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GIOVANNI VOLTA

Vescovo

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In cammino

 

per essere

 

fedeli a Dio

 

nel nostro tempo

 

 

Verso il Sinodo diocesano

Pavia, 8 settembre 1998

 

 

 Agosto 1998: i giovani pavesi in cammino verso il monte Tabor

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Sommario

Esigenza e novità di un Sinodo

Finalità e modi

Ripartire dalla natura originaria della Chiesa

Valore e difficoltà dell'essere persone di comunione

Condizioni del cammino sinodale

Timore e fascino di fronte al futuro

Proposta di cammini concreti di ricerca

L’evangelizzazione.

Gli evangelizzatori

Tappe e stile di partecipazione al Sinodo

Giubileo e Sinodo

Preghiera per il Sinodo

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Ai laici, sacerdoti, religiosi e religiose,

in particolare ai Consigli Pastorali Parrocchiali

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Esigenza e novità di un Sinodo

1. È da dodici anni che sono con voi. Più volte ho visitato le vostre parrocchie, vi ho incontrato in varie circostanze, ho terminato la Visita Pastorale in tutta la Diocesi ed ora ho pensato di celebrare il Sinodo diocesano.

Si tratta di ritrovarci per riflettere insieme sulla strada percorsa e, confrontandoci con la Parola di Dio, di progettare alcune indicazioni di cammino per il nostro futuro diocesano, coinvolgendo in forma più diretta tutti i cristiani.

Il "Direttorio per il ministero pastorale dei vescovi" (“Ecclesiae Imago": 22-02- 1973) afferma che "nel governo pastorale del vescovo trovano un posto di preminenza il sinodo diocesano e la visita pastorale" (n. 162), e con particolare autorità l’Apocalisse esorta le comunità cristiane ad essere attente già nei loro primi passi a"ciò che lo Spirito dice alle Chiese" (Apoc. 2,7), facendo un esame di coscienza sulla propria fedeltà al Signore.

2. L’ultimo Sinodo della nostra Diocesi risale al 1922, e perciò nessuno di noi ne ha una qualche esperienza. Per questo ho dovuto informarmi presso altre Diocesi, che già l'hanno celebrato, per farmene un'idea concreta. E devo dire che ho scoperto tanti modi di celebrarlo, a seconda delle necessità e dei problemi delle singole comunità cristiane.

Viene perciò spontanea una domanda: che cos'è un Sinodo, che fine si propone, in che rapporto si pone con la vita della Chiesa, come vi si partecipa, come si celebra, dato che per tanti anni la nostra Diocesi ne ha fatto a meno.

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Finalítà e modi

3. Il Concilio Vaticano II, dopo averlo raccomandato, così ne indica le finalità: "per provvedere più adeguatamente e più efficacemente all'incremento della fede e alla tutela della disciplina nelle varie chiese, secondo le mutate circostanze dei tempi" ("Christus Dominus" n. 36).

Come si può notare, l'attenzione è rivolta alla "fede" e alla "disciplina", in altre parole al mistero cristiano, in cui siamo chiamati a credere, e alle norme che devono regolare i nostri comportamenti, avendo presenti le "mutate circostanze dei tempi".

Un'attenzione, una cura che ogni responsabile di comunità cristiana deve tener presenti nel dare indicazioni di cammino ai fedeli, se vuole aiutarli a vivere da cristiani nella storia. Il Sinodo a questo impegno permanente dei vescovi aggiunge il fatto che tutta la comunità cristiana è chiamata a collaborare attivamente con essi nella lettura del proprio tempo e nel trovare le modalità più adeguate per esprimere e servire il mistero cristiano nella propria terra.

4. Del resto la storia delle nostre famiglie e anche personale ci mostrano come con il cambiare dell'età, della cultura, delle situazioni della vita, siamo costretti a ripensare le finalità della nostra esistenza, della nostra professione e ai modi per realizzarle. Naturalmente in ogni revisione di vita, per non accontentarsi solo di bei sogni, vanno tenuti presenti i mezzi e le forze a disposizione, perché non avvenga, come ci ricorda il Vangelo (cf. Lc. 14,28-33), che non riusciamo a terminare l'impresa progettata e avviata.

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Ripartire dalla natura originaria della Chiesa

5. Se il Sinodo è chiamato ad esprimere e a servire la Chiesa, esso riceve luce e forza e indicazione di stile dalla sua natura profonda.

Alla vigilia della sua morte in croce Gesù chiese al Padre una cosa sola per i suoi, la "comunione". La comunione con Lui, la comunione tra di loro. Da questa comunione sarebbero venuti tutti gli altri beni e precetti della Chiesa, la sua vitalità e la sua credibilità. Ecco l'invocazione del Salvatore: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi come una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv.17.21).

6. Si tratta di una comunione personale che viene all'uomo dentro la storia: vedi le vicende del popolo d'Israele, vedi la vita di Gesù Cristo e la sua mediazione nel tempo attraverso i gesti e le parole della Chiesa.

Si tratta di una comunione personale che scaturisce dalla libera iniziativa d'amore del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, e che ci coinvolge nella loro passione partecipativa, così che la "gratuità" e il "rapporto delle persone" devono guidare costantemente tutta l'azione pastorale della Chiesa. In una suggestiva sintesi l'apostolo Giovanni con queste parole l'esprime: «Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato...noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta» (1 Gv. 7,1-4).

7. Una condizione e un impegno che la Chiesa apostolica cercò subito di mettere in pratica, per cui, scrive san Luca, i primi cristiani «erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere... e tenevano ogni cosa in comune» (Atti 2,42-44).

Nessuno dunque è solo spettatore nella Chiesa, perché tutti i battezzati rinati in Cristo sono attivamente coinvolti nella sua vita. E il Sinodo di questa "comunione" della Chiesa vuole esprimere e servire in modo particolare la "interpretazione" e la "comunicazione" nel proprio tempo e territorio.

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Valore e difficoltà nell'essere persone di comunione

8. Ma l'accoglienza di quel dono o la libera risposta dell'uomo ad esso è sempre in rischio a motivo della nostra ricorrente cecità e debolezza. Ce ne rende testimonianza anche il Nuovo Testamento quando ci ricorda le difficoltà nate a Gerusalemme contro la "comunione" per le preferenze che avvenivano nell'aiuto ai poveri (cf Atti 6,l), a Corinto per le divisioni tra i cristiani che si appellavano a diversi personaggi della Chiesa (cf. l Cor 7,10-13), nelle Chiese dell'Asia Minore per il raffreddamento del loro zelo (Apoc. 2-3), e ancora a Gerusalemme per la mancanza di sincerità nella condivisione dei propri beni (vedi il caso di Anania e Saffira, cf, Atti 5,1-11).

9. La Chiesa si trova di conseguenza impegnata continuamente ad accogliere la "comunione" che Dio le offre e ad esprimerla secondo i doni di grazia di ciascuno, a ricostituirla là dov'è ferita, a svilupparla dov'è gracile, a parteciparla dov'è ignorata. Un’azione costituita anzitutto dalla celebrazione dei Sacramenti, e in particolare dell'Eucaristia, dalla presenza operante dello Spirito santo, ma poi anche dalla riflessione, dal consiglio e dalle norme della Chiesa. In questo ambito si colloca il ruolo particolare del Sinodo, che il Codice di Diritto Canonico definisce: "riunione di sacerdoti e di altri fedeli della Chiesa particolare, scelti per prestare aiuto al Vescovo diocesano in ordine al bene di tutta la comunità diocesana" (can. 460).

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Condizioni del cammino sinodale

10. Il Sinodo, come la Chiesa della quale fa parte, è insieme dono e fatica, comporta attenzione a Dio e all'uomo, è debitore verso una storia e nello stesso tempo guarda al futuro. Dentro questi riferimenti essenziali siamo chiamati a lavorare e a fare le nostre scelte.

Dono e fatica, perché l'iniziativa è sempre di Dio che muove il nostro cuore, e perciò va richiesta, implorata, e nello stesso tempo ci domanda impegno, studio, confronto, attenzione, costanza, pazienza. È ricorrente nella storia della Chiesa la tentazione di vivere in alternativa o l'abbandono in Dio o l’impegno attivo dell'uomo. Già nell'Antico Testamento però così veniva invocata la Sapienza: «Inviala dai cieli santi, mandala dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica e io sappia ciò che ti è gradito» (Sap. 9,10). Per questo nel Sinodo si dovrà intrecciare la preghiera con la riflessione e anche con la fatica della organizzazione.

11. Con attenzione a Dio e all'uomo, poiché non si tratta di realizzare un nostro progetto salvifico, ma quello voluto dal padre, e che perciò va costantemente ricercato nella sua Parola trasmessa e vissuta dalla Chiesa. Un progetto di salvezza indirizzato all'uomo concreto, peccatore e che vorrebbe essere innocente, ora sicuro di sé ed ora smarrito, con una propria cultura, e che perciò va conosciuto per poterlo incontrare e servire secondo lo spirito del Vangelo. Per questo il Sinodo è aperto ad ogni voce che possa aiutarlo a meglio comprendere l'uomo di oggi, i suoi interrogativi, le sue attese e difficoltà..

12. Nella continuità della storia. Per opera dello Spirito santo e nella mediazione della Chiesa ci è stata donata la fede cristiana. Non solo però la nostra fede personale, ma tutta la vita della Chiesa e quindi anche quella del Sinodo fanno riferimento all'azione dello Spirito e alla storia che ci ha preceduto.

Una storia anzitutto di santità, sì, perché questa costituisce la qualifica più propria della Chiesa, del suo autentico volto. Pensate per esempio alle nostre tradizioni locali di carità, di missionarietà, di catechesi, di preghiera, d'impegno educativo, e ad alcuni campioni di questa storia come san Riccardo Pampuri, il beato Contardo Ferrini, la beata Frassinello-Cambiagio, il beato Pio Fasoli da Zerbo, la beata Veronica, il servo di Dio don Ercole Pizzocaro, sant'Alessandro Sauli e molti altri che vissero da coerenti cristiani in terra pavese. Il nostro Sinodo dovrà aver coscienza di questa storia, perché in essa, come in un fiume che scorre, esso s'inserisce e si alimenta.

13. C'è poi anche una storia di indicazioni di cammino e di organizzazione recenti che dobbiamo tenere davanti agli occhi, per vedere quali sono le cose da tenere, quelle da cambiare, e quelle da potenziare o istituire, verificando bene le proposte e le riforme che verranno fatte sul nostro vissuto, per non confondere i sogni con il reale, e per ben distinguere il ruolo delle proposte oggettive e quello della buona volontà di chi le deve mettere in pratica. Vedi per esempio l'organizzazione della Diocesi (parrocchie, vicariati, uffici, commissioni, mezzi di comunicazione sociale, associazioni), la pastorale liturgica e dei vari sacramenti, della catechesi, delle famiglie, dei giovani, del mondo della cultura, delle opere di carità e di assistenza alle varie forme di povertà, degli ammalati; le iniziative per la formazione e l'aggiornamento del clero, dei laici e dei religiosi.

Senza la memoria di ciò che è stato proposto e realizzato e delle difficoltà incontrate si rischia di fare dei discorsi astratti, come un sarto che cucisse un vestito senza prendere le misure della persona interessata.

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Timore e fascino di fronte al futuro

14. Guardando al futuro e alle novità del nostro tempo. Il Sinodo non è un'assemblea accademica, ma un convenire per un comune impegno pastorale. La stessa parola "Sinodo" significa riunione, camminare insieme. Se perciò esso deve avere memoria del passato, per non disancorarsi dalla realtà, nello stesso tempo deve guardare al futuro e per questo affrontare con avvedutezza e coraggio il "nuovo" che ci viene incontro. Il "nuovo" spesso affascina per la realtà che mostra e per il rinnovamento che comporta, nello stesso tempo però può anche intimorire per i cambiamenti e gli abbandoni che richiede. Vedi per esempio il disagio che si può provare nel cambiar casa, il proprio lavoro, lo stato di vita, la parrocchia, i collaboratori, l'ambiente al quale ci eravamo abituati.

15. Già nel documento che vi ho scritto dopo la Visita Pastorale, "Per camminare cristianamente insieme", ho ricordato alcune note qualificanti della nostra epoca con le quali si deve misurare la nostra azione pastorale, come l'accelerazione dei cambiamenti in tutti i settori della società, la crisi demografica, il crescente processo di secolarizzazione della vita sociale, l'accentuato pluralismo morale e religioso nella valutazione dell'esistenza e delle sue espressioni, lo sviluppo di una soggettività che porta le persone ad essere auto-referenti nei giudizi di valore e nelle proprie scelte conseguenti. Sono fattori che investono l'intero arco dell'attività pastorale e con essi dobbiamo fare i conti se vogliamo suggerire proposte che incrociano le condizioni concrete dell'uomo d'oggi e del prossimo futuro.

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Proposta di cammini concreti di ricerca

16. Dopo tutti questi rilievi qualcuno potrebbe pensare maliziosamente: ma non dovremo per caso rifare la Chiesa?! No, evidentemente, perché si tratta semplicemente di rimanere fedeli alla Chiesa, che Gesù Cristo già da duemila anni ha fondato. Dobbiamo riformare noi stessi piuttosto. Dovremo rimboccarci le maniche, perché il Signore ama i credenti, ma non i pigri! Vedi la parabola dei talenti (cf. Mt. 25,14-30) e del fico sterile (cf. Lc. 13,6-9).

Un duplice rischio però potrebbe correre il Sinodo, come ho visto in altre Diocesi: quello di formulare un lungo elenco di cose pratiche da compiere, ma senz'anima, senza un principio unificante; oppure quello di formulare delle indicazioni generali che già troviamo esposte ampiamente nel Concilio Vaticano II o in altri documenti della Chiesa.

Ai collaboratori per la preparazione e la celebrazione del Sinodo il compito di evitare questi due pericoli.

17. Già fin d'ora voglio però sottolineare due esigenze: quella di unire le indicazioni operative alle motivazioni teologiche e pastorali, perché l'occhio (le motivazioni) e la mano (le indicazioni operative) si aiutino reciprocamente, e l'esigenza di individuare alcuni problemi pastorali emergenti nel nostro tempo per poi svilupparne le principali conseguenze dal punto di vista operativo, senza pretendere di voler affrontare tutte le possibili questioni pastorali. Non dobbiamo dimenticare che il Sinodo è uno strumento, pur straordinario, della pastorale, ma tra tanti altri.

Per questo mi permetto di sottoporre all'attenzione dei sacerdoti, dei religiosi e delle religiose, dei cristiani-laici e in particolare dei consigli pastorali parrocchiali alcune considerazioni su due problemi che mi paiono "emergenti" e sui quali gradirei un motivato contributo di pareri, con proposte articolate. Essi sono la "evangelizzazione" e gli "evangelizzatori".

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L’evangelizzazione

18. Se considero le sfide dei tempi nuovi (rapidità di cambiamento, pluralismo morale e religioso, espansione del processo di secolarizzazione, accentuazione del soggettivismo), il livello di cultura cristiana di molti nostri adulti e il dovere primario della Chiesa, fare incontrare Gesù Cristo, devo dire che la "evangelizzazione" rappresenta il compito emergente della nostra Diocesi.

Molte volte abbiamo identificato l'evangelizzazione con la catechesi e l'omelia (e già a questo livello troviamo tra noi diverse deficienze, per esempio nei riguardi degli adulti). Essa inizia dagli insegnamenti e dalla testimonianza che viene data in famiglia, si sviluppa con la celebrazione dei sacramenti, della liturgia svolta in modo che "esprima" nei segni e nelle parole il mistero cristiano che rinnova, s'approfondisce e si alimenta nella lettura assidua della sacra Scrittura, si manifesta nella vita della comunità cristiana, si confronta con le scoperte e con la cultura del nostro tempo, torna a dirsi nel linguaggio, nella cultura e nei mezzi di comunicazione di oggi, si fa gesto pedagogico che accompagna il ragazzo e il giovane nel loro cammino verso la maturità. La stessa Chiesa in Italia si è impegnata in questi anni nel superamento della frattura tra fede e cultura che il papa Paolo VI già nel 1975 denunciava quale "dramma della nostra epoca" ("Evangelii Nuntiandi" n. 20). Solitamente vengono rilevati i comportamenti devianti dell'uomo contemporaneo, e non la crisi della fede che sta alla loro radice. Gesù Cristo stesso tante volte viene accolto, ma secondo una propria ottica riduttiva. Anche recentemente ho letto su di un quotidiano la risposta data da un nostro uomo di cultura ad una persona che lo interrogava sul senso della vita. È un falso problema, gli ha scritto, perché quel senso cercato non c'è.

Tra i cristiani stessi può avvenire che il "fare" per esempio in campo sociale porti a smarrire le motivazioni della fede. (Per un conciso e autorevole riferimento dottrinale al riguardo propongo la lettura dei primi due capitoli della costituzione dogmatica "Dei Verbum", della esortazione apostolica di Paolo VI "Evangelii Nuntiandi" del 9-12-1975, e il recente libretto del teologo mons. Giuseppe Colombo "Sulla evangelizzazione" ed. Glossa, MI 1997).

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Gli evangelizzatori

19. Legato intimamente al problema della evangelizzazione, delle sue varie modalità, della sua diffusione, si pone quello degli "evangelizzatori".

È molto diffusa l'opinione che gli unici evangelizzatori siano i sacerdoti. Certamente essi hanno un ruolo primario in questo compito della Chiesa, ma non sono i soli. In forza del Battesimo, della Cresima, dell'Eucaristia i cristiani laici sono tenuti a diffondere il regno di Dio. Ci ricorda il Concilio Vaticano II che "I laici, radunati nel Popolo di Dio... sono chiamati come membra vive a contribuire con tutte le loro forze... all'incremento della Chiesa e alla sua santificazione" ("Lumen Gentium" n. 33).E a proposito della evangelizzazione o annunzio di Cristo essi vi devono contribuire con la testimonianza della vita e con la parola (cf. ibid. n. 35).

Alle volte penso se non sia da applicare a molti di essi quello che ha detto Gesù nella parabola del padrone che in ore successive era uscito in piazza per invitare i lavoratori disoccupati a lavorare nella sua vigna (cf. Mt.20,1-15).

Ritengo che vi sia un grande potenziale di attitudini, di capacità educativa, culturale, didattica, espressiva, di grazia in molti nostri cristiani-laici, ma che non venga utilizzato perché non c'è un'adeguata coscienza delle proprie responsabilità nella Chiesa oppure nessuno li ha chiamati a lavorare in essa o si sono lasciati vincere dalla timidezza.

20. Dobbiamo saper fare un deciso passo in avanti in questa presa di coscienza della corresponsabilità dei laici nella Chiesa. Tra l'altro il cristiano laico ha una presenza capillare nella società e per questo è in grado di percepire tutte le voci di domanda, di attesa, di difficoltà della gente nei vari ambienti, e nello stesso tempo di offrire risposte personalizzate. Egli ha spesso una notevole varietà di competenze le quali lo abilitano a prestare la sua opera in vari settori come quello della famiglia, della scuola e della educazione, della cultura, della catechesi, dell'attività caritativa, della gestione dei mezzi di comunicazione sociale e anche dell'anim azione liturgica.

I cristiani, attraverso il Sinodo, possono dare un importante contributo a questo risveglio di responsabilità.

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Tappe e stile di partecipazione al Sinodo

21. Vari sono i modi di partecipazione alla preparazione e alla celebrazione del Sinodo diocesano. Quello della preghiera, perché si tratta di servire la Chiesa che è di Dio; quello dell'offerta della propria sofferenza, perché per questa via il Signore ci ha salvati; quello del mettere in pratica i comportamenti che chiediamo agli altri, specialmente in ordine alla "comunione", per avere una conoscenza sperimentale dello stile di vita che proponiamo; quello di riflettere insieme con i laici e i sacerdoti, per esempio nei Consigli pastorali parrocchiali, per meglio chiarire e approfondire i suggerimenti che vogliamo proporre, poiché la Chiesa è "comunione"; e infine quello di partecipare direttamente alle sessioni del Sinodo, seguendo con diligenza i suoi lavori, perché la Diocesi deve alla fine tirare le conclusioni del proprio studio e confronto.

22. Ma con quale spirito e per quali vie dobbiamo fare tutto questo? Cercare, discutere, proporre? Per quale scopo? La risposta la traggo dall'ideale che teneva davanti ai suoi occhi la comunità cristiana delle origini: «erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli, nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (Atti 2,42).

E san Paolo, scrivendo agli abitanti di Corinto, con queste parole ricorda la ricchezza di grazia di ciascun cristiano e insieme la finalità di ogni dono: il bene di tutta la Chiesa. «A ciascuno è data una manifestazione dello Spirito - egli afferma; essa però non si ferma a noi stessi, ma è - per l'utilità comune» (1 Cor. 12,7); «per l'edificazione della comunità» (1 Cor. 14,12). Perciò sull'utilità, sul bene della nostra Diocesi, dovrà misurarsi ogni ricerca, ogni intervento.

23. Quando nell'agosto scorso con un gruppo di giovani andammo pellegrini in Terra Santa, siamo saliti una sera sul monte Tabor per contemplare lassù, anche noi, come fecero un giorno Pietro, Giacomo e Giovanni, l'umanità e la divinità di Gesù Cristo, testimoniata da Mosè, da Elia e dal Padre (cf. Mt. 17,1-7 ; Lc. 9,28-36).

L’esperienza degli apostoli in quei giorni fu un cammino nel quale si sono lasciati guidare da Gesù; e in esso vi fu quell'incontro, quella scoperta sul monte, e poi la ripresa della sequela del Signore verso Gerusalemme.

Quel cammino, quell'incontro, quella scoperta, quella sequela vorrebbero essere come il tracciato ideale anche del nostro Sinodo. Andare alla scoperta di Lui per ritrovare noi stessi; ascoltarlo e seguirlo nel mondo di oggi, secondo le indicazioni del Padre, per rinnovarci, e con noi la nostra Diocesi ad immagine di Gesù Cristo dentro il nostro tempo.

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Giubileo e Sinodo

24. Qualcuno potrebbe chiedersi: come conciliare la celebrazione del Giubileo 2000 e quella del Sinodo? Il Giubileo 2000 è la memoria gioiosa, orante e riconoscente della venuta del Figlio di Dio tra noi; il Sinodo è l'esame e l'impegno della conformazione della nostra Diocesi a Lui. Due volti, quello di Gesù Cristo e quello della Chiesa, che si richiamano reciprocamente. Così la riflessione sul Figlio e il Battesimo, sullo Spirito Santo e la Cresima, sul Padre e il sacramento della Penitenza e poi sull'Eucaristia, mentre ci mostra il volto di Dio verso di noi, nello stesso tempo ben si concilia con la riflessione sul volto della Chiesa che risponde al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo e s'impegna ad esser fedele a essi nel nostro tempo.

25. E perché si proceda con una visione comune, autorevole e sintetica sulla Chiesa, che comprenda sia il riferimento al mistero trinitario come pure ai sacramenti in un disegno unitario, propongo che in ogni parrocchia e gruppo ecclesiale si legga e si approfondisca quest'anno la costituzione del Concilio Vaticano II sulla Chiesa ("Lumen Gentium").

Nel maggio scorso abbiamo meditato nelle singole parrocchie su la vita della Chiesa nel racconto degli Atti degli Apostoli. Solo da una concezione condivisa della Chiesa può scaturire una pastorale comune. Il nostro Convegno Pastorale Diocesano, con i sussidi che lo seguiranno, ci introdurrà a questa riflessione, mostrando la derivazione della Chiesa dal Padre (1^ relazione), la sua risposta a Lui (2^ relazione) e la conseguente legge d'amore e di misericordia che guida la sua vita (3^ relazione) e sperimenta nel sacramento della Penitenza la riconciliazione con il Padre per rimettersi in cammino.

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Preghiera per il Sinodo

0 Dio, nostro Padre,

che mandasti il tuo divin Fîglio

per riunirci attorno a Te

come un'unica famiglia,

apri il nostro cuore

all'accoglienza quotidiana

della tua Parola

dentro il mondo dî oggi.

…………

Donaci il tuo Spirito

di consiglîo, dî sapienza e dî fortezza

perché comprendiamo le strade

da percorrere nel nostro tempo,

abbiano la forza e il coraggio di seguîrle,

sappiamo dare testîmonîanza nel mondo

della credibilità del tuo Vangelo

medîante la nostra vita di comunione.

……………

La Vergine Maria

ci sia di esempio e guida

nell'umile ascolto della tua Parola

e nella sua messa in pratîca,

cominciando non dagli altrî,

ma da noi stessî,

per la vitalità e la comunîone

della tua Chiesa.

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Pavia, 8 settembre 1998

FESTA DI MARIA NASCENTE

+ Giovanni Volta

Stampa: Tipografia Sigraf di Calvenzano (Bg)

Supplemento a "Vita Diocesana" n 3/1998

Dir. Resp.: sac. Vincenzo Migliavacca

Aut. Trib. di Pavia n. 352 del 28-10-1998

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