GIOVANNI VOLTA

Vescovo

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L’EUCARISTIA: INCONTRO DI DIO CON L’UOMO

NELLA NOSTRA STORIA QUOTIDIANA

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Diocesi di Pavia

In preparazione al Congresso Eucaristico

6-16 settembre 2000

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SOMMARIO

1. Al cuore del Giubileo

1.1. Ci rendiamo conto?

1.2. Per quale via?

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2. La celebrazione dell’Eucaristia è la ripresentazione di una storia e di una presenza

2.1. Memoria dell’ultima cena

2.2. L’agnello

2.3. Isacco, Melchisedek, la manna

2.4. 3. Ma questa storia come riguarda la nostra vita?

2.4. L’unità nella varietà dei riferimenti

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3. Ma questa storia come riguarda la nostra vita?

3.1. La vocazione fondamentale dell’uomo e la contraddizione in cui si dibatte

3.2. Il lavoro e l’attesa

3.3. Il senso della vita e della morte

3.4. Cibo e speranza per il nostro cammino nella vita

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4. Come accostarci al mistero eucaristico?

4.1. Il dono dello Spirito Santo

4.2. La conoscenza della sacra Scrittura

4.3. La cura della celebrazione

4.4. Il tempo, il luogo e la nostra disponibilità a lasciarci prendere da Dio

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5. L’esempio di un cammino di ascolto, di accoglienza e di testimonianza

5.1. Dallo scoramento all’ascolto

5.2. Il gesto rivelatore

5.3. La testimonianza

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Preghiera

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“Poi preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo:- Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me -

Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo:- Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi -”(Lc.22,19-20)

“Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre,così anche colui che mangia di me vivrà per me” (Gv.6,37)“Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo” (1 Cor.10,17)

Disponiamoci al Congresso Eucaristico Diocesano pregando e riflettendo individualmente e comunitariamente in modo da preparare il nostro spirito a vivere con frutto questi giorni di grazia.

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1. Al cuore del Giubileo

La celebrazione della santa Messa e la nostra partecipazione ad essa costituiscono un impegno centrale delle nostre comunità cristiane. Basta pensare alle feste religiose, alle domeniche, a quando ricordiamo i nostri lutti o celebriamo qualche evento che tocca profondamente la nostra vita, tanto che quando manca la santa Messa in una comunità pare che si spenga il cuore della vita cristiana.

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1.1. Ci rendiamo conto?

Ma ci rendiamo conto di ciò che essa è e rappresenta per la nostra vita? Oppure l’abitudine ce la presenta come una cerimonia qualunque o una tassa che dobbiamo pagare a Dio?

La desideriamo in diverse circostanze, ma poi chiediamo che sia breve in modo che non ci impegni a lungo; vogliamo che sia comoda perché non ci costi troppo. Vi assistiamo, ma non sempre adeguatamente. Ci ricorda il Concilio Vaticano II che la partecipazione nostra ad essa dev’essere consapevole, religiosa e attiva (cf. “Sacrosanctum Concilium” n.48). 

Vorrei cogliere l’occasione del nostro Congresso Eucaristico Diocesano per soffermarmi un momento con voi per meglio capirla e di conseguenza per meglio anche viverla.

Essa sta al cuore della vita ecclesiale; comprenderla significa capire chi ha voluto essere Dio per noi e che cos’è la Chiesa; viverla equivale ad entrare nel cuore stesso della vita cristiana.

Ha scritto il Papa a proposito del Giubileo del duemila, di quest’anno: “sarà un anno interamente eucaristico, nel sacramento dell’Eucaristia il Salvatore, incarnatosi nel grembo di Maria duemila anni fa, continua ad offrirsi all’umanità come sorgente di vita divina” (“Tertio Millennio Adveniente” n.55).

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1.2. Per quale via?

Il tempo, la ripetizione possono renderci insensibili. E per questo vorremmo spesso cambiare. Ma se ci affidiamo al semplice cambiamento per tenerci desti e attenti non entreremo mai nella profondità di un quadro, di una musica, di una parola, di una persona. Questo accade anche per la santa Messa. Dobbiamo saper penetrare nel suo significato primario per gustarla, bisogna darle tempo e raccoglimento per viverla. “Tutto quello che è frenetico - ci ha ricordato recentemente il Papa, citando un poeta – presto sarà passato” (R. M. Rilke “I sonetti a Orfeo”), senza perciò lasciar traccia nella nostra vita. Qui sta la radice dell’infruttuosità di molti nostri atti. 

Io con questo breve scritto vi farò da guida come potrebbe avvenire nella visita di una grande Cattedrale nella quale siete entrati più volte, ma forse senza badare a tutta la sua ricchezza, per cui diverse cose di essa vi sono sfuggite, o perlomeno richiedono di essere riviste e meglio comprese.

Un impegno non solo per chi ascolta, ma anche per chi parla.

Il Giubileo che stiamo celebrando riguarda la venuta del Signore tra noi, il quale ha scelto di rimanere tra gli uomini particolarmente nei segni dell’Eucaristia. Capire e celebrare l’Eucaristia significa perciò andare al cuore del Giubileo.

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2. La celebrazione dell’Eucaristia è la ripresentazione di una storia e di una presenza

Per comprendere una realtà è condizione primaria conoscerne la storia. Questo avviene per le cose, per un edificio, per una pianta, per un animale, per una persona. Ora, anche la comprensione della santa Messa è soggetta a questa condizione. Essa si colloca all’interno di una storia, quella della salvezza, e ripropone tra noi un evento che si è compiuto alla conclusione della vita di Gesù Cristo qui in terra e che in qualche modo ne riassume l’esistenza e il suo fine. Il Salvatore stesso introdurrà la sua ultima cena con queste parole: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione” (Lc.22,14). 

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2.1. Memoria dell’ultima cena

Si tratta della memoria dell’ultima cena del Signore, e in essa della sua morte redentrice in croce, raffigurata nel gesto dell’offerta del pane e del vino, della sua presenza di risorto. Un evento a lungo preparato in una celebrazione che segnò costantemente ogni anno la storia del Popolo eletto, incominciando dalla sua liberazione dalla schiavitù d’Egitto: la Pasqua ebraica.

Essa doveva essere memoria per gli Ebrei del “passaggio di Dio”, del suo patto di alleanza, del suo amore di predilezione e liberante, delle sue promesse. 

E’ significativo che Gesù abbia istituito l’Eucarestia celebrando la Pasqua ebraica, memoria del passaggio del Signore e della liberazione del suo popolo dalla schiavitù d’Egitto.

Anche la santa Messa celebra il passaggio di Dio tra gli uomini e la loro liberazione, ma in questo caso non più passando da una schiavitù politica ad una propria terra, ma dal giogo del peccato alla libertà dei figli di Dio, dalla sconfitta della morte alla vittoria della risurrezione, fino a dare un senso nuovo alla morte stessa.

Ha scritto mons. Van Thuan: “Nell’ultima cena,Gesù vive il culmine della sua vita terrena: la massima donazione nell’amore verso il Padre e verso di noi espressa nel suo sacrificio, che egli anticipa nel corpo donato e nel sangue versato. Di questo momento culminante, e non di un altro, sia pure splendido e stellare, come la trasfigurazione o uno dei suoi miracoli, egli ci ladcia il memoriale. Cioè lascia nella Chiesa il memoriale-presenza di quel momento supremo dell’amore e del dolore sulla croce, che il Padre rende perenne e glorioso con la risurrezione. Per vivere di lui, per vivere e morire con lui” (F.X.Nguyen Van Thuan “Testimoni della speranza” ed. Città Nuova, Roma 2000).

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2.2. L’agnello

Un altro elemento che lega la storia antica del popolo d’Israele con la Pasqua del Signore è l’agnello.

L’agnello immolato e mangiato nella Pasqua ebraica (cf. Es.12,1-14) era simbolo del nuovo agnello, Gesù Cristo, che si è offerto ai suoi nell’ultima cena come corpo donato, come sangue versato per la loro salvezza (cf. 1 Cor.11,24-25).

Il profeta Isaia già nell’Antico Testamento aveva parlato di un servo di Dio che come un agnello avrebbe offerto la propria vita per i peccatori (cf. Isaia 53,7.12), e così pure il profeta Geremia (cf. Ger.11,19). Nel Nuovo Testamento san Giovanni Battista indicherà Gesù quale: “Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Gv.1,29; cf. ib.v.36). Una immagine che tornerà più volte poi nel libro dell’Apocalisse (cf.Ap.5,6s; 7,9s; 12,11; 14,1s; 15,3; 171;19,7s; 21,9s; 22,1s). 

Ricordando la cena di Gesù, ha scritto san Paolo: “E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!” (1 Cor.5,7).

Si è passati così dalla Pasqua ebraica, che lega attorno a sé l’intera storia d’Israele come memoria e come segno di alleanza, alla Pasqua di Cristo, quale compimento del progetto salvifico di Dio.

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2.3. Isacco, Melchisedek, la manna

Accanto a questo filone fondamentale si collocano nella storia del popolo eletto altri fatti che sono poi sfociati nella Pasqua cristiana quali segni premonitori, come l’offerta di Isacco da parte di Abramo (cf. Gen.22,1-19), segno del futuro sacrificio del Figlio di Dio (cf. Eb.11.17); l’offerta di pane e vino da parte di Melchisedek, re di Salem, sacerdote di Dio altissimo (cf. Gen.14,18s), immagine di Cristo sacerdote (cf. Eb.7,3); il dono della manna nel deserto (cf. Es.16,11-18) simbolo del pane di vita che sarà l’Eucaristia (cf.Gv.6,31; 1 Cor.10,3; Ap.2,17)..

Come tanti rivoli tutti questi vari segni sono confluiti come preannuncio in Gesù Cristo e nell’Eucaristia da lui celebrata e lasciata a noi quale viva memoria del suo sacrificio in croce, del suo sacro convito, della sua presenza tra noi, della glorificazione che noi ancora attendiamo.

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2.4. L’unità nella varietà dei riferimenti

Non si tratta di rivivere nella santa Messa eventi separati tra loro, ma intimamente congiunti, come ben spiega il documento che dà le indicazioni esecutive delle direttive del Vaticano II: “la messa, o cena del Signore, è contemporaneamente e inseparabilmente: sacrificio in cui si perpetua il sacrificio della croce; memoriale della morte e della risurrezione del Signore che disse: -Fate questo in memoria di me- (Lc.22,19); sacro convito in cui, per mezzo della comunione del corpo e del sangue del Signore, il popolo di Dio partecipa ai beni del sacrificio pasquale, rinnova il nuovo patto una volta per sempre nel sangue di Cristo da Dio con gli uomini, e nella fede e nella speranza prefigura e anticipa il convito escatologico nel regno del Padre, annunziando la morte del Signore –fino al suo ritorno-.

Nella messa, dunque, il sacrificio e il sacro convito appartengono allo stesso mistero al punto da essere legati l’uno all’altro da strettissimo vincolo” (Congregazione dei Riti, “Eucharisticum Mysterium” 25 maggio 1967 n.3). 

Così san Paolo, in uno dei documenti più antichi della tradizione cristiana, ci riferisce l’istituzione dell’Eucaristia: “Io ho ricevuto dal Signore quello che vi ho trasmesso: che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane e, reso grazie, lo spezzò e disse: - Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me. Allo stesso modo, dopo avere cenato, prese anche il calice dicendo: -Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, tutte le volte che ne berrete, in memoria di me-. Quindi tutte le volte che voi mangiate questo pane e bevete a questo calice, annunziate la morte del Signore, finchè egli venga” (1 Cor.11,23-26). 

Vediamo così come l’Eucarestia sia legata intimamente alla storia della salvezza e perciò alla sacra Scrittura, per cui più conosceremo la Bibbia e meglio intenderemo il significato e il valore della santa Messa. 

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3. Ma questa storia come riguarda la nostra vita?

Alle volte ci sembra che la pratica religiosa accompagni la nostra vita come una strada parallela, ma che non l’incroci, perché vediamo che possiamo vivere bene anche senza questi riferimenti. Accade così che sentiamo il fatto religioso come un vestito da indossare in certe circostanze, ma che non ci appartiene. E per questo facilmente ce ne dimentichiamo, oppure ci dispensiamo dal suo coinvolgimento. Di qui la domanda: in che senso l’Eucaristia riguarda la nostra vita?

Un dono rivela tutto il suo valore solo se lo mettiamo in rapporto con il bisogno e il desiderio di chi l’accoglie. Non è un dono reale, per esempio, l’offerta di un computer a chi non lo sa usare o di un cibo a chi non ha fame o di un libro a chi non sa leggerlo.

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3.1. La vocazione fondamentale dell’uomo e la contraddizione in cui si dibatte

In che modo dunque l’Eucaristia incontra l’uomo ed è per lui un dono?

L’aspirazione prima di ogni persona è “amare ed essere amato”, come afferma sant’Agostino, ricordando i primi passi della sua adolescenza (cf. Confessioni II, 2), e l‘Eucaristia è tra gli uomini il segno vivo dell’amore di Gesù Cristo per ogni uomo fino al dono della vita. Un amore personale, radicale, fedele, esemplare, che nella nostra carne ci trasmette l’amore stesso di Dio.

Per questo se una persona non sa leggere nel proprio cuore, non sa neppure intendere questo dono; come, del resto, se non coglie le motivazioni della vita di Gesù Cristo, della sua morte in croce, non è in grado di comprendere ciò che Dio gli dona.

Mentre l’uomo riconosce in sé questa vocazione fondamentale ad amare e ad essere amato, scopre però in se stesso anche una debolezza che lo porta a tradire spesso questa sua vocazione originaria. Vede il bene, lo riconosce, ma poi fa il male, come ci ha ricordato un poeta pagano, Ovidio, e lo stesso san Paolo (cf. Rm.7,16-18). Ora solo Gesù Cristo con il suo amore, che si è espresso fino alla morte in croce e che ci viene riproposto con particolare intensità nella celebrazione eucaristica, risana la nostra passione d’amore colpita dalla ferita mortale del peccato come un fuoco che con le sue fiamme riaccende un tizzone spento.

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3.2. Il lavoro e l’attesa

La nostra vocazione ad amare e ad essere amati per compiersi deve percorrere un complesso itinerario concreto che va dal lavoro per trasformare la realtà che ci circonda e crescere, ai nostri rapporti con gli altri, alla grande prova della sofferenza e della morte, al bisogno di speranza per impegnarsi in tutti i momenti della vita. 

Così la celebrazione dell’Eucaristia trasforma il frutto del nostro lavoro, il pane e il vino nel corpo e sangue di Cristo, del Cristo glorioso, mostrando così l’obiettivo ultimo del nostro lavoro e della nostra esistenza. Insegna il Concilio Vaticano II: “Un pegno di questa speranza e un viatico per il cammino il Signore lo ha lasciato ai suoi in quel sacramento della fede nel quale degli elementi naturali coltivati dall’uomo vengono tramutati nel corpo e nel sangue glorioso di lui, come banchetto di comunione fraterna e pregustazione del convito del cielo” (Gaudium et Spes n.38).

In forza poi della nostra partecipazione all’Eucaristia noi siamo chiamati a formare un solo corpo, quello di Cristo, e perciò con i suoi sentimenti, con la sua stessa dedizione. Ha scritto san Paolo: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo corpo, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1 Cor. 10,16-17).

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3.3. Il senso della vita e della morte

Nell’Eucaristia noi celebriamo il prodigio della sofferenza e della morte che, in forza dell’amore con cui vengono accolte, sfociano nel frutto di una vita nuova. Alla vigilia della morte in croce Gesù aveva detto ai suoi: “ Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv.12,24). E, commentando il valore della sua morte, in quella stessa occasione preannunciato: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me. Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire” (Gv.12,32-33). 

Nell’Eucaristia noi celebriamo la primizia della nostra definitiva speranza, la risurrezione di Gesù e perciò troviamo in essa la garanzia per il nostro futuro. Significativamente il Signore ha collegato la celebrazione dell’Eucaristia non solo con la memoria di Lui, ma anche con la nostra attesa della sua venuta futura e con essa della nostra risurrezione: “Fate questo in memoria di me…Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1 Cor.11,24.26).

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3.4. Cibo e speranza per il nostro cammino nella vita

Un lungo e faticoso cammino è spesso la vita dell’uomo. Come avere la forza per percorrerlo?

Una immagine di questo cammino la possiamo trovare nell’esodo, quando il popolo d’Israele passò dalla schiavitù d’Egitto alla terra promessa, attraversando il deserto. Allora Dio lo sostenne con la manna; ora lo sostiene con il pane dell’Eucaristia. Un pane che è Cristo stesso dato per noi, in grado di soccorrerci non solo nella stanchezza, ma di vincere la stessa morte.

Gesù un giorno, parlando dell’Eucaristia, ha detto: “Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna e sono morti. ; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia … il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv.6,48-51).

Questi vari aspetti che presenta la celebrazione eucaristica spiega come essa si collochi al cuore della vita della Chiesa e dell’uomo, per cui attorno ad essa ci raccogliamo sia in occasione delle gioie come dei lutti, nei momenti degli impegni d’amore come in quelli della trepidazione e del timore, nei tempi della stanchezza come in quelli del vigore.

Insegna il Concilio Vaticano II: “particolarmente dall’Eucaristia deriva a noi, come da sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia quella santificazione degli uomini e glorificazione di Dio in Cristo, verso la quale convergono, come a loro fine, tutte le altre attività della chiesa” (Sacrosanctum Concilium n.10). 

Per comprendere l’intimo rapporto tra la celebrazione dell’Eucaristia e la nostra vita occorre di conseguenza approfondire sia la storia della salvezza che le aspirazioni, i drammi e le sconfitte dell’uomo. Lungi perciò dall’estraniarci dalla nostra vita di ogni giorno, l’Eucaristia al contrario ci permette di entrarvi più profondamente.

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4. Come accostarci al mistero eucaristico?

Quando Gesù parlò agli uomini per la prima volta dell’Eucaristia (cf. Gv. 6), come risposta ebbe la diserzione di molti, tanto che il Salvatore disse agli apostoli, che gli avevano obiettato: questo tuo discorso è troppo duro, troppo difficile: “Forse anche voi volete andarvene?”(Gv.6,67). Finchè si trattava di mangiare il pane che Egli aveva moltiplicato, erano tutti entusiasti. Ma quando capirono che si trattava di passare dal pane materiale e quello eucaristico, allora “molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (Gv.6,66).

Una difficoltà ancora tanto attuale. Finché trattiamo problemi di soldi, di lavoro, di carriera il nostro interesse si mantiene vivo, ma appena ci viene richiesto di andare oltre i nostri problemi materiali, facciamo fatica a prestare attenzione. Se poi ciò impegna la nostra vita, allora la tentazione di abbandonare il campo si fa ancora più forte.

Di qui l’importanza del richiamo a quattro condizioni fondamentali per comprendere e vivere il mistero eucaristico: il dono dello Spirito Santo, la conoscenza della sacra Scrittura, la cura della celebrazione, il tempo e l’attenzione personale.

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4.1. Il dono dello Spirito Santo

Non si può comprendere una realtà se tra essa e chi guarda, ascolta, legge c’è completa estraneità. Vedi il caso di chi guarda un quadro, ma non ha gusto artistico, o che assiste ad una partita di calcio, ma non gli interessa, o ancora sente una musica, ma il suo pensiero è altrove.

Il mistero eucaristico è rivolto all’uomo, si esprime nella sua storia, ma viene da Dio. Se non si coglie il suo essere da Dio non può venire capito. Ma chi ci può portare a comprendere le opere di Dio se non Dio stesso?!

Per opera dello Spirito Santo invocato sul pane e sul vino, ci ricorda la Liturgia, il Signore si fa presente. Sempre per opera dello stesso Spirito Santo all’uomo è dato di comprendere e riconoscere il mistero che si compie sull’altare. 

All’ultima cena Gesù aveva detto ai suoi: in questo momento voi non siete in grado di capire ciò che dico e faccio, ma un giorno capirete, quando vi sarà dato lo Spirito Santo che io vi manderò dal Padre.

Ciò significa che solo sotto l’azione dello Spirito noi possiamo capire la Parola di Dio e i suoi atti salvifici nel tempo, come l’Eucaristia. L’invocazione del dono dello Spirito va fatta perciò non solo sulle “oblate” del pane e del vino, ma anche sui cristiani che partecipano alla celebrazione.

Chiediamoci se diamo costantemente tempo a questa invocazione dello Spirito per comprendere e partecipare adeguatamente al mistero eucaristico.

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4.2. La conoscenza della sacra Scrittura

La celebrazione dell’Eucaristia fa riferimento, come già abbiamo ricordato, alla storia della salvezza, la ripresenta, per cui la Scrittura non solo occupa la prima parte della santa Messa, ma è luce e guida anche per tutto il suo svolgimento (cf. Sacrosanctum Concilium n.24).

Di qui l’importanza dell’associazione dell’educazione liturgica a quella biblica, essendo tra loro profondamente congiunte. Ci ricorda il Concilio Vaticano II (cf. Dei Verbum cap.6) che quando viene proclamata la Parola di Dio, e qui l’intende come sacra Scrittura, è il Padre che in essa si rivolge oggi ai suoi figli ed entra in conversazione con loro (cf. Dei Verbum n.21). Ora, nella celebrazione dell’Eucaristia, questa proclamazione riveste la sua più alta dignità.

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4.3. La cura della celebrazione

Gesù Cristo si fa presente come vittima e sacerdote nell’Eucarestia attraverso il linguaggio dei segni. La cura di questi non costituisce perciò un fatto superfluo, quasi si trattasse di semplici formalità, ma di un elemento costitutivo. Qualche volta un falso modo d’intendere ciò che è essenziale e strettamente necessario per la validità ci porta ad impoverire l’espressione del mistero che viene celebrato. Una liturgia celebrata con l’evidenziazione di tutti i suoi segni, complementari tra loro, coinvolge, si rende intelligibile, aiuta a pregare, mentre quando è affrettata o sciatta ci lascia indifferenti.

Come già ho ricordato parlando ai sacerdoti (cf. “La pastorale dell’Eucarestia”, febbraio 2000, n.3.3.), è importante il concorso di tutta la comunità cristiana perché ciò si compia. Nella celebrazione eucaristica, in particolare, si deve manifestare l’unità della comunità cristiana (cf. “Sacrosanctum Concilium” n.41; l’Istruzione “Eucharisticum Mysterium” n.16).

Una particolare importanza acquista poi la celebrazione eucaristica alla domenica e nelle feste. Ora, sia per sottolineare l’unità della Chiesa che per poter celebrare adeguatamente la santa Messa, è importante non moltiplicare il numero delle celebrazioni, ma curarne il modo, come già nel 1967 raccomandava l’Istruzione della Congregazione dei Riti: “Eucharisticum Mysterium” nn.16.17.25-26.

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4.4. Il tempo, il luogo e la nostra disponibilità a lasciarci prendere da Dio

L’Eucaristia è nata in un luogo e in un tempo, e continua ad aver bisogno di luoghi e di tempi adatti, che favoriscano la comprensione del gesto che si sta per compiere (Gesù aveva fatto parare a festa la sala dove avrebbe celebrato la sua ultima cena: cf. Lc. 22, 12). Vedi per esempio la luce, l’ordine, il silenzio di certe chiese; vedi la calma o la fretta con cui partecipiamo alla Messa, il giorno e l’orario in cui vi andiamo. Certe circostanze ci possono rendere particolarmente disponibili alla preghiera, all’incontro con Dio. 

La Chiesa ha legato la celebrazione dell’Eucaristia in particolare alla domenica, il giorno del Signore, della sua risurrezione, non però perché la Messa esaurisse la santificazione della domenica, ma perché ne fosse l’espressione più alta e significativa e l’illuminasse tutta.

Per questo Giovanni Paolo II ha potuto affermare che la domenica è il giorno del Signore, di Cristo e anche dell’uomo (cf. Giovanni Paolo II “Dies Domini” 31 maggio 1998). Sì, perché in essa l’uomo si riconosce nella sua dignità più alta: quale figlio adottivo di Dio, e come tale si rivolge a Lui chiamandolo Padre.

Va perciò ripreso nelle nostre parrocchie l’impegno per la domenica vissuta come giorno in cui diamo spazio ai valori primari della vita, reagendo alla pressione di una certa cultura che tende a privilegiare il tornaconto materiale e l’evasione. Il divertimento, che pure fa parte delle istanze della nostra vita, non deve sopraffare il nostro rapporto con Gesù Cristo, altrimenti arrischiamo l’appiattimento dell’esistenza e perciò la sua qualità.

Ma gli aiuti di luogo e di tempo, la cura della celebrazione, la cultura biblica non sono sufficienti per renderci attivamente partecipi del mistero che viene celebrato se la nostra persona non accoglie l’azione dello Spirito, se non sa fissare il proprio sguardo su ciò che non perisce con il tempo e si difende perché teme di venire coinvolta dalla chiamata di Dio che cerca di raggiungerci nella celebrazione eucaristica.

Ha scritto l’autore dell’Apocalisse che Gesù Cristo, l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione chiede e insieme attende nell’offrirci il dono della sua amicizia: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap. 3,14.20). Ma chi fa il male, chi è legato ad esso, ha detto Gesù a Nicodemo, non viene alla luce, non l’accoglie, perché non si manifestino le sue opere (cf. Gv.3,2021).

In ogni celebrazione eucaristica Gesù Cristo bussa alla porta del nostro cuore. Ma egli, pur prendendo l’iniziativa, chiede la nostra collaborazione per coinvolgerci nel suo cammino. E noi all’inizio della santa Messa gli apriamo la porta chiedendogli perdono dei nostri peccati.

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5. L’esempio di un cammino di ascolto, di accoglienza e di testimonianza

Vorrei ora riassumere la riflessione che vi ho proposto con un fatto autorevole e tanto significativo: l’incontro di Gesù con i discepoli di Emmaus.

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5.1. Dallo scoramento all’ascolto

Due discepoli di Gesù avevano udito le sue parole, durante la sua vita terrena, avevano visto i suoi prodigi ed era nata in loro una grande speranza, ma poi avevano assistito alla sua passione e morte, e questo fatto li aveva sconvolti. Ciò che secondo il progetto di Dio era un compimento, la morte di Gesù, era apparso ad essi come una sconfitta, uno scandalo. Con questo stato d’animo essi hanno incontrato il Signore sulla strada di Emmaus, come tante volte accade ancor oggi a noi cristiani che, provati dalla sventura, siamo tentati di pensare che Dio ci abbia abbandonati, che il nostro impegno di fede sia inutile.

Il Salvatore s’accompagna al loro cammino, li interroga sui loro discorsi, sui loro pensieri, poi incomincia ad istruirli, mostrando come ciò che era avvenuto rientrava nei progetti di Dio testimoniati dalla Legge e dai Profeti, vale a dire dall’Antico Testamento. Prima però egli denuncia il motivo profondo della loro non comprensione: la durezza del cuore. Non è sufficiente che un fatto accada perché lo comprendiamo. E’ necessario che interiormente noi siamo disposti a saper vederlo e interpretare. E il cuore, come centro della nostra persona, costituisce il principio del nostro comprendere e della nostra adesione alla verità scoperta.

E’ significativo che, dopo che hanno compreso, quei due discepoli abbiano riconosciuto: “Non ci ardeva il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc.24,32)..

La Scrittura e il cuore, sotto l’azione di Cristo, hanno portato i discepoli di Emmaus a comprendere che quella sconfitta, agli occhi degli uomini, era la via della vittoria scelta da Dio.

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5.2. Il gesto rivelatore

Gli occhi dei due discepoli si aprirono totalmente sul mistero di Cristo solo quando Gesù, sedutosi alla loro tavola, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Un gesto che si collocava al termine di un cammino e soprattutto al compimento di un discorso, perché l’Eucarestia è un “compimento” che riprende in sé tutta la storia d’Israele e del Messia.

Il Salvatore si rivelò dunque agli occhi dei discepoli di Emmaus, dopo aver ricordato la storia d’Israele, quando spezzò il pane, vale a dire nel gesto eucaristico in cui esprime il suo donarsi per noi.

Ancor oggi egli va da noi scoperto nell’Eucarestia nell’atto di darsi per noi, per ciascuno di noi.

Se perciò guardiamo l’Eucarestia dissociata da questa storia e da questo gesto la svuotiamo del suo significato. 

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5.3. La testimonianza

I discepoli di Emmaus nel loro cammino materiale e spirituale sono passati dall’iniziale smarrimento all’ascolto di Gesù nascosto sotto le sembianze di un viandante, fino alla sua scoperta nell’atto eucaristico della benedizione e dello spezzare il pane ed è sfociato infine nella testimonianza di ciò che avevano udito e visto. Scrive san Luca: “E partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme … Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (Lc.24,33.35).

Un esempio significativo anche per il nostro cammino nella vita: dall’incontro sempre più approfondito di Gesù Cristo nella sua parola e nell’Eucaristia fino alla nostra testimonianza della sua morte e risurrezione. 

Espressamente il Concilio Vaticano II ci parla della celebrazione eucaristica quale fonte e culmine della evangelizzazione (cf. “Presbyterorum Ordinis” n.5), e perciò della sua dinamicità verso il mondo intero. L’autenticità di questa celebrazione va misurata, di conseguenza, non solo dalla fedeltà alle norme della Chiesa, ma anche dai comportamenti di questa, dallo spirito di comunione che la tiene unita, dallo slancio missionario che l’anima. Se vengono meno queste manifestazione è segno che l’Eucarestia non è adeguatamente recepita e partecipata.

Un motivo di esame di coscienza per le nostre comunità cristiane e un interrogativo su le vie da seguire per riconoscere la centralità del mistero eucaristico nella vita della Chiesa e ravvivare la nostra partecipazione ad esso.

Solitamente si fa il discorso sul modo di annunciare il Vangelo agli uomini d’oggi. Ma viene prima il problema di come riconosciamo il primato di Gesù Cristo e facciamo esperienza di lui là dove si rende più vicino a noi, per poter poi di conseguenza condurre gli uomini a lui.

Come il cuore nel corpo attira tutto il sangue a sé e poi lo rimanda in tutto il corpo, similmente la celebrazione eucaristica chiama a sé ogni uomo (cf.Gv.12,32), facendo di molti un corpo solo (cf. 1 Cor.10,17) e nello stesso tempo invia ogni credente nel mondo a testimoniarlo.

Fu questa l’esperienza esemplare dei discepoli di Emmaus; questa rimane la strada da percorrere anche da parte nostra.………………

Preghiera

Accompagna anche noi, Signore, nel nostro cammino
come facesti un giorno con i discepoli di Emmaus,

e spiega pure a noi le Scritture e scalda i nostri cuori

perché sappiamo riconoscere i disegni di Dio

e seguirli, anche quando ci sorprendono.

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Rafforza gli occhi della nostra fede

perché ti riconosciamo presente

nel dono del tuo corpo e del tuo sangue

che viene celebrato sull’altare,

e ottienici di saper amare come tu ci hai amato.

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Partecipando all’Eucarestia, tuo unico pane,

fa che formiamo un solo corpo, il tuo,

nella nostra Diocesi, nelle nostre parrocchie;

e con la nostra vita e le nostre parole

sappiamo renderti testimonianza tra gli uomini.

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Pavia, 6 agosto 2000

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Festa della Trasfigurazione di Gesù