ai suoi: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà» (cf. Lc. 9, 24).

Dobbiamo reagire contro una cultura che tende a concentrare su di noi, sul nostro benessere, tutta la propria attenzione. Facciamo l'esperienza della gratuità nella vita. Mi rivolgo in questo mio appello specialmente ai pensionati, che già hanno tanto lavorato per una giusta retribuzione. È solo dell'uomo la capacità di un gesto gratuito, e perciò esso è anche la sua celebrazione più alta, che alla fine coincide con il gesto più cristiano. Tutta la vita di Gesù ne è eloquente testimonianza.

Pavia, 14 settembre 1990

+ Giovanni Volta

Vita Diocesana 1990, pp. 175- 182