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Giovanni Volta

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MONS. ANTONIO POMA VISTO DA VICINO

NEL TEMPO DEL CONCILIO

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(estratto)

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Sommario

 

.1.     Alcune note della sua personalità     

.2.     Il tempo del Concilio

.2.1.  L’orientamento dei vescovi lombardi al Concilio

.2.2.  Una corrispondenza sotto segreto che permette di intravedere il lavoro di mons. Poma su alcuni documenti conciliari        

.2.3.  Alla stretta finale: l’incontro di San Fidenzio

.3. Poma e la diocesi durante il Concilio

.3.1.  La richiesta di collaborazione

.3.2.  L’offerta d’informazione per i sacerdoti e i laici sui temi dibattuti in Concilio

.3.3.  Karol Wojtyla a Mantova.

.4.     Il fervore del post-Concilio                

.5.     Gli ultimi passi di un cammino

 

 

 Allegati:

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1.    La lettera dell’arcivescovo di Milano

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2.    Risposta di don Giovanni Volta alle domande di monsignor Antonio Poma al Convegno dei vescovi lombardi e veneti il 18 agosto 1965

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3.    Risposta di don Giovanni Volta alle domande di monsignor Carlo Colombo sempre al Convegno dei vescovi a san Fidenzio

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4.    Questionario sul culto

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5.    Cronaca sulla Cittadella dell’intervento di don Giuseppe Dossetti sul tema: “I problemi posti nella recente sessione del Concilio Vaticano II”

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6.    Cronaca della relazione di monsignor Enrico Galbiati sul tema: “Il dialogo della Chiesa Cattolica con le altre Comunità Cristiane”.

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7.    Cronaca dell’intervista al vescovo Poma nel salone di sant’Orsola

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8.    Cronaca dell’intervento del prof. Gabrio Lombardi sul tema: “I laici oggi nella Chiesa”

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9.    Cronaca dell’intervento di monsignor Alfred Ancel sul tema: “La Chiesa e il mondo operaio”

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10.    Cronaca dell’intervento del prof. Giuseppe Lazzati:“La spiritualità dei laici dopo il Vaticano II”.

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11.    Cronaca dell’intervento di P. Ernesto Balducci sul tema: “La Chiesa nel mondo”.

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12.    Domande spedite a monsignor Poma in vista dell’incontro con monsignor Wojtyla

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13.    Cronaca della relazione dibattito di monsignor Karol Wojtyla

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14.    Risposte al Questionario sulla famiglia

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15.    Attività di formazione in Diocesi:

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  • Tre giorni di studio dei sacerdoti mantovani: programma
  • Tre giorni di studio sulla pastorale dei giovani: resoconto

 

 N.B.: per il testo degli Allegati vedi il successivo file

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Ci sono tanti modi di guardare una persona, per esempio attraverso i suoi scritti oppure le scelte compiute o le opere realizzate. Io ho pensato di dire qualcosa sulla figura del cardinale Antonio Poma osservando i suoi rapporti con le persone, con gli eventi nel tempo che egli trascorse a Mantova; confrontando i suoi discorsi, i suoi pensieri con quelli degli altri che egli ha invitato o incontrato; osservando i suoi interventi e le sue domande, le risposte che ha avuto, guardandolo perciò da vicino. Prende risalto una persona non solo per ciò che dice, ma anche per ciò che ascolta e per le persone con cui cammina e si confronta.  

Il periodo del suo ministero mantovano può essere scandito in due tempi fondamentali: gli anni in cui iniziò la sua esperienza di giovane vescovo e poi quelli caratterizzati dalla sua partecipazione al Concilio Ecumenico Vaticano Secondo.

Monsignor Poma era stato segretario del vescovo di Pavia – monsignor Giovanni Battista Girardi -, docente di teologia, rettore del Seminario e assistente spirituale dei Laureati Cattolici. Con l’inizio della sua esperienza di vescovo egli si trovò a vivere in una situazione nuova non solo per la specificità delle competenze episcopali, ma anche per il temperamento dei mantovani e per i problemi impegnativi che dovette subito affrontare.

Con la partecipazione ai lavori del Concilio si trovò poi ad allargare la sua visione della Chiesa sia a motivo dei rapporti personali con vescovi provenienti dalle diverse parti del mondo, sia soprattutto per aver dovuto affrontare con gli altri vescovi problemi dottrinali e pastorali riguardanti la Chiesa universale e il suo futuro.

Un lavoro che comportava la collaborazione di tutta la comunità cristiana e che perciò esigeva dialogo e confronto con gli altri vescovi e con le loro singole diocesi. Un’esperienza che determinò un certo sviluppo anche nel suo pensiero e nei suoi comportamenti, basti pensare all’incidenza che ha avuto su di lui la partecipazione al Concilio Vaticano II.

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1. ALCUNE NOTE DELLA SUA PERSONALITÀ

 

C’è una storia degli eventi - quella che solitamente analizziamo - ma c’è anche una storia delle persone legata al loro temperamento, alla loro educazione e alle esperienze vissute: una dimensione che si svela nei rapporti con gli altri e con ciò che accade intorno a noi, anche in occasioni accidentali. Per questo vorrei dire anzitutto qualcosa della personalità del cardinal Poma rifacendomi ad alcuni episodi della sua vita a Mantova, per cercare di comprendere chi era e dunque di leggere i suoi comportamenti come dal di dentro.

Quando Antonio Poma fu nominato vescovo ausiliare della diocesi di Mantova (28 ottobre 1951) io ero ancora in Seminario, studente dell’ultimo anno di teologia, e ben ricordo il suo primo incontro con noi seminaristi nel corridoio che introduceva allo studio del rettore, davanti ad una grande immagine del Sacro Cuore (luoghi ora scomparsi per il rifacimento di quegli ambienti). Un incontro non formale, improvvisato, nel quale eravamo tutti presi da una grande curiosità: che tipo è il nuovo vescovo? In quell’occasione mi sorprese la definizione che Poma con la sua voce grave, baritonale, diede della vita episcopale: “Episcopus aerumnarum abyssus”: il vescovo è un abisso di pene. Pensavo dentro di me: ma non è più tribolata la vita dei preti, come disse un giorno un nostro sacerdote al suo vescovo?

Seppi poi che quella definizione risaliva nientemeno che a Sant’Ambrogio e che (come ricorda monsignor Righi in questo libro a pag.7) gli fu detta anche da sua madre, nel suo linguaggio popolare, quando divenne vescovo: “Caro il mio figlio, hai già finito di star bene”. In realtà la vita gli riservò, accanto a tante gioie, molte tribolazioni e non solo fisiche (il suo segretario ricorda che per ben quattro volte Poma ricevette l’unzione degli infermi), ma anche morali.

Una definizione della vita del vescovo che ai miei occhi di seminarista faceva contrasto con la sua figura giovanile, alta e slanciata. Forse in quelle prime parole egli svelava una sua tendenza interiore ad assumere con forte apprensione tutti i compiti che gli venivano affidati.

Mi disse un giorno sua sorella Mina, mostrandomi le fotografie della sua ordinazione episcopale: “Vede com’era teso?” La preoccupazione in lui, quando riceveva un compito, era sempre più forte della gioia.

La preoccupazione – che in taluni ostacola l’operatività - in Poma invece era di stimolo al fare, ad impegnarsi con grande diligenza, cercando di non lasciare mai nulla all’improvvisazione e richiedendo grande impegno anche ai suoi collaboratori. Un modo d’essere che caratterizzò la sua partecipazione al Concilio nel seguirne i lavori e nel collaborare ad essi.

Un giorno – al termine di una solenne concelebrazione eucaristica in sant’Andrea alla quale aveva invitato un cardinale e in cui si era cantato per la prima volta il Gloria e il Credo in lingua italiana - mi confidò: “Vedi, io sono contento non quando una festa incomincia, ma quando finisce”.

Si avvertivano in lui come due dimensioni della sua personalità. Nella comunicazione con la gente era sempre misurato e compito, e perciò molti l’ammiravano per la sua cortesia, per l’attenzione alle singole persone, per la sua laboriosità; ad altri invece questo atteggiamento sembrava freddo, distaccato, specialmente nel caso di qualche richiamo. Volitivo e costante nelle sue decisioni, attento agli aspetti organizzativi, nei suoi rapporti con le persone conservava una certa riservatezza che lo faceva apparire quasi autoritario. Era timidezza o scrupolosità per il suo compito?

Chi però l’accostava più da vicino scopriva la sua umanità e la coerenza nella fedeltà al suo dovere di vescovo, per ragioni di fede e non di carriera. Per esempio, ho saputo di una sua resistenza per motivi di salute, messa in atto ricorrendo anche ad una specifica documentazione medica, sia quando gli fu proposta la nomina a vescovo come quando fu trasferito nella prestigiosa sede vescovile di Bologna.

Molte sono state le iniziative che egli realizzò durante il suo episcopato a Mantova e le sue adesioni alle proposte fatte dai suoi collaboratori: per esempio le molteplici attività dell’Azione Cattolica, la fondazione delle ACLI, la trasformazione dei Concorsi Veritas in soggiorni dei giovani in montagna, la Scuola Sociale diocesana “Giuseppe Toniolo”, l’Opera Sant’Anselmo, ecc. Voleva però esserne sempre preventivamente informato: si sentiva responsabile come vescovo di tutto ciò che sul piano pastorale accadeva in diocesi.

Se volessimo fare un confronto - pur tanto inadeguato e sommario - con il suo successore, direi che in monsignor Poma la dominante era l’oggettività che nascondeva la sua soggettività, espressa più in privato che in pubblico, mentre in monsignor Ferrari la soggettività si manifestava spesso pubblicamente, nel senso che egli in varie occasioni comunicava liberamente i suoi gusti, le sue preferenze e i suoi stati d’animo. Anche in circostanze importanti l’uno preparava accuratamente ciò che doveva dire, mentre l’altro amava parlare a braccio, attingendo non tanto ai fogli quanto alla sua meditazione interiore.

Significativo in proposito fu il modo di scrivere e di parlare dell’esperienza conciliare da parte dell’uno e dell’altro. In Poma dominavano i problemi dottrinali, in Ferrari le annotazioni dottrinali si univano al rilievo dei comportamenti delle persone, al clima dell’ambiente conciliare, alla proprie reazioni personali.

Così nelle riunioni organizzative per gli aspetti pratici di talune scelte pastorali e per i bilanci economici monsignor Poma aveva una resistenza partecipativa straordinaria, al punto da non lasciare mai il tavolo della presidenza, mentre monsignor Ferrari trovava spesso qualche buona ragione per assentarsi.

Ciò naturalmente non significa che non ci fosse in Poma una forte sensibilità. Ebbi occasione di constatare come in lui convivessero oggettività e soggettività in un episodio accaduto durante la malattia che l’afflisse poco prima di venir trasferito alla sede di Bologna. Benché colpito da dolori lancinanti, ogni giorno - come ha scritto Righi - dava le disposizioni sulle cose da fare e voleva essere dettagliatamente informato dai medici circa le sue condizioni fisiche. Quando poi s’aggravò, chiese subito del suo confessore che andai a prelevare al Convento di santa Teresa con sconcerto dei frati che non s’aspettavano una chiamata a quell’ora.

Era ormai notte e si dovette trasportare il vescovo nel suo letto (allora non c’erano altre comodità) dal reparto di medicina a quello di chirurgia posto in un altro edificio. C’era con noi anche don Rino Mai, spesso assente nei tempi ordinari, ma sempre presente in quelli straordinari. Quando monsignor Poma lo vide subito gli chiese: “Come sta tuo fratello?” Sapeva che - gravemente ammalato - era ricoverato in quello stesso ospedale. Furono le uniche parole che pronunciò durante il movimentato e preoccupato trasporto.

Andai poi a trovarlo nel reparto di rianimazione, dov’era stato ricoverato dopo l’operazione: quando gli chiesi come stesse di salute mi rispose con questa domanda: “Hai spedito alla CEI le proposte di riforma dei Seminari?” (era membro della commissione della CEI per la cura dei Seminari italiani).

Il dolore e la preoccupazione per la sua salute non l’avevano reso sordo ai guai degli altri; la gravità delle sue condizioni non l’avevano distolto dal pensiero degli impegni che si era assunto.

Un giorno in cui attendevo di essere ricevuto in udienza dal vescovo accadde che il segretario introducesse da lui alcune autorità che però erano venute dopo di me. Poma se ne avvide e in seguito rimproverò don Righi per quella preferenza, peraltro innocua per noi, presi come eravamo dai nostri amichevoli discorsi.

A volte aveva anche espressioni di autoironia, come quando in privato gli scappò di dire: “Mi meraviglio che don Claudio sia riuscito a stare con me per tanto tempo!” (forse me lo disse quando già era a Bologna).

   Per quanto - attraverso scritti e testimonianze - mi è stato possibile conoscere del vescovo Girardi, del quale Poma era stato fedele segretario per ben otto anni, mi è parso di capire che egli fu il modello esemplare della sua vita. Ne abbiamo una conferma anche dalla commemorazione che il cardinale tenne di lui a Pavia il 2 agosto 1980 nel centenario della sua nascita[1].

In quell’occasione Poma sottolineò la fortezza d’animo e la grande prudenza del suo vescovo e aggiunse, per averlo sperimentato: “La forza con cui difendeva la verità e non accettava il compromesso, s’intrecciava con una profonda sensibilità che lo rendeva attento alle persone e capace di tratti ispirati a squisita bontà” [2].

La sorella Mina ha scritto: “Il rapporto con mons. Girardi è sostenuto da grande stima e da profondo affetto per un vescovo che proveniva dagli studi universitari e dall’ambiente della FUCI di Padova, dall’animo sensibile e dal carattere fermo, capace di assumersi tutte le sue responsabilità”[3].

   Con questi tratti di personalità monsignor Poma si dedicò alla pastorale diocesana e partecipò ai lavori del Concilio Ecumenico.

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2. IL TEMPO DEL CONCILIO

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L’indizione del Concilio Ecumenico Vaticano II avvenne quando monsignor Poma aveva già scelto i suoi collaboratori più vicini e impostato la sua pastorale in Diocesi. Egli ebbe sempre molta cura dell’organizzazione del suo lavoro pastorale.

Giunto a Mantova come vescovo ancora molto giovane - aveva allora 41 anni - s’era impegnato a fondo per la vita e la disciplina del clero, per la ristrutturazione del Seminario, per l’animazione delle varie associazioni cattoliche, in particolare per l’Azione Cattolica e per le ACLI, procurò una sede per la FUCI e per i Laureati Cattolici negli ambienti dello stesso episcopio, favorì in seguito una scuola per la formazione sociale dei giovani.

   La partecipazione al Concilio assorbì ben presto molto del suo tempo e delle sue energie. L’orizzonte di lavoro non era più semplicemente la Diocesi, ma la Chiesa universale, il mondo intero: con la sua esperienza di studio, ben presto in quel compito si trovò a proprio agio. E tuttavia l’impegno di confrontarsi con la visuale e il pensiero degli altri e l’impegno di valutare le condizioni della Chiesa nel mondo contemporaneo gli imponevano un supplemento di prospettiva. La prolungata assenza dalla Diocesi gli creava poi, come del resto a molti altri vescovi, la difficoltà di coltivare contemporaneamente due attenzioni impellenti: quella ai lavori del Concilio che guardava al mondo intero e quella della cura della propria comunità diocesana. Una difficoltà accentuata dalla meticolosità con cui monsignor Poma era abituato a svolgere i suoi compiti.

(Questa condizione in qualche modo si ripeté nella sua vita quando, arcivescovo di Bologna, dovette attendere contemporaneamente per dieci anni alla sua Diocesi e alla presidenza della CEI).

   A ciò si aggiunse il fatto che nella seconda sessione del Concilio, nel 1963, fu nominato dal Papa - unico vescovo italiano residenziale - membro della Commissione Teologica del Concilio, che aveva il compito di revisionare i vari schemi conciliari sotto il profilo teologico.

Molto probabilmente la conoscenza con il nuovo Papa, Paolo VI, risalente alla comune partecipazione all’episcopato della Lombardia, e l’amicizia con monsignor Carlo Colombo, molto vicino a Papa Montini, furono decisive in questa sua nomina tanto impegnativa.

Il lavoro pastorale di Poma si sviluppò così su due versanti: quello della diocesi e quello in Concilio. Il primo era un operare manifesto, come documentano i suoi interventi che vengono citati in questo libro; il secondo era un procedere nella massima riservatezza perché legato al segreto proprio dei padri conciliari.

Prima che iniziasse il Concilio tutti i vescovi erano stati interpellati per avere delle proposte. La richiesta era del 18 giugno 1959, e la sua risposta porta la data del 28 agosto 1959. In essa vengono presi in considerazione i tre compiti fondamentali della Chiesa - il Magistero, il Ministero, il Governo - per proporre alcuni obiettivi alla Commissione Antepreparatoria, auspicando “una sinossi o sillabo di tutta la fede cristiana e delle verità che tutti devono ritenere certe” e circa l’esposizione si augura che segua una “forma non polemica, ma positiva, non parziale, ma completa, non dispersiva, ma armonica”. [4] L’ordine del procedere era quello che veniva prospettato nella scuola di teologia (i così detti tre munus della Chiesa, dei vescovi e dei sacerdoti procedenti da quelli propri di Gesù Cristo). La preoccupazione era quella della “comunicazione” pastorale. Ancora non era iniziato il Concilio e con esso il confronto vivace con gli altri vescovi del mondo.

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2.1. L’orientamento dei vescovi lombardi al Concilio

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   L’episcopato lombardo, con un significativo intervento del proprio presidente, l’allora cardinal Montini, arcivescovo di Milano, aveva fatto pervenire al Papa, attraverso il Segretario di Stato cardinal Amleto Cicognani, le sue osservazioni critiche circa gli schemi preparatori del Vaticano II e le proposte di come si desiderava procedesse il Concilio.

 La data della lettera è il 18 ottobre 1962, sette giorni dopo l’apertura solenne della prima Sessione del Concilio, ma chi non partecipava ai lavori conciliari la poté conoscere solo dopo diversi anni. [5]

Uno scritto molto importante, che in breve tracciava l’itinerario che avrebbe dovuto percorrere l’Assemblea conciliare e che sarà ben presto ripresa nei suoi contenuti nell’Aula conciliare sia da Montini che dal cardinale Siuenens.

   In apertura la lettera fa riferimento alla sollecitazione di altri vescovi e in particolare di quelli lombardi: “Con profonda umiltà, spinto da altri vescovi, della cui saggezza non posso dubitare, tra i quali i miei venerati Confratelli dell’Episcopato Lombardo” e subito fa seguire la critica all’impostazione degli schemi conciliari preparati con queste decise parole “mi permetto richiamare la sua considerazione sul fatto, che a me e ad altri Padri del Concilio sembra molto grave, della mancata, o almeno della non annunciata esistenza d’un disegno organico, ideale e logico, del Concilio, felicemente inaugurato e seguito dagli occhi di tutta la Chiesa e da quelli anche del mondo profano”.

L’arcivescovo dalla critica passa poi a proporre le linee maestre secondo le quali avrebbe dovuto svolgersi il Concilio: “Così parimenti mi permetto di esporle quale tuttora sembra dover essere il disegno, starei per dire obbligato del Concilio inaugurato”. Segue l’esposizione dei sette punti del progetto:

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1. la polarizzazione del Concilio dovrebbe essere attorno ad un solo tema: la santa Chiesa;

2. Gesù Cristo deve apparire il principio della Chiesa, emanazione e continuazione del mistero di Cristo;

3. va ripreso l’insegnamento della Chiesa sul primato di Pietro, ampliato con quello sull’episcopato;

4. dovrà essere approfondito il “mistero della Chiesa” in se stesso e nelle sue varie componenti: episcopato, sacerdoti, religiosi, laici, e nelle sue varie espressioni ed età, per poter giungere a dire “che cos’è la Chiesa”, concludendo così la prima Sessione conciliare.

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Nella seconda Sessione:

5. si dovrebbe considerare la missione della Chiesa, che cosa “fa”: docens, orans, regens, patiens

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Nella terza Sessione:

6. si dovrà parlare delle relazioni della Chiesa col mondo che è intorno, fuori e lontano da lei.

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Nella quarta Sessione:

7. il Concilio dovrebbe terminare con la celebrazione della comunione dei Santi per concludere nelle opere buone le tante parole buone che avrà espresso. Può risultare significativo notare che il Concilio Vaticano II, presentata la fondamentale mediazione di Cristo (vedi il primo paragrafo della Costituzione Lumen Gentium), radica il mistero della Chiesa nello stesso mistero trinitario (cf. Lumen Gentium nn.2-4 e il Decreto Ad Gentes nn. 2-4).

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Alla conclusione di questa densa lettera piena di auspici l’arcivescovo Montini si faceva una domanda, che rispecchiava il sogno e la trepidazione di molti vescovi e cristiani: “Forse questa è una fantasia, che si accompagna alle molte altre che pullulano in questa fervorosa stagione spirituale … L’averla espressa a me risparmia il rimorso del silenzio”.

   Dopo non molto tempo dovrà essere egli stesso a guidare la traduzione in realtà di quel sogno.

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   Nell’ambito di questo orientamento, condiviso dall’episcopato lombardo, va visto l’impegno di Poma nei lavori del Concilio, sempre secondo il suo temperamento attento ai particolari e ai loro risvolti pastorali. Per esempio, già nella prima Sessione conciliare si trattava di valutare l’importante schema “De Fontibus Revelationis”, che sarà bocciato dalla maggioranza dei Padri conciliari. Siamo nel novembre del 1962, e Poma fece diverse osservazioni alle bozze di quel testo, ma non entrò in merito al problema cruciale del rapporto tra Scrittura e Tradizione, espresso già nel titolo del documento (“fonte” usato al plurale). [6] Il documento fu ritirato e poi ripresentato con profonde modifiche. Su questo problema interverrà tra l’altro Poma a san Fidenzio nella riunione dei vescovi lombardi e del triveneto il 18 agosto 1965.

   La sua attenzione al Concilio s’intensificò ulteriormente quando incominciò a far parte della Commissione Teologica nella seconda Sessione del Concilio, che ebbe inizio il 29 settembre 1963.

Ebbi l’occasione di intravedere qualcosa di questo lavoro poi in alcuni incontri che ebbi con lui e nelle domande di parere che mi rivolse su alcuni schemi conciliari. Conservo lo scritto delle mie risposte, non quello delle sue domande. Questi rilievi possono mettere in evidenza il clima e i termini del dibattito al quale partecipò monsignor Poma, e mostrare qualcosa delle aspettative dei vescovi e dei teologi del tempo, e il desiderio del nostro vescovo di confrontarsi, di meglio penetrare ed esprimere il mistero cristiano nel mondo contemporaneo.

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2.2. Una corrispondenza riservata che permette di

intravedere il lavoro di Poma su alcuni documenti conciliari

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Nel giugno del 1963 monsignor Poma mi passò alcuni schemi con la richiesta di un parere generale e di osservazioni più particolareggiate sull’argomento del matrimonio. La mia informazione sul Concilio era però inadeguata per le parziali e a volte imprecise notizie disponibili e molto ristretto era il tempo concessomi per la risposta. La stessa lettera sopra citata dell’arcivescovo di Milano da noi non era allora conosciuta.

Credo sia interessante rileggere questi brevi scritti, almeno per cogliere il clima di proposta e di attesa che dalla Diocesi veniva al nostro vescovo in quei giorni e anche per intuire certe comuni aspettative che animavano allora la Chiesa. Su quel terreno fiorì il Concilio, animato dallo Spirito Santo, così da andare spesso oltre i suggerimenti e le proposte che venivano da varie realtà ecclesiali.

Ecco dunque le “Osservazioni generali” che mi erano state richieste. Dobbiamo tener presente, per comprendere a quale punto del cammino conciliare eravamo, che l’approvazione e la pubblicazione dei primi due documenti del Vaticano II (sui mezzi di comunicazione sociale: “Inter Mirifica”, e sulla Liturgia: “Sacrosanctum Concilium”) avverrà cinque mesi dopo - il 4 dicembre 1963 - al termine della seconda sessione del Concilio. Quindi in quei giorni i testi erano tutti ancora provvisori.

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Così risposi al mio vescovo:

1. Credo che sia opportuno preparare insieme tutti gli schemi che toccano materie comuni, in modo da esporre con una certa proporzione le varie parti e da mantenere una coerenza di impostazione e di contenuti.

Così, per esempio, nello schema dei rapporti della Chiesa con il mondo contemporaneo è importante partire dalla presentazione che si è fatta nel Concilio del mistero della Chiesa, altrimenti si arrischia di proporre due schemi diversi sulla Chiesa.

Così il tema della libertà religiosa viene esposto nello schema sull’ecumenismo, ritorna però anche dopo quando viene trattato il rapporto della Chiesa con il mondo, con i peccatori, nei rapporti tra Stato e Chiesa. La stessa presentazione della famiglia prende luce dallo schema sulla Chiesa. In questo mi pare che il Concilio abbia visto bene decidendo d’incominciare, dopo lo schema sulla Liturgia, con quello sulla Chiesa. Ciò risponde non solo alla natura delle cose, ma anche a una spiccata sensibilità moderna.

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2. Dato il clima ecumenico in cui si svolge il Concilio, un clima che riguarda non solo i fratelli separati, ma anche ogni uomo di buona volontà, credo che sarebbe opportuno nel formulare i vari schemi richiamare sempre le ragioni più comuni tra gli uomini e poi esporre le ragioni specifiche del cristiano, del cattolico. Questo metodo potrebbe sottolineare maggiormente ciò che ci unisce ad ogni uomo e insieme potrebbe meglio interessare anche le persone più lontane dalla nostra fede.

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3. Vedendo lo schema ciclostilato dei teologi (in quei giorni il vescovo mi aveva passato uno schema sui rapporti della Chiesa con il mondo formulato da un gruppo di teologi), mi pare che qualche volta in questo testo s’indulga ad un’esposizione per suggestioni, più letteraria che teologica, con anche punti oscuri, più consona ad un articolo di rivista che a un documento conciliare. Un testo conciliare è rivolto a tutta la comunità cristiana, perciò dev’essere, così mi pare, chiaro nel pensiero, nel linguaggio e nella concatenazione delle varie affermazioni. Ma forse questi ciclostilati hanno la funzione di fornire uno stimolo, degli orientamenti, delle suggestioni”.

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Dopo queste osservazioni generali passai all’esame di un testo in particolare, quello sul matrimonio, che alla fine sarà inglobato nella Costituzione “Gaudium et spes”. Si trattava di una bozza provvisoria, poco elaborata.

Le mie osservazioni furono:

“Mi pare che si debba trattare nello schema sul matrimonio anche il tema della verginità consacrata (qui solo accennato)… i due stati di vita si illuminerebbero a vicenda.

Non vi ho trovato svolto il rapporto Famiglia-Chiesa, come l’avrebbe esigito il tema in sé … Non sono stati messi in evidenza i valori naturali del matrimonio, perché tutta la esposizione prende luce dall’alto …”

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Sono passato poi, un po’ arditamente, a proporre un ordine nel discorso sul matrimonio:

- Partire da Gesù Cristo che ha assunto nella sua dimensione umano-divina ogni nostra realtà, per cui il matrimonio e la verginità consacrata con tutta la loro ricchezza acquistano in lui una pienezza di valore e un significato ecclesiale.

- In questa prospettiva vanno quindi esposti i valori di natura e di grazia del matrimonio e della verginità.

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 1. Valori di natura:

- Dio amò gli esseri viventi così che non solo “fossero”, ma anche potessero moltiplicarsi, cioè collaborare alla sua sovrana paternità.

- Nell’uomo il termine dell’atto generativo è una persona … una persona che acquista la sua piena autonomia solo nella maturità. L’atto che dà origine a una nuova vita nel nostro caso è un atto di persone.

- Conseguenze: la preparazione, il comportamento, le condizioni … dovranno essere perciò proporzionate al valore obiettivo di quegli atti; tra i coniugi vi è insieme parità e complementarietà; ogni persona umana ha diritto al matrimonio; il fine del matrimonio … ; la priorità della famiglia sullo Stato nell’educazione dei figli; unità e indissolubilità del matrimonio; sacralità del matrimonio …

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2. Valori di grazia:

- La novità di vita partecipata da Cristo all’uomo coinvolge anche i suoi rapporti; ciò ci introduce a meglio comprendere la sacramentalità del matrimonio, segno efficace dell’amore che Cristo porta alla sua Chiesa.

- Per questo Dio nel matrimonio non associa i coniugi solo al suo amore creatore, ma anche al suo amore redentore; la famiglia è chiamata alla santità; i genitori sono i primi responsabili della risposta alla chiamata alla santità dei loro figli portandoli al Battesimo, educandoli con l’esempio e la parola. I coniugi sono reciprocamente responsabili della loro chiamata alla santità.

- In questa prospettiva prende luce il rapporto Famiglia-Chiesa. Essa è immagine del mistero ecclesiale, del rapporto tra Cristo e la Chiesa; dalla Chiesa essa riceve forza e vita (sacramenti, annuncio della Parola), alla Chiesa e in essa dà il suo contributo di testimonianza e di servizio sia con la vita di coppia, sia con l’educazione dei figli.

- La verginità consacrata rappresenta una tipica conformazione a Cristo, un’affermazione della priorità di Dio, del suo amore nella vita dell’uomo, l’attesa del futuro ultimo, debitrice alla famiglia e nello stesso tempo sua sostenitrice nell’indicare i punti cardinali del cammino cristiano”.

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In seguito, nel gennaio del 1965, il vescovo mi chiese un parere sul rinnovato testo riguardante il matrimonio e sullo schema della libertà religiosa.

Per quanto riguarda il matrimonio (lo schema nel frattempo era stato notevolmente modificato), risposi sia con alcune annotazioni particolari, sia con altre di carattere più generale, quali il rilievo sui pericoli che corre oggi la famiglia; l’opportunità di insistere sul rapporto stretto tra il bene della famiglia e quello della Chiesa; l’importanza di mettere in rilievo non solo i valori propri dei cristiani, ma anche quelli comuni tra gli uomini.

“Più ampia, mi pare, dovrebbe essere la descrizione dei pericoli d’oggi, per esempio un ritmo e un metodo di lavoro che spesso impediscono un’adeguata convivenza familiare … una mancanza di prospettiva spirituale e ultraterrena … l’idolatria del benessere che può portare ad un oscuramento dei valori più interiori … la mancanza di intimità familiare, una certa meccanizzazione della vita …”.

“Manca la presentazione di un più evidente rapporto tra il bene della famiglia e il bene della Chiesa …”

“Rimango ancora del parere che sia meglio iniziare il discorso sul matrimonio partendo da un terreno comune, per passare poi al piano specifico cristiano, dato che si tratta del matrimonio visto dalla Chiesa non di fronte a se stessa, ma al mondo del nostro tempo …”

 

Come si può vedere, erano considerazioni volte ad evidenziare i problemi, gli interrogativi e le aspettative che in quegli anni andavano maturando nei nostri ambienti.

Sul tormentato schema circa la libertà religiosa, erano in gioco l’ottica con cui poteva essere vista tale libertà e l’interpretazione dei relativi interventi attuati dalla Chiesa nel corso della storia. Me ne aveva parlato don Giuseppe Dossetti, quando il 25 novembre del 1964 era venuto a Mantova per presentare  la Costituzione conciliare sulla Chiesa.

Le domande erano: c’è libertà di fronte alla verità? Si può imporre la verità?

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Al vescovo presentai le seguenti considerazioni:

“Mi sembra che anche in questo schema si debba dare risalto alle ragioni comuni (naturali) della libertà umana, altrimenti non possiamo farci comprendere dai non cristiani. Su questo problema della libertà mi pare che la linea prospettata dalla “Pacem in terris” sia metodologicamente la migliore.

Le ragioni da esporre possono essere le seguenti: la condizione diveniente dell’uomo verso la verità (per essa è fatto) che si esprime con atti coscienti, personali e responsabili di fronte a ciò che ha giudicato verità e bene; in particolare va rilevato il carattere interiore e personale dell’atto religioso che pone l’uomo di fronte a Dio, prima Persona verso la quale si trova in un rapporto fondante, mentre tutti gli altri rapporti sopraggiungono ad esso e perciò non possono interdirlo. Dentro questo quadro va presentata la particolare libertà, interiorità ed espressività dell’atto di fede.

Il fatto però che l’uomo è limitato e diveniente mostra la necessità che qualcuno l’aiuti nel suo divenire (vedi la costitutiva socialità dell’uomo). La socialità dell’uomo, che investe anche la sfera religiosa, mentre lo aiuta nella crescita e nell’espressione della sua libertà, nello stesso tempo ne fissa anche i limiti. Limiti che stanno nel diritto alla libertà religiosa degli altri. Un’esigenza che può essere interpretata abusivamente, come è accaduto spesso nella storia.

Sono poi del parere di Laurentin di non soffermarsi sul problema storico, tanto difficile da interpretare e giudicare, limitandosi il Concilio a proporre un criterio generale interpretativo dell’evoluzione della dottrina della Chiesa”. [7]

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2.3. Alla stretta finale: l’incontro di san Fidenzio

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Dopo molte discussioni e rifacimenti il Vaticano II, che era partito con la proposta di ben settantatre documenti accettati dalla Commissione centrale, era arrivato a fare sintesi formulandone sedici.

Siamo nell’agosto del 1965; i vescovi della Lombardia e del Triveneto si erano riuniti a san Fidenzio, presso Verona, per prendere in esame le ultime stesure dei testi conciliari ancora da approvare definitivamente (cinque erano già stati approvati e sottoscritti dal Papa). Per questo studio, insieme ai vescovi erano stati invitati alcuni teologi: io presi parte ai lavori del 18 agosto, quando fu esaminato il testo della futura Costituzione “Dei Verbum”.

Presentata la riflessione teologica che si era sviluppata nella storia della Chiesa sul concetto di rivelazione e in particolare sul rapporto Scrittura e Tradizione [8] e sul modo d’intendere l’inerranza della Scrittura, il dibattito si focalizzò sul modo di esprimere nel testo conciliare il rapporto tra Scrittura e Tradizione e la così detta inerranza biblica.

Due furono i contributi di maggiore rilievo: quello di mons. Antonio Poma e quello di mons. Carlo Colombo: tra i presenti, i due maggiormente competenti in materia.

 

- Il primo si chiese in particolare se la divisione delle opinioni sul rapporto tra Scrittura e Tradizione espressa fuori dal Concilio dai teologi fosse entrata anche nel dibattito conciliare così da condizionarlo, e se questo fatto potesse compromettere l’unanimità del consenso dei Padri nel presentare la dottrina della Chiesa. Monsignor Poma era molto preoccupato non solo della verità del testo, ma anche, per ragioni pastorali, del numero dei vescovi che avrebbe aderito ad esso. Ecco alcune sue espressioni tratte dalla registrazione del suo intervento: “C’è il pericolo… di trasferire nello schema e nell’ambito conciliare quella che è la situazione esterna al Concilio…c’è da chiedersi se veramente la polemica esterna è entrata nel Concilio o quella del Concilio è diversa da quella esterna (vedi le due relazioni di maggioranza di Florit e di minoranza di Franic)…ma se la votazione alla fine fosse solo dei due terzi sarebbe triste”. [9]

 

- Nel secondo, monsignor Colombo pose il problema di come esprimere il fatto che la Bibbia dice la verità (vedi n.11 della “Dei Verbum”), e propose di sostituire al n.19 il “tenuit et tenet” con l’espressione più forte “credidit et credit” (nel testo definitivo rimase poi l’espressione “tenuit et tenet”); infine si soffermò anch’egli sul rapporto Scrittura-Tradizione. [10]

Si trattava ormai degli ultimi dibattiti sui documenti conciliari ancora da approvare: constatai nella maggioranza dei vescovi il perdurare di una grande passione nella formulazione dei testi, e in particolare l’impegno e il rigore di mons. Poma, che univa l’interesse per la precisione teologica alla preoccupazione della risonanza che i documenti conciliari avrebbero avuto nella comunità cristiana.

Forse qualcuno l’avrà ritenuto uno sterile inseguimento di inutili sottigliezze. Nella realtà la posta in gioco era della massima importanza: si trattava di riesprimere nel nostro tempo ciò che sta al cuore della vita della Chiesa, e perciò di un bene prezioso che le parole non dovevano tradire né oscurare e neppure non mettere adeguatamente in rilievo.

Il nostro settimanale “La Cittadella” ne dava notizia pochi giorni dopo.

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3. POMA E LA DIOCESI DURANTE IL CONCILIO

 

Durante il tempo del Concilio monsignor Poma s’impegnò sia nell’ascoltare, sia nell’informare i fedeli sui temi e i lavori conciliari e nel far conoscere gli orientamenti della Chiesa in quel tempo tanto fervido di iniziative.

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3.1. La richiesta di collaborazione.

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L’ascolto, oltre agli incontri personali, si concretizzò in due richieste: una sulla prassi del culto, l’altra sul ruolo del laicato nella Chiesa.

La prima richiesta a firma del vescovo portava la data dell’Epifania del 1964 e perciò veniva dopo la promulgazione della Costituzione conciliare sulla Liturgia (4/12/1963). Così scriveva monsignor Poma ai sacerdoti:

Rev.mo Signore,                                                                              

            in questo periodo conciliare mi sarebbe utile conoscere il Suo pensiero su alcuni aspetti della vita liturgica (positivi ed eventualmente negativi), quali risultano dalla Sua esperienza pastorale.

Le sarei grato se volesse dedicare un po’ del suo tempo alla compilazione dell’unito questionario che spero potrà inviare con cortese sollecitudine.

Cordialmente saluto e benedico

                                 + Antonio Poma Vescovo                                                   

Mantova, Epifania 1964

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Alla lettera del vescovo era stato allegato un questionario con diciannove domande. [11]

Non posseggo le risposte date dai sacerdoti. Conservo solo la mia risposta.

La seconda richiesta, fatta a nome del vescovo in data 11/07/1965, fu firmata da me in quanto assistente spirituale dell’Azione Cattolica diocesana, ed era indirizzata: “Ai membri laici della Consulta diocesana e per conoscenza ai Rev.di Assistenti e Consulenti ecclesiastici.”

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“In settembre inizierà la quarta Sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II. Tra gli argomenti che saranno trattati vi sarà il decreto sull’apostolato dei laici e quello sui rapporti della Chiesa con il Mondo.

Poiché tali temi toccano in modo particolare la vita e l’esperienza dei laici, mons. Vescovo gradirebbe, prima che inizi la quarta e conclusiva sessione del Concilio, sentire il parere dei fedeli della sua Diocesi trasmesso attraverso i principali responsabili delle associazioni diocesane di ispirazione cattolica.

I pareri possono consistere in domande (es. di chiarificazioni dottrinali o di strutture per problemi sentiti vivi nel proprio ambiente) o in proposte.

Si raccomanda chiarezza, brevità e pertinenza ai temi (ricordando che un Concilio Ecumenico riguarda il bene di tutta la Chiesa), in modo che sia facilitata la utilizzazione dei vari pareri presentati.

Le risposte devono essere spedite entro l’otto agosto prossimo (don Giovanni Volta, Seminario Vescovile, Mantova), in modo che possano essere ordinate e presentate in tempo a mons. Vescovo.

Sarà un modo di vivere la realtà della Chiesa ricordata dal Concilio nella Costituzione dogmatica “De Ecclesia”, specialmente nel n.37.

Sentitamente ringraziando della collaborazione che vorrà prestare, porgo distinti saluti

                                                                                       don Giovanni Volta

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Poche furono le risposte pervenute. Forse il tempo di ferie o la novità dell’essere interpellati su temi tanto impegnativi, forse la pigrizia che sempre ci prende quando dobbiamo esporci in prima persona hanno trattenuto molti dall’esprimersi.

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Con questa lettera comunicai al vescovo i risultati dell’inchiesta:

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                                                                    Mantova, 14 settembre 1965

Eccellenza Reverendissima,

           non avendo ricevuto molte risposte alla circolare che il 14 luglio scorso spedii a tutti i membri della Consulta Diocesana, ho pensato opportuno di mandarle direttamente le lettere che mi sono pervenute, eliminando quelle eccessivamente generiche.

Se le avessi riassunte sarebbero risultate ulteriormente impoverite. Quelle che le spedisco sono: signora dott. Peroni, presidente Donne Cattoliche; sen. Bettoni e prof. Vernizzi per le ACLI; Gruppo Rinascita.

Cito il testo della lettera di richiesta e poi proseguo:

Dopo aver spedito la circolare, di proposito non insistetti per avere delle risposte; volevo vedere fin dove arrivava l’autenticità del desiderio - tante volte manifestato in parole - di collaborare anche con il consiglio alla vita della Chiesa. E mi sono accorto che rilevante è la pigrizia; anche in questo è necessaria una costante opera educatrice.

Attendo la risposta per la venuta di mons. Costa il 4 novembre; per altre eventuali date spero che presto sia pronto il calendario delle varie attività diocesane per il clero.

Oggi riprendono i lavori del Concilio: in comunione di fede e di preghiera viviamo e attendiamo.

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3.2. L’offerta d’informazione per i sacerdoti e i laici sui temi dibattuti in Concilio

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Via via che i lavori del Concilio procedevano aumentava nei sacerdoti e nei laici la curiosità per gli orientamenti e le decisioni del Vaticano II. Giornali e riviste, come “La Civiltà Cattolica”, ci tenevano informati. Il nostro vescovo, come già abbiamo ricordato, scrisse più volte ai mantovani per informarli su ciò che avveniva a Roma. Rimaneva però il desiderio di sentire direttamente i protagonisti di quella straordinaria Assemblea ecclesiale oppure persone particolarmente competenti sui problemi maggiormente dibattuti. Il vescovo stesso in più occasioni si prestò per questa opera di divulgazione.

A quei tempi l’Azione Cattolica esercitava un ruolo importante nella collaborazione con i vescovi e i sacerdoti nell’azione pastorale diocesana. Per questo, in collaborazione con il vescovo, essa organizzò in città, nel salone di sant’Orsola alcuni incontri che ebbero notevole successo.

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Iniziò questa serie di interventi a livello cittadino don Giuseppe Dossetti, partecipe al Concilio quale “esperto” al seguito del cardinal Lercaro. Egli parlò della “Lumen Gentium” mercoledì 25 novembre 1964 alle ore 21, dopo solo quattro giorni dalla sua emanazione. Noi non avevamo ancora in mano il testo. Il titolo della conferenza era: “I problemi proposti nella recente sessione del Concilio Vaticano II”. [12]

Di fatto il relatore parlò solo della Costituzione “De Ecclesia”. Fu presente alla Conferenza anche il prof. Colorni che era stato collega d’insegnamento di Dossetti all’Università di Ferrara.

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Seguì mercoledì 20 gennaio del 1965, sempre la sera in sant’Orsola, l’intervento di monsignor Enrico Galbiati, stimato biblista, prefetto dell’Ambrosiana, esperto di problemi ecumenici, sul tema “Il dialogo della Chiesa cattolica con le altre comunità cristiane”. Continuò la numerosa partecipazione dei mantovani all’incontro [13].

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Mercoledì 27 gennaio il nostro vescovo volle incontrare personalmente i mantovani per rispondere alle loro domande relative alla Costituzione conciliare sulla Chiesa.

Il titolo dell’iniziativa era: “Intervista dei cattolici mantovani al loro vescovo su alcuni temi della recente Costituzione Conciliare - De Ecclesia -.[14]

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Mercoledì 3 febbraio 1965 venne a parlare il prof. Gabrio Lombardi, allora docente di diritto costituzionale all’Università di Pavia, cattolico fervente, molto attento ai lavori del Concilio [15].

 

Anche dopo la conclusione del Concilio questi incontri informativi e formativi rivolti alla cittadinanza mantovana continuarono sui temi: il mondo del lavoro, la spiritualità dei laici, la Chiesa e il mondo contemporaneo.

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Mercoledì 19 gennaio 1966 venne a parlare monsignor Alfred Ancel, vescovo ausiliare di Lione, conosciuto perché fece il vescovo-operaio per cinque anni (1954-1959), membro come il nostro vescovo della Commissione Teologica del Concilio. L’argomento che svolse fu: “La Chiesa e il mondo operaio” [16]

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Sabato sera 5 febbraio 1966 venne a parlare il prof. Giuseppe Lazzati sul tema: “La spiritualità dei laici dopo il Vaticano II” [17] , e il giorno dopo presso il Collegio Redentore, alla presenza del nostro vescovo parlò ai cattolici impegnati nella vita pubblica sul tema: “Le responsabilità del cristiano nella società temporale”.

Monsignor Poma in quell’occasione tenne una breve omelia così riassunta dal settimanale cattolico locale: Durante l’omelia del mattino mons. vescovo, a commento dell’Epistola della S. Messa, aveva ricordato le tre immagini di S. Paolo - l’atleta che corre per vincere una corona, il pugile che si batte per vincere, il popolo ebraico che cammina attraverso il deserto - quale esempio della nostra vita cristiana impegnata nelle realtà terrene: fiduciosa e insieme tribolata, ottimista di fronte ai valori secolari ma insieme cosciente delle tre concupiscenze che sempre gravano sulla condizione dell’uomo, e contro le quali deve sempre lottare per conquistare quotidianamente la propria libertà, per arrivare ad un retto uso delle cose.

Nel pomeriggio è stata ripresa la conversazione avviata nel mattino in un’atmosfera di schietta familiarità sui principali problemi morali che pone l’impegno attivo nella società temporale.

Alla fine mons. vescovo ha risposto ad alcuni problemi sollevati; ha indicato nell’amore alla Chiesa la guida direttrice per ogni discorso su di essa; ha ricordato come non sia sempre facile distinguere con precisione l’ambito delle singole competenze. Lo Spirito Santo però ci aiuterà a trovare nella carità le vie di soluzione.

È stato un incontro aperto, gradito a tutti i presenti, che si sono augurati che abbia a ripetersi; è stato un dialogo di cristiani impegnati nella realtà temporale con altri cristiani e con il loro vescovo, come auspica il Concilio Vaticano II nel n. 37 della Costituzione dogmatica sulla Chiesa [18].

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Giovedì 17 febbraio 1966, nel salone mantegnesco di S. Francesco, a conclusione del ciclo delle conferenze sul Vaticano II, fu chiamato a parlare P. Ernesto Balducci sul tema: “La Chiesa nel mondo”. Numerosissimi i presenti. [19]

Il nostro settimanale diocesano, “La Cittadella”, diede puntualmente ampia relazione di questi incontri .

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3.3. Karol Wojtyla a Mantova

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Nell’ottobre del 1965 il nostro vescovo mi scrisse da Roma: “c’è un vescovo molto preparato nella Commissione Teologica del Concilio della quale faccio parte, che potrebbe tenere a Mantova una conferenza pubblica sul cosiddetto schema tredici. Sappimi dire qualcosa.”

C’era in progetto di celebrare solennemente il grande evento del Vaticano II la domenica 24 ottobre in Sant’Andrea con una concelebrazione di vescovi provenienti dai cinque continenti (monsignor Giglioli, direttore de “La Cittadella”, con il suo abituale fare scherzoso la definì: la Messa in tecnicolor). Tra gli invitati c’era anche l’arcivescovo di Cracovia.

Naturalmente accolsi subito la proposta del vescovo, anche se non conoscevo il prelato. Occorreva preparare l’incontro e in particolare le domande da proporre al vescovo polacco, ma il tempo a disposizione era breve: c’era il rischio di lasciare tutto all’improvvisazione.

Per questo - memore dei pochi contributi che mi erano pervenuti in occasione della richiesta formulata pochi mesi prima - scrissi a monsignor Poma prospettandogli l’ordine degli interventi e un elenco di possibili quesiti:

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Mantova 19 ottobre 1965

Eccellenza Reverendissima,

                                          le spedisco l’elenco delle domande che farò proporre da alcuni laici a mons. Wojtyla durante l’intervista di sabato prossimo.

Ho cercato di ricavarle dalle cronache dei giornali. Può darsi però che, dando libertà di intervenire, qualcuno faccia delle domande fuori argomento, per questo sarà necessario che uno possa parare i colpi, senza mettere negli impicci l’arcivescovo di Cracovia.

Proporrei perciò il seguente ordine:

presentazione da parte di uno, che funga da moderatore, dell’arcivescovo di Cracovia e del metodo e dell’ambito dell’intervista (non uscire dai temi dello schema tredici, interventi chiari e brevi; possibilità solo di una replica).

Breve esposizione da parte di mons. Wojtyla di come è nato lo schema tredici, della sua impostazione.

Intervista: domanda e risposta.

Riassunto finale, breve, da parte del moderatore dei punti nevralgici emersi? (Lo penserei opportuno per non lasciare in chi tra i presenti non sa fare sintesi un senso di confusione).

Conclusione dell’arcivescovo di Cracovia.

L’incontro avverrà in S. Orsola sabato alle ore 21. Ieri sera ho parlato della cosa in Giunta (dell’Azione Cattolica), e fu accolta molto bene. Credo sia bene puntare su un pubblico qualificato; in questo senso spediremo gli inviti …”

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Nella stessa lettera comunicai al vescovo che nel pomeriggio del 3 novembre sarebbe stato presente a Mantova mons. Franco Costa che alle 15,30 avrebbe parlato ai sacerdoti sui recenti orientamenti dell’Azione Cattolica e la sera avrebbe incontrato la Giunta dell’A.C. sullo stesso tema.

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Le domande preparate per l’incontro con monsignor Wojtyla ci danno il quadro degli interrogativi presenti in quel tempo nella comunità cristiana che seguiva i lavori del Concilio [20].

Moltissima gente partecipò a quella serata nel salone di Sant’Orsola. Vi furono domande previste e impreviste, come quelle relative ai rapporti con il capo del Governo polacco Gomulka.

Il vescovo Poma presentò il relatore.

Scrisse un cronista del tempo sulla Cittadella: “Dopo una breve presentazione di S. E. mons. Poma, ha preso la parola l’arcivescovo di Cracovia, che ha tratteggiato a grandi linee la storia e i contenuti dello “Schema XIII”. Terminata questa sobria introduzione è iniziata subito la vivace intervista dei presenti. Numerose sono state le domande che hanno spaziato un po’ su tutti gli argomenti dell’ormai famoso Schema conciliare: come la Chiesa intende il dialogo con il mondo ? Qual è il senso dell’ateismo oggi? Quale giudizio dà il Concilio sulla Chiesa? Vi sono delle novità dottrinali nella concezione del matrimonio, della famiglia? Quali sono i rapporti tra la Chiesa e la cultura, tra la Chiesa e il progresso tecnico? Qual è il senso e l’ambito della libertà religiosa propugnata dalla Chiesa nel mondo?

Mons. Wojtyla rispondeva ad ogni domanda lento, con un timbro di voce quasi aristocratico, saggiando le parole come per garantirsi della loro precisione, cercando di cogliere di ogni problema il nucleo fondamentale…; di ogni problema sottolineava anzitutto la gravità e la complessità, per mettere in guardia da eventuali inesperte sicurezze, contento della collaborazione dei presenti in questa ricerca”. [21]

Ricordo che il dibattito continuò poi anche per la strada con i giovani presenti, tanto gli argomenti svolti ci avevano appassionati.

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Una curiosità di quei giorni. Eravamo verso la fine del mese di ottobre e mons. Wojtyla venne a Mantova con un mantello nero un po’ sdrucito che le Suore del Collegio Redentore, dove i vescovi pranzavano, si affrettarono a rammendare.

Quando poi i vescovi lasciarono Mantova per ritornare a Roma, monsignor Poma mi incaricò di dare a ciascuno una busta per le spese di viaggio. Tutti l’accettarono, tranne uno, monsignor Wojtyla.

E pensai dentro di me: probabilmente è il più povero e ha rifiutato i soldi.

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4. IL FERVORE DEL POST-CONCILIO

 

Terminato il Concilio, anzi già nel suo tempo di conclusione, la Diocesi s’impegnò nello studio dell’insegnamento conciliare e nella sua messa in pratica.

Monsignor Poma – rigoroso e metodico – articolò il lavoro post-conciliare in tre direzioni fondamentali: l’aggiornamento del clero, la formazione dei laici, l’istituzione dei nuovi organismi nella Chiesa.

Per i sacerdoti fu pubblicato per l’anno pastorale 1965-1966 un programma molto dettagliato con il prospetto di sette Ritiri Spirituali per il clero e di due particolari per i sacerdoti novensili.

Inoltre, per l’aggiornamento teologico pastorale di tutti i sacerdoti sul tema: “Sacerdozio e laicato nella Costituzione dogmatica – De Ecclesia -” furono organizzati incontri in tre giovedì successivi (nei mesi di ottobre e di novembre) nel salone di sant’Orsola: relatori furono don Natale Bussi di Alba, don Giulio Oggioni di Milano e il prof. Giuseppe Lazzati dell’Università Cattolica.

 

Per i Sacerdoti iscritti al Corso di aggiornamento (che si svolgeva in Seminario per sei anni consecutivi, impegnando sei mattinate intere da Febbraio a Maggio) furono trattati i seguenti argomenti:

  • sui temi di Teologia biblica: “Il popolo di Dio: capitolo secondo della Costituzione dogmatica -De Ecclesia-”, relatore don Giuseppe Barbaglio di Lodi;

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  • sui temi di Teologia dogmatica: “I capitoli 1, 7, 8 della Costituzione -De Ecclesia-”, relatore don Giovanni Volta;

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  • sui temi di Teologia spirituale: “La chiamata universale alla santità nel capitolo 5 della Costituzione -De Ecclesia-”, relatore don Giovanni Moioli di Milano.

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Intonati sempre alla Costituzione “De Ecclesia” erano i tre “casi” (così si diceva allora) affidati agli incontri di Vicariato). Sempre per facilitare la comprensione della Costituzione conciliare sulla Chiesa nei suoi riflessi pastorali furono organizzati in quattro zone (Città, Suzzara, Ostiglia, Guidizzolo) tre incontri sui temi: “Catechesi sul mistero della Chiesa” (relatore don Pompeo Piva), La comunità sacerdotale (relatore mons. Osvaldo Mantovani), “Collaborazione tra sacerdoti e laici nella parrocchia” (relatore don Giovanni Volta).

Come si può notare, l’organizzazione della catechesi per il clero andava dal centro alla periferia, considerava gli aspetti dogmatici e pastorali dell’insegnamento conciliare, impegnava relatori provenienti dalla diocesi e da fuori diocesi. Il tema unificante era: la costituzione dogmatica “Lumen Gentium”.

Con queste parole, tra le altre, monsignor Poma presentò questo Calendario di attività del clero:

“E’ ormai il quarto anno da che in Diocesi abbiamo iniziato a preparare un calendario annuale con il programma di tutti gli incontri sacerdotali che si possono prevedere.

Quest’anno poi abbiamo prima discusso, e poi deciso, di orientare le nostre riunioni (previste in un piano diocesano, zonale e vicariale) allo studio della Costituzione dogmatica “Lumen Gentium”.

Non è possibile infatti comprenderne il significato e lo spirito e trasfonderlo poi nei fedeli, con una semplice lettura e senza uno studio approfondito. Di tale documento s’illumina tutta l’opera del Concilio. Vi affido quindi lo sviluppo del programma con particolare insistenza”.

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Per l’anno pastorale successivo - 1966-67 - l’argomento scelto fu la Costituzione “Gaudium et spes”. I tre incontri diocesani (ottobre-novembre) nella sala di sant’Orsola e le sette mattinate del Corso teologico-pastorale del clero (in Seminario) erano tutti incentrati sulla “Gaudium et spes”, mentre i tre “casi” da approfondire e i tre incontri di studio nelle quattro zone della Diocesi vertevano su un tema specifico: matrimonio e famiglia. I relatori delle conferenze in sant’Orsola e del Corso venivano tutti da altre Diocesi, gli incontri invece svolti nelle quattro zone erano tutti mantovani. Responsabili della preparazione erano don Umberto Campana e don Sergio Ferrari; per la celebrazione: mons. Osvaldo Mantovani e don Cassio Marcomini; per la spiritualità: mons. Mario Ghirardi e don Giovanni Volta. [22].

Per i cristiani laici furono organizzati alcuni incontri di studio sui quattro temi: “La spiritualità laicale” e “L’impegno del cattolico” (relatore il prof. Giuseppe Lazzati); “La famiglia alla luce del Vaticano II” (relatore don Umberto Campana); “Il problema educativo nei documenti del Concilio” (relatore il prof. Serafino Schiatti).

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La lettera d’invito (2-2-1966), a firma del pro-vicario generale della Diocesi, portava scritto: “La Chiesa mantovana in questo periodo post-conciliare programma un’attività formativa attraverso la presentazione nelle singole parrocchie di temi conciliari. Si ritiene necessario qualificare un gruppo di laici, perché possano dare la loro collaborazione in tal senso”.

Va ricordato che la Scuola sociale G. Toniolo diocesana (diretta da don Ettore Vareschi) nell’estate del 1965 aveva organizzato in Val di Fassa una Settimana Teologica (relatori: don Antonio Bonora, don Pompeo Piva, don Giovanni Volta) e che nell’anno successivo l’Azione Cattolica diocesana aveva iniziato una Scuola di Teologia per i laici.

Sempre verso il termine del Concilio, monsignor Poma, volendo mettere in pratica alcune indicazioni del Concilio sugli strumenti di comunione nella Chiesa, mi aveva incaricato di fare ricerche in proposito. Egli sapeva prendersi le proprie responsabilità, ma dopo essersi confrontato e aver chiesto pareri e resoconto di esperienze. Ho trovato così per caso una mia lettera indirizzata con scrittura a mano (in modo che potesse essere mandata ad altre Curie vescovili) al Cancelliere della Curia di Venezia e di Firenze, per aver notizie sui Consigli Diocesani:

 

Mantova 24 giugno 1965

“Mi è stato riferito che nella vostra Diocesi si è istituito “ad experimentum” un Consiglio Diocesano secondo le proposte formulate al Concilio e ancora in via di specificazione. Avendo avuto l’incarico di studiare i modi di realizzazione di questo organismo diocesano, vorrei pregarla, se può, di fornirmi alcuni dati della vostra esperienza: componenti, compiti, rapporti con gli altri organismi, autorità … ed eventualmente qualche sua osservazione personale”

 

Il Concilio aveva molto insistito sulla dimensione comunionale della Chiesa. Si trattava di mettere in atto organismi che la potessero meglio esprimere e servire.

Ricordo questi particolari per rilevare come l’evento del Concilio sia stato di forte stimolo anche nella nostra comunità cristiana mantovana e come monsignor Poma abbia cercato di organizzare canali antichi e nuovi di realizzazione e di trasmissione delle ricchezze del Vaticano II.

Un cronista del tempo, scrivendo della Diocesi di Mantova dopo il Concilio, annotava, esprimendo l’entusiasmo per quella fortunata stagione della Chiesa: Il pomeriggio di una domenica di marzo sono entrato in sant’Andrea, la splendida Basilica di Leon Battista Alberti. Numerosa gente gremiva il transetto e l’ampia navata. Si stava celebrando la Messa vespertina, e molte persone scandivano ad alta voce la parole dell’Introito con il celebrante, cantando poi insieme “Signore pietà”, “Santo”, “Agnello di Dio”.

Qualche anno fa questo non avveniva e mi è parso di vedere in quella preghiera raccolta, corale uno dei segni del rinnovamento portato dal recente Concilio”.

Per chi non ha vissuto quel tempo non pare vero che la Messa fosse celebrata in un altro modo e che la proclamazione in lingua italiana dei testi liturgici abbia rappresentato un senso profondo di novità.

La Diocesi era così avviata su questo cammino che dopo la partenza di monsignor Poma dalla diocesi di Mantova (20 settembre 1967) si tenne una tre giorni di studio a san Fidenzio (VR), senza il vescovo [23], sulla pastorale dei giovani, in particolare sulla catechesi, dopo un’inchiesta molto interessante raccolta in un fascicolo ciclostilato sui catechisti operanti in Diocesi. La continuità di lavoro in una Diocesi anche senza la presenza momentanea del vescovo può essere segno di un precedente buon governo.

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 5. GLI ULTIMI PASSI DI UN CAMMINO

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Come ad un atleta in corsa è accaduto che monsignor Poma si trovasse con la strada dapprima sbarrata da un grave incidente di salute. Ci fu pericolo in quei giorni per la sua vita. Molte cose da fare aveva in progetto il vescovo e invece doveva rimanere inchiodato in un letto. Poi si riaprì la strada, ma per un dirottamento del cammino. Poma fu trasferito alla Diocesi di Bologna.

Un tempo nuovo per lui si apriva, nel quale si maturò nella tribolazione la sua sapienza pastorale e la sua paternità spirituale verso i preti e i fedeli, in obbedienza a incarichi che avrebbe voluto evitare.

Egli arrivò a Bologna alla vigilia del sessantotto, vivace e difficile stagione di tensioni, di fermenti nuovi, ma anche di violenze che scossero la società e pure la Chiesa. Per di più all’impegno pastorale per la grande diocesi di Bologna presto si aggiunse l’impegno della presidenza della Conferenza Episcopale Italiana e infine vari problemi personali di salute.

Quell’annuncio fatto a noi seminaristi a Mantova delle tribolazioni di un vescovo lo vidi compiersi anche a Bologna.

Mi trovavo in quella città, chiamato dal rettore del Seminario regionale don Paolo Rabitti, per predicare un corso di esercizi spirituali agli studenti di teologia, e, sapendo che il cardinale era ricoverato nella Casa di Cura Madre Toniolo, andai a trovarlo. Ed egli, con la sua solita ferma pacatezza mi disse: “ora capisco come una persona colpita dall’herpes zoster possa essere tentata di buttarsi dalla finestra”. Così, come se si trattasse di una notizia di cronaca di altre persone, mi manifestava la sua sofferenza. Vi fu in seguito la visita a Bologna di Giovanni Paolo II. Una grande gioia per lui, ma anche come una fiammata delle sue energie residue. Dopo pochi giorni fu colpito da infarto cardiaco. In seguito a questo fatto rinunciò al governo della diocesi.

L’ultima volta che l’ho visto da vicino è stato a Villa Revedin, dove si era ritirato in seguito alla rinuncia al governo pastorale della diocesi. Era morto da poco il suo successore, monsignor Manfredini, che era arrivato a Bologna come un vento impetuoso pieno di iniziative.

Lo trovai molto stanco, provato dalla vita, affondato in una comoda larga poltrona, come un podista che si riposa al termine di una lunga corsa. Mi volle vicino, lui che era così schivo. Parlava lento, sottovoce, rattristato dall’improvvisa morte del suo successore. E mi diceva, proprio lui che aveva corso per tutta la vita: “gliel’ho raccomandato tante volte, si riposi un po’, eccellenza, non corra sempre.” Il cardinale era allora rattristato anche da gravi preoccupazioni e lutti per i suoi cari. Ormai però guardava la vita come uno che contempla e attende.  

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 Note:

1. “Commemorazione di mons. Giovanni Battista Girardi” in Antonio Poma. Gli anni della formazione e del ministero presbiterale a Pavia, a cura di Adriano Migliavacca, in Quaderni del Seminario di Pavia 1997, pp. 81-92.

2. Ivi, p.  89. 89.                                                                                                                        

3. Mina Poma, Ricordi di famiglia, ivi, p.13 (pp.11-17).

4. Vedi il testo integrale dell’intervento scritto di mons. Poma  in “Cardinale Antonio Poma nello spirito del Concilio”, op. cit, pagg. 61 - 76.

5. Vedi l’intero testo della lettera dell’arcivescovo Montini: allegato n.1.

6. Vedi il suo intervento scritto al Concilio nel novembre del 1962, agli inizi del dibattito conciliare, sullo schema “De fontibus revelationis” nel presente volume a pag.108.

7. Nel suo Diario del Concilio 1961-1966, ed. Paoline, Cinisello Balsamo 2005 (originale del 2002), P. Yves Congar cita Antonio Poma otto volte, ma in forma estremamente succinta. A sua volta nei Quaderni del Concilio, (ed. Jaca Book, Milano 2009; originale del 2007), P. Henri de Lubac lo cita diciotto volte, ma anch’egli sempre in forma molto sintetica. Non ho potuto verificare apporti specifici di Poma ai testi del Concilio.

8. In tre anni vi furono pubblicazioni e studi sul tema del rapporto tra Tradizione e Scrittura più che nell’intero secolo precedente. Per la bibliografia in proposito vedi il mio articolo “La Rivelazione di Dio e la sacra Tradizione secondo la Costituzione dogmatica –Dei Verbum –“ in La Scuola Cattolica 1969, pp.30-52, 83-115. Trenta erano i vescovi del Lombardo-Veneto presenti. Presiedevano l’Assemblea i due cardinali metropoliti: quello di Milano Giovanni Colombo e quello di Venezia Urbani. Nei primi due giorni (17 e 18 agosto) furono trattati argomenti conciliari, nel terzo giorno (19 agosto) il ruolo dei Religiosi in Diocesi.

Questi i temi e i relatori. Primo giorno: “Principi di antropologia cristiana in rapporto alla situazione storica attuale” rel. mons. Luigi Sartori di Padova; “Problemi del matrimonio e della famiglia –Valutazione dottrinale e pastorale” rel. don Goffi di Brescia; “Problemi morali attuali della comunità internazionale e della pace” rel. mons. Gargitter, vescovo di Bolzano e Bressanone. Secondo giorno: “Considerazioni sulla Dichiarazione –De libertate religiosa” rel. mons. Carlo Colombo, vescovo ausiliare di Milano; “Dei rapporti tra Scrittura e Tradizione secondo il testo conciliare –De divina Revelatione-” rel. don Volta di Mantova; “Considerazioni sullo schema del Decreto –De ministerio et vita presbyterorum” rel. don Oggioni di Milano.

9 . Vedi allegato n. 2.

10. Vedi allegato n. 3.

11. Vedi allegato n. 4.

12. Vedi il resoconto: allegato n. 5.

13. Vedi il resoconto: allegato n. 6.

14. Vedi il resoconto: allegato n. 7.

15. Vedi il resoconto: allegato n. 8.

16. Vedi il resoconto: allegato n. 9.

17. Vedi il resoconto: allegato n.10.

18. Da “La Cittadella” 13- febbraio 1966

19. Vedi il resoconto: allegato n. 11.

20. Vedi l’elenco delle domande preparate: allegato n. 12.

21. Vedi il resoconto: allegato n. 13.

22. Va notato che già all’inizio del 1962 monsignor Poma, penso sollecitato anche dai documenti conciliari in preparazione, aveva promosso in Diocesi un’inchiesta sul modo di intendere da parte della gente, in particolare dai giovani, l’amore, la famiglia, i rapporti tra genitori e figli. Un impegno pastorale che poi negli anni settanta riprenderà con particolare vigore il vescovo Carlo Ferrari. Per il riassunto delle risposte date al questionario sulla famiglia vedi allegato n.14.

23. Vedi il programma e il resoconto: allegato n.15.

24. N.B.: Il cronista anonimo della Cittadella era don Volta stesso [nota di redazione di A.O.P.]