Convegno Pastorale Diocesano

"La Parola attiva di Dio mediata dalle parole e dai gesti dell'uomo"

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Relazione finale s.e. mons. Giovanni Volta

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DA UNA COMUNITÀ CRISTIANA INTROVERSA AD UNA ESTROVERSA

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Pavia, chiesa di san Francesco, 11 settembre 2003

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SOMMARIO

1. Una signoria che ci rende liberi

2. La meta: tra il reale e l’immaginario

3. Tutti chiamati a giocare in campo

4. La famiglia soggetto di pastorale

4.1. Spiritualità della famiglia

4.2. Comunità educante in continua evoluzione

4.3. La preparazione al matrimonio

5. La parrocchia comunità di base

5.1. Il senso dell'appartenenza.

5.2. La fedeltà a ciò che è primario

      a. L'annuncio

      b. La celebrazione

      c. La carità

6. Complementarietà e reciprocità: guardando al futuro

      a. Con stima reciproca

      b. Per un comune progetto

      c. Servi dello stesso Signore

       d. Per guardare insieme il futuro

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Dagli Atti degli Apostoli

"Da Mileto (Paolo) mandò a chiamare subito ad Efeso gli anziani dellaChiesa. Quando essi giunsero, disse loro: -Voi sapete come mi sono comportato con voi fin dal primo momento in cui arrivai in Asia e per tutto questo tempo: ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove che mihanno procurato le insidie dei Giudei. Sapete come non mi sono mai sottratto a ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi in pubblico e nelle vostre case, scongiurando Giudei e Greci di convertirsi a Dio e di credere nel Signore nostro Gesù. Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa. e il sevizio che mi fu dato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio...

Ed ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l'eredità con tutti i santificati" (Atti 20,17 -24.33).

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1. Una signoria che ci rende liberi

Vi parlo questa sera con i sentimenti che in un certo modo si avvicinano a quelli che deve aver provato Paolo alla vigilia del suo addio ai presbiteri di Efeso. Lui avvinto dallo Spirito, io avvinto dall'obbedienza alla Chiesa, che pure è animata dallo stesso Spirito.

Senza però le sue lacrime e le sue grandi prove, ma come lui con la chiara coscienza che la Chiesa ci precede ed è più grande di noi, e chi la guida è la Parola del Signore, e chi l'anima è il suo Spirito. Noi siamo semplicemente dei servitori nella Chiesa del Signore. Di qui il nostro compito di "mediatori" e non di "padroni"; umili mediatori di una realtà che costantemente ci supera e che costituisce la ragione della speranza per ogni uomo.

Nasce da ciò la coscienza della mia, della nostra debolezza e insieme la gioia di un ministero, che non è conquista o possesso, ma lieta condivisione di un dono ricevuto affinché ogni uomo possa diventare più uomo.

Quando avviene il distacco da un luogo, da una comunità, da una missione pastorale si fa sentire con particolare intensità la differenza tra il proprio servizio temporale e la permanenza della Chiesa, tra la propria parola e quella di Dio. Una percezione che mentre sottolinea la signoria di Dio sulle nostre vicende umane, nello stesso tempo ci fa sentire liberi e lieti perché nelle sue mani, e non in quelle degli uomini, sta la nostra vita.

Partendo da questa pagina, nella quale san Paolo ricorda la sua vita passata, affida con grande libertà i suoi al Signore e alla sua parola di grazia e guarda con fiducia cristiana al proprio futuro, vorrei trarre alcune conclusioni dal nostro Convegno Pastorale Diocesano.

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2. La meta: tra il reale e l'immaginario

Sono state dette diverse cose, ma qual è il loro metro valutativo? Sono stati presentati vari scenari di vita, ma quali scegliere? Quando una persona si mette in cammino o s'impegna in un lavoro, regola i suoi passi sulla mèta che si è prefissa. Più percepisce la mèta con chiarezza si appassiona ad essa e più s'impegna a tendervi, pagando anche un alto prezzo. Potremmo dire che l'intensità della vita è tutta giocata in questo rapporto, tanto che ci rallegriamo o ci angustiamo a seconda che gli avvenimenti favoriscono oppure ostacolano questa tensione.

S. Agostino, commentando la prima lettera di san Giovanni, così ha espresse sinteticamente l’idea sopra esposta: noi diventiamo ciò che amiamo " (cf. In Io. Ep.2,l4).

E sempre però in agguato l'inganno dell'identificazione tra la parola detta e la nostra vita reale. Anche la sacra Scrittura più volte ce lo ricorda, come quando per esempio all'ultima cena racconta che Pietro professò la sua piena dedizione a Gesù Cristo e poi in quella stessa notte l'ha tradito nel cortile del sommo sacerdote dicendo che non lo conosceva neppure.

Vi è l'incoerenza che nasce dalla nostra debolezza, ma ancor più grave vi è lo smarrimento della motivazione, per cui con il cuore siamo estranei a ciò che diciamo o ascoltiamo, giungendo a nascondere con le parole la realtà che effettivamente muove la nostra vita.

Non va mai perciò dato per scontato che puntiamo veramente all'autentica meta. Aleksandr Solzenicyn, parlando un giorno agli studenti dell'Università di Harvard, ha detto loro: "Sul frontone della vostra Università sta scritta una parola che dovrebbe sempre guidare la vostra ricerca e costituire la prima ragione del vostro studio:-Veritas-. Nella realtà però può accadere che il vostro sguardo si offuschi e, pur tenendo sempre gli occhi rivolti a quella scritta, non la vediate più, non siate più appassionati ad essa".

Nel nostro caso può succedere che nelle parole continuiamo ad affermare la mèta, che ne parliamo anche, ma che di fatto il nostro cuore vada per altri sentieri come la nostra sistemazione, il dominio sugli altri, la nostra carriera, l'affermazione di noi stessi, la compiacenza nelle nostre parole.

Al termine del Convegno, prima di ogni conclusione è decisiva questa premessa, che equivale a voler prendere sul serio quello che ci dice il Signore. Lo scordarlo equivarrebbe a tenere acceso il motore della macchina, continuando però a schiacciare la frizione, per cui pare di correre, ma di fatto si rimane fermi.

Tornando ora alle parole di Paolo che abbiamo ascoltato, ci chiediamo: che cosa stava al centro della sua passione di apostolo nell'annuncio del Vangelo? Convertire gli uomini a Dio, a Gesù Cristo, tutti gli uomini, Giudei e Greci.

Vorrei che anche noi assumessimo questo suo sguardo, questo suo impegno, con il suo stesso spirito nella nostra mediazione della Parola di Dio. È vero, le comunità nelle quali viviamo non sono più quelle del tempo di Paolo. Tuttavia possiamo dire che ancor oggi, come per i Giudei di quel tempo, vi sono cristiani che ignorano Gesù Cristo, oppure come i Greci d'allora sono pagani. Convertire gli uomini a Dio, a Gesù Cristo non significa dominarli, ma renderli più liberi, aiutarli a divenire se stessi secondo il disegno originario divino.

In questa prospettiva comprendiamo non solo il nostro rapporto con i credenti, ma anche con i non credenti e perciò l'estroversione con cui deve vivere la Chiesa. Con ogni uomo il cristiano è coinvolto nella stessa chiamata che precede le sue scelte; con ogni uomo il cristiano condivide i desiderio della verità, della felicità, dell'amore, della bellezza anche se spesso per sentieri non condivisi.

All'inizio delle sue Confessioni sant'Agostino, parlando dell'uomo, l'ha definito un cuore inquieto, in ricerca (cf. Confessioni 1,l). Questo uomo noi siamo, a questo uomo noi ci rivolgiamo.

Se però questo sguardo si oscura finiamo con il falsificare la nostra vita di credenti perché a parole dichiariamo un obiettivo, mentre in realtà ne cerchiamo un altro, affermiamo di voler mediare la Parola di Dio, ma mettiamo in primo piano la nostra, ci affatichiamo per cercare gli altri, ma lo facciamo per noi stessi.

In tali casi un oratorio, per esempio, può trasformarsi in un luogo solo di divertimento e non educativo, una scuola cattolica soltanto in un aiuto per ragazzi svogliati, perfino i sacramenti, come il Battesimo, la Cresima, l'Eucaristia possono risultare per le famiglie solo come l’occasione per una giornata di festa con un pranzo fuori casa. Sarebbe come se nella vetrina di un orefice si cambiassero gli oggetti con pezzi dozzinali lasciando però intatti i precedenti cartellini.

Da questa esigenza di autenticità, contro il rischio delle facili contraffazioni, desidero ripartire per proporre alcune conclusioni del nostro Convegno indicando mete operative in modo da non essere come viandanti senza mèta. Ha scritto un giorno di sé san Paolo ai cristiani di Corinto: "lo dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio il pugilato non come chi batte l'aria" ( l Cor.9,26).

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3. Tutti chiamati a giocare in campo

In queste sere una nota particolarmente mi ha colpito: l'esigenza che le nostre comunità cristiane passino da un atteggiamento troppo introverso, preoccupato di avere le proprie comodità religiose a portata di mano, ad una chiesa più estroversa, aperta agli altri, ai vicini e ai lontani, missionaria; da una comunità cristiana che chiede ad una comunità che dona; da una comunità disimpegnata, che guarda solo se stessa ad una comunità operosa che sa guardare lontano.

Stabilita la mèta, condivisa non solo con la mente, ma anche con il cuore, viene da domandarsi: a chi spetta camminare verso di essa? L’obiettivo che si poneva san Paolo apparteneva solo a lui oppure riguardava tutti i cristiani e quindi ancor oggi tutti i credenti?

Rifacendomi al titolo del nostro Convegno, la mediazione nel nostro tempo della Parola di Dio, mi chiedo: è questo un compito solo dei preti o di ogni cristiano?

Si tratta non di una domanda retorica, scontata. Basta che ci guardiamo attorno per renderci conto di come tante volte la Chiesa si divide in due categorie: quella degli spettatori e quella dei "giocatori", quella di chi guarda e quella di chi opera e si assume delle responsabilità, di chi si ferma ai confini della propria casa e di chi scende in strada là dove tutti passano.

Certamente non siamo tutti chiamati a fare le medesime cose e nello stesso modo. Pensate un momento alla diversità dell'impegno quotidiano di un operaio, di un medico, di un amministratore, di un prete. Tutti però i cristiani hanno il dovere in forza del Battesimo di partecipare agli altri il lieto annunzio del Vangelo con la loro vita e le loro parole (cf. Sinodo nn. 236-240)

Un esempio: l’incontro della Chiesa con i così detti "lontani". Chi ha la possibilità d'incontrare ogni giorno i dubbiosi, gli stanchi, i non credenti, le persone sfiduciate e in cerca di una certezza? Di norma non i preti, ma i fedeli laici. Questi, "implicati in tutti e singoli gli impieghi e gli affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale", come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II ("Lumen Gentium" n.31), sono i primi a raccogliere le "domande" dell'uomo nel proprio tempo, a condividerne le matrici comuni perché coinvolti nella stessa esperienza, a rispondere con la vita e le parole ai loro interrogativi. I primi protagonisti dell'estroversione della Chiesa sono perciò i fedeli laici.

Ben ricordava questa condizione del cristiano nel mondo l’autore dell'antico scritto a Diogneto, il quale sottolineava che il cristiano laico vive come gli altri uomini nel mondo, non è però del mondo.

Ma è sufficiente condividere la vita per comunicare la fede? Il Signore ci ha salvato non semplicemente perché condivise la nostra esistenza, ma perché lo fece da Figlio di Dio.

La possibilità di comunicazione della fede si associa per questo all' "essere" credenti e al "saper rendere ragione" della propria speranza (cf. 1Pt.3,l5). Un impegno che esige competenza e che oggi è facilitato da tanti mezzi alla nostra portata come i Corsi di teologia in Seminario, la scuola promossa dall'Istituto di Scienze Religiose, i Corsi per i catechisti, gli Incontri biblici, la Catechesi svolta nelle singole parrocchie o presso le famiglie (cf. Sinodo nn. 241-246).

Alle volte si ha l’impressione che mentre si è alzato il livello culturale generale della gente, si è invece abbassato quello della cultura religiosa. Un limite che è di ostacolo alla estroversione della Chiesa.

Se la chiarezza del fine è necessaria per un valido cammino cristiano, per la sua fecondità sono determinanti la qualità e la preparazione di chi lo propone.

Partendo da questa premessa: la determinatezza del fine, la competenza e la coerenza di chi lo propone e il coinvolgimento di tutti i cristiani, ci soffermiamo ora sulle linee operative legate ai due soggetti fondamentali che abbiamo preso in considerazione nel nostro Convegno: la famiglia e la parrocchia, due riferimenti comuni a tutti i cristiani almeno nei primi passi della loro esistenza cristiana. Due soggetti non da inventare, come si fa per nuove associazioni, ma da riscoprire, rifondare e rivivere.

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4. La famiglia soggetto di pastorale

Monsignor Lafranconi nella sua relazione si è soffermato particolarmente sull'importanza della Parola di Dio, sul suo significato, sul suo valore nei riguardi della famiglia. Vediamo ora le implicanze comportamentali di questo fatto, cercando di collegare la proposta pastorale alla sua fondazione teologica.

Nella famiglia la comune vocazione cristiana all'ascolto e alla mediazione della Parola di Dio presenta una sua modalità specifica determinata dal sacramento sul quale si fonda, il matrimonio, segno particolare dell'amore di Cristo; dalla condizione "incarnata" in cui s'intessono i legami tra i coniugi e con i figli; dal suo essere trasmettitrice della vita umana e quindi sua prima custode ed educatrice.

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4.1 . Spiritualità della famiglia

Il fatto che la famiglia si fonda su di un sacramento, per cui l’unione degli sposi è "segno" e "partecipazione" del mistero di unità e di fecondo amore che intercorre fra Cristo e la Chiesa (cf. Lumen Gentium n.11), motiva la sua specifica qualificazione di "chiesa domestica", come la chiama il Concilio Ecumenico Vaticano II (cf. Lumen Gentium n.11), e perché Chiesa, essa è chiamata a vivere come soggetto e non solo come oggetto di pastorale.

Un compito che la famiglia deve realizzare non semplicemente come somma di individui, ma come "comunità particolare", attraverso l’ascolto della Parola di Dio e la partecipazione all'Eucaristia (che costantemente generano la Chiesa), l’esercizio della fede, della carità e della speranza cristiane nelle condizioni ordinarie dell'esistenza, non solo nel servizio alla comunità, ma anzitutto con la propria vita e presenza nel paese. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ci ha ricordato che Gesù Cristo si è rivelato a noi non solo con le parole e i gesti, ma con tutta la sua presenza (cf. Dei Verbum n.4); analogamente anche la famiglia evangelizza prima di tutto con la sua presenza di vita cristiana.

Molte volte prende spicco nelle nostre parrocchie la testimonianza di alcune famiglie cristiane per la loro armonia interna, per la fede che mostrano nelle prove della vita come in occasione di lutti o di malattie, per la loro ospitalità, per la cura nell'educazione dei loro figli, tanto da costituire come dei punti di riferimento per tutta la comunità dei credenti.

Per tener viva questa presenza cristiana sarà opportuna la proposta che si trovino tempi in cui la famiglia prega insieme, insieme ascolta la Parola di Dio, partecipa ai momenti di preghiera degli ammalati di casa (come in occasione della Comunione eucaristica o della celebrazione del sacramento dell'Unzione degli Infermi), si apre all'ospitalità nelle varie forme che le sono possibili fino all'adozione, si pone il problema dell'uso del tempo, delle cose e del denaro.

Il riconoscimento e la proposta di questi obiettivi risultano tante volte difficili, tuttavia non dobbiamo scoraggiarci nel presentarli, fiduciosi nell'azione dello Spirito Santo, il quale muove il cuore dell'uomo dal di dentro e tante volte in modo insperato. Costituisce un atto di fiducia in Dio e nell’uomo proporre il Vangelo nell'interezza delle sue esigenze.

Nella mia esperienza pastorale ho notato di grande aiuto al riguardo l’incontro periodico di gruppi di coppie di sposi che in questo modo si aiutavano a vivere secondo le indicazioni sopra ricordate. In alcuni casi ho proposto di leggere insieme durante la settimana i testi biblici della Messa domenicale per essere provocati a riflettere su che cosa Dio dice ad essi nella liturgia del tempo. Un modo, tra l’altro, per unire il cammino delle singole famiglie con quello liturgico della Chiesa universale. Questi incontri, queste letture comunitarie dovevano costituire un saggio di ciò che le singole coppie avrebbero fatto poi tutte le settimane nelle loro case.

I coniugi sono i primi debitori l’uno verso l’altro non solo dell'affetto, della cura della persona, dell'aiuto economico, ma anche del reciproco aiuto spirituale. Vanno perciò incoraggiati in questo. L’estroversione della fede cristiana vale anche in famiglia, nei rapporti tra tutti i suoi membri.

Spesso però questi obiettivi risultano tanto lontani perché un coniuge crede e l’altro no; i genitori vanno in chiesa, ma non i figli, o viceversa; i modi d'intendere la vita siano diversi. Anche in questi casi il credente non cessa di avere delle responsabilità precise verso gli eventuali non credenti della propria famiglia. In casa, dove si vive solitamente l’uno accanto all'altro, legati da forti vincoli di affetto anche quando si è costretti a stare lontani o si dissente nei giudizi sulla vita, l’autenticità della vita cristiana di chi si ama a lungo fa breccia.

Pensate un momento alla storia dei rapporti di santa Monica con suo marito e con il figlio Agostino. Una storia non facile, con una evoluzione complessa, che sempre però fu sorretta da una grande costanza e con il tempo si andò affinando.

Molte volte la presenza in famiglia anche di una sola persona credente riesce a tener desto l’interrogativo su Dio e sulla propria condotta. In tutti questi casi è di particolare aiuto per la persona credente la compagnia e l’amicizia con persone di fede fuori casa, nella parrocchia o in qualche gruppo.

Il Signore ha voluto salvarci attraverso rapporti di comunione, è questa perciò una via essenziale per custodire, coltivare e partecipare la fede in casa e fuori casa.

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Conseguenze pratiche (cf . Sinodo nn.319.323-327):

- proporre alcuni comportamenti per coltivare la spiritualità in famiglia, graduandoli sulle disponibilità reali di ciascun nucleo familiare (per esempio pregare insieme una o più volte alla settimana, leggere in casa i testi della domenica, incontrarsi per riflettere sul proprio cammino spirituale, celebrare in parrocchia alcune volte una santa Messa per le famiglie;

- organizzare aiuti per la famiglia, come periodici incontri delle coppie in parrocchia o in vicariato e l’istituzioni di gruppi familiari;

- avere una particolare cura delle giovani coppie;

- introdurre il costume di celebrare gli anniversari di matrimonio.

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4.2. Comunità educante in continua evoluzione

La famiglia non è una comunità statica, per cui una volta raggiunto il proprio equilibrio si possa riposare in pace, ma dinamica. In essa si evolve il rapporto tra i coniugi e quello tra i genitori e i figli in una continua dinamica intersoggettiva. Una evoluzione delle persone e dei loro rapporti che mette sempre in questione l’armonia di una casa.

In questo cammino evolutivo prende rilievo il problema educativo tra gli stessi due coniugi (educare significa aiutare a tirar fuori il meglio di sé), i quali sono chiamati ad "edificarsi" ogni giorno, e in quello dei figli per cui tra essi e i loro genitori vi è un continuo scambio di atteggiamenti, di gesti, di parole in uno spirito di appartenenza che segna profondamente i loro rapporti.

Il bambino stesso appena nato porta già in tutta la famiglia un'atmosfera nuova. Basta vedere come tante volte l’arrivo del bambino cambia volto alla famiglia, ravviva i nonni, mobilita le zie, cambia l’umore dei genitori, spinge la famiglia a respirare più in largo.

Forse non c'è nessuna comunità che risenta come questa la novità e la rapidità della sua evoluzione per cui non è possibile darne un'immagine fissa. Vedi per esempio gli sposi novelli che ancora stanno imparando a convivere, gli sposi con l’arrivo di un figlio e la conseguente cura per la sua crescita; l’andamento del lavoro fuori casa, le sorti alterne della salute, i rapporti con le proprie famiglie d'origine, il ritorno ad essere soli in casa, l’invecchiamento.

Dentro questo quadro evolutivo i rapporti tra i coniugi sono sottoposti ad una continua revisione e prende spicco l’educazione dei figli. Secondo l’insegnamento cristiano i genitori sono i primi responsabili dell'educazione dei loro figli. Ma come attendere a questo grave impegno quando il lavoro fuori casa occupa i genitori per gran parte delle ore del giorno?

Viene naturale per questo delegare tale compito ad altre persone, che tra l’altro possono essere più competenti. E può accadere che un bambino dai due ai vent'anni (ora anche la scuola d'obbligo è stata prolungata e in molti casi è a tempo pieno) sia affidato ad altri per la sua educazione, anche per quella religiosa, mentre la famiglia rimane impegnata solo per il suo mantenimento, per il vestito, l’alloggio, l’attenzione alla sua salute.

Il rischio, dico, perché nella realtà, nonostante tutte queste deleghe, la famiglia ha sempre una influenza dominante nell'educazione umana, morale e religiosa del bambino, del ragazzo, anche quando la convivenza è limitata.

In famiglia l’uomo muove i suoi primi passi, si nutre non solo di pane, ma anzitutto di affetto. In famiglia impara a rapportarsi al prossimo, da suo padre, sua madre, dai suoi fratelli apprende prima per imitazione poi per convincimento come deve comportarsi. La gioia, la tristezza, l’accoglienza, il rifiuto, la sicurezza, la paura il bambino li apprende prima che dalle parole dal sentire profondo dei suoi.

La famiglia viene dunque "prima" di qualunque altro educatore e per questo avrà sempre un posto privilegiato nel cuore di ogni uomo. Essa trasmette i suoi messaggi con una forte carica affettiva che li imprime profondamente nell'animo dei figli.

Viene perciò da chiedersi: come le nostre famiglie adempiono questo loro dovere, come sfruttano questa loro condizione unica, privilegiata per i ragazzi, specialmente nei primi passi della loro vita? E come possono venire aiutate in questo difficile compito?

Domande che si aprono a tante altre specifiche quali: come la famiglia coltiva nel bimbo il dono della vita nuova che gli fu partecipata nel Battesimo, come si è preparata ad esso, come ha presente dopo il Battesimo questo dono? E di conseguenza chi per primo dovrà avviare il bambino al rapporto con Dio e con gli altri dentro e fuori di casa? Chi gli dovrà per primo parlare di Gesù e insegnargli a balbettare le prime preghiere?

Nel giorno del Battesimo il parroco dovrebbe consegnare ai genitori il primo libro dei nuovi Catechismi, che è per loro affinché possano rivolgersi con correttezza ai loro bambini. La stessa celebrazione del Battesimo deve evidenziare non solo che il figlio è reso partecipe della vita di Gesù Cristo, ma anche della comunità dei cristiani.

E perché l’evento del Battesimo non rimanga un fatto isolato nella vita del bambino, i loro genitori dovranno coinvolgerlo progressivamente nella loro vita di credenti. Il Battesimo non dona una tessera, ma un'esistenza nuova che perdura e cresce solo nella continuità.

Quando poi il figlio incomincia ad andare al catechismo e all'Oratorio dev'essere usuale il contatto dei genitori con i catechisti e il responsabile dell'Oratorio parrocchiale, perché in questi luoghi si tratta di aiutare, non di sostituire la famiglia nel suo grave compito educativo.

E mentre i propri ragazzi fanno un cammino in parrocchia di crescita umana e cristiana, perché non coltivare in casa il racconto di certi libri "accessibili" della sacra Scrittura, legati per esempio a personaggi dell’Antico e del Nuovo Testamento e che possono colpire anche la fantasia dei ragazzi come la storia di Sansone, Giuseppe, Mosè, Davide, Samuele Giuditta, Tobia, Esther ... Pietro, Paolo, episodi della vita di Gesù? Un impegno difficile e per il quale è necessario l'aiuto della parrocchia. Una collaborazione che deve continuare, seppure in forme diverse, anche quando i ragazzi diventano adolescenti, giovani, cercando l’aiuto anche di persone esperte o per esperienza o per studio.

Mentre però si deve lavorare insieme per l'educazione dei nostri ragazzi, nello stesso tempo si dovranno aiutare i genitori nel loro difficile compito. Molti sono impreparati. Ma se li aiutiamo (e in questo possono concorrere laici preparati e non solo i sacerdoti) essi scopriranno con gioia questa loro possibilità. Facciamo tanti sacrifici per imparare un lavoro, perché non dobbiamo farli per imparare ad educare cristianamente?

Coltiviamo una Chiesa non introversa, ma estroversa; non bambina, ma adulta.

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Conseguenze pratiche (cf. Sinodo n.321):

- promuovere incontri parrocchiali sull'aiuto reciproco dei coniugi e sui loro compiti educativi;

- proporre che í coniugi si trovino periodicamente per riflettere sul loro impegno educativo;

- coinvolgere le famiglie nella preparazione e nella celebrazione dei sacramenti dei figli e nell'educazione di questi dopo i sacramenti.

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4.3. La preparazione al matrimonio

Sposarsi, formare una famiglia, educare cristianamente dei figli non è un particolare marginale della vita, ma il compimento di una vocazione. Occorre perciò preparare i nostri giovani al discernimento della loro vocazione e quindi anche al matrimonio.

Al riguardo la propria famiglia ha un ruolo primario poiché prima che parlare del matrimonio essa è chiamata a "mostrare" che cos'è, che cosa richiede, che cosa offre. In famiglia vanno accolte le prime domande del ragazzo e della ragazza sulla loro vita sentimentale e sessuale, sulla scelta del loro futuro stato di vita. In molti casi basta un rifiuto perché il figlio si rivolga altrove e interrompa il dialogo su questi problemi con i propri genitori. Un compito non facile nel quale la parrocchia deve aiutare, non sostituire i genitori.

Una certa mentalità corrente, divulgata e potenziata spesso dalla televisione e dai giornali, che presenta il matrimonio come un'avventura aperta a possibili cambiamenti e dove dominante è l’affermazione di sé, rende difficile l’educazione in famiglia. Per questo la parrocchia con i suoi ambienti e i suoi educatori deve aiutare le famiglie in questo grave compito, evitando però che la collaborazione si trasformi semplicemente in una delega, tanto più che questo lavoro educativo deve incominciare molto presto nella vita del ragazzo e riguarda le varie espressioni della sua vita.

Per quanto riguarda la preparazione immediata al matrimonio in tutti i Vicariati ormai da tempo si tengono dei Corsi. Sono un piccolo aiuto, ma ugualmente molto utile se svolti con cura. In Lombardia la Commissione regionale ha preparato una vasta traccia per questi Corsi, approvata dall'episcopato lombardo: utilizziamola.

Vorrei al riguardo osservare due cose: senza pretendere di imporre a tutti Corsi più lunghi di quelli già programmati, sarà opportuno che si offra la possibilità a chi lo desiderasse di continuare in gruppo il cammino di preparazione; in secondo luogo va coltivata fin dall'adolescenza l’idea che ogni vita è determinata da una vocazione della quale ciascuno dovrà rispondere a Dio contro la facile tentazione, per esempio, che si guardi al matrimonio come a una scelta fatta solo per se stessi.

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Conseguenze pratiche (cf. Sinodo nn. 303-312):

- l’educazione dei ragazzi all'amore, punto centrale di ogni scelta vocazionale, deve costituire l'ottica antropologica unificante del loro cammino di crescita;

- vanno organizzati i Corsi prematrimoniali con il contributo di laici nel proprio territorio, prevedendo la possibile formazione di gruppi che continuano e approfondiscono il cammino intrapreso;

- come per gli altri sacramenti, anche per il matrimonio si deve avere una cura particolare dei coniugi dopo la celebrazione.………

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5. La parrocchia comunità di base

Sul secondo soggetto dell'evangelizzazione, la parrocchia (cf. Sinodo nn. 196-224), Monsignor Caprioli ha sottolineato, come già aveva fatto monsignor Lafranconi, il primato della evangelizzazione che deve rivolgersi non solo ai vicini, ma anche ai lontani (primato della missionarietà della Chiesa), il ruolo dei cristiani adulti in quest'opera, i diversi gradi di appartenenza alla Chiesa che si manifestano in tutte le parrocchie creando interrogativi sull'ammissione ai sacramenti e l’accoglienza come forma primaria oggi di evangelizzazione.

È stata poi messa in rilievo la diversa configurazione che ci offre oggi la parrocchia rispetto anche al recente passato (cf. Sinodo n. 200). Fino a non molto tempo fa, in una società prevalentemente stanziale, qual era per esempio quella contadina, il criterio di appartenenza era segnato quasi soltanto dalla territorialità. E le parrocchie, organizzate in base a questo criterio, si sono moltiplicate proprio per essere meglio presenti sul territorio.

Osserva don Franco Giulio Brambilla in un suo recente studio sulla parrocchia: "C'è un fenomeno macroscopico che si può osservare in questi ultimi cinquant’anni: si sta passando dal moltiplicarsi delle parrocchie semplicemente sulla spinta del bisogno della gente di avere la chiesa vicino al proprio domicilio, ad una forma più articolata di presenza della chiesa sul .territorio,, (F. G. Brambilla, “La parrocchia oggi e domani,, ed. Cittadella, Assisi 2003 p.185).

Varie sono le ragioni che spingono la parrocchia ad assumere una presenza più articolata sul territorio. Così ne elenca alcune don F.G. Brambilla: “Il venir meno in alcuni centri di grandi città dei minimi per la sopravvivenza del tessuto parrocchiale, ... la contestuale richiesta di altri ‘servizi religiosi' più mobili, ... 1'opportunità di una convergenza pastorale per rispondere a problemi comuni ... la necessità di camminare insieme tra diverse parrocchie.” (F.G. Brambilla ibid. p.185)

Il pastoralista don Luca Bressan, riconoscendo questa crescente istanza di una forma più articolata della parrocchia, ha scritto che "occorrerà anzitutto che le nostre parrocchie imparino ad avere di se stesse una visione più provvisoria ... evidenziando il carattere strumentale di ogni istituzione locale (della Chiesa)". (L. Bressan "La parrocchia del duemila" in "Rivista del Clero Italiano" 1999 p.108), essendo la Chiesa per la salvezza degli uomini e non per la salvaguardia delle strutture che essa ha istituito nella storia.

Ora, senza entrare in merito alle tensioni che possono nascere da queste diverse appartenenze e conseguenti problematiche, vorrei ricordare alcuni valori della parrocchia, quali: il suo essere ancora comune punto di riferimento per alcuni momenti fondamentali della vita cristiana (come il Battesimo, la Confessione, la prima Comunione, la Cresima, il Matrimonio, i funerali, la Messa domenicale) che corrispondono alle comuni grandi domande dell'uomo sulla vita, la colpa, l’amore, la morte; la varietà delle sue componenti che mettono in risalto i diversi aspetti, bisogni e doni del Popolo di Dio (bambini, adulti, ammalati e sani, poveri e ricchi, ...); la "visibilità" sperimentabile della Chiesa nelle sue varie componenti ed espressioni.

La parrocchia corre però anche il pericolo di essere una comunità di credenti "separati", che formano come un'agenzia di distribuzione di servizi religiosi chiusa in se stessa, i cui membri, dimentichi dei non credenti, partecipano alla Chiesa solo per ricevere e non per dare.

La crescente affermazione della "soggettività" nella cultura contemporanea provoca poi non solo una chiusura agli altri, ma anche la tentazione di diventare autoreferenziali per cui si trae dai propri desideri e non dal Vangelo l’immagine di Chiesa che si vuol perseguire. Come rispondere a queste antinomie tra oggettività e soggettività?

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5. 1. Il senso dell'appartenenza

La Chiesa ci precede, dal suo seno noi siamo rinati nel Battesimo e ad essa di conseguenza apparteniamo come a una grande famiglia, quella di Dio. San Paolo la paragona a un corpo del quale noi siamo le membra con diverse funzioni, ma con lo stesso scopo, la vita del corpo, animati dalla stessa anima, lo Spirito Santo, obbedienti allo stesso capo, Gesù Cristo. Questa appartenenza dev'essere evidenziata in occasione della celebrazione del battesimo (mentre invece spesso viene celebrato come un fatto privato), e alla domenica nella comune partecipazione alla celebrazione eucaristica.

Il senso dell'appartenenza porta a giudicare benevolmente la realtà alla quale si appartiene, ad interessarsi di essa, a lavorare per essa' a gioire e a soffrire con essa. Questi sono i segni che ci dicono se ci sentiamo appartenenti alla Chiesa, alla nostra parrocchia. La stessa critica è molto diventa in bocca all'estraneo o addirittura all'avversario, rispetto a quella di chi si sente appartenente.

Lo sviluppo della cultura, della tecnica e del benessere ha impresso un forte impulso all'affermazione della soggettività, che ha un valore in quanto tende a responsabilizzare il soggetto' ma nello stesso tempo può portare ad una frammentazione nella società e nella Chiesa, fino a rendere persone e gruppi autoreferenziali, vale a dire giudici di se stessi.

Un lamento che già nei primordi della Chiesa l’apostolo Paolo faceva ai cristiani di Corinto (cf. 1 Cor. 1 ,10-13), individuando nella dimenticanza del primato di Cristo e nell'esaltazione dei propri leader la ragione prima delle loro divisioni. Non si tratta semplicemente di una esigenza disciplinare, ma teologica, come avviene per la validità della celebrazione dei Sacramenti. E condannata alla sterilità spirituale ogni azione che si svincola dal suo fondamento: Gesù Cristo e la Chiesa suo corpo.

Ha scritto san Paolo ai cristiani di Corinto che tendevano a dividersi in base ai leader scelti: "Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo" (1 Cor.3,11).

Questa "appartenenza" unificante non solo va vissuta, ma anche evidenziata così da indirizzare gli occhi di chi ci vede non tanto a noi, ma a Colui che noi rappresentiamo, che mediamo.

Un giorno monsignor Ancel, che visse cinque anni da "vescovo-operaio", mi disse che tutti gli anni invitava il vescovo titolare della Diocesi, in cui risiedeva, tra gli operai dei quali si prendeva cura perché la sua azione non apparisse in alternativa alla Chiesa, ma segno di condivisione della Chiesa.

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Conseguenze pratiche:

- la parrocchia afferma la propria appartenenza alla Chiesa partendo nei suoi concreti progetti pastorali dalle indicazioni diocesane, del Vescovo, traducendole poi nel proprio ambito secondo le proprie forze e genialità;

- così all'interno della parrocchia si deve lavorare per l'edificazione della Chiesa, non per la sua divisione, come già san Paolo ricordava ai cristiani di Corinto (cf. 1 Cor. 14,5. 12.33.40 ): sia questo il criterio di coordinamento delle attività;

- sempre perché ci riconosciamo appartenenti alla stessa Chiesa locale va favorita una pastorale d'insieme il cui criterio dev'essere non l'orgoglio del proprio campanile, ma l'efficacia del servizio alla Chiesa di Dio.

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5.2. La fedeltà a ciò che è primario

L’altra nota che caratterizzala vita pastorale della parrocchia è l'operare per tutti (e non soltanto per una categoria particolare di persone), prendendosi cura delle varie tappe e condizioni di vita degli uomini: bambini, giovani e adulti, sani e ammalati, semplici e colti, assidui alla Chiesa e lontani da essa, sposati, celibi e nubili. Una varietà che richiede alla parrocchia espressioni diverse e perciò anche contributi di molte persone. Una condizione che rende faticoso e lento il cammino, ma sottolinea il fatto che la Chiesa non abbandona nessuno, che come una madre non trascura nessuno dei suoi figli, anzi s'interessa anche di chi fosse solo un chiamato alla Chiesa. In questo la vita della parrocchia ha molte somiglianze con quella della famiglia.

Ma come proporsi a piccoli e grandi, a credenti e non credenti? Vorrei al riguardo sottolineare una via che fin dall'inizio si affermò nella storia della Chiesa: l’annuncio, la celebrazione del mistero, la vita che scaturisce dall'annuncio e dalla partecipazione del mistero di Cristo.

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a. L’annuncio

La fede cristiana è anzitutto un dono, ma che si media attraverso i gesti e le parole degli uomini, la loro testimonianza e che domanda di farsi cosciente. Per questo l'intera parrocchia con la varietà delle sue presenze e delle sue attività è mediatrice del vangelo che suscita la fede e l'educa e l'esprime. Alle volte arrischiamo di rimanere prigionieri di una forma riduttiva della coltivazione della fede perché l'assimiliamo alla scuola.

Certamente l'educazione della fede e il suo annuncio richiedono anche lo studio, la spiegazione, la memorizzazione, ma non si limitano a questo impegno. Pensiamo per esempio all'incidenza del "vedere" nel richiamo alla fede, per cui il bambino imita i comportamenti dei suoi genitori, dei fratelli, il giovane guarda e segue gli atteggiamenti dei suoi amici e gli adulti guardano a chi si dichiara credente per vedere se è credibile, oppure sono colpiti dall'impegno dei giovani o dalla gioiosa religiosità dei bambini. Pensiamo all'incidenza che ha nella nostra vita l' "operare" in coerenza al Vangelo. Non si comprende per esempio l'amore cristiano e il perdono verso il prossimo solo ascoltando una predica o leggendo una pagina del Vangelo, ma anche aiutando gli altri, perdonando dei torti ricevuti.

Cosciente dell'importanza del vivere la fede e non solo del conoscerla, del testimoniarla con la vita e non solo con la parola, vorrei però sottolineare l'esigenza di coltivare una maggiore comprensione del Vangelo da parte degli adulti.

Molti di essi dopo la Cresima non hanno più coltivato se non sporadicamente la loro conoscenza del mistero cristiano e d'altra parte sono essi i primi educatori dei figli in famiglia, gli attori della città dell'uomo, gli insegnanti dei nostri ragazzi nella scuola, i ricercatori nelle Università, i legislatori della nostra società, i custodi della nostra salute, gli operatori dell'economia che tanto condiziona l'esistenza della gente. Se i cristiani adulti ignorano il Vangelo come potranno tradurlo dentro gli impegni concreti della loro vita, come potranno dar ragione della loro fede negli ambienti in cui vivono e lavorano?

Di qui l'interrogativo: per quali vie raggiungere gli adulti, parlare il loro linguaggio, confrontarsi con le loro domande, inserirsi nei loro tempie nei loro ambienti? Un giorno Gesù paragonò il Regno di Dio ad un pugno di fermento che viene posto nella massa di farina per farla fermentare tutta e non per rimanere chiuso in se stesso, magari inacidendo. Un’estroversione nella quale si deve sentire impegnata la Chiesa consiste proprio in questo: farsi fermento dentro la società.

Fa parte di questo diventare fermento la presa di coscienza della fede dentro la cultura del proprio tempo. Un impegno nel quale il ruolo dei cristiani laici resta fondamentale.

Occorre per questo creare stimoli, occasioni, modi in maniera da accendere l'interesse anche in persone che con difficoltà accedono alla Chiesa. Una di queste forme potrebbe essere l'incontro in casa di famiglie come avviene in alcune parrocchie della nostra Diocesi. Il Vangelo stesso ci mostra molte forme di evangelizzazione: in casa, a tavola, per le strade, con molta folla e a piccoli gruppi, in occasione di lutti, di malattie, di feste, di interrogazioni.

Certamente, se ci si accontenta di ripetere delle lezioncine che non sono maturate nell'animo di chi le propone, con difficoltà si potrà destare interesse, così se non si condivide l'amore per l'uomo, il grande denominatore comune delle nostre domande, mancherà il necessario ponte di comunicazione con il proprio interlocutore.

Si partecipa agli altri se si entra in sintonia con essi. Una sintonia che si trova oppure che si crea quando comunichiamo qualcosa che ci appassiona. Sì, perché in ogni comunicazione non si trasmette solo un messaggio, ma anche la passione che ci lega ad esso.

E quando è dominante la passione per ciò che si comunica e non per l'affermazione di se stessi, allora si è anche aperti alla collaborazione fino allo scambio di persone con le parrocchie vicine, anzi per progetti pastorali comuni. Ancora una volta riaffiora la scelta tra atteggiamenti introversi o estroversi nel servire la Chiesa del Signore.

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Conseguenze Pratiche:

- Se vogliamo che in famiglia si educhi cristianamente, se vogliamo che nella società si facciano scelte cristiane, se vogliamo accostare i "lontani" dobbiamo “formare” e "mobilitare" i cristiani laici adulti, favorendo l'incontro anche dei piccoli gruppi nelle case, partendo sempre dai problemi fondamentali della vita;

- anche i sacerdoti devono dedicare più tempo al loro aggiornamento

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b. La celebrazione

Mentre la catechesi "diffusa" ha in parrocchia vari protagonisti e forme e in essa l'uomo ne costituisce come il primo attore (pur essendo sempre Dio il protagonista), nella liturgia invece Dio assume una presenza più diretta. Essa costituisce la ripresentazione della storia d'amore di Dio per l'uomo dentro la nostra vicenda storica e nello stesso tempo i vari atteggiamenti dell’uomo che ascolta, che resiste alla sua chiamata, che attende, che implora, che si smarrisce, che si ritrova, che gli rende lode.

La catechesi, i discorsi dell'uomo, introducono alla Liturgia, quale mistero più alto delle nostre parole, la spiega, la commenta, la serve, non la sostituisce.

Essa costituisce come la spina dorsale della vita della parrocchia, scandendo come in un canto e controcanto la chiamata di Dio e la risposta dell'uomo nelle varie tappe della vita. Al suo cammino annuale tutti i cristiani sono invitati e in questo essa diventa principio di sensibile unità per tutti i cristiani, piccoli e grandi, semplici e dotti. Pensate un momento alla Messa domenicale, al Natale e alla Pasqua, ai tempi di Avvento e di Quaresima, alla celebrazione dei sacramenti del Battesimo, della Cresima, dell'Eucaristia. Un sentiero di cammino comune.

D'altra parte esprimendosi per simboli e in forma ripetitiva la Liturgia presenta difficoltà alla comprensione dei cristiani e può risultare enigmatica ai non credenti.

Come allora essa può diventare azione estroversa per i cristiani e anche per i non cristiani, vale a dire significativa perché incrocia le domande e le attese della vita umana?

Un discorso molto complesso e impegnativo. Mi limiterò per questo solo ad alcune indicazioni. Occorre anzitutto che evidenziamo nei modi e nei tempi il significato della realtà che celebriamo. Per esempio, se la celebrazione dell'Eucaristia sta al cuore della Chiesa, bisognerà evitare che risulti un fatto privato o un segno di divisione invece che di unità, oppure che venga soverchiata da canti che ne nascondono il senso. La stessa partecipazione alla santa Messa di persone di età e ceto sociale diverso mette in evidenza il tipo di unità della Chiesa.

Così se il sacramento del Battesimo segna l'ingresso del bambino nel mistero della Chiesa, corpo di Cristo, si dovrà evidenziare la sua accoglienza nella comunità parrocchiale evitando, come tante volte accade, che il Battesimo figuri come un fatto privato da celebrare in fretta, fuori dei tempi in cui possano partecipare i fedeli della parrocchia.

Se il sacramento della Penitenza, la Confessione, è la celebrazione della misericordia di Dio che si riconcilia con l'uomo, dovrà avvenire in un luogo e in un modo che ne evidenzino la pace e la gioia ritrovata.

Se si sta vivendo il tempo di Avvento o di Quaresima, la predicazione e le varie attività religiose si ispireranno allo spirito di attesa e di penitenza di quei tempi liturgici.

L’azione liturgica per rendersi intelligibile e partecipata dovrà poi essere bene evidenziata nei segni e coinvolgente nei comportamenti dei presenti.

Più di una volta la mancata cura della preparazione rende sciatte le celebrazioni, povere di comunicazione e quindi non coinvolgenti i fedeli.

Non si tratta d'inventare cose nuove, ma di evidenziare secondo le indicazioni liturgiche - che alle volte non si conoscono - le cose e gli atti già prescritti.

La Liturgia costituisce la grande e autorevole scuola di preghiera e di comprensione del mistero cristiano per il Popolo di Dio. Se noi vogliamo che la parrocchia non risulti una semplice "distributrice" di servizi religiosi, sarà importante che la celebrazione dell'anno liturgico e dei sacramenti sia costantemente presentata e vissuta nella sua unitarietà.

Come entrando in una basilica romanica o gotica non la si comprende se ci si ferma a guardarne le singole parti fuori dal loro contesto globale, analogamente il significato dell'anno liturgico scompare se lo si vive e guarda come una somma di frammenti.

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Conseguenze pratiche:

- vanno curate, non moltiplicate le celebrazioni, incominciando dalla santa Messa;

- le celebrazioni non sono solo preghiera, mediazione di grazia, ma anche annuncio; risultano cosi?

- prima d'introdurre cose nuove, facciamo bene le celebrazioni che già dobbiamo compiere;

- i Battesimi da atto privato devono diventare celebrazione di accoglienza pubblica nella Chiesa e perciò in giornate significative, con la partecipazione dei fedeli. L’ideale: battezzare durante la grande veglia pasquale.

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c. La carità

La vita cristiana parte dall'iniziativa di Dio per maturare nella risposta dell'uomo che è la carità, diffusa nel nostro cuore dallo Spirito Santo (cf. Rom.5,5) e che si manifesta nella preghiera di lode a Dio e nell'accoglienza ed aiuto al prossimo. L’esercizio della carità non è perciò un fatto opzionale, ma un preciso dovere di ogni comunità cristiana, è la manifestazione e la coltivazione del dono che Dio ha fatto alla nostra vita. Il costume di distribuire i vari lavori in parrocchia non deve trarci in inganno quasi che spetti solo ad alcuni cristiani e non a tutti i cristiani il dovere di soccorrere chi è nella necessità secondo le proprie forze.

Nella tradizione antica all'offertorio della Messa venivano raccolte le offerte per le necessità della Chiesa locale. È significativo che si legasse l'offerta per i poveri o per le altre necessità della Chiesa alla celebrazione eucaristica quale risposta al dono che Dio ha fatto di sé all'uomo. San Paolo, volendo fare una colletta per i poveri di Gerusalemme, la motivava con il fatto che Cristo da ricco che era si è fatto povero perché noi diventassimo ricchi della sua povertà (cf.2 Cor.8,9), appellandosi perciò all'esempio del Signore.

Nella parrocchia il trovarsi insieme per la celebrazione eucaristica e per offrire il proprio aiuto ai poveri crea un'immagine forte della comunità cristiana che accoglie e che dona, e lo fa perché l'amore di Dio l'ha preceduta. È questa una espressione particolarmente chiara dell'estroversione della Chiesa a somiglianza del Verbo che si è fatto carne per venire ad abitare in mezzo a noi e darci la sua vita.

Ma la carità in una parrocchia non si esprime solo nel condividere il pane, nel soccorso materiale ai poveri, ma anche in mille altri impegni come nella visita agli ammalati, nell'assistenza ai ragazzi in Oratorio, nel fare catechismo, nell'aver cura della chiesa del paese, nell'interessamento per l'educazione dei bambini e dei giovani.

In analogia con la famiglia, anche la parrocchia è comunità cristiana viva quando l'uno si prende cura dell'altro. La varietà dei suoi componenti, ricchi e poveri, sani e ammalati, giovani e anziani, favorisce questo rapporto più che nelle comunità omogenee e la carità che sprigiona le sue energie in tutti questi rapporti e dislivelli è in grado di stabilire dialogo e collaborazione con istituzioni non ecclesiali e con persone anche non credenti.

In questo contesto la carità non è solo un "aiuto", ma anche un linguaggio, un annuncio intelligibile pure dalle persone più lontane dalla fede. E la parrocchia, legata alla convivenza nello stesso luogo di più persone, per questa via rende come toccabile la Chiesa nei suoi gesti e nelle sue intenzioni, nel bene e nel male.

La scorsa estate i sacerdoti di una parrocchia cattolica alla periferia di San Pietroburgo, alla mia domanda: come conducete avanti il dialogo ecumenico, mi hanno risposto: aiutando i più poveri della zona.

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Conseguenze pratiche:

- In tutte le parrocchie dev’essere presente la Caritas, della quale il parroco è il primo responsabile, coadiuvato dai laici della sua comunità;

- i gesti di carità vanno collegati con l'Eucaristia;

- le opere di carità vanno presentate in tutta la loro molteplicità espressiva (come per esempio visitando gli ammalati, le persone sole, prestandosi per l'Oratorio, per la Chiesa, dando lavoro, aiutando i più poveri) e costantemente motivate teologicamente perché non diventino semplice opera sociale di assistenza.

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6. Complementarietà e reciprocità: guardando al futuro

Ma questa molteplicità di soggetti e di ruoli, viene da domandarsi, non crea confusione e divisioni? Quando nessuno collabora i sacerdoti si trovano soli a lavorare e quindi oppressi per le molte cose da fare; quando le famiglie, i gruppi, i singoli rivendicano la loro autonomia nascono tante tensioni. Ha il primato la famiglia o la parrocchia? E nelle parrocchie come dare spazio a tutti senza provocare disordine e sopraffazioni? Come affrontare la novità del futuro?

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a. Con stima reciproca

Per collaborare bisogna riuscire a stimare gli altri nonostante i loro difetti e perciò vedendo, oltre i limiti, le buone qualità che posseggono. Con chi non si stima è difficile condividere il lavoro. Ha scritto san Paolo ai Romani: “Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli aItri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un'idea troppo alta di voi stessi" (Rom. 12,16).

Ma per riuscire a fare questo bisogna non mettere noi stessi al centro, ma il progetto di Dio e la Chiesa com'Egli l'ha voluta. Un riferimento con il quale tutti dobbiamo confrontarci. Non ci sono in questo dei privilegiati. In tale costante riferimento scopriamo la complementarietà dei doni e dei ruoli, ne possiamo trarre motivo per rallegrarci e così superare la frequente tentazione dell'antagonismo fonte di divisioni e di sopraffazioni.

Si tratta di una esigenza presente sia in famiglia che in parrocchia e anche nei rapporti tra la famiglia e la comunità parrocchiale. La reciprocità tra diversi è ricchezza, l'antagonismo invece è sempre motivo d'impoverimento. una prova pratica di questa reciprocità: quando ci rallegriamo per il successo degli altri.

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b. Per un comune progetto

Per fare comunione è di grande aiuto il lavorare al servizio di un comune progetto. Prima che nei comportamenti, l'unione si compie nell'intenzionalità e nella volontà di perseguirla. Di qui l'esigenza in famiglia e in parrocchia di parlare insieme con pazienza delle finalità che si vogliono perseguire e di percepirne il valore. Il Sinodo diocesano, che da poco abbiamo celebrato con il concorso di molti, costituisce un nostro importante comune punto di riferimento.

L’apostolo Paolo, parlando della varietà dei carismi, così scrive ai Corinzi: "Tutto si faccia per l'edificazione" (l Cor.l4,26), "Tutto avvenga decorosamente e con ordine" ( 1 Cor. 1.4,40), "Tutto si faccia tra voi con carità" ( 1Cor.l6,14).

Per collaborare nella Chiesa occorre stabilire con chiarezza l'ambito dei vari compiti di lavoro in modo da evitare indebite interferenze, lavorando ciascuno per la propria parte, ma sempre con la coscienza di servire la stessa Chiesa, quella di Cristo.

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c. Servi dello stesso Signore

Perché la pluralità diventi ricchezza bisogna che siamo coscienti che ogni dono, ogni vita vengono dall'unico Signore e noi siamo servi suoi. Per ottenere questo però bisogna che ciascuno faccia un paziente cammino spirituale. Ha scritto il nostro Papa: "Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione, più che sue vie di espressione e di crescita" ("Novo Millennio Ineunte" 2001 n.43).

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d. Per guardare insieme il futuro

Se vogliamo guardare avanti e disporci al futuro dobbiamo lavorare maggiormente insieme. Sia nelle famiglie come nelle parrocchie è in atto una profonda trasformazione che ci obbliga a trovare nuovi modelli di relazione. Un fenomeno che ci mette spesso in difficoltà: il nuovo ci tiene desti, ma ci affatica anche. Esso però viene inesorabilmente avanti, per cui non si può eluderlo. Qualcuno chiude gli occhi per sognare i tempi antichi. Ma non è questa la strada per risolvere le situazioni nuove che si stanno creando. Va affrontato il nuovo, anzi va preparato. Per fare però questo occorre interpretarlo. La sua complessità richiede più occhi, il nuovo lavoro che si affaccia domanda più mani. In questa estroversione verso il futuro, per cui si guarda avanti e si lavora con gli altri, senza rimanere prigionieri di modelli transitori del passato, la famiglia e la parrocchia continueranno a realizzare la loro vocazione originaria di prima scuola di fede e di umanità.